Afghanistan. Un crocevia ad un bivio

Categories: Afghanistan, Articoli del Direttore, Geopolitica & ViaggiPublished On: 28 Agosto 2026Last Updated: 28 Agosto 2026Tags: , ,

L’intercedere del vecchio pedalò a forma di cigno scalfisce l’intenso e coinvolgente blu delle acque del Bandi-Kaybulat, uno dei laghi facente parte del complesso lacustre dei Band-e Amir, situato nel cuore dell’Afghanistan. Come in una sorta di autoscontro acquatico i vari cigni si avvicinano, a volte si sfiorano, si guardano ma non si toccano. Sulle imbarcazioni giocattolo diverse comitive maschili si godono minuti di relax.
Il sole alto e la conseguente afa estiva condizionano in maniera naturale la temperatura, rendono faticose le pedalate, diffondono rilevanza onirica al contesto naturalistico ed ambientale favorendo eventuali e particolari allucinazioni. O forse, chissà, veri e propri sogni….
Sul lungo lago si materializzano alcuni uomini dall’apparenza rude vestiti con vecchie uniformi militari di seconda mano riciclate da qualche stock abbandonato dall’esercito statunitense. Armati di fucili e di un mitragliatore a spalla con relative munizioni portate a mano in cassette metalliche come delle valigette 24 ore, stazionano di vedetta proprio davanti l’unico punto di conforto.
Un gazebo fisso che ripara dal sole approntato da assi di legno, con rami d’albero per soffitto e un tappeto di manifattura locale per pavimento.
Siamo adagiati in compagnia del Superiore Talebano sulla pregevole moquette dai disegni tradizionali, sorta di moderno triclinio, intenti a sorseggiare roventi tazze di thè che abbassano la nostra temperatura corporea e ci concedono momenti di piacevole distensione.
Lo stuolo dei Notabili al seguito del Superiore, dietro assenso della scorta, si concede un giro sul lago a bordo di un paio di cigni a pedali.
Il nostro colloquio con l’Alto Amministratore Talebano ed Il Vecchio Saggio si svolge pacato, a tratti quasi informale. L’atmosfera socievole stimola lo scambio di battute fino quasi ad osarle.
“A noi interessa vivere in pace e per questo motivo operiamo per il riconoscimento internazionale del nostro Governo”, si premura di sottolineare l’Alto Talebano.
Con lo sguardo verso il blu del lago prosegue: “Questi luoghi sono uno dei fiori all’occhiello del nostro Paese, il turismo interno verso quest’area è in continua crescita”.
Anche il Vecchio Saggio conferma le parole appena pronunciate da parte dell’Alto Amministratore.
“E gli stranieri? Fa piacere vederci da queste parti?”, chiediamo.
“Vedete…voi e tutti quelli come voi siete e sarete i benvenuti. Sapete perché? Per un semplice motivo: avete il visto d’ingresso e siete entrati nel Paese in maniera regolare”, risponde l’Amministratore Talebano.
Per un istante, in maniera del tutto ingenua conseguenza delle quotidiane polemiche politiche e mediatiche di natura occidentale cui siamo abituati, pensiamo a problemi di immigrazione clandestina anche qui in Afghanistan.
Neanche il tempo di elaborare il pensiero e l’Amministratore Superiore precisa: “A noi piace la gente come voi. Non ci piacciono e non vogliamo coloro che si infiltrano attraverso i nostri confini in maniera occulta, segreta e irregolare con l’unico intento, ispirato da alcuni Paesi stranieri, di sobillare, sovvertire e combattere il nostro Governo e le nostre Istituzioni. Ben vengano i turisti, restino fuori agenti stranieri e terroristi internazionali.”
E aggiunge in maniera solenne: “Vogliamo essere amici di tutti. Ma nessuno deve venire a casa nostra ad occuparci e ad imporci comportamenti e impostazioni da seguire.”
Avvaloriamo la chiarezza del suo discorso scambiando tra di noi ridacchiate che lasciano sottintendere di aver capito ma… l’Importante Talebano ci stuzzica fulmineo con una arguta battuta: “Perché sorridete pensando ad altri? Qui in Afghanistan c’eravate anche voi italiani con il vostro esercito…”
Ridacchiamo abbastanza dimessi questa volta.
L’affabile conversazione, nell’improvvisato salotto al cospetto dall’Amministratore e dal Saggio, prosegue tra un sorso di thè e l’altro, accenni conviviali e spunti più formali. Nella situazione in cui ci troviamo è però solo il tempo ad esser con noi tiranno, costringendoci così ad accomiatarci dai Due Talebani con la consapevolezza di esser stati interlocutori privilegiati della Storia.
Per effetto della dissolvenza incrociata nel cortometraggio mentale che stiamo vivendo, la scena si trasferisce ad Herat, la terza città per grandezza dell’Afghanistan e antico crocevia sulla rotta ad est da e verso la Persia.
Qui fu acquartierato l’esercito italiano dal 2001 al 2021, gli anni delle operazioni belliche condotte dal capofila esercito degli Stati Uniti e i successivi delle attività di cosiddetta messa in sicurezza, addestramento e assistenza al nuovo esercito afghano svolte sotto l’egida Nato.
Campo Arena, la base italiana ubicata nel settore sud dell’aeroporto di Herat risulta oramai abbandonata ed in attesa di una riqualificazione dal giorno di fine missione.
All’esterno del vasto perimetro della vecchia base diversi sono i segni ed i simboli ancora visibili che richiamano all’Italia. Come ovviamente anche al suo interno con quel che resta del Roxy Bar, l’angolo che regalava momenti di distensione ai militari di stanza nel mezzo del deserto afghano. Parte architettonica integrante del funzionante aeroporto cittadino, seppur come area oramai in disuso, la base è stata sede militare di una missione ventennale che ha contato cinquantatrè morti, il più alto numero di caduti in teatri di guerra versato dall’Italia dopo la II° Guerra Mondiale.
A questi va aggiunta la perdita di Maria Grazia Cutuli nel 2001, inviata dal Corriere delle Sera a seguire i primi momenti dell’invasione americana, e uccisa insieme ad altri colleghi stranieri non lontano dalla diga di Surobi, nell’ovest del Paese.
Sorte simile a quella toccata ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia nel 1994, Enzo Baldoni in Iraq nel 2004 e, probabilmente, anche ad Italo Toni e Graziella De Palo nel 1980 in Libano.
In seguito al repentino disimpegno militare statunitense, nell’agosto 2021 tutte le forze militari regolari straniere lasciarono frettolosamente l’Afghanistan.
Statunitensi e sodali andarono via quasi fulmineamente abbandonando mezzi, armi, divise e vettovaglie.
I Talebani fecero così ritorno al Governo e preso possesso di tutte le infrastrutture occupate o appositamente costruite da Stati Uniti e paesi della coalizione.
Vecchie caserme, antiche fortezze, storici palazzi, piccoli aeroporti sono quasi tutti ora riutilizzati dalle nuove milizie afghane alle quali è bastato solo entrarvi.
Anni di cruenta guerra per poi scappare e lasciare importanti regali al nemico.
Per qualche anno i salotti occidentali si sono interrogati su questa presunta incongruenza fin quando, pochi mesi fa, tutto è risultato chiaro.
Abbandonare lo scenario afghano, divenuto oramai un pantano, era già stato pianificato per poter così passare poco dopo a quello iraniano.
Giochi geopolitici internazionali, giochi cui l’Afghanistan è uno dei tavoli preferiti da qualche secolo ma, per restare alla storia contemporanea, è stato soprattutto negli ultimi sessanta anni che ha vissuto in un continuo stato di guerra.
Nel 1979, l’Unione Sovietica fece il suo ingresso armato nel Paese muovendo dalle Repubbliche del Turkmenistan e dell’Uzbekistan.
Il conflitto durò circa un decennio e terminò poco prima del collasso dell’Urss (alcuni considerano quella guerra come una delle cause di accelerazione di quel processo) e diversi segni sono ancora visibili girando per l’Afghanistan.
Come nell’antico palazzo nei dintorni di Mazar I Sharif utilizzato appunto dall’Armata Rossa dove all’interno è possibile ancora notare simboli e mosaici sovietici scoloriti dal tempo e lasciati all’incuria. I nuovi inquilini del palazzo, i talebani, ne hanno fatto una sorta di spazio autogestito con biblioteca, sala preghiera e piscina alimentata con acqua di irrigazione dei campi.
Ma diversi sono soprattutto i relitti di carri armati sovietici in cui è possibile imbattersi spostandosi per il Paese.
Fotogenico il “carro armato della pace” posizionato sotto gli incavi oramai vuoti dei Buddha di Bamiyan distrutti nel 2021.
Quasi beffardi quelli lasciati nel campo sotto le mura della stazione di polizia che a sua volta fu presidio dell’esercito statunitense.
Inducente alla riflessione quello quasi sopraffatto dalla vegetazione e utilizzato dai bambini come scivolo ai margini di una delle poche vere grandi strade extraurbane.
Scenografico il cimitero di mezzi militari non lontano dal celebre passo di Salang sulla strada che porta nel profondo della valle del Panjshir, la regione ribelle spina nel fianco di sovietici, americani e talebani stessi.
Una zona tanto straordinaria a livello naturalistico con l’omonimo fiume Panjshir che si incunea nella catena montuosa dell’Hindu-Kush creando delle profonde e maestose gole, quanto indomabile a causa proprio della sua conformazione morfologica e della gente di etnia tagika, una delle tre maggiori che compongono la popolazione afghana, che la abita.
Tagiko nato nel cuore della valle era Ahmad Shah Massoud, conosciuto come il “Leone del Panjshir”, il combattente alla guida dei mujaheddin che resero la vita difficile ai sovietici e in seguito ai primi talebani.
L’autodefinito Generale Massoud fu assassinato proprio due giorni prima della distruzione delle Torri Gemelle di New York, crollo che fu assunto come atto terroristico giustificante la conseguente invasione statunitense dell’Afghanistan.
I mujaheddin, rintanati nella valle del Panjshir seppur senza leader storico e forse anche con qualche controversa ambiguità, continuarono comunque a creare grossi problemi anche agli occupanti a stelle e strisce.
Entrare e girovagare per la valle del Panjshir non è sempre possibile. Numerosi check point controllano accessi e movimenti per evitare il passaggio di armi e terroristi.
Assalti alle postazioni e scambi armati tra talebani e la sorta di moderni mujaheddin ancora attivi è quasi la consuetudine.
Come quelli avvenuti pochi giorni prima e pochi giorni dopo la nostra sortita tra quelle montagne. Lo sceneggiatore del nostro presunto viaggio onirico ha lasciato aperta una finestra temporale per permetterci di recarci a visitare un luogo unico.
Non per ideali ma per storia, esclusività, scenario.
La tomba mausoleo di Massoud è posta non lontano dal villaggio dove ebbe i natali e dall’altura sulla quale svetta si gode di un panorama raro.
Il sito è accessibile solo dopo aver lasciato ogni tipo di tecnologia audio-video-foto nelle mani dei talebani adibiti a guardie. Sembra quasi un contrappasso essendo stato il leader assassinato proprio con un ordigno nascosto in una telecamera.
L’area del mausoleo risulta dimessa e lo stato di quasi abbandono stride con l’aurea di importanza che circonda il personaggio ivi sepolto.
Questo perché il Leone è stato uno strenuo avversario dei talebani ed è ancora una figura fortemente iconica per i numerosi attuali seguaci che continuano ad avversarli guidati ora, dal suo esilio in Tagikistan, dal figlio del Generale.
Un piccolo paradosso è rappresentato dal fatto che Massoud è tumulato all’interno di un piccolo, seppur scarno, mausoleo mentre il sepolcro di quello che è stato il fondatore e Guida Suprema del movimento talebano, il Mullah Omar, è composto giusto da una quasi anonima struttura di ghiaia e mattoni bianchi la cui localizzazione è rimasta segreta fino a pochi anni fa e continua a non esser pubblicizzata.
Un luogo semplice nei dintorni della località nel sud del Paese dove aveva vissuto nascosto fino alla sua morte e anche questo non semplice da raggiungere.
Ma è praticamente tutto l’Afghanistan ad esser di non agevole attraversamento. Sistema stradale quasi inesistente e diversi controlli di sicurezza ne rallentano gli spostamenti donando però a questa lentezza un elemento di piacere.
Paesaggi che mutano dal montagnoso al semidesertico, villaggi e mercati, fiumi e bacini idrografici, campi di cotone e foreste. Tutto regala straordinarietà.
Un Paese problematico e con diverse contraddizioni dove le condizioni sociali e molte regole vigenti, che cambiano di continuo creando confusione, appaiono stridenti con la cordialità, l’interesse, il senso di ospitalità che ti viene manifestato ovunque e da chiunque.
Indifferentemente che si tratti di gente appartenente ad una delle etnie che compongono il variegato mosaico afghano: pashtun, tagika, hazara, uzbeka, turkmena.
Un Paese dove i pregiudizi che chi arriva da queste parti si porta come bagaglio vengono in varie occasioni incrinati.
Quando sorprese figure femminili ti rivolgono esse stesse per prima la parola incuriosite.
O quando gli inviti a bere un thè in compagnia o magari per una cena in casa provengono da barbuti uomini armati dotati, spesso, anche di inaspettata ilarità.
I talebani non sono tornati al potere ma è una “nuova generazione” di talebani che è salita al potere. “Non ci sono più i talebani di una volta”, verrebbe da dire. La battuta non si scosta di molto dalla realtà.
Negli anni più bui dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan del Mullah Omar, tra il 1996 ed il 2001, come anche negli anni a cavallo tra questo ed il precedente governo filosovietico diversi interessi stranieri agitavano e foraggiavano le diverse anime in cui era frammentato il Paese. Pakistan, Turchia, Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Iran e diversi altri governi o correnti geopolitiche al loro interno. Ognuno faceva il suo gioco pervaso di violenza ed efferatezza.
Oggi la bandiera bianca con la shahada, la testimonianza di fede parte integrante dei cinque pilastri dell’Islam, sventola sulla collina che domina la capitale Kabul. Un simbolo non nuovo ma che forse guarda ad un futuro diverso.
I talebani mirano al completo riconoscimento internazionale ed alla stabilità e per percorrere questa strada dovranno inevitabilmente tralasciare almeno qualcuna delle regole in vigore.
Regole abbastanza stringenti sì ma che osservando vari dettagli, sembra azzardato dirlo, tra le righe mostrano percettibili crepe.
Fessure però che se non convogliate per tempo nella giusta direzione potrebbero portare anche al collasso piuttosto che ad un cambiamento.
Sempre che qualcuno dei soliti giocatori incalliti decida magari dall’esterno che tutto debba restare come è da lungo tempo a questa parte e si metta a tirare nuovamente i dadi. Le scintille d’altronde non mancano in differenti angoli del Paese.
“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale” è il disclaimer finale del nostro viaggio che in alcuni contesti e per alcune situazioni potrebbe esser sembrato frutto di illusione.
No. E’ l’Afghanistan.

Luca Pingitore

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