Venite anche voi al “Griffe”? Ultras è Mentalità
5 settembre 1993. La data me la ricordo bene, è entrata nella memoria. I primi di settembre, in realtà, per un quindicenne non significano molto, o almeno cosi pensavo all’epoca. Un sole cocente. La scuola deve ancora ricominciare. La stagione sportiva personale anche. Giorni di calma piatta in attesa di…qualcosa che durerà fino a giugno dell’anno seguente, ma che per ora è una presenza impercettibile e indefinita, come l’attesa di un evento imminente, ma invisibile, tra le pagine del “Deserto dei Tartari”.
C’è tutto il tempo quindi per dedicarsi a scorpacciate di pura ricerca edonistica, che poi serve anche a crescere.
La proposta del mio inseparabile amico Gianluca, mio fantastico vicino di casa dalla nascita (anche se purtroppo ha il difetto colossale di essere uno juventino viscerale), giunge senza preavviso nella tarda mattinata domenicale, ma non c’è nemmeno da pensare: la risposta è “si”, subito.
Appena dopo pranzo siamo in stazione, deserta, in attesa del convoglio di un collegamento locale che in venti minuti ci porterà a Varese. Saliamo su una di quelle carrozze che ora utilizzano per le gite del “treno storico” e che in quegli anni invece portava a scuola o al lavoro migliaia di persone, riempiendone i polmoni della polvere dei sedili in stoffa bordeaux. Saliamo e ci facciamo una vasca tra i vagoni, cosi, camminando verso la testa del treno. Camminando nel corridoio centrale di un vagone incontriamo alcune facce conosciute: sono ragazzi e ragazze del paese che stanno andando anche loro a Varese, in uno di quei locali dove si danno appuntamento alla domenica pomeriggio pischelli e pischelle tra la terza media e la seconda superiore. Con l’obiettivo di conoscersi, “mettersi insieme” e “limonare”. Ci fermiamo a fare due chiacchiere improvvisate. Andrea ci saluta:
“Dove andate?”
“A Varese”
“Ah venite anche voi al Griffe?!”
“No, stiamo andando allo stadio a vedere Brescia-Cesena di serie B, nel settore dei bresciani. Giocano a Varese per la squalifica del campo dopo gli incidenti della scorsa stagione”.
Andrea e gli altri ammutoliscono, il loro entusiasmo è evaporato all’istante. Ora evitano gli sguardi. E’ come se si sentissero in colpa. Lo so perché. Lo so come si sentono. Sentono che stanno perdendo qualcosa, che stanno buttando via una giornata, mentre noi…ci divertiremo! Andrea inizia in questi anni, come me, a frequentare la curva del Milan e sa bene del gemellaggio con i bresciani. Ma ora sta andando al Griffe…
In un attimo dalla stazione ci catapultiamo allo stadio, quello che c’è tra una e l’altra semplicemente non esiste, non ha alcuna importanza. L’unica cosa che ci interessa è stare sugli spalti. Il vecchio Ossola è perfetto: nessuna copertura dalle intemperie o dal sole, gradini di cemento scoloriti dagli anni, botteghini fatiscenti, pressochè totale assenza di controlli all’ingresso. La tifoseria bresciana è gemellata con i cesenati e si respira uno strano clima di rilassatezza, davvero strano per quegli anni, coda vivace dei fantastici anni ’80, in cui purtroppo ero occupato a giocare con i lego…
Il settore non è stracolmo ma tutti i presenti sono ultras. Ci sistemiamo dietro allo striscione del gruppo “Killers Orzi”, gente della bassa bresciana che segue le rondinelle con assiduità. Sulla nostra sinistra, dove la curva nord confina con i distinti, ci sono gli Ultras Brescia, con lo storico striscione a lettere bianche rotondeggianti su sfondo azzurro. Torce, fumogeni, sole, tifo. George Hagi (signore e signori!) dà lezioni di calcio. Del risultato della partita non ci importa minimamente, l’importante è essere qui, respirare quest’aria e “imparare”. Di fronte a noi la curva del Cesena: Mad Men, WSB e compagnia. Personalmente li ho sempre rispettati. Cori reciproci di amicizia. E’ ancora sport, è calcio, è tifo, è euforia e caos genuino. E arriva il 90°. Ci si riversa immediatamente fuori, nella claustrofobica viuzza tra la nord e lo stadio. Pullman scassati, i mitici “lamieroni”, che rendono l’atmosfera azzurrognola e irrespirabile, mentre centinaia di bresciani si riversano su di essi, lanciando aste di bandiera, zaini e urla all’interno, al seguito dei loro stessi corpi. Usciamo dalle nuvole di smog e cori e siamo a pomeriggio inoltrato, potremmo tornare in stazione e ritrovare sui binari quelli che sono stati al “Griffe”…ma non è cosi!
Attraversiamo il piazzale dietro lo stadio, quindi il parcheggio e siamo al palazzetto della pallacanestro, tempio della pallacanestro Varese e dei suoi ultras, i Boys. Fra circa un’ora si gioca Cagiva Varese -Burghy Roma di Coppa Italia di basket! La mitica squadra cestistica di Varese è in A2 e giocare la Coppa Italia rappresenta una possibilità di mantenere il contatto con “le big” della serie maggiore. E via, la giornata continua.
Per Varese è l’esordio di una meteora americana, un certo Buford che dall’NBA è appena approdato qui e sarà poi tagliato a febbraio, rivelandosi un bidone, ma che oggi è ancora sconosciuto e suscita un misto di sorpresa e ammirazione tra il pubblico.
Ci sistemiamo nel cuore pulsante della curva bianco-rossa. La partita viene vinta, in un crescendo di baldoria ed entusiasmo. Non devo ricordarmi o raccontare ogni fotogramma di quelle ore passate al “palazzo”, basta solo una scena, che rimane impressa subito e rimarrà indelebile per sempre. Alla fine della partita il settore si svuota, ma il nocciolo duro dei gruppi rimane. E scatta un mezzo parapiglia forse per il gesto di un arbitro o di qualche individuo in divisa verso le tribune. Dalla transenna vicino a noi balza in avanti uno dei Boys, con la sciarpa in mano, e avanza fino a metà del settore ora vuoto, gridando: “Noi facciamo, quel cazzo che vogliamo!” come risposta alla provocazione che ora non ricordo. Questo piglio, questa frase, quel contesto di curva, me li porterò dietro e non saranno poche lo occasioni in cui sarà poi il sottoscritto o il suo gruppo a gridare in faccia a chiunque quelle parole. Non per incitare per forza alla violenza, non per mostrarsi irrispettosi, non per puro esibizionismo, ma per ribadire il concetto di “esserci”: noi ci siamo, non potete prenderci in giro, non potete far finta che non esistiamo, con i nostri pregi e i difetti difendiamo le nostre squadre, i nostri colori, le nostre città e, in fondo, anche i veri valori e la cultura dello sport, che proprio in quegli anni iniziava la sua deriva verso la mercificazione dello spettacolo.
Usciamo dal “palazzo” ubriachi, anche se non abbiamo bevuto nessun alcolico. Ubriachi di vita, di cori, di tensione, di colori, di adrenalina, di passione, di urla, di mani alzate, di chiacchiere con decine di persone conosciute, di un turbinio di emozioni che iniziava in quegli anni e non è ancora finito…
Erano gli anni in cui a San Siro la solita voce gracchiante, prima della gara e all’intervallo, graffiava l’aria del catino del Meazza pubblicizzando i mitici estintori Meteor. Decine di migliaia di persone venivano informate delle qualità di questi estintori. Allo stadio si reclamizzava qualcosa che gli uomini usano in momenti critici, qualcosa per veri uomini, che spengono gli incendi!…
Ora, nello stesso luogo, una delle pubblicità più in voga negli ultimi anni è quella di Nivea for men…crema per il viso maschile…ma dove sono finiti quelli che spengono gli incendi?
O, meglio, dove vorrebbero farci pensare che siano finiti!! Non è che cambiando pubblicità automaticamente cambia la gente. Uno stadio pieno di marionette con la pelle liscia e la crema. Loro ci provano, ma non è così facile. Perché noi ci siamo, sempre, e gli estintori, quando serve, li usiamo ancora, per spegnere le fiamme con cui ci vorrebbero eliminare, anche quando bisogna farlo lanciandoli mentre loro ci sparano in faccia.
Dopo quel 5 settembre 1993 ci sono state tantissime partite, tantissimi stadi, tantissimi “prima durante dopo”, ma quel Brescia-Cesena e quel Varese-Roma è entrato nella testa e nel cuore. E ci rimane.
Daniele Castiglioni

