Kosovo
Il 17 febbraio 2008, io Jena e Pingo ci trovavamo in giro tra la “solita” Ljubljana e Maribor. Alla radio ascoltammo la notizia: riconosciuta l’ indipendenza del Kosovo. Non passano neanche 2 mesi che io e Jena siamo già sul posto. Il paese era ancora sotto l’ egida della missione UNMIK della Nato. Ai tempi non c’ erano turisti, mancava l’ energia elettrica e diversi militari armati, check point e carabinieri in giro.
Particolare fu l’ esperienza di attraversamento del ponte sul fiume Ibar che divede(va) a metà la città di Mitrovice /Kosovska-Mitrovica tra albanesi e serbi, con grosso stupore misto a sospetto nei nostri confronti da parte dei militari francesi che controllavano il “confine”. E non ci siamo neanche fatti mancare un cappuccino al “Dolce Vita”, il bar a ridosso del ponte, lato serbo, centro franco internazionale di incontri e affari in stile “guerra fredda” ai tempi della Berlino divisa tra DDR e RDT. Ottimo punto d’ osservazione, il bar, secondo il solito e sempre ben informato “metronotte, nottambulo inguaribile” ( da sempre fonte di informazione preziosa per i nostri viaggi ) era una sorta di copertura, una “zona neutra”. Ai tempi, forse, fummo davvero i primi “turisti” in Kosovo e venivamo guardati con sospetto. Dal lato sud, quindi quello albanese del ponte, i militari francesi addetti al controllo del passaggio, ( una sorta di “check point Charlie” ) ci controllano i documenti e si interrogano su chi siamo ed il motivo del nostro esser li. Gli diciamo di essere semplici turisti ed il comandante, dopo averci pensato un po, titubante ci riconsegna i passaporti dicendoci: “Tourists… why not?… “, in pratica non credendo alle nostre parole…
Stupore nei nostri confronti lo provarono anche i soldati svedesi a guardia del monastero di Gracanica, i militari italiani che gestivano il check point con mitragliatore sul chi va là a difesa della zona del monastero di Decani, il contingente tedesco che “occupava” la piazza principale di Prizren.
La situazione era ovviamente ancora calda, si stava appena uscendo dalla guerra vera e propria. Tornare da Gracanica a Pristina non fu semplice, nessun serbo era disposto a d accompagnarci in taxi in città. Solo dopo che la comunità si mosse a compassione per noi due “arditi” turisti italiani fecero arrivare un ragazzo che prima di partire, però, si vide bene dal togliere dalla sua auto le insegne che tradivano la sua origine e ci abbandonò alle prime case cittadine sgommando veloce sulla strada del ritorno.
Una sera chiedemmo a delle ragazze di etnia albanese, fuori uno dei tanti caffè, le indicazioni per una zona di Pristina dove, secondo le indiscrezioni del solito “metronotte, nottambulo inguaribile”, si svolgeva la famosa nightlife della capitale… ci ammonirono di non andarci assolutamente, troppo pericoloso essendo una zona serba. Ringraziammo gentilmente per l’ avvertimento, io e Jena ci guardammo negli occhi per un istante e senza parlare prendemmo la strada per il quartiere in questione…
Per le strade giravano le camionette dei Carabinieri, i carri armati militari e fu incredibile la scena che vedemmo a Pec: il carro armato all’ autolavaggio ed il plotone che attendeva seduto sul ciglio della strada.
Elegemmo a nostro quartier generale l’ oramai mitico per noi Formula 1, una sorta di fast food primordiale. Diventammo subito ospiti d’ onore e trattati con benevolenza. Come d’ altronde accadde in qualsiasi bar, ristorante o esercizio commerciale dentro il quale capitavamo. Finanche nel bar sede degli ultras della squadra di calcio della capitale. Tra “colleghi” scattò subito la simpatia tra me e loro.
L’ uomo dal quale fittavamo la stanzaccia, il “Professore” a detta del nostro amico “metronotte, nottambulo inguaribile”, era prodigo di consigli.
Bellissima esperienza. Ma era il 2008, era da poco Kosovo ma era ancora UNMIK.
LUCA PINGITORE

