VIETNAM: IL DOTTORE DELLA STORIA
“Sono vietnamita, vietnamita del sud”, il Dottore si rivela ed inizia a raccontare frammenti della sua storia personale. Thè al miele di produzione autoctona accompagnato da chips di banana, mango fresco e acqua di cocco sorseggiata direttamente dalla noce, carne essiccata di cobra abbinata ad un tradizionale vino di serpente. Degustando lentamente questi prodotti all’ombra di una tettoia di fogliame che ci ripara dai 35° di temperatura ma non dall’80% di umidità, instauriamo una piacevole conversazione con il nostro estemporaneo compagno di spostamenti.
Un uomo oramai anziano dall’ingannevole baffo alla messicana, paffuto, ricoperto d’oro con orologio, catenazzo e anelli papali, dagli indumenti e cappellini costituiti da paillettes richiamanti anche questi all’oro ed all’argento, con i capelli che tradiscono l’esser in realtà un unico parrucchino ben pettinato.
Un truzzo, si sarebbe detto ai tempi dei paninari negli anni ’80.
L’abbiamo incrociato nella metropoli di Ho Chi Min mentre ora siamo su uno degli isolotti dislocati nel centro del ramo principale del fiume Mekong, nell’area dove si crea il suo delta poco prima che sfoci nel mar Cinese Meridionale.
Siamo arrivati sull’isola con una motonave e restiamo in attesa di salire su di un sampan a remi, tipica barca asiatica con la quale ci accingiamo a proseguire nel nostro itinerario.
Ci troviamo a tutti gli effetti nella Repubblica Socialista del Vietnam ma fino al 1976, anno ufficiale della riunificazione con il Nord, qui saremmo stati nella Repubblica del Vietnam del Sud.
La patria del Dottore che abbiamo di fronte e che pian piano si apre e si lascia andare a diverse confessioni.
Ulteriori le rilascia nella città di Can Tho, rinfrancato dalla brezza fluviale, durante una cena sul fiume Hau, altro ramo del delta del Mekong.
Durante gli anni della “guerra del Vietnam” il Dottore era incorporato nella Forza Aerea della Repubblica del Sud come pilota di elicotteri e nel 1975, nei giorni della caduta dell’allora capitale Saigon, scappò negli Stati Uniti riuscendo a portarsi dietro tutta la famiglia.
“Se non l’avessi fatto, sarei stato a lungo in prigione. Rieducazione…”, ridacchia.
Il Dottore è stato un attore della guerra che infognò per lungo tempo gli Stati Uniti.
Nel corso del ventennale conflitto, milioni di bombe, comprese quelle chimiche e le famigerate al napalm, furono lanciate dalle forze aeree americane e da quelle sudvietnamite sulla jungla al confine con la Cambogia. Era l’unico mezzo per provare a stanare i Vietcong che dal nord del Vietnam attraverso Laos e Cambogia stessa andavano a combattere insieme ai Rivoluzionari del sud avversi al “governo fantoccio” statunitense [espressione utilizzata a livello ufficiale in Vietnam. N.D.R.] instaurato appunto nella parte meridionale del Vietnam.
L’impenetrabile jungla, afosa, sconosciuta, di scarsa visibilità al suo interno, era seminata nel sottosuolo da centinaia di chilometri tra tunnel, cunicoli, anfratti, trappole utilizzate dai Vietcong e nascosti dalla vegetazione.
Afa, caldo, umidità, zanzare, rettili striscianti, sabbie mobili gli elementi caratterizzanti l’ambiente circostante. Ancora oggi il reticolo sotterraneo che dai dintorni dell’ex Saigon arriva fino in Cambogia resiste. In alcune apposite aree adattate ai visitatori si può discendere all’inferno in uno di quei buchi e provare a percorrerlo per alcune decine di metri piegato carponi. Spesso, date le anguste dimensioni, capita inevitabilmente di doversi sfregare alla volta o alle pareti. A volte si resta bloccati al semibuio in attesa di colui che ti precede rimasto incastrato a causa di incertezza e della sua corporatura. In quei momenti è possibile avvertire un principio di insanità mentale. Fuoriuscire dal terreno ancor più madidi di sudore di quando ci si è infilati può essere avvertito come una liberazione.
Condizioni estreme che provano oggi i semplici visitatori. Un gioco rispetto alla situazione reale quando da queste parti si combatteva e si moriva.
Un rinfrescante succo di anguria gustato tra le mercanzie di uno degli zatteroni dei quali si compongono i diversi mercati galleggianti sul fiume Mekong, porta il Dottore ad aprirsi ancor di più.
Ufficiale e pilota di elicotteri per l’esercito del sud e quindi di supporto agli statunitensi, dai giorni della caduta di Saigon avvenuta a fine aprile 1975 vive stabilmente negli States, anche lì in uno degli stati del sud, avendone ottenuto ben presto la cittadinanza e svolgendo nel corso degli anni una illustre carriera nel campo della medicina.
Il 30 aprile 1975, Saigon cadde alle forze dei vietnamiti del sud e del nord fautori della liberazione completa del paese e della conseguente riunificazione. La città venne rinominata Ho Chi Min in onore del Padre della Rivoluzione.
Da parte statunitense scattò, già nell’imminenza della sconfitta, l’ “operazione Frequent Wind” prevista per l’evacuazione di tutto il personale civile e militare Usa e dei paesi a loro alleati. Furono predisposti appositi voli aerei verso paesi amici limitrofi e missioni di elicotteri militari diretti sulle portaerei statunitensi stazionanti al largo del mar Cinese. Molti sudvietnamiti oramai compromessi con l’imminente nuovo governo in procinto di salire al potere e consci di essere stati collaborazionisti delle forze occupanti a stelle e strisce, si riversarono nel territorio dell’Ambasciata americana dell’ancora per poco Saigon cercando di accaparrare per loro e per i familiari qualche posto sugli ultimi elicotteri in decollo dal tetto dell’edificio diplomatico.
Alcuni velivoli addirittura caddero sotto il peso di molti che si erano aggrappati l’un l’altro formando una sorta di scaletta umana.
Gli Stati Uniti nella repentina fuga dal paese lasciarono diversi sudvietnamiti sul campo, non solo in quella che era stata l’Ambasciata. Non il Dottore e la sua famiglia che, per la posizione occupata in seno alle forze del sud, riuscì a scappare ed ottenere poi una adeguata posizione sociale. Forse un piccolo dejavu di quello che accadde a diversi gerarchi tedeschi riciclati a nuova vita nei paesi sudamericani dopo la fine della II° Guerra Mondiale.
Nei primi anni successivi alla disfatta molti dei vietnamiti filoamericani o comunque non in linea con gli ideali del nuovo Vietnam finalmente unito ed indipendente, pensarono bene di salpare dalle coste per mezzo di bagnarole di fortuna, anticipando i tempi delle grandi migrazioni odierne che attraversano l’Europa. Molte di quelle imbarcazioni furono lasciate per giorni alla deriva e senza soccorsi dalle stesse portaerei e navi statunitensi e respinte da alcuni governi del sud-est asiatico per meri calcoli politici.
L’ àncora di salvezza alla quale, fisicamente e metaforicamente i profughi cercavano di aggrapparsi fu gettata da un paese geograficamente lontano. L’Italia, mossa a compassione, organizzò infatti una missione di salvataggio indirizzando due incrociatori ed una nave di supporto verso il mar Cinese Meridionale pattugliandolo alla ricerca di qualche barca carica di fuggitivi. I marinai italiani riuscirono a salvare circa mille esuli che vennero sbarcati all’ultimo momento, per risvolti mediatici, su uno dei moli di Venezia invece che nel predestinato e più pratico porto di Taranto. Da allora una folta comunità, oramai solo di origine, vietnamita vive tra Veneto e Friuli.
Il Dottore durante una visita ad uno dei vari templi buddisti in cui ci soffermiamo, preso dalla misticità della situazione, ci svela la sua intima missione di generosità e beneficenza.
Dall’anno 2000, anno in cui il Vietnam si è aperto a livello internazionale dopo la fine delle sanzioni che lo colpirono fino al 1994, il Dottore ha iniziato a ritornare quasi ogni anno in quello che comunque resta sempre il suo paese, “seppur oramai riunito con il nord in chiave socialista”, sottolinea.
In ogni viaggio porta con sé ingenti quantitativi di medicinali che distribuisce personalmente ad ospedali ed associazioni mediche nonché diversi dollari di cui rende beneficiari povera gente e a volte anche solo semplici cittadini che incrociano la sua strada per qualche servizio vario.
Sul traghetto per l’isola di Phu Quoc il ricordo del Dottore è già lontano.
Unici stranieri in mezzo ad un forte spaccato di popolazione vietnamita affrontiamo la traversata consci di vivere la vera essenza del Vietnam.
Le sabbiose spiagge dell’isola dilatano poi nel tempo i nostri recenti ricordi.
All’improvviso la stazza del Dottore si materializza in maniera immaginifica tra le roventi baracche di alluminio e le recinzioni di filo spinato, resti ricostruiti della ex prigione collocata sull’isola.
Creata in origine dai francesi ai tempi delle Guerre di Indocina e riutilizzata da statunitensi e loro subordinati anticomunisti del Sud Vietnam in seguito, era un campo dove torture e vessazioni subite dai prigionieri Vietcong erano all’ordine del giorno.
Gli aguzzini erano colleghi d’armi e di ideologia di quel Dottore da noi conosciuto pochi giorni prima come persona gentile, generosa, spiritosa anche se dall’aria dimessa.
Ci rendiamo conto che qui a Phu Quoc in pochi sanno localizzare il sito che cerchiamo ma quando lo troviamo il Padre della Rivoluzione Ho Chi Min ci saluta da lontano.
La lunga pista del vecchio aeroporto dell’isola, divenuta oramai un vialone nel nulla e il piccolo edificio con torre di controllo annessa un negozio di generi alimentari e cianfrusaglia varia, ci porta diretti al cospetto del Leader vietnamita. Sembra chiamarci a distanza con i suoi diciotto metri di altezza, raffigurato in un monumento imperioso che personalmente mi riporta a Pyongyang davanti il Grande Monumento Mansudae, sotto la coppia di statue raffiguranti Kim Il-sung e Kim Jong-il più alte di solo un paio di metri rispetto all’Ho Chi Min di Phu Quoc.
Viene da ripensare alla sera trascorsa a Can Tho dove a poca distanza dalla statua di colore giallo-oro raffigurante anche essa Ho Chi Min, il Dottore raccontava la sua vita da acceso oppositore al Leader della Rivoluzione. Una piccola coincidenza paradossale: Ho Chi Min con il braccio alzato sembrava accogliere il figliol prodigo.
Eravamo sbarcati al nostro arrivo in Vietnam direttamente ad Hanoi, capitale odierna e già capitale della vecchia Repubblica del Nord, giusto nei giorni della ricorrenza del genetliaco del Presidente della Repubblica Democratica. Ne facciamo la sua conoscenza diretta proprio il giorno dell’anniversario dei centotrentasei anni dalla sua nascita. Sotto l’aria soffocante del caldo umido tipico di queste latitudini ci mettiamo in fila insieme a cittadini, studenti, gruppi di associazioni, militari, altri visitatori stranieri. In rigoroso ordine e in discreto silenzio affrontiamo il serpentone umano finchè finalmente non tocca anche a noi godere del fresco durante i pochissimi minuti che ci vogliono per entrare nel cuore del Mausoleo di piazza Ba Ðình dove il corpo imbalsamato del Padre del Vietnam riposa dal 1975 e fuoriuscire. Il Presidente è lì nel suo sarcofago omaggiato quasi ogni giorno da centinaia di persone che procedono su tre dei suoi lati cercando di fotografare quegli istanti nella propria memoria. Come accade quando si va in visita ai corpi di Lenin esposto nel Mausoleo della piazza Rossa a Mosca, di Mao Tse Tung nel Mausoleo di piazza Tienanmen a Pechino, di Kim Il-sung e Kim Jong-il nel Palazzo del Sole di Kumsusan a Pyongyang. Idolatria, Devozione, Emozione, semplice curiosità muovono, a seconda dei casi, chi si reca a vivere queste esperienze simili ma completamente diverse l’una dall’altra.
Il compleanno di Ho Chi Min in corso e da poco trascorso anche il 51° anniversario della Riunificazione del Paese, ci troviamo in Vietnam in un periodo abbastanza evocativo.
L’incontro con il Dottore deve ancora avvenire, le sinuose anse del fiume Sao Ke tra caratteristici rilievi, risaie, distese di fiori di loto scivolano verso il Golfo del Tonchino luogo denso di significato che bagna il Vietnam settentrionale.
Oggi i turisti nella baia di Ha Long, porzione di mare del golfo stesso, si concedono una delle crociere più scenografiche al mondo senza che molti di essi pensino o addirittura sappiano di trovarsi in un posto altamente significativo. In acque poco distanti, infatti, nel 1964 avvenne, vero o presunto, il casus belli considerato convenzionalmente l’inizio della Guerra in Vietnam.
La guerra divenuta un emblema su scala mondiale non solo per la sconfitta subita dagli Stati Uniti ma anche per tutto quello che a livello geopolitico, storico, sociale, massmediatico, giornalistico, cinematografico, come anche psicologico nelle menti di chi l’ha vissuta in prima persona, ha significato e continua ancora oggi a rappresentare.
Personaggi come Il Dottore sono testimoni diretti di quella guerra.
Da interlocutori privilegiati abbiamo trascorso del tempo in compagnia di un interprete di un’epoca, di un protagonista della Storia.
Luca Pingitore

