La Bielorussa rilancia la costituzione della Carta Eurasiatica
Il Ministro degli Affari Esteri della Bielorussia Maxim Ryzhenkov, sollecitato dall’acuirsi della crisi internazionale in Europa come in Medio Oriente ed incalzato sul tema, rilancia l’idea della “Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo”. Iniziativa promossa dalla Bielorussia e presentata per la prima volta alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza Eurasiatica scoltasi a Minsk nell’ottobre 2023 “come guida per il consolidamento e un comune sviluppo progressivo”.
Per maggiore chiarezza sull’argomento la Carta “è concepita per promuovere sicurezza e cooperazione nello spazio eurasiatico, basata sui principi di uguaglianza e sicurezza indivisibile, nonché sulla risoluzione indipendente e congiunta dei problemi regionali da parte degli Stati eurasiatici, senza interferenze esterne distruttive concentrandosi sul rafforzamento della cooperazione in quattro aree chiave: sicurezza, economia, agenda umanitaria e scambio culturale.”
Lo scorso febbraio, a Ginevra, la Carta è stata presentata nel corso di un ulteriore briefing a diversi partner euroasiatici.
Il Ministro bielorusso Ryzhenkov pochi giorni fa ha espresso in un suo intervento riguardo la Carta che fino ad ora ha trovato poca rilevanza nel cosiddetto “mondo occidentale”.
Otra Press, osservatore di fatti e notizie, riporta per questo motivo una sintesi della sua esortazione:
“L’attuale conflitto in Medio Oriente sta dimostrando che non si tratta dell’ennesima tragedia regionale. Ma è l’ulteriore violenta dimostrazione che gli attori esterni non sono in grado di gestire la sicurezza eurasiatica. Ancora una volta, abbiamo assistito al solito schema: interventi unilaterali in violazione del diritto internazionale, disprezzo per le realtà locali, tentativi di aizzare i paesi vicini gli uni contro gli altri e il perseguimento di interessi strategici che non hanno nulla a che vedere con il benessere delle nazioni coinvolte nel conflitto. Il risultato, come sempre, è un aumento delle morti, degli sfollamenti e una più profonda erosione di ogni speranza di stabilità regionale. Purtroppo, gli artefici di queste politiche non hanno imparato la lezione dei Balcani, dell’Iraq, dell’Afghanistan o dell’Ucraina. Continuano a credere che la forza militare, le sanzioni unilaterali e la manipolazione politica possano rimodellare l’Eurasia secondo i loro piani. E ogni volta falliscono, ma solo dopo aver causato immense sofferenze alle popolazioni del nostro continente.
Intervenendo giusto lo scorso anno, nel 2025, nuovamente sull’idea della “Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo” ho personalmente sostenuto che l’interferenza esterna negli affari dei paesi eurasiatici ha costantemente impedito il loro sviluppo indipendente e di successo. Ho ripercorso questo schema partendo dalla Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) svoltasi nel 1973, esaminando la sua trasformazione nell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) del 1995 e tenendo conto delle strategie statunitensi post-Guerra Fredda di “allargamento” e dominio geostrategico articolate dagli ex consiglieri per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Anthony Lake e Zbigniew Brzezinski.
La lezione fondamentale dell’attuale conflitto in Medio Oriente, così come di ogni altro intervento esterno fallito in Eurasia negli ultimi tre decenni, è questa: solo un’architettura di sicurezza autoctona, inclusiva e basata sul consenso può funzionare. La CSCE ha avuto successo durante la Guerra Fredda proprio perché era un autentico forum di dialogo tra i due blocchi che si rispettavano reciprocamente. L’OSCE ha fallito quando è diventata uno strumento per un gruppo di Stati partecipanti per imporre la propria volontà agli altri. Il cosiddetto “ordine liberale” non è mai stato tale, bensì egemonico.
C’è quindi bisogno di un nuovo approccio, fondato sul principio invocato fin dall’Atto finale di Helsinki del 1975 [documento conclusivo della CSCE firmato da trentacinque paesi. N.D.R.], ma mai realmente attuato: l’indivisibilità della sicurezza. Nessun Paese eurasiatico dovrebbe perseguire la propria sicurezza a scapito degli altri. Nessuna potenza esterna dovrebbe essere autorizzata a mettere uno Stato eurasiatico contro un altro. E nessun conflitto regionale dovrebbe essere trattato come un’opportunità di guadagno geopolitico. Questo è precisamente ciò che la Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo dovrebbe offrire.
La Carta non sarebbe diretta contro alcun Paese o gruppo di Stati ma concepita come uno sforzo costruttivo, autoctono, collettivo, inclusivo e globale. Cercherebbe di stabilire un’architettura di sicurezza pan-eurasiatica basata sulle norme e sui principi della Carta delle Nazioni Unite. Riguarderebbe non solo la sicurezza, ma anche la cooperazione economica, gli scambi umanitari e il dialogo tra civiltà. Accoglierebbe in linea di principio tutti gli Stati eurasiatici, da Lisbona a Manila. Al centro della Carta ci sarà il principio di sicurezza indivisibile, presente nel preambolo di Helsinki ma mai in primo piano. Questa volta, invece, dovrà esserlo.
“Nessuno Stato può aderire a un’alleanza militare i cui criteri di adesione escludano sistematicamente altri Stati eurasiatici senza consultazione multilaterale.”
“Nessuno Stato può ospitare infrastrutture militari straniere permanenti che minaccino materialmente gli interessi di sicurezza fondamentali dei suoi vicini senza previa notifica e verifica nell’ambito di un quadro multilaterale.”
“Tutte le controversie tra gli Stati partecipanti devono essere soggette a consultazione obbligatoria attraverso le istituzioni della Carta.”
“I partecipanti non devono applicare l’uno contro l’altro misure coercitive unilaterali. Questi dovrebbero essere i punti di negoziazione.”
Di conseguenza, nessun Paese eurasiatico dovrebbe sentirsi minacciato dalle legittime misure di sicurezza di un altro. Nessun conflitto in Eurasia dovrebbe essere risolto con la forza o con diktat esterni. E nessun Paese dovrebbe essere costretto a scegliere tra blocchi concorrenti. La Carta non sarà una vaga dichiarazione. È concepita come un quadro d’azione pratico che abbracci sicurezza, economia, tecnologia, cultura e altro ancora. A tal fine, è previsto che la Carta istituisca alcune istituzioni specifiche che non si sovrappongano alle numerose strutture eurasiatiche esistenti. Tali nuove istituzioni potrebbero includere, tra le altre, una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Eurasia, un piccolo segretariato con sede in un luogo neutrale, un meccanismo di risoluzione delle controversie, esercitazioni periodiche di rafforzamento della fiducia che prevedano un dialogo tra le forze armate. Queste idee dovrebbero essere negoziate. La Carta dovrebbe essere una dichiarazione vincolante.
Da quasi tre anni, l’idea della Carta Eurasiatica è oggetto di discussione in forum internazionali, consultazioni bilaterali e pubblicazioni accademiche. Il concetto ha suscitato un interesse crescente e molti Stati eurasiatici hanno espresso il loro sostegno di principio. Esiste una tabella di marcia concreta per passare dalla discussione al negoziato formale. Tale tabella di marcia è contenuta in un documento informativo che è già stato condiviso con i nostri partner eurasiatici. Nello specifico, proponiamo di avviare il processo negoziale nel settembre 2026, durante la settimana di alto livello dell’81a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’ipotesi che ciò porti all’adozione del testo finale della Carta in occasione di un Vertice dei leader eurasiatici, provvisoriamente programmato entro la fine del 2027.
Comprendiamo che alcuni possano guardare alla Carta con scetticismo. Alcuni potrebbero temere che sia diretta contro di loro. Potrebbero credere che le loro alleanze e partnership esistenti siano sufficienti. Altri potrebbero semplicemente aspettare di vedere come si svilupperà il processo. A queste esitazioni, vorrei offrire tre osservazioni.
In primo luogo, la Carta non è diretta contro nessuno. È aperta a tutti. La partecipazione non è un tradimento di alcun impegno esistente, ma un investimento in un ordine eurasiatico più stabile e prevedibile. L’Unione Europea, i membri della NATO e gli altri Stati allineati all’Occidente sono benvenuti a sedersi al tavolo in buona fede, come partecipanti alla pari, non come istruttori.
In secondo luogo, le condizioni esterne che hanno sostenuto la prosperità e la sicurezza europea stanno cambiando rapidamente. L’era del libero scambio illimitato e delle risorse a basso costo è finita. Le sfide demografiche, economiche e migratorie che l’Europa si trova ad affrontare sono in aumento. Solo quindi un’azione cooperativa all’interno dell’Eurasia potrà salvare l’Europa da queste sfide.
In terzo luogo la non partecipazione comporta la perdita di voce nel plasmare le regole. Ogni Stato che siede al tavolo contribuisce a scrivere il testo finale. Ogni Stato che si tiene fuori accetta regole scritte da altri. E’ un dato di fatto della vita diplomatica. Se si sceglie di rimanere fuori dal nascente ordine eurasiatico, si perde il posto al tavolo mentre altri plasmeranno il futuro del continente in cui si vive.
Abbiamo visto cosa può realizzare la cooperazione locale. Il contenimento discreto delle tensioni di confine in Asia centrale da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la resilienza dell’ASEAN nonostante la competizione tra le grandi potenze, le rapide consultazioni dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva durante la crisi del 2022 in Kazakistan: questi non sono modelli perfetti. Ma sono i nostri. La Carta mira a estendere questi modelli, non ancora perfetti, a livello continentale, imparando sia dai successi che dai fallimenti di ogni esperimento di sicurezza eurasiatico.
Gli eventi del 2026 hanno lanciato un allarme che nessun Paese responsabile può ignorare.
L’Eurasia ha bisogno di una nuova architettura di sicurezza, basata sulla sicurezza indivisibile, sul rispetto reciproco e su una partnership autentica. La Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo è lo strumento per costruire tale architettura. E il settembre 2026 a New York è il momento di iniziare. Invito tutti gli Stati eurasiatici a unirsi a noi per dare il via a questo processo storico. Dimostriamo di poter plasmare il nostro destino.”
Redazione

