Il Calderone della Strategia della tensione: seconda parte
I latifondi di nobili e politici in Etruria ed il geometra dell’anello
L’ufficiale del sismi e Firenze capoluogo della “strategia della tensione”
I LATIFONDI DI NOBILI E POLITICI IN ETRURIA ED IL GEOMETRA DELL’ANELLO
Nel dopoguerra la Democrazia Cristiana teneva sotto suo stretto controllo la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. Questo comportò una commistione di favori, soldi e voti che la inglobarono poi nel 1991 nel vortice di uno scandalo. La Federconsorzi, tra l’altro, non era estranea al versamento di sostanziosi contributi per le campagne elettorali democristiane ed a trattare tutto ciò, a quanto pare, toccava spesso all’esponente di spicco del partito dello scudocrociato: Aldo Moro. Le malelingue fecero correre la voce che lo stesso Moro, come conseguenza di questi rapporti, ricevette in omaggio trattori ed attrezzature varie per la vasta tenuta agricola gestita in sua vece dal suo segretario, Sereno Freato, nel mezzo della Val d’Arbia, in località La Piana nei dintorni di Buonconvento. Intorno alla storica tenuta appartenuta in precedenza ad antiche famiglie si sviluppò un gioco societario che portava, secondo le notizie dell’epoca, ad un intreccio con un traffico clandestino di prodotti petroliferi e conti svizzeri nel quale lo stesso Freato fu coinvolto. Da molti considerato prestanome del vero proprietario, il Presidente del Consiglio assassinato nel 1978, Freato divenne ufficialmente proprietario di vasti possedimenti tra il Chianti, la Val d’Arbia e la Val d’Orcia che, insieme alla già citata Piana, andarono a creare un vero e proprio latifondo nel centro dell’Italia. Riconducibili a lui, secondo alcuni, erano anche delle pertinenze campestri che si trovavano addirittura nella zona della diga Enel sul lago di Corbara nelle adiacenze di Orvieto alla periferia della parte umbra della Valdichiana. Con società che si passarono il testimone patrimoniale di terreni ed aziende agricole, operazioni finanziarie sull’asse Italia – Liechtenstein – Svizzera, favori amministrativi di sindaci locali, finanziamenti pubblici e contributi a fondo perduto, la gestione del latifondo andò avanti almeno fino al 1981. Ben dopo l’omicidio di Aldo Moro che qualcuno, con intento forse depistatore, provò a motivare adducendo cause legate a questa vicenda ed a quella ad essa collegata in ambito petrolifero. Un impero finanziario sovvenzionato dal petrolio è l’accusa che venne mossa.
Nella Val di Pesa, non così lontano dai terreni in questione, alcune nobili ed antiche famiglie di genesi sefardita si erano stabilite proprio nel corso degli anni ’60. Nei dintorni di San Casciano Val di Pesa avevano allacciato rapporti di amicizia e di convivialità con un’altra famiglia di altissimo lignaggio nobiliare la quale annoverava tra i propri antenati Santi, Papi e politici ed anche un membro della Costituente. Anche i loro possedimenti, come quelli “democristiani”, si dipanavano tra Toscana ed Umbria avendo base padronale nei dintorni di San Casciano. Uno dei loro rampolli, don Roberto Corsini, mentre si trovava in una delle proprietà di famiglia a San Piero a Sieve nel Mugello, viene misteriosamente assassinato nel 1984. Nessun testimone ma un colpevole per la Giustizia, il figlio del proprio fattore scambiato dal Conte per un bracconiere. Erano gli anni e le zone degli omicidi del Mostro di Firenze che ebbero il loro epicentro proprio nella zona di San Casciano di Val di Pesa dove le voci di particolari festini nelle ville nobiliari, ma non solo in quelle, resero la vicenda più intricata di come sembrava all’apparenza.
La campagna toscana, per la sua bellezza, ha sempre attratto appassionati latifondisti e proprietari terrieri anche da fuori regione. Uno di questi fu il geometra nonché ritenuto da molti Colonnello del Sismi Adalberto Titta. Titta era un ex aviere della Repubblica Sociale Italiana e, si scopri negli anni ’90, uomo di spicco del gruppo segreto dell’“Anello”, presunto servizio segreto che si sarebbe rapportato direttamente a Giulio Andreotti.
In pratica, l’ex repubblichino era colui che si occupava materialmente dei “lavori sporchi patrocinati dalle istituzioni” con la mansione di testa di legno, dove non potevano apparire determinate personalità o dipartimenti di Stato a titolo personale od ufficiale, la mano di Titta operava ed offuscava in loro vece.
Titta, implicato in numerose vicende della “strategia delle tensione” che esulano da questo articolo, ufficialmente aveva una sua ditta di costruzioni operante nel milanese ma in realtà trafficava dentro
l’“Anello” e nei momenti liberi amava rilassarsi in compagnia della moglie nella sua tenuta, trasformata in azienda agricola, dalle parti di Casole d’Elsa, tra Volterra e Poggibonsi. E proprio nella zona di Volterra, come già raccontato, vivevano numerose famiglie di sardi trapiantati i quali gestivano affari poco legali. Alcuni di questi, per motivi legati alle terre, sembra che infastidissero pesantemente il geometra Titta, il quale ad un certo punto si rivolse al Capocentro del Sismi a Firenze: Federigo Mannucci Benincasa, personaggio già comparso in occasione della vicenda dell’Italicus. Seconda la tardiva ed oramai non più appurabile testimonianza di quest’ultimo agli inquirenti, la sera prima del decesso di Titta avvenuta nel 1981, i due Ufficiali si sarebbero incontrati nell’albergo nel quale il geometra era ospite con la moglie per confrontarsi proprio sulla “vicenda dei sardi” che lo vessavano. Salvo poi rilevarsi che Titta quella sera fosse da solo in quanto la moglie si trovava in vacanza in Egitto con il loro figlio. E risulta comunque strano che il geometra milanese, facendo tappa da Milano a Roma, si sia fermato in un hotel di Poggibonsi quando dormire nella sua casa di campagna gli avrebbe comportato una deviazione di poco meno di trenta minuti dalla strada principale. Ma tutto è possibile. Come è possibile magari che l’incontro non sia avvenuto sul raccordo Firenze – Siena in Val d’Elsa ma sulla parallela e più pratica autostrada, per chi si muove tra Milano e Roma, durante una pausa di viaggio del geometra milanese dalle parti del casello di Bettolle. Dove, in un hotel-ristorante della zona, il Colonnello Benincasa era solito tenere incontri riservati con persone che transitavano per il centro Italia. Di certo Titta, qualsiasi sia stato il luogo d’incontro con il Capocentro del Sismi, nei dintorni di Orvieto avvertì un infarto alla guida della sua nuova Audi di servizio (del Sismi) e dal ricovero ospedaliero non ne uscì vivo.
Per una tragica coincidenza, quasi da “teoria del contrappasso” di dantesca tradizione, proprio l’esperto di incidenti stradali simulati perpetrati al servizio dell’“Anello”, muore mentre si trova in auto a causa di un malore. Magari procurato tramite una delle tecniche, accennate in precedenza, in uso ad alcuni dipartimenti di servizi segreti. In fondo basta una dose giusta di tallio, sostanza insapore e ad effetto lento che non lascia tracce nell’organismo servito magari come “piatto speciale”, per far sì che la morte venga catalogata come naturale a causa di un arresto cardiaco, di una trombosi od un infarto. Come nel caso del Colonnello Titta, magari.
L’UFFICIALE DEL SISMI E FIRENZE CAPOLUOGO DELLA “STRATEGIA DELLA TENSIONE”
A poca distanza dai terreni delle società di Freato in Val d’Arbia ed altrettanto vicino al casello autostradale di Bettolle sorge la proprietà terriera che circonda l’antico castello di Calcione. Siamo nei pressi di Lucignano nel mezzo della Valdichiana a circa mezz’ora dalla celebre Villa Wanda, la dimora del Maestro Venerabile della Loggia P2 Licio Gelli.
La storica famiglia proprietaria della tenuta di Calcione, i Marchesi Pianetti Lotteringhi della Stufa, vivevano a Firenze, nel quartiere d’Oltrarno in pieno centro storico. Il capofamiglia dell’epoca, Alessandro, era in buoni rapporti con il solito colonnello Federigo Mannucci Benincasa, Capo del Centro Sismi di Firenze negli anni dal 1971 al 1991, tanto da mettergli a disposizione un monolocale con soppalco proprio nel palazzo nel quale viveva la famiglia gentilizia.
Di questo piede-à-terre di via Sant’Agostino un uso al Capocentro non se ne saprà niente fino al 1993 quando sul soppalco del monolocale, il figlio del defunto Alessandro Pianetti Lotteringhi della Stufa, il Marchese Bernardo, trova armi, munizioni ed esplosivo avvolti in fogli di vecchi giornali quotidiani.
Fucili, carabine, pistole, proiettili, dosi di esplosivo e finanche una “tunica con scritte in caratteri arabi” facevano parte dell’arsenale. C’erano anche, a quanto pare, dei caricatori per il mitra ritrovato nel 1981 in un borsone sul treno Taranto – Milano all’altezza di Ancona. Mitra che risultò poi uno di quelli appartenenti allo stock di armi conservato nel deposito dei sotterranei del Ministero della Sanità in uso al gruppo eversivo dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Il ritrovamento del borsone con il mitra sul treno, che alcuni propendono essere il famoso “rapido Taranto – Ancona” cantato da Rino Gaetano ma nel 1976, fu considerato dagli inquirenti un tentativo di depistaggio della vicenda della strage di Bologna attuato proprio dal Colonnello Mannucci. L’Ufficiale del Sismi, negli anni, finì a processo per eclatanti azioni di depistaggio inerenti sia la vicenda del DC-9 caduto al largo di Ustica, sia anche per quella della stazione di Bologna appunto. Eventi accaduti a circa un mese di distanza uno dall’altro.
Il Colonnello a Bologna, nonostante la città emiliana fosse fuori dalla sua giurisdizione, quel giorno c’era. Ed il 2 agosto 1980 ad accompagnarlo sul luogo dell’esplosione c’era con lui il Colonnello d’Artiglieria Ignazio Spampinato. Colui che lo stesso giorno ricevette dalla Procura bolognese l’incarico come perito atto a studiare la composizione dell’esplosivo utilizzato. Una copia del suo rapporto, prima che l’originale fosse consegnato ai magistrati indaganti sulla strage, la consegnò in anteprima al Capo Centro Sismi di Firenze e per questo motivo venne poi incriminato anche egli stesso. L’esperto artigliere oltre che di esplosivi si intendeva anche di balistica. In questa qualità si occupò, nell’ottobre del 1981, del terzo omicidio (il quarto per molti) del cosiddetto Mostro di Firenze avvenuto alle Bartoline di Calenzano, località tra Firenze e Prato, ed in seguito gli fu assegnata anche la perizia sul proiettile ritrovato (per alcuni fatto ritrovare) nell’orto di Pietro Pacciani, leggendario “Mostro di Firenze” per l’opinione collettiva, durante il processo a suo carico nell’aprile 1992. Proiettili compatibili con quelli utilizzati nella vicenda del Mostro, tra l’altro, erano presenti tra le varie munizioni ritrovate nel piccolo appartamento di via Sant’Agostino.
Ma c’è di più. Nel 1982, quando venne creato il collegamento tra i primi delitti del Mostro e quel lontano duplice omicidio avvenuto nelle campagne di Signa nel 1968, vicenda già citata come accaduta in ambiente sardo quindi presumibilmente non rientrante nella lista dei delitti del Mostro e per la quale si paventa una potente azione di depistaggio, fu proprio il perito Spampinato ad effettuare la perizia sui bossoli repertati.
Come già ricordato, il presunto depistaggio partì dalla Caserma dei Carabinieri di Firenze di Borgo Ognissanti comandata dal Colonnello Olinto Dell’Amico. E la perizia fu affidata ad Ignazio Spampinato, collaboratore, come abbiamo visto, del Capo Centro Sismi Federigo Benincasa collega esso stesso del Comandante Dell’Amico.
A poco meno di centocinquanta metri dalla caserma di Borgo Ognissanti a Firenze, dimorò il criminologo e docente universitario Giovanni Senzani insieme alla sua famiglia. Senzani era anche consulente del Ministero di Grazia e Giustizia ma nello stesso tempo era un effettivo delle Brigate Rosse e tra le varie cose considerato una delle menti strategiche e l’anello di congiunzione tra la manovalanza e i livelli segreti superiori del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro. Il criminologo era così inserito nell’apparato che si muoveva tra eversione ed istituzioni tanto da essere direttamente in contatto, secondo numerose ipotesi, con la famigerata Hyperion di Parigi, scuola di lingue di facciata ma in realtà considerata una centrale di coordinamento dello spionaggio internazionale, “collega” dell’Aginterpress di Lisbona, ufficialmente agenzia di stampa ma di fatto ufficio strategico dell’eversione internazionale.
Durante i quasi due mesi di prigionia del Presidente Moro, già entrato nelle nostre vicende come presunto latifondista occulto nelle campagne toscane, il professor Senzani pare tenesse le fila dell’operazione. Proprio a Firenze, in un appartamento situato per pura coincidenza in una strada intitolata all’allora Unione Sovietica, aveva la sede il Comitato Rivoluzionario Toscano dove in quei giorni del sequestro Moro, sembra, si riunisse il Comitato Direttivo delle Brigate Rosse. Senzani, Mario Moretti considerato il capo delle BR, Barbera Balzerani e vari altri personaggi di primo piano dell’organizzazione stabilivano da Firenze l’andamento della vicenda. Per qualcuno, invece, proprio in quell’appartamento ricevevano istruzioni su come gestirla. Magari tramite le indicazioni dettate da Giovanni Senzani il quale pare si incontrasse spesso e segretamente con il Colonnello Mannucci Benincasa. Luogo preposto a questi incontri confidenziali era, secondo alcune indiscrezioni, proprio il monolocale di via Sant’Agostino, nel cui soppalco fu poi trovata una santabarbara degna di un Nasco, i nascondigli di armi utilizzati da Gladio.
Il Capo Centro del Sismi era solito diversificare i luoghi dei suoi incontri in base ai suoi interlocutori. Abbiamo infatti già visto come spesso si recava in un locale dal nome geometrico nella zona di Bettolle, strategico punto di passaggio dell’autostrada e non troppo distante da Arezzo e da Perugia. Ma anche a Firenze, oltre il segreto miniappartamento non lontano dalla caserma di Borgo Ognissanti, aveva scelto una perfetta ubicazione per un suo ufficio. Nelle adiacenze della centrale stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, infatti, riceveva confidenti e colleghi che giungevano in treno in città, conferivano con lui e potevano così poi ripartire velocemente per il luogo da cui erano giunti o proseguire per altra località. Ottima location dalle cui finestre erano ben in vista i binari della stazione dove presumibilmente le valigie della morte vennero caricate sui treni Italicus nel 1974, “Conca d’Oro” nel 1978, “Rapido 904” nel 1984.
Anche sul soppalco di via Sant’Agostino fu ritrovato materiale probabilmente attinente con queste ed altre azioni di “terrore sui treni” alle quali abbiamo accennato in precedenza e sulle quali ora aggiungiamo il fatto che i due maggiori attuatori di quegli attentati, Mario Tuti da Empoli ed Augusto Cauchi da Cortona, erano soliti incontrare Mannucci Benincasa a Firenze o a Bettolle. Tuti e Cauchi erano entrambi in rapporti con Licio Gelli e la struttura della P2.
La stessa tipologia di esplosivo utilizzato per far scoppiare il Rapido 904 fu impiegato per due misteriose esplosioni, ad oggi rimaste impunite e soprattutto consegnate all’oblio, avvenute a Firenze. Nel 1985 fu fatto esplodere un ufficio postale in via Carlo D’Angiò mentre nel 1987 fu fatto detonare un condominio in via Toscanini. Entrambe le esplosioni per coincidenze fortuite non causarono vittime.
L’ufficio del Sismi di Santa Maria Novella fu probabilmente il luogo dal quale partirono telefonate ed azioni di depistaggio sugli avvenimenti del DC9 dell’Itavia e della strage di Bologna. Azioni per le quali il Colonnello Mannucci fu incriminato insieme ad un suo collega anche esso ufficiale dei Servizi ma del Sios dell’aeronautica, Umberto Nobili. Alla stregua della celebre scena del film “Fantozzi contro tutti”, uscito nelle sale cinematografiche pochi mesi dopo i fatti stragistici dell’estate del 1980, nella quale Filini e Fantozzi fanno una telefonata al loro MegaDirettore Visconte Cobram facendo “l’accento svedese” per restare anonimi ma venendo prontamente riconosciuti, così i due ufficiali militari vengono indicati e come autori di una telefonata depistante partita dal Centro Sismi di Firenze.
Questo nonostante “Manfredi”, nome di copertura utilizzato dal Colonnello Benincasa in sue diverse azioni, presumibilmente nel suo ufficio Sismi disponeva di numerosi ritrovati della tecnologia, gli stessi sviluppati dal già noto IRCS di Torino, istituto consulente di vari apparati dei Servizi e legato a Flaminio Piccoli che nel 1983 entrò in una inchiesta per traffico di armi nucleari. Programmi come il Progetto Voice meglio detto “cambia voce telefonico”, il Progetto Sirio un sistema di alta tecnologia nel campo delle telecomunicazioni, il Progetto Galileo o “orecchio bionico” per spiare le comunicazioni via cavo o via fibra ottica. Il Colonnello Nobili secondo alcuni fu solo una pedina utilizzata dal Colonnello Mannucci a favore di alcune azioni del Sismi dietro la copertura di stretti rapporti familiari. Legami dati anche dal fatto che i due non erano lontani di abitazione vivendo entrambe le famiglie nella zona di Firenze sud, a breve distanza tra l’altro dalla sede del Comitato Rivoluzionario Toscano. Dove si riuniva, durante il sequestro Moro, il “cervello politico delle Brigate Rosse”.
Luca Pingitore

