Il Calderone della Strategia della tensione: terza parte
Il mostro di Firenze
Foligno, gladio ed i destini incrociati
IL MOSTRO DI FIRENZE
Nei dintorni di Firenze, in zone di territorio comprese tra la Val di Pesa, la Valle del Greve e più a nord fino al Mugello, si compiono nel 1974 e poi tra il 1981 ed il 1985, i cosiddetti omicidi del Mostro di Firenze.
Il presunto Mostro colpisce giovani coppie appartate ed in un solo caso uccide una coppia di ragazzi dello stesso sesso. Alla lista dei delitti, la vulgata popolare sostenuta come verità acclarata, assegna anche quello avvenuto nel 1968 a Signa già incrociato più volte nel corso della nostra analisi. Fatto di sangue questo, ripetiamo, probabilmente utilizzato come principale azione di depistaggio sulla vicenda. La conseguenza fu quella di aver creato confusione e diviso le indagini in varie diramazioni facendo incrociare ed intersecare tra di loro personaggi e teorie investigative.
Come detto, il collegamento tra il duplice delitto del 1968, presumibilmente di esclusivo ambito sardo e quelli avvenuti negli anni successivi, uscì fuori dalla caserma dei Carabinieri di Borgo Ognissanti comandata dal Colonnello Olinto Dell’Amico. Il militare, con ruoli diversi nel corso degli anni e della sua carriera, entrò nella vicenda del Mostro seguendo i delitti avvenuti nel 1974 a Rabatta vicino Borgo San Lorenzo, nel giugno 1981 a Mosciano di Scandicci, ad ottobre sempre del 1981 alle Bartoline di Travalle di Calenzano e soprattutto nel 1982 a Baccaiano di Montespertoli. Fu proprio in seguito a questo omicidio, infatti, che scattò il collegamento con l’omicidio della coppia avvenuta a Signa nel 1968.
L’elemento che richiamò i legami dei vari delitti avvenuti fino a quel momento furono i bossoli ritrovati sulle scene del crimine del tutto simili tra di loro. Soprattutto con quelli del 1968 ancora presenti nel faldone del caso oramai archiviato e conservato nella Procura della Repubblica di Perugia. Fu proprio il perito Ignazio Spampinato, lo stesso che svolse la perizia sull’esplosivo della strage di Bologna e che ebbe un ruolo anche nell’incriminazione di Pietro Pacciani come Mostro di Firenze, che, come visto in precedenza, attribuì la corrispondenza dei vari bossoli ad una unica serie.
Abbiamo anche già visto che proiettili della stessa filza attribuita agli omicidi sembra furono ritrovati anche nel piccolo arsenale di via San’Agostino a Firenze in uso al Colonnello del Sismi Mannucci Benincasa.
E’ anche vero, però, che proiettili di quel genere era possibile trovarli in uso a diversi personaggi, militari, frequentatori di poligoni di tiro anche della zona. Come, d’altronde, potevano essere corrispondenti quelli che vennero ritrovati a casa di Giampiero Vigilanti a Prato. Vigilanti, già appartenente alla Legione Straniera francese, è ancora oggi uno dei vari sospettati del compimento degli omicidi.
Gli ultimi tre duplici delitti avvennero nel 1983 nella frazione di Galluzzo appena fuori Firenze, nel 1984 alla Boschetta di Vicchio di Mugello e nel 1985 a Scopeti di San Casciano Val di Pesa. Qualcuno lega a questi omicidi anche quello della coppia uccisa nel 1984 nella Valle del Serchio a Sant’Alessio vicino Lucca. Ma non è questa la sede per ripercorrere le migliaia di dettagli che compongono la vicenda del Mostro e le sue ingarbugliate diramazioni e teorie, ci limiteremo per questo a toccare solo gli elementi più inerenti la nostra ricerca. E non ci dipaneremo neanche nelle decine di assassinii avvenuti a Firenze fino ancora a pochi anni fa, molti dei quali considerati come “morti collaterali” del caso del Mostro.
Alcuni dei delitti attribuiti al serial killer fiorentino avvennero nelle adiacenze di grandi e chiacchierate ville nobiliari. Secondo testimonianze ed ipotesi di indagine, indicibili festini a sfondo esoterico, sacrificale, sessuale pare si svolgessero in queste tenute alla presenza di personaggi dell’alta aristocrazia borghese ed in conseguenza di ciò avvenivano quindi i duplici delitti nella campagna fiorentina. La zona incriminata era quella della Val di Pesa dove, soprattutto a San Casciano, si incrociano vari personaggi legati ai fatti. Per alcune tesi investigative entrano in scena medici, farmacisti, nobili, come mandanti degli omicidi mentre un fitto sottobosco di guardoni rientrerebbero nella vicenda come autori materiali.
Come abbiamo già visto nei capitoli precedenti, secondo alcune supposizioni, almeno un paio di rampolli di queste famiglie nobiliari furono considerati esser compromessi negli omicidi seriali. Uno dei segni che contraddistingueva i delitti del Mostro era il furto di feticci, parti dei corpi femminili asportati in alcuni delitti e mai più ritrovati, considerati materiale imprescindibile per poter svolgere i rituali di queste cerimonie mascherate da ricevimenti di gala. Alcune voci davano questi feticci conservati, a seconda delle diverse memorie delle comparse testimoniali, in due location differenti, entrambi però riconducibili ad un medico appartenente ad una nota famiglia perugina, Francesco Narducci.
I pedinamenti effettuati, non si sa a quale titolo essendo appartenente ad un’altra unità territoriale, dal Capo della Squadra Mobile di Perugia Luigi Napoleoni nei confronti del medico portarono ad un appartamento in via dei Serragli a Firenze. Immobile, tra l’altro, ubicato a meno di cinque minuti a piedi dal covo Sismi di via Sant’Agostino ed inoltre, secondo alcune voci, location di una violenza sessuale commessa da un certo Paolo Poli. Collega di Napoleoni sulle indagini sul medico perugino fu Emanuele Petri, Sovrintendente di Polizia che nel 2003 fu poi ucciso sul treno Roma – Firenze all’altezza di Castiglion Fiorentino durante uno scontro a fuoco con le Nuove Brigate Rosse, le stesse che uccisero Massimo D’Antona e Marco Biagi in precedenza. L’altro luogo dove risulterebbero esser stati visti i feticci umani conservati nella formaldeide, sarebbe una vecchia casa colonica nei dintorni di Sambuca Val Di Pesa. Proprio nella zona dove il suocero del dottor Narducci, Gianni Spagnoli, possedeva una azienda dolciaria. La famiglia Spagnoli oltre la fabbrica di caramelle “Fruttosello” in Val di Pesa era anche titolare di un impero finanziario del quale erano parte integrante la ben più nota fabbrica di cioccolata “Perugina”, la casa di moda “Luisa Spagnoli”, il parco divertimenti per ragazzi “Città della Domenica”, il “Perugia calcio” senza tralasciare gli stretti collegamenti parentali con l’azienda alimentare “Buitoni”.
Francesco Narducci pare frequentasse la Val di Pesa sia per le numerose amicizie che aveva nei dintorni, nate magari durante i mesi trascorsi a Firenze nel 1974 come militare di leva prima di esser riformato, sia anche per far visita all’azienda appena citata appartenente alla famiglia della moglie. A San Casciano sembra che uno dei suoi migliori amici fosse il patrizio don Roberto Corsini, il latifondista ucciso nel 1984, secondo la versione acclarata, dal figlio del suo fattore dopo esser stato scambiato per un bracconiere dal Conte stesso. Abbiamo già accennato a questa storia in precedenza ed ora aggiungiamo che, secondo alcune opinioni diffuse, proprio il nobiluomo era invischiato nella serie di omicidi delle coppiette. Delitti che cessano definitivamente l’anno dopo la sua morte ed un mese prima di quella del medico Narducci avvenuta nel 1985, ufficialmente annegato al largo del lago Trasimeno nel triangolo tra Sant’Arcangelo, l’isola Polvese e San Feliciano dove la sua famiglia era proprietaria di una villa. Sono numerose le versioni che ritengono il ritrovamento del corpo del medico perugino un falso storico dedito a nascondere i veri motivi del decesso, considerando questo scambiato con quello di uno sconosciuto, presumibilmente di un messicano senza famiglia conservato a Perugia in attesa di esser sbloccato burocraticamente dalla Procura. L’autopsia effettuata anni dopo, sul vero corpo di Narducci tumulato poi in seguito ed in gran segreto, confermerebbe le supposizioni addotte. Particolare lo scherzo del destino che si riversò sui due cognati pescatori che avvistarono il corpo e sul Poliziotto Provinciale delle Acque che ritrovò la piccola imbarcazione del dottore sull’isola Polvese, tutti e tre infatti morirono annegati nelle stesse acque a distanza di anni uno dall’altro. Secondo molti il medico di Perugia sarebbe l’autore o comunque un componente del gruppo che uccideva e praticava le escissioni sui corpi dei delitti del Mostro e, data la sua appartenenza ad una potente e conosciuta famiglia perugina, ad un certo punto fu ucciso egli stesso forse per porre fine allo scempio ed evitare lo scoppio di un grosso scandalo che avrebbe colpito anche varie istituzioni. Perugia era ed è una delle sedi massoniche più influenti in Italia. Abbiamo già incrociato nella nostra analisi l’avvocato “nonno” Augusto De Megni, Maestro Venerabile, al quale l’Anonima sarda rapì l’omonimo nipote nel 1990. Proprio De Megni era alto collega di Loggia di Ugo Narducci, padre del dottor Francesco. Nessuno scopo illegale e misterioso muove le confraternite massoniche ma a volte capita, come vedremo anche in seguito per altre storie inerente i nostri collegamenti, che qualche membro consideri l’oggetto sociale quello della manipolazione di eventi e persone per vantaggi di diversa specie. Furono quindi, secondo la versione dei fatti che ciò sostiene, il padre del dottore insieme al consuocero Spagnoli e con l’aiuto del Gran Maestro avvocato e di altri Fratelli della “Perugia bene” a prendere la triste decisione di eliminare il medico e provare a depistare la sua morte ma soprattutto ad insabbiare il ruolo che questi teneva nel gruppo degli assassini seriali. Gruppo che in realtà sarebbe stato una vera e propria confraternita della quale, secondo una diramazione di questa tesi, sarebbero stati membri anche Angelo Izzo e Gianni Guido “i massacratori del Circeo”, Andrea Ghira arruolatosi poi nella Legione Straniera facendo perdere le sue tracce, il già citato Serafino Di Luia l’esponente di Avanguardia Nazionale implicato in alcuni attentati sui treni e presente a Fiumicino il giorno dell’attentato del 1973, Gianluigi Esposito personaggio a metà tra la malavita e l’eversione, celebre per la sua fuga dal carcere di Rebibbia in elicottero e che nel 2006 morì proprio a Firenze dove si nascondeva sotto falso nome.
Angelo Izzo accusò egli stesso e la sua confraternita di aver rapito Rossella Corazzin, scomparsa nel 1975 dalla Valle di Cadore in Veneto e mai più ritrovata, ed averla sacrificata ed uccisa proprio nella villa di Francesco Narducci sul lago Trasimeno.
FOLIGNO, GLADIO ED I DESTINI INCROCIATI
Francesco Narducci oltre San Casciano Val di Pesa in Toscana frequentava assiduamente anche Foligno in Umbria, località dove in uno studio esercitava la professione medica privata alternandola a quella pubblica nell’ospedale di Perugia.
Nonostante già dagli inizi della serie delittuosa egli fosse nella lista dei sospettati essere il Mostro di Firenze, elemento confermato come visto anche da indagini e pedinamenti effettuati in maniera riservata dai poliziotti perugini Napoleoni e Petri, entrò ufficialmente nella vicenda solo anni dopo la sua morte quando, proprio a Foligno, spuntò una segnalazione anonima a suo carico durante una intercettazione telefonica. Narducci sin da giovane aveva dimestichezza con alcuni tipi di armi praticando egli la caccia ed essendo socio e frequentatore del poligono di tiro di Umbertide, non lontano da Perugia. Secondo alcune testimonianze sembra fosse anche in possesso di una pistola del tipo presumibilmente utilizzata dal Mostro di Firenze.
Ma Foligno incrocia un altro personaggio impelagato in strane vicende di quegli anni. Nel periodo tra gli anni 1977 e 1981, infatti, visse nella cittadina umbra Paolo Bellini. La storia di Bellini si dipana dagli anni della “strategia della tensione” fino alla “stagione delle bombe” dei primi anni ’90. Secondo alcuni pentiti di mafia, organizzazione con la quale avrebbe avuto contatti diretti, sarebbe addirittura stato uno degli ispiratori delle bombe ai siti d’interesse artistico tra le quali quella del 1993 in via dei Georgofili a Firenze.
Il suo nome fu invischiato anche nella vicenda del rapimento dell’assessore campano Ciro Cirillo ma soprattutto pare ebbe un ruolo fondamentale nella strage di Bologna per la quale giusto in queste settimane è stato rinviato a giudizio. Proprio il Procuratore della Repubblica di Bologna del tempo, Ugo Sisti, la sera dopo la strage fu scoperto per caso “a riposare” a Reggio Emilia nell’hotel di Aldo Bellini, il padre di Paolo e contiguo a movimenti estremisti. Paolo, latitante per omicidio dal 1976, dopo esser scappato in Brasile rientra in Italia sotto false generalità e viene fatto installare come ospite fisso di un hotel in centro a Foligno grazie a delle amicizie familiari in ambito politico. Nei cinque anni folignati prende il brevetto di pilota nel locale aeroclub al quale fa iscrivere anche l’amico di famiglia, il Procuratore Sisti, con il quale nel 1978 si rende protagonista di un atterraggio di fortuna sulla pista del piccolo aeroporto umbro in compagnia anche del missino Franco Mariani, il senatore che appunto aiutò Bellini a sistemarsi a Foligno.
Paolo Bellini, che da Foligno si muoveva per l’Italia, ufficialmente nel suo periodo umbro si infilò in commercio, a metà tra il legale e la ricettazione, di mobili antichi. E fu proprio per questo motivo che nel 1981 fu arrestato dopo un controllo stradale che ne rilevò anche la sua vera identità a Pontassieve nella campagna toscana. Il mistero ancora avvolge gli anni trascorsi a Foligno da Bellini, appartenente ad Avanguardia Nazionale e soprannominato “Primula Nera”, ma qualcuno non esclude la sua frequentazione con il dottor Narducci conosciutissimo in paese anche per via della sua estrazione familiare ed esercitante la professione medica nella cittadina umbra. E soprattutto se, come risulterebbe dalle testimonianze già citate di Angelo Izzo il “massacratore del Circeo”, il gastroenterologo Narducci faceva parte della stessa congrega alla quale apparteneva proprio uno dei maggiori esponenti di Avanguardia Nazionale, Serafino Di Luia già noto alle nostre cronache e collega di eversione di Paolo Bellini.
Proprio nei pressi di Foligno, nella frazione di Colfiorito il passo montano al confine tra Umbria e Marche, era in funzione in quegli anni un poligono dell’esercito. Il vecchio sito militare era stato utilizzato nel corso del tempo come centro di detenzione per gli oppositori politici durante il fascismo e per prigionieri deportati dalla Jugoslavia durante la II° Guerra Mondiale. Terminato il conflitto tornò per circa cinquanta anni alla destinazione militare prima di esser trasformato nell’odierno polo museale.
Il poligono era in uso ufficialmente all’esercito italiano e preposto ad esercitazioni militari. Qualcuno paventa l’ipotesi che gli utilizzi furono anche di altro tenore, magari subordinati al già citato Centro Addestramento di Capo Marrargiu in ambito “Gladio”. Questa ipotesi in realtà resta pura supposizione ma considerato il fatto che ancora oggi molti, o quasi tutti, i centri operativi di Gladio sono rimasti segreti, è l’occasione per effettuare un breve inciso sulle sue basi in Italia. Gladio era formata da cinque unità di pronto intervento, la “Stella Alpina” in Friuli, la “Stella Marina” a Trieste, il “Rododendro” in Trentino Alto Adige, l’“Azalea” in Veneto e la “Ginestra” collocata tra i laghi lombardi. Diffusi erano i depositi di armi, a disposizione in ogni momento, nascosti (da qui il nome in codice NASCO) tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Campania e Puglia ma sospetti si hanno anche su nascondigli collocati in Lazio, Basilicata, Sardegna, Sicilia e Toscana dove qualcuno indica come tale l’oramai più volte citato monolocale di via Sant’Agostino a Firenze ed il casolare pieno di esplosivi di Greve in Chianti in uso ai cosiddetti “Draghi Neri”. Il centro principale di Gladio, come visto in precedenza, era il CAG (Centro Addestramento Guastatori) denominato “Orione” in codice ed ubicato appunto in Sardegna a Capo Marrargiu. In seguito fu ingrandito col CAGP (Centro Addestramento Guastatori Paracadutisti) denominato in codice “Orione 2” e con il SAL (Sezione Aerei Leggeri), dipartimento che tra l’altro si lega all’aereo Argo 16 ed al dirottamento avvenuto a Fiumicino del 1973 di cui abbiamo già parlato.
Oltre al CAG 1 ve ne erano altri sparsi per il territorio nazionale. Il CAG 2 denominato in codice “Ariete” ad Udine e creato in contemporanea col CAG 1 e quindi con la nascita di Gladio. Il CAG 3 a Brescia denominato in codice “Libra” e creato tra gli anni 1985 /1986. Il CAG 4 a Valfenera (Asti) denominato in codice “Pleiadi” e creato tra gli anni 1986 /1988. Il CAG 9 a Trapani denominato in codice “Scorpione” anche questo creato tra gli anni 1986 /1988. Oltre a questi centri esistevano numerose altre divisioni periferiche, come la “sezione aeromarittima”, molte delle quali rimaste ad oggi se non sconosciute di certo non meglio identificate.
A riprova di ciò, si nota, sono i numeri assegnati ad i vari centri. I CAG 5, 6, 7, 8 ufficialmente non esistono. Fu dichiarato fossero numeri lasciati liberi in attesa di organizzare dei nuovi centri nell’Italia Centro Sud e quindi poter così mantenere un certo ordine, dal 2 di Udine al 9 di Trapani. Anche la pausa temporale di costituzione dei vari CAG presenta un buco, dagli anni ’50 del primo al 1985 del CAG 3. Il 1990 segna la fine ufficiale di Gladio, di conseguenza, secondo le dichiarazioni ufficiali, i CAG con i numeri intermedi non vennero mai attivati. Le esercitazioni che l’apparato Gladio effettuava in quegli anni erano numerose ed andavano da pratiche di mobilitazione anti-invasione sovietica ad operazioni coperte, delle quali molte considerate azioni della cosiddetta “strategia della tensione”, propalate per esercitazioni. A queste ultime, secondo diverse ipotesi, apparterrebbero i numerosi crimini rivendicati con la sigla “Falange Armata”, quelli ad essa collegati e battezzati dai media “Banda della Uno bianca” ed addirittura c’è chi si spinge oltre arrivando a congetturare come operazioni correlate finanche i delitti del Mostro di Firenze.
Nell’ambito delle esercitazioni vere e proprie, invece, rientravano manovre codificate da schemi e manuali distribuiti anche tra alcuni reparti operativi dei servizi segreti e delle forze dell’ordine, tra le quali le operazioni “Delfino”, “Pompeius”, “Monte Bianco”, svolte in diverse zone d’Italia dal Friuli – Venezia Giulia alla Sardegna. O come l’esercitazione “P” svoltasi nei pressi di Nuoro ma che qualcuno paragonò alla sarcasticamente definita “Operazione D’A.”, richiamante proprio la cittadina di Foligno.
Nel folignate, infatti, era ubicata la villa del senatore Giuseppe D’Alema, padre del più celebre Massimo, nella quale, a quanto pare, fu perpetrato un grosso furto alla fine del 1981. Secondo personaggi dell’epoca molto ben informati, più che di furto si sarebbe trattato in realtà di una non meglio specificata operazione coperta. Quale genere di operazione intendeva l’“osservatore politico” che accennò alla faccenda? Anche questa “Operazione D’A.” ricadeva nella sfera di Gladio? O forse più probabilmente attinente alla sfera della cosiddetta “Gladio rossa”, apparato di “vigilanza rivoluzionaria” in ambito del Partito Comunista Italiano? Questa Gladio parallela, venuta allo scoperto nel 1991, teneva i suoi addestramenti sull’Appennino Tosco-Romagnolo, proprio nelle zone dove oggi si addestrano i reparti speciali regolari dell’esercito italiano e teneva collegamenti radio clandestini con l’allora Cecoslovacchia tramite postazioni di antenne ubicate sul Passo della Futa con agenti di stanza a Firenze.
Di certo vi è, però, che sia il furto di Foligno che la manovra “P” di Gladio avvennero entrambe nello stesso periodo e che ai tempi, inizio anni ’80, solo personaggi molto dentro al sistema, appunto degli “osservatori politici”, conoscevano l’esistenza delle reti dei cosiddetti “gladiatori” sia della Nato che del PCI ed erano quindi i soli in grado di pubblicare criptici richiami. Di un eventuale collegamento tra le due Gladio ed il, pare, presunto furto nella villa di D’Alema a Foligno non se ne trova altra traccia se non appunto solamente in un accenno fatto dagli editoralisti eredi dell’“osservatore politico” Mino Pecorelli ucciso nel 1979.
Di sicuro Giuseppe D’Alema nel 1983 fu tra gli autori de “La resistibile ascesa della P2” volume scritto con Enrico Berlinguer, Stefano Rodotà e Pietro Ingrao, mentre con i proventi della vendita del casolare folignate del padre, “Baffetto” D’Alema acquistò poi la sua seconda barca a vela Ikarus II.
Luca Pingitore

