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  • Tre mesi nella Siberia estrema 2015

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    Il progetto “acque siberiane” è stato da me ideato nel 2011 con lo scopo di esplorare quelle regioni della Siberia che altrimenti sarebbero ignorate, dimenticate o semplicemente cancellate dalle rotte di ogni viaggio nella Terra Addormentata. Il 90% almeno dei viaggi in Siberia si attesta, infatti, sulla fascia meridionale di territorio che va dagli Urali centro-meridionali al Pacifico, passando per il lago Bajkal. Qualche eccezione viene fatta dagli amanti del viaggio “sulla strada”: motociclisti e motoristi in genere, velocipedisti e autostoppisti che si spingono, attraverso la Yakutia, fino a Magadan, seguendo l’unica via di comunicazione che collega Mosca e la Siberia con il mare di Okhotsk. Questa pista, denominata “strada delle ossa” per le sue origini legate al gulag e alla morte dei detenuti, è completamente rinnovata ed ha ormai perso quasi del tutto la sua mitica atmosfera, divenendo percorribile tutto l’anno anche con veicoli alla portata di tutti. Detto questo, resta grandemente esclusa dalle rotte del turismo, sotto ogni sua forma, tutta la parte della Siberia e dell’estremo oriente russo collocata tra la linea della Transiberiana e il Mar Glaciale Artico. Perché? La risposta è abbastanza semplice: si tratta dei territori più spopolati, privi di ferrovie, strade, grandi città, collegamenti e riferimenti in guide e resoconti di viaggiatori. Inoltre sono le terre che si spingono sempre più a nord, sempre più lontane dal sole meridionale e sempre più vicine alla tundra gelata. Il modo migliore per scoprirle è viaggiare via fiume, seguendo le arterie vitali della Siberia nascosta: i fiumi che nascono dalle montagne delle regioni centro-meridionali e corrono verso il Polo nord. Ob, Yenisej, Lena è troppo facile elencarli e fanno parte o hanno già fatto parte dei miei viaggi. Ci sono anche altri interessantissimi percorsi legati all’acqua, che si rivelano altrettante porte alla conoscenza di luoghi isolati.
    Nel 2015 sono stato tre mesi in Siberia e, tra le varie tappe di questo lungo viaggio, c’è stata anche quella legata appunto al progetto “acque siberiane”, che si è concretizzata nella discesa del fiume Indigirka in Yakutia. Si tratta di un importante corso d’acqua di 1800 km circa che nasce dalle montagne più fredde dell’emisfero nord, dove è situato anche il polo del freddo di Ojmyakon e sfocia nel Mar Glaciale Artico, ad est della Lena. Ho portato avanti una lunga preparazione, circa due anni, per poter affrontare nel migliore dei modi una spedizione tanto lunga quanto difficoltosa. Cartine, equipaggiamento, analisi di varia documentazione e informazioni ma l’ostacolo più duro è stata la ricerca dei compagni di viaggio: più persone, sia in Italia che in Russia, hanno prima accolto con entusiasmo il mio invito, per poi abbandonarmi, costringendomi a partire con degli sconosciuti incontrati all’ultimo momento.
    Il fiume Indigirka (assieme a Yana e Kolyma) è uno dei tre grandi e misteriosi corsi d’acqua che solcano la parte orientale della Yakutia. Attrae per il suo spettacolare percorso tra i monti Cherskij, in cui si incunea con un canyon di cento km, stretto e pieno di rapide pericolose. Intelligenza, coraggio e forza sono, in questo ordine, le caratteristiche indispensabili per avventurarsi nella veloce corrente, in territori abitati solo dagli orsi e da qualche cercatore d’oro. Raggiungo Ust-Nera, la città dei minatori fondata con il gulag, dopo 10 giorni dalla partenza da Mosca. Sei giorni di treno, poi uno in pulmino fino a Yakutsk, mi riposo due giorni e riparto sempre in pulmino e dopo 33 ore sulla “strada delle ossa” sbarco a Ust-Nera alle ore 01.00 locali. Ci metto due ore e parecchie telefonate per trovare un posto dove alloggiare. Ovviamente parlando bene in russo. Attendo alcuni giorni i miei compagni di viaggio, partiti dopo di me dalla capitale russa. Finalmente partiamo, dando concretezza a decine e decine di ore di preparativi su carte, mappe, siti internet, libri e resoconti di viaggio. La corrente è molto veloce. Nei primi 45 minuti percorriamo 6 km senza remare. Non abbiamo un motore, non serve per percorrere i 350 km da qui a Khonuu. Ci sono tratti in cui il fiume viaggia a 20/25 km/h. Solchiamo delle acque spettacolarmente inserite in un contesto montuoso disabitato e silenzioso. Foresta, sole praticamente ininterrotto (siamo nel periodo del giorno polare), pietre scolpite dall’erosione sulle cime dei monti, rive deserte, nessuna presenza umana. Gli orsi sono una presenza costante, per quanto impalpabile concretamente. I primi tre giorni scorrono veloci e sarebbero anche tranquilli, ma non riusciamo a rilassarci, il nostro pensiero è fisso al momento cruciale della spedizione: la gola di circa 100 km piena di rapide pericolose, con onde alte “fino a tre metri” in base alla portata del fiume del momento. Il quarto giorno entriamo nel lungo e tenebroso canyon. Siamo tesi, concentrati, carichi e pronti a tutto…ma non basta. C’è solo un modo per capire ciò che attende quelli che si avventurano fin qui: provarlo direttamente. Dopo le prime 5-6 rapide ci fermiamo e raccogliamo i cocci. L’Indigirka ci ha letteralmente preso a schiaffi, nonostante la nostra preparazione, i nostri accorgimenti e le nostre preghiere. In una rapida vedo l’immagine del volto di mia figlia riflessa in un’onda gigantesca frontale, nel momento in cui si infrange su di noi insieme a due onde laterali di uguale portata. Con una sorta di terzo occhio vedo Igor, circa cinquanta metri davanti a me, che annaspa tra le onde abbracciato alla canoa ribaltata. Alcune nostre cose sono strappate dalle imbarcazioni e volano via con la corrente. Remiamo forsennatamente, ma non inutilmente: assieme ad Anya, che viaggia con me sul catamarano, riusciamo a mantenere la “barca” dritta. Prendere le onde, per quanto enormi, frontalmente, ci garantisce di rimanere ai nostri posti e impedisce il ribaltamento, pericolosissimo, dell’imbarcazione. In totale balia della corrente potremmo invece finire sulle pareti di rocce laterali. Degli orsi finalmente si fanno vivi e, da un costone sopraelevato, ci osservano, mentre bagnati e scossi, accendiamo un fuoco tanto improvvisato quanto immenso su una minuscola riva della lunga forra da percorrere. Possiamo contare solo sulle nostre forze: non abbiamo un telefono satellitare e siamo completamente isolati da ogni villaggio o paese. Lottiamo per quattro giorni in queste acque.
    All’ottavo giorno di navigazione raggiungiamo Khonuu, dove ci aspetta il direttore del Parco Naturale Momskij e altri nuovi amici. La nostra esplorazione fluviale continua, stavolta controcorrente lungo il fiume Moma, affluente di destra dell’ Indigirka. Scorre nel territorio dell’omonimo Parco, luogo quasi del tutto disabitato e puro. A metà del suo corso è avvolto dall’abbraccio gelido del naled (nevaio perenne) più grande del mondo: 200 kmq e 30 km di lunghezza: ghiaccio, silenzio, vento e un cielo superbo. Prima che il riscaldamento globale lo faccia sparire, questo è uno dei luoghi della Siberia da vedere. Si tratta di un magnifico esempio di ghiaccio silenzioso esteso a perdita d’occhio nell’abbraccio del fiume. Per arrivarci ci dotiamo di una barca a motore (siamo controcorrente) e siamo guidati da un guardiaparco, Sergej. Per tre giorni viaggiamo avanti e indietro sul Moma, fiume ancor più solitario dell’ Indigirka. Il naled ci abbaglia con i suoi riflessi accecanti, tra fiumiciattoli di acqua glaciale, ghiaccio spesso un paio di metri e piccole vallette ondulate all’interno della sua maestosa superficie. Il cielo merita una descrizione a parte, tanta è la sua mutevolezza e ricchezza cromatica. Il vento artico smuove centinaia di nuvole bianche, rosate, grigie, azzurre, blu e nere in un continuo alternarsi sulle nostre teste. Il sole infilza i suoi raggi tra di esse a seconda dei capricci del vento. Noi viviamo in un’atmosfera senza tempo, bevendo l’acqua del fiume e mangiandone i pesci, senza bisogno di nient’altro. Quando rientriamo in paese mi attendono ancora due mesi di viaggio attraverso tutta la Siberia. Al momento del decollo dell’aereo sgangherato, che ci riporta a Yakutsk, penso a quanti posti devo ancora vedere e quante persone ancora incontrare in questo viaggio e sorrido soddisfatto, mentre lancio un’ultima occhiata alla pista sterrata dell’aeroporto di Khonuu.

    DANIELE CASTIGLIONI

    P. S.:
    Il progetto “acque siberiane” continua e probabilmente nel 2018 ci sarà un nuovo viaggio, già in fase organizzativa nei dettagli.
    Chiunque fosse interessato può contattarci a
    otra@viaggiatorindipendenti.it
    l’unica cosa che serve è una ferrea volontà.

  • Dalla Cecenia all’ Ossezia del Sud passando per Beslan. Caucaso 2015

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    Ai primi bagliori solari di un nuovo giorno il pullman sul quale viaggiamo viene fermato facendoci ridestare all’ improvviso. Siamo su questo bus da più di 10 ore ma sostanzialmente siamo comodi. O comunque in condizioni migliori rispetto al pullman con i sedili sfondati o staccati ed appoggiati sulla loro sede che utilizzammo esattamente 6 anni fa sempre sulla stessa tratta. Quella volta però non ci spingemmo fin qui. Quella volta ci fermammo giusto 90 chilometri prima, a Nalchik, la capitale della Repubblica della Kabardino – Balkaria, dalla quale poi movemmo su fino a al villaggio di Terskol e quindi sul monte Elbrus.
    Provenivamo dalla Crimea, ai tempi ancora inquadrata nell’ Ukraijna, “passando” per Sochi e recandoci a Volgograd. Il monte Elbrus era “solo” una deviazione di qualche centinaio di chilometri a sud rispetto al nostro tragitto.
    Questa volta invece la nostra meta è il Caucaso vero e proprio, quello più profondo. Una terra di montagne, di tradizioni antiche, di succulente pietanze di carne e ricca di storia. Una storia anche recente, che si sta ancora scrivendo e che continuiamo a vivere in questi anni.
    Una storia fatta di sangue, di guerre, di sferragliare di mezzi militari, di attentati, di pianti, di luoghi adibiti da secoli a campi di battaglia.
    Dalla città di Armavir fino all’ Elbrus e poi di nuovo risalendo a Rostov na Don e poi verso Volgograd mi ricordavo decine di controlli di polizia in missione anti terrorismo. Era il 2009 e la situazione era ancora calda. Solo 1 anno prima c’ era stata anche l’ indipendenza dell’ Ossetia del Sud che aveva comportato una guerra lampo tra Georgia e Russia alla quale assistemmo, durante un altro nostro viaggio, quasi in diretta dalla città di Gori, ad una manciata di chilometri dalla nuova linea del confine georgiano che si andava delineando . I controlli nel 2009 erano numerosi ed alla lunga risultarono anche noiosi per noi stranieri in viaggio in quelle terre.
    Questa volta invece, a distanza di 6 anni, la situazione si presenta, almeno in superficie, meno oppressiva.
    Il nostro pullman si è però arrestato ora proprio per un controllo. Siamo fermi sul fiume Uruk, alla frontiera tra Kabardino – Balkaria ed Ossetia del Nord, due repubbliche comunque appartenenti alla Federazione Russa a tutti gli effetti. Soprattutto qui nel Caucaso però, le frontiere tra le varie repubbliche sono presidiate e controllate a campione. Il rischio e la paura di terroristi in libera uscita è forte.
    Siamo ovviamente gli unici 2 stranieri a bordo ed inevitabilmente i nostri passaporti vengono presi in consegna ed io invitato a seguire il militare. A volte in Russia militari ed impiegati pubblici si immedesimano nel loro ruolo istituzionale ragionando anche in maniera molto rigida e fortemente burocratica. Retaggi di una trentina e passa di anni fa che persiste ancora negli impiegati più attempati. Siano bidelli, poliziotti, bigliettari, capo- vagoni dei treni, impiegati di un qualsiasi ufficio, vestono i loro panni in maniera ufficiale ed a volte meccanica lasciando poco spazio alla logica ed al ragionamento. Quando hai una certa confidenza con questa mentalità, però, lo sai ed assecondi il gioco di dargli importanza con l’ unico cruccio, magari, di restare lì a perdere del tempo.
    Anche in questo caso i doganieri per un presunto stupido cavillo burocratico, inesistente tra l’ altro, fanno perdere 30 minuti circa a noi ed a tutto il bus. Gli spiego varie volte la situazione e solo dopo numerosi tentativi ad un poliziotto viene in mente un’ illuminazione: la stessa spiegazione che gli sto fornendo da svariati minuti.
    Bravo ! Che intuizione !
    Mi sembra di vivere una scena di “Fracchia la belva umana” dove l’ attendente De Simone proponeva la soluzione più immediata senza esser preso in considerazione, salvo pochi minuti dopo la stessa idea venir tirata fuori dal Commissario Auricchio e tutti a giubilarlo.
    “Liberato” dall’ ufficio risalgo sul bus tra l’ ovazione generale dei passeggeri e dell’ autista innervositi per la perdita di tempo ed il sospiro di sollievo del mio compagno di viaggio ansioso per le mie ( e sue) sorti.
    Da fine osservatore d’ esperienza, anche nei momenti più complicati e difficili, i dettagli mi risaltano agli occhi quasi preoccupandomi più di registrare questi che di risolvere la situazione nella quale eventualmente mi trovo.
    Un elemento che noto e’ la quasi totale presenza, in questo punto di frontiera, di militari russi ovviamente ma di etnia tagika, kirghiza, mongola, buriata, in pratica come se militari originari dal profondo oriente russo fossero stati trasferiti in questo angolo impervio d’ Europa. Sarà un caso o un fattore voluto strategicamente per gestire con più freddezza, rispetto alla popolazione locale, questi luoghi?
    Di certo, però, non mancano i superman di etnia più propriamente russa armati ed equipaggiati di tutto punto.

    BESLAN
    Era il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di terroristi assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano ad iniziare l’ anno scolastico durante la celebrazione del primo giorno di scuola. La gente fu ammassata nella palestra tenuta sotto perenne controllo armato da parte dei rapitori che vessavano di continuo i prigionieri costringendoli a restare senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con i propri escrementi. Molti di loro furono passati per le armi durante i 3 giorni di prigionia da parte dei terroristi e di assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da chi, diedero inizio ad un drammatico eccidio. Più di 300 persone delle quali 186 bambini persero la vita.
    Una tragedia che colpì duramente l’ opinione pubblica ed ancora oggi è sempre viva nei ricordi di molti.
    E’proprio per rimembrare questa tristissima pagina di storia e vedere con i nostri occhi tutta la drammaticità di questa tragedia che facciamo coincidere la nostra visita a Beslan il giorno dell ‘ undicesimo anniversario.
    Assoldiamo, fuori dal nostro hotel dove alloggiamo a Vladikavkaz, Ruslan un tassista il quale ci scorazzerà in altre escursioni nei giorni seguenti e con il quale si instaurerà comunque un rapporto di stima e confidenza che esulerà dal mero rapporto lavorativo. Percorriamo i circa 30km che separano la capitale dell’ Ossezia del Nord alla cittadina resa famosa dall’ eccidio. La cosa che ci colpisce del posto è il Silenzio. La poca gente per strada, i bambini, i poliziotti che chiudono il traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti, noi stessi restiamo in quasi totale silenzio.
    Sin dai primi passi che muoviamo a piedi in direzione della scuola avvertiamo un senso di disagio, un quasi avvertire di essere fuori luogo. Non perché qualcuno ci lancia sguardi o ci addita ma solo perché ci sentiamo dei “turisti del dramma”, estranei che, se anche certo con buone intenzioni di vedere con i propri occhi e sentire la tristezza con le proprie emozioni, quasi disturbano questa comunità chiusa da 11 anni nel proprio dolore. Anche il nostro accompagnatore si commuove davanti la scuola, anche lui ha avuto dei conoscenti colpiti dalla tragedia. Ci muoviamo taciturni nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’ eccidio, e mesti pensieri ci assalgono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito sono tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto – ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati o associazioni e istituzioni che sono giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, fanno da cornice alle centinaia di candele poste al centrocampo della palestra sotto una grande croce ortodossa. Mazzi di fiori e corone funebri completano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangono in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione è stringente. Usciamo fuori ma mi sento ancora scosso e ho voglia di rientrare. Per avvertire un ulteriore momento di raccoglimento interiore.
    Siamo sopraffatti dall’ emozione. Ma siamo qui anche per essere occhi ed amplificatori per il nostro piccolo spaccato di mondo in cui viviamo in Italia. Leggere, vedere dei video o delle foto non ti da la giusta dimensione della tragedia; essere qui, calcando questi stessi luoghi ed avvertendo determinate sensazioni, ti fa percepire la strage in una maniera molto più diretta.
    Incamminandoci verso la scuola siamo passati davanti la stazione della polizia locale ed abbiamo verificato con i nostri occhi quello che avevamo letto e quello che ci ripete Ruslan più volte: “come è potuto accadere con una stazione della polizia ubicata giusto dietro l’ angolo dell’ istituto scolastico?
    Ce lo chiediamo anche noi ma potrebbero esserci differenti spiegazioni. Dalla più stupida di schettiniana memoria a quella più dietrologa del “lasciar fare”.
    Lasciamo la palestra dove decine di giovani sostano nei pressi indossando una maglietta nera con stampata la scritta “antiterror”, dove il pope dispensa parole di conforto e dove tanta gente sosta in una sorta di meditazione e ci rechiamo verso il “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’ aeroporto e dove un paio di statue – memoriali sono erette ad imperituro ricordo.
    Girovaghiamo tra le lapidi accompagnate quasi tutte da un tavolino e due panchine in granito che servono ai familiari per sostare giornate intere sulle tombe dei lori bambini e proporre loro delle offerte in viveri. Diamo sguardo a molte incisioni dei nomi e dei volti delle vittime. Ci soffermiamo su un particolare: l’ anno di nascita di moltissime maestre. Il nostro… E non una o due ma tante…
    Rientriamo a Vladikavkaz e con il nostro autista e discutiamo di Beslan e della situazione generale del turbolento Caucaso. Ruslan ci dice che a Beslan a pianificare l’ attacco terroristico non sono state menti cecene, come ne è convinta la maggior parte dell’ opinione pubblica “occidentale”, ma bensì teste provenienti dall’ attigua Repubblica di Inguscezia.

    GROZNY
    L’ ultima discussione su temi geopolitici col nostro autista era terminata con la sua forte affermazione rivelatrice di assoluta certezza che la mano sanguinaria su Beslan non fu cecena ma inguscia.
    E siamo proprio diretti in Cecenia attraverso l’ Inguscezia quando riprendiamo la nostra conversazione.
    Le cosiddette frontiere, come quella dove venimmo fermati tra Kabardino – Balcaria ed Ossezia del Nord uno dei primi giorni del nostro viaggio, sono frequenti in questa zona geografica. Ruslan ci conduce attraverso strade secondarie per evitare il check point con la Repubblica d’ Inguscezia controllato dai militari russi. Meglio affrontare la frontiera dalla strada controllata dagli osseti, a suo dire. E cosi giungiamo ad un grande incrocio dove finalmente ci rendiamo conto delle parole del tassista. Se provieni da destra ti controllano i russi, se arrivi dalla nostra direzione ti controllano gli osseti, se giungi da sinistra sei in mano agli ingusci. Un po complicato se si pensa che siamo a tutti gli effetti in… Russia.
    Come previsto dal nostro amico alla guida, subiamo solo un rallentamento e tiriamo diritto in direzione Nazran la città capitale dell’ Inguscezia fino a pochi anni fa quando abdicò a favore dell’ attigua Magas.
    Lo scenario cambia. Piombiamo all’ istante in Medio Oriente e ce ne accorgiamo subito dalle donne ai margini della strada che sono coperte dal velo. Non ci sono estremismi visti in Giordania ma la differenza visiva con l’ ambiente prefrontaliero si nota. Attraversiamo l’ Inguscezia dove la strada principale che percorriamo e’ tutta costellata di pali elettrici su ognuno dei quali, e sono centinaia, sono alternativamente dipinti i colori bianco-verdi della Repubblica musulmana e quelli panslavi della Federazione Russa. Così per chilometri. Fino al punto d’ ingresso della famigerata Repubblica Cecena.
    La conversazione con il nostro guidatore di fiducia si fa sempre più stretta, oramai Ruslan è con noi da un paio di giorni e la confidenza inizia ad essere sempre più aperta.
    All’ inizio del tragitto, subito fuori Vladikavkaz, durante una delle nostre escursioni nella zona, ci mostra l’ area dove sorgeva una sorta di aeroporto militare off limits sul quale atterravano aerei dai quali venivano scaricati decine di mezzi militari, armamenti e soldati durante la guerra in Cecenia oltre che per il più recente conflitto in Ossezia del Sud e soprattutto durante la guerra tra Ossezia del nord ed Inguscezia.
    Più drammatica di quella cecena, sostiene lui. Forse, pensiamo noi, perché quella cecena seppur da molto vicino l’ ha solo ascoltata, quella osseto – inguscia l’ ha vissuta a casa sua. Dell’ aeroporto militare ora non resta niente altro che uno sterminato campo incolto mentre restano le montagne poco fuori Beslan da dove gl ingusci sparavano e detenevano in mano la situazione nei confronti dell’ Ossezia. Terre di guerra queste, scenari strategici anche durante la II° Guerra Mondiale quando proprio dalle valli a qualche decina di chilometri più a nord i nazisti furono ributtati indietro fino al monte Elbrus e poi fino a Volgograd dalla quale città iniziò poi l’ inesorabile ritirata fino a Berlino. Non ascoltiamo mai parole di ira o di rassegnazione dalla voce di Ruslan ma anzi riesce a farci un quadro della situazione quasi distaccato nonostante fosse stato attore di questi tragici accadimenti. Come quando ci racconta dello scoppio di una bomba ad una fermata del bus di fronte al mercato di Vladikavkaz. Era presente fisicamente in quei momenti disperati che ci racconta quasi come un cronista esterno. Gli ingusci, ancora loro. Come ingusci, incalza, sono gli attentatori che hanno attaccato Mosca più volte. Forse è di parte quando afferma queste cose essendo lui osseto o forse dice la verità come affiora anche da alcune versioni ufficiali.
    Ma stiamo per fare il nostro ingresso nella “temutissima” Cecenia. Un ritratto gigante di Kadirov figlio, l’ attuale Presidente della Repubblica ci da il benvenuto. E lo scenario cambia di nuovo. Da “mediorientale” con traffico, confusione nei villaggi, donne velate si passa ad un paesaggio più “kazako” con vasti campi inabitati attraversati dalla strada che percorriamo. La guerra era anche e soprattutto qui, in questi spazi enormi e quel poco che c’ era ovviamente non c’ è più. C è però una strada lineare, larga, ben asfaltata e veloce. Un altro segnale che ci indica che siamo in Cecenia, la Repubblica dove sono stati investiti milioni di rubli dopo la fine dell’ ultima guerra. Soprattutto per la ricostruzione della sua capitale Grozny. Città in cui, dopo più di 6 anni di attesa, riesco ad approdare. Ed a restare deluso per certi aspetti.
    Grozny, ma ne eravamo già al corrente, è una città completamente ricostruita dopo esser stata rasa al suolo. I fotogrammi, i video che abbiamo in mente circa quegli anni di terrore di guerra e distruzione sembrano svanire ed appartenere ora a film d’ azione. Non esiste più nessuna traccia della Grozny sotto le bombe di cui c’è l’ abitudine pensare. O meglio, della terribile Grozny capitale della pericolosissima Cecenia discarica dei pregiudizi più disparati. La sensazione che avverto sulla città è strana: mi sembra di provare l’ atmosfera di un governo che controlla tutto come a Tashkent ma incorniciato dall’ architettura a volte pacchiana come ad Astana. E come ad Astana convivono 2 anime cittadine, quella ultramoderna e quella più di tradizione russa.
    La pomposa università; i grattacieli sedi di centri finanziari, uffici vari ed hotel di lusso; il centro congressi che ricorda la Casa Bianca; la gigantesca Moschea frequentata a tutte le ore; la Residenza Presidenziale, forse disabitata a quanto ci dicono, immersa in un vasto parco che ricorda per molti aspetti la residenza del Presidente del Kazakhstan ad Astana appunto; l’ intero quartiere elegante preso in possesso da un ministro ed i suoi ciambellani; la sede della televisione dove solo qualche mese fa è scoppiata una bomba ed i danni subito fatti sparire; l’ enorme spiazzo del Memoriale dedicato a Kadirov padre, il genitore dell’ attuale Presidente, considerato dal governo russo il “nuovo Padre della Patria” cecena, assolato all’ inverosimile e che richiama il centro di Tashkent. Anche nella capitale uzbeka il caldo era asfissiante e per le strade non esistevano alberi o zone ombrose. Per evitare adunate sediziose ci sussurrarono. Forse a Grozny hanno utilizzato la stessa tecnica…
    Non si vedono militari per le strade, solo l’ accesso all’ aeroporto è controllato da mezzi militari corazzati, ma si avverte la propaganda politica. Le effigi dei Kadirov padre e figlio, spesso in compagnia di Putin, sono frequenti. Come le intitolazioni pubbliche a partire dallo stadio dedicato a Kadirov padre passando per la via principale della città dedicata a Putin stesso.
    A Grozny anche i vecchi enormi condomini vespai di architettura socialista degli anni di Krusciov, quelli che pur danneggiati gravemente erano rimasti in piedi, sono stati restaurati e rinnovati esteriormente, ricoperti di pannelli colorati che donano una nuova e più fresca espressione.
    Minutka, l’ accesso alla città, punto cruciale della guerra e dove si sono consumate le pagine più drammatiche per i cittadini di Grozny, è ora una moderna rotonda affannata dal traffico automobilistico di ogni giorno. Grozny ci appare, quindi, come una moderna città. Dalle 2 facce però dicevamo. Ed infatti dietro lo sfarzo c’è una popolazione che comunque non gode di tutti questi investimenti. Proviamo ad informarci tramite nostri contatti locali sull’ attuale situazione politica. A loro dire il governo russo non è amato ed il fuoco dell’ opposizione se non quello del separatismo è ancora sotto le ceneri che cova e può riaccendersi in maniera violenta da un momento all’ altro. Chiediamo conferma alla nostra supposizione circa l’ enorme flusso di danaro versato sulla città che noi intendiamo come una sorta di concessione, di patto non scritto: “vi diamo modernità e benessere” (non per tutti comunque, come detto) “e voi non create più conflitti e tensioni separatiste”, ci viene risposto che in realtà lo scintillio imposto alla città è un segnale di forza: “come vi abbiamo raso al suolo, così vi ricostruiamo”. Punto di vista di parte anche questo ovviamente, o forse una mezza verità completata dal nostro teorema.
    Tra i sentimenti di alcuni nostri interpellati ci imbattiamo in una 3° posizione in campo tra quella del governo russo ed i separatisti islamici: una indipendenza della Cecenia in chiave europeista ed “occidentale”. Una posizione di cui non si è mai letto o sentito parlare sui grossi media. E’ vero che la guerra è stata intrapresa in chiave islamica dai combattenti ma non mancano, quindi, gli interessi occidentali che si incuneano tra le crepe. A conferma di ciò anche il sentore di locali scuole “internazionali”. Sullo stile di quella in cui ci imbattemmo in Uzbekistan e dalla quale ricevemmo dei gentili messaggi di avvertimento. Certo, in Russia è vietata la presenza di agenzie, centri studi, organizzazioni di dubbia origine o mantenute con finanziamenti esteri non molto chiari ma niente vieta di aprire dei centri locali d’ ispirazione “occidentale” ufficialmente privati.

    OSSEZIA DEL SUD
    Il nostro viaggio prosegue a zonzo per la spettacolare catena montuosa del Caucaso che separa Russia e Georgia. Ed Ossezia del Sud. Un’ altra delle nostre tappe.
    Gli scorazzamenti in montagna ci regalano emozioni uniche e clamorose che ci portano alla scoperta di corsi d’ acqua, panorami mozzafiato, villaggi rurali, monasteri ortodossi, fonti d’ acqua termali e benefiche, uno dei rarissimi, se non oramai l’ unico, monumento dedicato a Stalin, antiche costruzioni dei primi abitanti della zona.
    E proprio curiosando in alcune di queste strane case in pietra, per molti aspetti simili ai nuraghi della Sardegna e con qualche richiamo ai trulli di Alberobello, che ci imbattiamo in una strana e macabra sorpresa. Diversi scheletri umani, ben conservati e perfettamente visibili, sono adagiati nelle costruzioni più piccole. Essendo terra di guerra e sangue ci balzano in mente sinistre proiezioni mentali. Ma ci sembra strano trovare resti umani in varie di queste casette e, soprattutto, l’ esser scheletro presuppone un data di morte molto più antecedente alle recenti guerre. Proviamo quindi ad informarci e intuiamo di trovarci davanti a niente altro che delle sorte di tombe di campagna. Invece di un cimitero e di una degna sepoltura, alcuni corpi venivano abbandonati all’ interno di queste piccole opere murarie. E lasciate alla mercè del tempo e di qualche animale.
    Ci rechiamo, come accennato, anche verso l’ Ossezia del Sud, lo stato nato nel 2008 dopo essersi reso indipendente dalla Georgia, stato alla quale era stato associato dopo il disciogliersi dell’ Unione Sovietica.
    Eravamo a Gori nel 2008 quando i movimenti militari arrivarono a lambire la periferia della città natale di Stalin. La curiosità di visitare l’ Ossezia del Sud quindi l’ avevamo dentro da allora. Finalmente, come per Beslan e Grozny, è arrivato anche il suo momento. San Giorgio in sella al suo cavallo nell’ atto di uccidere il drago con la sua lancia ci dà la sua benedizione, sospeso tra cielo e terra nella forma di una enorme ed imperiosa statua, che si staglia a picco da una parete di roccia.
    Dopo chilometri di paesaggio da farci girare la testa nelle varie direzioni, giungiamo alla frontiera russa. Ci apprestiamo ad uscire dalla Federazione e comunque da un’ uscita insolita per degli stranieri. Tanto più che poi dall’ Ossezia del Sud si può riuscire esclusivamente ripassando da questo varco doganale con la Russia stessa.
    Come altre volte alla frontiera con Kaliningrad, come quella volta, un po di anni fa, alla frontiera polacco – ucràina che fui scambiato, in seguito in uscita dal paese, per clandestino, come quell’ altra volta tra le isolate montagne dell’ Altaj kazako, come varie altre volte anche fuori dall’ area ex Urss, quando uno straniero si presenta a valichi frontalieri per niente comuni e fuori dalle tipiche tratte del turismo cosiddetto, anche questa il controllo dei passaporti risulta lungo e complesso.
    Oramai abbiamo una certa abitudine e lasciamo scorrere il tempo.
    Questa volta, però, ci scappa in più un vero e proprio interrogatorio. Lasciamogli il dubbio del sospetto. Che dissipiamo senza problema alcuno.
    Ci inoltriamo per la strada ed i tornanti dell’ Ossezia del Sud. Lo scenario si fa ancora più bello e siamo accompagnati da una luce solare che rende ancora più raggiante il verde dei prati di montagna che fanno da cornice al nostro procedere. Fino al check- point controllato dall’ esercito osseto del sud.
    Per alcuni metri la strada diventa sterrata ed una sorta di passaggio a livello interrompe il nostro cammino.
    I giovanissimi militari controllano i nostri documenti di viaggio. Siamo portatori di una vincolante irregolarità amministrativa che sapevamo mancasse ma che non ci ha impedito di provare comunque la sorte.
    Niente da fare. Siamo oramai a pochi chilometri da Tskhinval, la capitale del giovane stato, ma il nostro sogno di visitare il paese si infrange qui. Con estrema gentilezza i militari ci impongono il dietro-front, purtroppo non possono derogare ad i loro obblighi. Anche un’ altra signora, ci indicano, con il nostro stesso problema è stata respinta ed attende con pazienza un familiare che la riporterà indietro.
    Il tempo di dare un ulteriore sguardo e fissare per sempre questi momenti nella scatola nera della memoria. La foto inesistente più bella di tutto l’ intero viaggio. Immersi in mezzo ad una enorme vallata verde tra le altissime montagne del Caucaso, fermi in mezzo ad uno sterrato check point di una frontiera poco conosciuta e con garbati militari armati di tutto punto che ne controllano il passaggio. Vorrei restare qui ancora a lungo a gustarmi questa scena. Come quella volta che ci fermammo per più di un’ ora, come dei divertiti bambini, a guardare una piccola zattera in legno trasportare avanti e dietro, da una sponda all’ altra, uomini e mezzi nei pressi di Butrint, ultimo lembo di Albania prima della Grecia.
    Salutiamo l’ Ossezia del sud e ritorniamo indietro. Il nostro viaggio proseguirà ancora per giorni, toccando altre interessanti mete e prevedendo un emozionante ritorno, per me, sul monte Elbrus.
    Schernendo da parte nostra i commenti, frutti di ignoranza e pregiudizi, che hanno preceduto ed accompagnato il nostro viaggio ed i motivi dello stesso. Molta gente non arriva a comprendere che siamo spinti dalla sola passione di viaggiare, scoprire posti nuovi e combattere i pregiudizi stessi sentenziati nei confronti delle mete da noi battute.

    * L’ itinerario completo del viaggio:
    Krasnodar
    Vladikavkaz
    Beslan
    Fiagdon
    Grozny
    Ossetia del Sud
    monte Elbrus
    Pyatigorsk

    LUCA PINGITORE

     

  • Rientrati dal Caucaso russo. Aperitivo e racconti di viaggio. 02/10/15

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    Venerdì 2 ottobre 2015
    ore 20:00
    TATO BAR
    largo Bargellini n. 2/4
    Firenze

    Il “Salotto del Viaggiatore” è il luogo per tutti gli appassionati del viaggio che intendono ricercare informazioni, condividere esperienze, conoscere altri viaggiatori, pianificare nuovi viaggi, trascorrere una serata in allegra compagnia.

    ***
    Il Caucaso russo: una intrigante ed impervia area geografica ricca di bellezze naturalistiche, storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome.
    Una regione abitata da popolazioni diverse per origini e religioni, segnata anche per questo da numerose guerre ed attacchi terroristici – ancora oggi non del tutto sopiti – che la rendono oggetto di errati pregiudizi da parte di chi non ci ha mai messo piede e non ha provato l’emozione di innamorarsene.

    Da Krasnodar fino a Vladikavkaz la terra degli Alani e poi ancora fino a
    Grozny, la celeberrima capitale della Cecenia martoriata da anni di sanguinose guerre e bombardamenti.
    Passando dalla tristezza di Beslan, dove 11 anni fa, un commando di terroristi fu causa dello sterminio di più di 300 persone, per la maggior parte bambini, ammassati nella palestra della scuola cittadina n. 1.
    Provando a penetrare nell’ Ossetia del Sud, stato formalmente indipendente ma riconosciuto solamente da pochi altri paesi a livello internazionale, nato in seguito ad ‘ altra guerra- lampo.
    Esplorando le montagne spettacolari che delimitano il confine con la Georgia.
    Salendo sul monte Elbrus, la montagna più alta d’ Europa con i suoi 5642 metri.
    Transitando per la zona termale, rinomata area di vacanze fin dai tempi dell’ Unione Sovietica a causa dei suoi fanghi e delle sue acque purificatrici prodigiose.
    Si porteranno frammenti dei precedenti viaggi effettuati nella zona dai nostri viaggiatori, dalla Crimea, ieri Ucraina ma oggi divenuta Russia, fino in Georgia, Armenia ed Azerbaijan.

    Parleranno del loro recente viaggio nel Caucaso russo, con il supporto di fotografie, Luca Pingitore e Giancarlo Carloni, viaggiatori e soci fondatori di OTRA.

    APERITIVO E RACCONTI DI VIAGGIO
    VENERDI 2 OTTOBRE 2015
    TATO BAR
    ORE 20:00

    * incontro organizzato col patrocinio di Russia – Italia.com
     

     

  • “S-ibernati”. Presentazione libro 22/05/15 – Vedano Olona (VA)

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    Venerdi 22 maggio
    Ore 21:00
    Sala del Comune
    Piazza San Rocco
    Velano Olona (VA)

     

    Video-presentazione del libro S-ibernati. Parole in viaggio nel gelo della Siberia di Daniele Castiglioni, socio fondatore di OTRA, Associazione Viaggiatori Indipendendenti ed ideatore di Solosiberia.it.

    Due viaggi diversi, accomunati dalle fredde condizioni ambientali in un unico libro.
    La prima tappa è a Vorkuta, città mineraria, famosa per il carbone e per il gulag, di cui costituì una delle “capitali”. Posta a 67 gradi di latitudine nord, costruita dai detenuti stessi dell’attività estrattiva, è situata presso gli Urali polari, non lontano dal primo punto di passaggio degli esploratori russi che sconfinavano in Siberia, attraverso la mitica “porta di ferro”, che si apriva sulle terre sconosciute ad est dei confini dell’Europa.
    Il secondo viaggio porta nella taigà invernale, nella foresta sconfinata dei monti settentrionali della Buryatiya, la regione di cultura mongola della Russia. Una settimana condivisa con i cacciatori del posto, discendenti di una famiglia evenka da sempre presente in queste terre. Cacciare per vivere, rispettando la taigà e vivendo di ciò che essa concede. Freddo, ghiaccio, fiumi e laghi induriti dai rigori dell’inverno. Tutto il giorno all’aperto tra piste innevate, motoslitte, faticose salite a piedi e un crudele quanto spietato silenzio.

    Per ulteriori informazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

    otraGetAttachment.aspx

  • Chelyabinsk. Oltre mezzo secolo di radioattività

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    Quello che è definito il luogo più contaminato al mondo, si trova nella zona degli Urali del sud, nella provincia di Chelyabinsk, in Russia.
    Quando, dopo il successo americano di Hiroshima e Nagasaki, ebbe inizio il programma per la creazione di armi nucleari da parte di Stalin, plutonio e tritio furono prodotti in tre luoghi fortificati, vale a dire in tre zone della Russia, ognuna delle quali costituita da impianti nucleari e da città chiuse dove gli abitanti vivevano in relegazione forzata. Queste città non appaiono nelle mappe geografiche e fino a pochi anni fa era proibito viaggiare da e verso questi luoghi. Inoltre, solo dal gennaio del 1991 è stato permesso anche ai visitatori stranieri di poter accedere ad alcuni di questi luoghi (alcuni, non tutti). Ciascuna di queste città ha un nome seguito da un numero che indica un indirizzo di ufficio postale, ma spesso sono conosciute con altri nomi.
    Si tratta di Chelyabinsk-40, vicino a Kyshtym; Tomsk-7 in Siberia, e Dodonovo-27, tra Dodonovo e Krasnoyarsk, sempre in Siberia.
    Noi ci soffermiamo sul complesso ufficiale noto come Chelyabinsk-40, nella provincia di Chelyabinsk, sul fianco orientale degli Urali del Sud, a 15 km a est della città di Kyshtym, in un’area di circa 90 km2. è situato in una regione di laghi (i maggiori sono il Kyzyltash e l’Irtyash) e attraversato dal fiume Techa.
    Oltre a Chelyabinsk-40 qui è stata costruita anche Chelyabinsk-65, zona militare-industriale e di forza-lavoro. Nel 1955, subito dopo l’apertura del Lawrence Livermore National Laboratory negli Stati Uniti, fu costruita un’altra città conosciuta come Chelyabinsk-70, laboratorio di esperimenti fisici collegati alla produzione di Chelyabinsk-40.
    Chelyabinsk-40 è meglio noto come Mayak (parola che significa faro): fu costruito a partire dal 1945 e reso operativo per la produzione di plutonio già dal giugno del 1948. La prima bomba atomica sovietica, fatta esplodere nell’agosto del 1949, giusto in tempo per il settantesimo compleanno di Stalin, fu costruita utilizzando plutonio prodotto a Mayak. Tutta la zona che è legata a Mayak è stata definita come la zona più contaminata del pianeta. Per oltre sei anni, fino al 1951, scorie liquide radioattive di medio e alto livello vennero sistematicamente rilasciate in enormi quantità dalla centrale di Mayak nel fiume Techa, l’unica risorsa idrica per i 24 villaggi che si affacciavano lungo il fiume, esponendo alla contaminazione radioattiva più di centomila abitanti della zona. I quattro villaggi più popolati e più esposti alle radiazioni non sono stati mai evacuati e solo recentemente (dopo 35 anni di silenzio) le autorità hanno svelato i motivi per cui avevano proibito l’accesso al fiume con una rete di filo spinato lungo le sue rive. C’è da dire, inoltre, che nel primo periodo di apertura e avvio dell’impianto, non ci fu un controllo della radioattività nemmeno nelle fasi di produzione stessa. Durante il primo anno, gli operai ricevettero una dose media di radioattività pari a 93.6 reo – tre volte gli standards che furono decisi successivamente e che erano comunque alti, cioè 30 rem per anno. Ora questi standards sono di 5 rem per anno, sebbene negli Stati Uniti vogliono abbassare ancora la soglia a 2 rem all’anno. Nel 1951, la radioattività del fiume Techa raggiunse l’oceano Artico, sebbene il 99% del materiale radioattivo era depositato nei primi 35 km dalla centrale di Mayak. Questa scoperta portò ad un cambiamento nella politica della discarica del materiale radioattivo. Perciò fu proibito l’uso dell’acqua del fiume e dei suoi affluenti per uso umano e alcuni abitanti furono evacuati da quelle zone. Furono costruite dighe e riserve artificiali in modo da evitare che la radioattività fosse portata via dalle zone più contaminate, e gli scarichi dell’impianto furono rilasciati sempre più nel lago Karachai, senza sbocchi diretti nell’oceano, piuttosto che nel fiume. Nel 1957 un serbatoio di sedimenti radioattivi esplose, irradiando di plutonio una regione di 23.000 chilometri quadrati (più o meno quanto la Toscana). Secondo solo a Chernobyl, è stato uno dei più grandi incidenti nucleari della storia. Per motivi militari, la notizia non venne diffusa e solo alcuni villaggi furono evacuati (ma erano già passati oltre dieci giorni) e trasferiti in zone limitrofe comunque a rischio radioattivo. Tutti gli altri furono lasciati all’oscuro del pericolo che stavano vivendo. Dieci anni dopo, avvenne il terzo disastro. Durante un periodo di secca, il lago Karachai si ritirò parzialmente – era l’estate del 1967 – lasciando tutto intorno a se della melma altamente radioattiva che, dopo essersi seccata, fu portata via dal vento. Dal lago si sollevò dunque polvere radioattiva che ricoprì un’area di oltre duemila chilometri quadrati (per fare un confronto, circa la metà della Valle d’Aosta). In termini di radioattività rilasciata durante questi disastri (e per avere un’idea di quanto grandi siano stati) facciamo un confronto con il rilascio di radioattività avvenuto a Chernobyl, o in seguito alla bomba di Hiroshima. Mayak: rilascio totale di radionuclidi nel lago Karachai 20.000.000 Attività della bomba su Hiroshima dopo 12 ore dall’esplosione 5.550.000 Presente attività del lago Karachai 4.400.000 Incidente di Chernobil del 1986 1.850.000 Incidente di Mayak del 1957 740.000 Scarico di sostanze radioattive nel fiume Techa 100.000 Polvere radioattiva sparsa dal lago Karachai nel 1967 22 Oggi la radioattività del lago Karachai è tale che basta un’ora lungo le sue sponde per ricevere una dose letale di radiazioni. Allo stesso modo, il fiume Techa continua ad avere 400 milioni di metri cubi di acqua radioattiva a cielo aperto: un pesce pescato nelle sue acque è 100 volte più radioattivo del normale. Come risultato del deliberato o accidentale rilascio di materiale radioattivo nell’ambiente circostante, coloro che lavorano nell’impianto di Mayak e le popolazioni circostanti sono state esposte ad un totale di radiazioni e di materiale radioattivo davvero incredibile. In molti casi, le dosi ricevute sono confrontabili con quelle ricevute dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki. Circa 272.000 persone sono state esposte a radiazioni di alto livello. Le risorse idriche per 124.000 persone sono state contaminate con isotopi radioattivi di alto livello (come plutonio, strozio-90 e cesio-137). Nel 1992, l’Istituto di Biofisica per il ministero della salute in Russia ha compilato un rapporto nel quale ha dichiarato che 28.000 persone sono ”severamente irradiate” dagli scarichi di Mayak, 8015 sono morti in conseguenza dell’esposizione alle radiazioni e 935 soffrono di malattie croniche dovute alle radiazioni. C’è stato un aumento del 78% di malati di leucemia e un aumento di persone che muoiono di cancro – in particolare, cancro del sistema digestivo, pelle, ossa, polmoni. Il 30% dei bambini nasce con difetti e malformazioni genetiche, malattie del sistema nervoso, al cuore. Il 50% degli uomini e delle donne sono sterili. Una o due volte all’anno, gli abitanti di queste aree colpite dalle radiazioni erano chiamati per dei controlli medici nel centro di ricerca degli Urali a Chelyabinsk. Fino agli anni novanta nessuno di loro sapeva i motivi per cui erano chiamati a questi controlli medici. Il governo, invece, sapeva che gli incidenti di Mayak avevano esposto gli abitanti dei villaggi a radiazioni fortemente pericolose e sapevano che ne stavano pagando le conseguenze, ma, invece di informare gli abitanti, metteva al corrente dei dati di cui era in possesso centri di ricerca in Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia e Svezia. Se la popolazione fosse stata evacuata immediatamente dalle zone contaminate, forse avrebbero avuto una possibilità di riabilitazione fisica. Ora non ci sono rimedi se non palliativi medici contro le infiammazioni e i dolori, vitamine e fisioterapia – e questa situazione si è ulteriormente aggravata con il collasso dei servizi pubblici nell’epoca post sovietica. Perciò, la regione di Chelyabinsk, con 32 milioni di abitanti, vede oltre 1 milione e mezzo di abitanti colpiti dalle radiazioni. Muslyumovo è uno dei villaggi contaminati già dagli anni in cui il materiale radioattivo veniva direttamente scaricato nel fiume Techa. Il villaggio non fu mai evacuato e la maggior parte dei suoi abitanti ha contratto malattie correlate alle radiazioni. Si trova a circa 40 km da Mayak ed è il villaggio più contaminato del pianeta: l’acqua del fiume è talmente radioattiva che i pesci sono scomparsi… Per altri questo posto è unico per la possibilità di studiare gli effetti delle radiazioni sulla vita umana nel corso di mezzo secolo… Dopo l’incidente di Mayak, gli ufficiali di polizia andarono nel campo dove lavorava Wafir Gusmanov e gli ordinarono di aiutarli a pulire il banco del fiume. Il ponte era rotto e lui guidò il suo trattore tra le acque del fiume varie volte. Dopo, i poliziotti gli bruciarono i vestiti ma non ci fu una decontaminazione né di Wafir né del suo trattore. Wafir Gusmanov ha contratto una malattia alle ossa che le ha rese dure e fragili: può camminare sulle stampelle solo per brevi distanze e deve stare sulla sedia a rotelle quasi tutta la giornata. Anna Fedorova si traferì in un villaggio nei pressi di Mayak proprio nel 1957, pochi mesi prima dell’esplosione al complesso nucleare: è diventata cieca e soffre di diabete, il cui sviluppo è correlato alla radiazione. Le persone che soffrono per la contaminazione non muoiono necessariamente in tempo brevi, però possono trasmettere geni modificati a generazioni future… Di tanti aborti spontanei avvenuti a Muslyumovo, quasi tutti sono feti con grosse anomalie. Non tutti i bambini che nascono sono malati. Molti di loro sono sani, ma tanti altri nascono con handicap fisici o mentali. Arrivati all’età scolare non sono ammessi a causa del loro handicap mentale. Altri sono sottoposti a vari interventi chirurgici per poter usare braccia e gambe, anche se i loro movimenti saranno comunque sempre limitati. C’è anche una discoteca nel villaggio – una sala messa a disposizione dalla comunità, scarna e povera. I giovani vogliono andar via dalla regione a causa dell’inquinamento nucleare, della povertà e dei problemi sociali. Tutti i villaggi della zona di Mayak sono tra i primi posti in Russia per i consumi di stupefacenti; la droga viene addirittura venduta sui posti di lavoro. Il crimine è aumentato a causa della situazione economica disastrosa: una ragazza che aveva avuto la fortuna di trovare un lavoro lontano da Mayak è stata poi derubata e uccisa in casa. Gli abitanti di Muslyumovo ricevono ogni mese una piccola somma come risarcimento danni, ma se lasciano il villaggio perdono anche questo. Anni fa, si era deciso di trasferire il villaggio da un’altra parte ma i fondi necessari per avviare il progetto non si sono mai visti. Le città come Muslyumovo continuano ad essere città chiuse, la gente è destinata a vivere e a morire in luoghi come questi. Anche i divieti di pescare nel fiume Techa o di raccogliere funghi non sono più tenuti in considerazione: le mucche continuano a pascolare, la gente raccoglie funghi e frutta e se li mangia, pur sapendo che sono contaminati. Il governo aveva promesso che la zona sarebbe stata bonificata e che entro 30 anni l’acqua sarebbe stata di nuovo potabile. I 30 anni sono passati e non si è fatto niente. Queste terre verdi e in apparenza normali devono aspettare ancora 240.000 anni prima che passi il pericolo del plutonio, se non si interviene in qualche altro modo prima… I bambini sono tornati a nuotare nelle acque del Techa, come i loro genitori nella loro infanzia. Non si prende più l’acqua per cucinare, come quando gli abitanti del villaggio erano tenuti all’oscuro delle radiazioni, ma anche l’acqua del rubinetto è radioattiva… Anche se molti dei reattori di produzione presenti a Mayak non sono più operativi, Mayak rimane ancora un centro per riprocessare le scorie atomiche provenienti dalle centrali, dai reattori di ricerca, e dalla flotta atomica russa. Il plutonio è separato dal combustibile nucleare spento. Inoltre, Mayak possiede un impianto per il trattamento delle scorie radioattive con immagazzinamento provvisorio e strutture per la produzione di combustibile di Ossido Misto (MOX) e per la vetrificazione di scorie liquide radioattive. Decine di sommergibili nucleari sono abbandonati nelle rade segrete dell’Artico e del Pacifico, trasformati in rottami contaminati che non si sa più come neutralizzare. L’accordo internazionale ha previsto la demolizione di 160 sottomarini atomici con capitali americani e norvegesi, i più esposti alla contaminazione dell’Artico. I lavori vanno però a rilento nel recupero dei reattori nucleari (con una nuova minaccia di contaminazione degli oceani). Una volta estratto il reattore, esso viene messo in un apposito contenitore a prova di radiazioni, il cui carico è trasferito su uno speciale vagone ferroviario che lo trasferirà fino a Mayak in un viaggio lungo 4.000 km che attraversa mezza Russia, dall’Artico agli Urali. Tutto si svolge nel massimo segreto. Il riciclaggio e la riconversione delle scorie radioattive sono operazioni estremamente costose che i russi non sono in grado di sostenere. Presumibilmente, a Mayak c’è un crescente accumulo di scorie non trattate. A Mayak è in costruzione un deposito dove verranno conservate 50 tonnellate di plutonio, estratto dalle testate nucleari russe. La costruzione del deposito è finanziata dagli Stati Uniti, ma non si conosce né la data di ultimazione né quella di entrata in funzione. Nel lago Karachai si sta cercando di calare sul fondo blocchi di cemento per evitare che il vento risollevi la polvere contaminata nei periodi di secca. Se il materiale radioattivo presente nell’acqua del lago Karachai raggiungesse il sistema idrico del fiume Irtysh, la contaminazione potrebbe raggiungere anche l’oceano Artico. Il pennacchio di inquinante si sta muovendo dal lago verso il sistema dell’Irtysh ad una velocità di 80 metri all’anno… La minaccia di una nuova catastrofe per i cittadini della regione di Mayak, si è prospettata nel 2001, quando il ministero dell’Industria Atomica (MINATOM) della Russia ha offerto la centrale di Mayak come luogo di scarico di scorie e rifiuti radioattivi provenienti da potenziali clienti come Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Taiwan – con la prospettiva di ricevere 20 milioni di tonnellate di combustibile nucleare esaurito, per un totale di 20 miliardi di dollari. A fine maggio del 2002, questi piani per il trasporto, l’immagazzinamento e il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito provenienti da paesi stranieri sono stati respinti dal corpo regolatore della Russia per la sicurezza nucleare. Come si legge nella lettera scritta in data 25 maggio 2002, le ragioni sono le seguenti: le possibilità tecniche che dovrebbero garantire l’appropriata amministrazione delle scorie radioattive in accordo con le richieste normative e legislative approvate nel campo dell’uso dell’energia nucleare, della sicurezza radioattiva per la popolazione e per la protezione dell’ambiente sono assenti. Manca il necessario equipaggiamento per il trattamento e la vetrificazione delle scorie radioattive (gli esperimenti effettuati nella fornace di vetrificazione sono insoddisfacenti). Tutto ciò rappresenta una conferma dell’impossibilità di accettare il combustibile nucleare spento dai paesi stranieri per il loro riprocessamento, senza una modernizzazione generale dell’impianto di Mayak. C’è pure una puntata di report sul nucleare che si interessa alla questione.
    Vi lascio con queste parole,dette da una insegnante di un paesino vicino alla centrale:
    “Nessuno sa niente di noi, C’è stato Chernobyl, ma lì è Europa. Le radiazioni raggiunsero l’Europa, e tutto il mondo fu messo in subbuglio. Ma noi, qui nelle foreste sconosciute della Russia? Nessuno sa niente di noi, nessuno, nel mondo, si interessa del destino che ha chiuso le nostre vite in questo luogo.”Farida Shaimardanova, insegnante di Muslyumovo.

    CHACCAPS
    ( utente del forum viaggiatorindipendenti.it )

  • San Pietroburgo 2010

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    Erano anni che avevo in mente di visitare questa città.
    Da quando ho iniziato ad appassionarmi ed innamorarmi del grande scrittore psicologo criminologo Fedor Dostoevskij che ambienta i suoi romanzi nella sua San Pietroburgo.
    Luogo meraviglioso con un centro storico ricco di monumenti, strade importanti e musei, per non parlare del meraviglioso fiume Neva.
    Indescrivibile l’emozione appena giunto all’aeroporto di San Pietroburgo, Pulkovo 2.
    Da lì il transfer per l’alloggio in cui ho potuto ammirare la città dai sobborghi al pieno centro, Gorokhovaya Ul.
    Appena depositata la borsa, subito un giro per il centro, davanti al Museo dell’Hermitage e all’Ammiragliato.
    Erano le ore 23 circa e ancora la luce del sole illuminava la città.
    D’estate fa buio verso mezzanotte.
    Appena osservi la città e i suoi abitanti, non puoi non accorgerti delle evidenti contraddizioni.
    Il mio appartamento nuovo e ristrutturato all’interno di un palazzo fatiscente nel centro storico. Per strada era solito intravedere una Ferrari o una Lamborghini parcheggiata a fianco di una pseudo Fiat 131. San Pietroburgo sembra una città dai due volti: da una parte il tradizionalismo russo, presente ovunque tu vada, dall’altra il tentativo di “occidentalizzazione” che viene operato anche per via del turismo.
    I negozianti, specie spostandosi leggermente dal centro, parlano esclusivamente russo; le insegne dei negozi sono in cirillico, così come i menu dei ristoranti. La lingua inglese è presente, ma soprattutto nei posti frequentati da turisti. Esistono alcuni mini market aperti H24, in cui per acquistare una bottiglia di acqua “no gas” sembra impresa ardua.
    All’interno non è raro trovare musica di sottofondo italiana, Ricchi e Poveri e Adriano Celentano.
    Fai un giro sulla via principale e ricca di San Pietroburgo, Nevsky Prospekt, e trovi il lusso più sfrenato. Hammer, Lamborghini, Ferrari, Mercedes, Bmw, ma anche, come accennavo, macchine decrepite.
    Sul corso si notano subito i negozi che vendono roba italiana: Armani, Gucci, D&G, ma anche filiali di Max Mara, Calzedonia, Intimissimi.
    Peterhof, Cattedrale Kazan, Cattedrale del Sangue Versato, Fortezza Pietro e Paolo, Hermitage sono solo alcuni dei luoghi da visitare assolutamente. San Pietroburgo è una città forse ancora troppo “snobbata” dal turismo di massa italiano, probabilmente per via del costo del viaggio (in media almeno 1000euro) e per la richiesta di visto obbligatorio (spedizione passaporto e circa 100euro di costo). Non è, dunque, una località da week-end come potrebbe essere Londra o Barcellona. Il viaggio va programmato per tempo.
    Tuttavia lo consiglio, poiché è forte l’influenza architettonica italiana ed è una città che provoca forti emozioni, sia di giorno, ma soprattutto di notte.
    Alcune foto scattate possono essere visualizzate qui: http://www.panoramio.com/user/4742150
    Per l’alloggio consiglio il sito: http://www.ragoburgo.it . Il gestore è il nostro amico di O.T.R.A. ,Ragoburgo.
    Come compagnia aerea l’ottima AirBaltic: http://www.airbaltic.com

    MARCO
    ( utente del forum viaggiatorindipendenti.it )

  • Kaliningrad 2010 (viaggio 2)

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    Tornare dopo due mesi esatti dalla mia prima visita a Kaliningrad, ha fatto nascere in molti, supposizioni fino ai limiti della fantasia.
    “Per tornare la seconda volta a Kaliningrad a distanza di due mesi c’è qualcosa sotto”, questa l’affermazione tipica al comunicare, di volta in volta, il mio imminente ritorno in città.
    La realtà, invece, è molto più semplice.
    Da circa tredici anni il mio interesse prioritario è sempre stato quello di visitare, conoscere e scandagliare i paesi, gli stati che venivano considerati, fino ai primissimi anni ’90, facente parte del cosiddetto “blocco sovietico”, del Patto di Varsavia, quelli ubicati “oltre la cortina di ferro”. Tutto ciò per una naturale passione verso la loro storia, la loro cultura, la loro semplicità.
    Avere, lo scorso febbraio, completato la visita di tutti questi paesi proprio visitando l’oblast’ di Kaliningrad, ha avuto per me un forte significato.
    Quasi il compiersi di un cerchio alla ricerca del luogo ideale tra le terre che frequento da anni e che sono per me, oramai, una seconda casa.
    La seconda occasione per tornare a Kaliningrad mi viene servita grazie ad un misto di cause: la voglia di ritornare in un posto che ho apprezzato fin dal primo momento in cui ho calcato il suo suolo, forse mai come altri e la gita a Gdańsk organizzata da Jena, Pingo e Brunello.
    Il connubio sembra perfetto.
    Si salpa.
    A poche ore dalla partenza, la Cappa negativa che sta sempre in agguato, se ne inventa un’altra delle sue. Questa volta si rivela nella sua propria essenza di nuvola maligna proveniente dall’Islanda dove, uno dei suoi vulcani, erutta da giorni emanando una Cappa negativa sui cieli d’Europa dando luoghi a cancellazioni di voli e chiusure d’aeroporti.
    Un rapido briefing telefonico sull’asse Firenze – Ronta – Savona determina quello che ognuno dei partecipanti ha, in realtà, già stabilito autonomamente: si parte in treno.
    La Cappa scompiglia i piani originari ma non ne intacca l’essenza, la sosta, cioè, nella città del filosofo Kant.
    Jena, Pingo e Brunello avrebbero dovuto effettuare una gita a Gdańsk, città in cui non sono mai stati, attendere il mio arrivo un paio di giorni dopo tramite una triangolazione aerea Pisa – Londra – Gdańsk appunto e muovere tutti insieme alla volta di Kaliningrad.
    A causa della Cappa salta la gita a Gdańsk dei tre ma resta salva la scampagnata in Russia.

    LUNEDI 19 APRILE 2010:
    Alle 21:40 mi presento alla stazione ferroviaria di Firenze, in tempo per saltare a bordo del treno per Vienna, titolare di un biglietto fino a Tarvisio, visto che il treno, secondo le varie biglietterie, risulta affollatissimo. Il convoglio giunge con circa mezz’ora di ritardo ma riesco a prender posto in uno scompartimento semi vuoto. Come lo è il resto del treno d’altronde.
    L’intercity tarda a partire. Giunge notizia che si è rotto il locomotore. Necessiteranno ben due ore per sistemare la faccenda e poterci finalmente muovere. La Cappa cerca di metterci i bastoni tra le ruote in tutte le maniere possibili.

    MARTEDI 20 APRILE 2010:
    Con un ritardo clamoroso, come solo in Italia è prassi e consuetudine quando ci si affida ai treni, si giunge alla stazione di Mestre dove Jena, Pingo e Brunello convenuti, per motivi vari, da Savona e Verona, attendevano oramai da svariate ore. Nonostante la Cappa continui ad imperversare, riusciamo ad unirci e a continuare il nostro viaggio verso il nord Europa ed una sua effimera distrazione ci consente di trovare posto nello stesso scompartimento e di poter implementare, senza sovrapprezzi vari, il nostro biglietto fino a Vienna.
    Con più di due ore di ritardo e col sole alto nel cielo attracchiamo nella capitale austriaca.
    Contro il parere della bigliettara di turno, che ci sconsiglia per troppo affollamento, ci imponiamo e ci facciamo vendere quattro biglietti per Warszawa. Abbiamo due ore di tempo in attesa del nostro treno per la Polonia e, memori delle nostre svariate avventure sui treni russi, optiamo per dedicarci allo shopping in un attiguo supermercato, così da rimpinguarci di generi di conforto per l’intera durata del viaggio.
    Lasciamo l’Austria, attraversiamo la Repubblica Ceka, abbiamo un sobbalzo al cuore quando sostiamo dalla città di Ostrava, che tante volte ci ha visti protagonisti durante la sua night life, sfrecciamo per le campagne, osserviamo le ciminiere delle fabbriche e delle miniere di carbone, entriamo in Polonia, ci commuoviamo al ricordo delle svariate gite trascorse nella terra delle pianure (da cui il nome Polska), transitiamo da Katowice snobbata dai più ma tenuta da noi sempre in grande considerazione, proseguiamo per la capitale, Warszawa, dove approdiamo intorno le 21:30.
    Praticamente un giorno esatto da quando ho preso posto sul treno a Firenze.
    Optiamo per trascorrere la notte qui e proseguire poi il nostro viaggio l’indomani al canto del gallo.
    Pingo è assente dalla città da anni, Jena vi è stato una sola volta, io sono sempre stato ospitato in città o comunque sistemato da amici locali.
    A memoria cerchiamo un ostello nelle vicinanze della stazione. I nostri ricordi sono ottimi (personalmente manco dalla città solo da pochi mesi) ma l’ostello è pieno e veniamo respinti. La stessa sorte ci riserva il secondo ostello che visitiamo.
    A piedi, valigiati, ci rechiamo in un’altra zona speranzosi di un successo.
    La Cappa non si schiude, altro ostello, altro diniego.
    Non ci resta che prendere il tram e raggiungere una zona più centrale. Lo agguantiamo al volo, le porte non si sono ancora neanche chiuse che subito veniamo braccati dai controllori. La Cappa non va mai a dormire. In due fermate, comunque, riusciamo a scendere indenni dai controlli.
    Ci assestiamo in un ostello per gite scolastiche e chierichetti in vacanza a pochi minuti dalla sua chiusura notturna, a mezzanotte. L’ostello è infestato da una gita di giovanetti alle prime armi ma a noi interessa solo una doccia ed il meritato riposo su di un materasso.

    MERCOLEDI 21 APRILE 2010:
    Ad un usuale orario antelucano, ci svegliamo e ci rimettiamo in marcia verso la nostra meta finale.
    Salpiamo da Warszawa con un treno diretto a Malbork. La giornata non è delle migliori, meteorologicamente parlando, considerato che fuori piove e sferza il cattivo tempo. Buongiorno Cappa.
    Scesi a Malbork, tramite un vecchio trenaccio locale, raggiungiamo Elbląg, il campo base per l’approdo a Kaliningrad.
    Senza esitare, considerata anche la mia precedente esperienza, ci rechiamo nell’autostazione cittadina e ci rendiamo titolari dei nostri biglietti per Braniewo. Il tempo di masticare qualcosa e, dalla moderna autostazione di Elbląg, muoviamo in pullman verso il confine polacco.
    Il maltempo sferza sempre di più e per noi è un problema in quanto dovremo poi sfondare la frontiera in autostop.
    La tratta da Elbląg a Braniewo, con la neve disciolta, mi appare sotto tutta un’altra luce rispetto alla mia precedente esperienza di due mesi fa.
    Ora si possono notare nella sua interezza gli scenari tipici della zona: boschi simili fino in Estonia, villaggi rurali, aperta campagna, il mar Baltico all’orizzonte nei dintorni di Frombork.
    Il pullman, come consuetudine, ci abbandona alla stazione ferroviaria di Braniewo.
    Come avvenne anni fa, disperso con i miei compagni di avventura di allora, nel villaggio di Medyka, mentre mi accingevo a sfondare sempre a piedi il confine tra Polonia ed Ukraijna, si materializza all’improvviso una vecchia parlante italiano.
    Risulta davvero strano ma è già la seconda volta che mi accade di fare strani incontri su una linea di confine. La vecchia deve, anch’essa, raggiungere la nostra stessa meta ma si nota sin dalle prime battute che è poco avvezza a sfondare frontiere e quella in cui ci troviamo in particolare. Siamo noi che diamo una mano a lei.
    Ella si limita giusto a convocare telefonicamente un taxi e a farsi accordare un doppio passaggio, più economico di quanto ai tempi ci costò con la spedizione dei Notabili, fino a Gronowo. Fino al bar Kalinka ubicato in un container subito fuori Gronowo per l’esattezza, dietro mio suggerimento.
    In compagnia della vecchia, io e Jena raggiungiamo il nostro quartier generale sul confine polacco – russo.
    Rimettere piedi sul confine, essere di nuovo cliente del bar Kalinka, rivedere alcuni personaggi nullafacenti, ammirare il paesaggio senza neve sortiscono in me una profonda emozione.
    La vecchia col suo pesante bagaglio, imballato sotto i più rigidi dettami del Professionista che tanto ha fatto scuola, è ansiosa di sfondare nell’oblast’ russo. Recupera un passaggio e ci da l’arrivederci.
    Io e Jena restiamo in attesa di Pingo e Brunello che tardano ad arrivare. La nostra preoccupazione svanisce quando notiamo il taxi all’orizzonte in ritardo a causa della lentezza disarmante del suo guidatore.
    Il tempo volge al peggio e bisogna cercare un passaggio oltre confine al più presto.
    Siamo quattro maschioni stranieri sul ciglio della strada a cento metri dal confine russo, chi mai si fermerebbe per caricarci?
    Il tempo trascorre e le macchine transitano senza caricarci.
    Ma attenzione!
    Una vecchia Audi frena di tutto punto. Il vecchio autista scende e ci chiede, in russo stretto, chi siamo e dove dobbiamo andare. Egli è nativo di Chisinau ma vive a Kaliningrad ed è disposto a portarci in città. Non appena rivela le sue origini moldave ridiamo come bambini pensando al Maestro Cangaceiro che ci è venuto in soccorso tramite un vecchio guidatore. Rimembriamo al vecchio alcuni quartieri di Chisinau, la squadra cittadina, luoghi vari cittadini e lo facciamo esaltare. Tanto da chiederci 100 euro per sfondare in Russia.
    Dal bar Kalinka, il prezzo base per raggiungere Kaliningrad per uno straniero si attesta sui 7 euro a testa.
    Arriviamo ad offrirgliene 50 in tutto diretti fino all’hotel.
    Il vecchio si rifiuta, si incazza e se ne va. E vieta anche ad una sua amica, di lì transitante, di offrirci un passaggio.
    Sul ciglio della strada continua la nostra ricerca di un passaggio, sotto un’altalenante pioggia e con il miraggio della Russia a non più di cento metri.
    Dopo svariato tempo, una signora si muove a compassione e ci carica nella sua auto, a quanto pare gratis.
    Sicuri di berci il confine polacco, veniamo fermati dai doganieri ed i nostri documenti sequestrati. Circa quaranta minuti fermi prima di lasciarci andare. Strano, i “cattivi” dovrebbero essere i russi in entrata, come la volta precedente che ci scandagliarono i documenti e fummo trattenuti per due ore.
    Usciti dalla Polonia, solita trafila. Stop per compilare le immigration card e per dare spiegazioni al doganiere di turno e via verso la dogana russa vera e propria, dove ci aspettiamo una pessima accoglienza.
    Il doganiere di turno, apre il primo passaporto e va nella disperazione chiedendo aiuto ad una collega, la quale, non raccapezzandosi neanche lei per via delle scritte in latino e non in cirillico, gli consiglia di limitarsi ai controlli di rito senza infilarsi in un ginepraio. Questo è chiaro da quanto si intuisce da discorsi e gesti della coppia di doganieri. I passaporti vengono controllati uno ad uno elettronicamente e timbrati col benvenuto in Russia.
    Noto come può cambiare il passaggio di una frontiera a seconda dei turni dei doganieri. La prima volta due ore fermi e controlli serrati, questa volta controlli veloci per non avere eventuali grattacapi ulteriori rispetto ad una lenta giornata lavorativa.
    La signora polacca sfreccia con la sua vecchia auto verso Mamanovo in quanto intenzionata a lasciarci direttamente alla fermata del bus per Kaliningrad. Notiamo il bus già in movimento e strombazzando con il clacson lo facciamo fermare per caricarci.
    Con suo stupore elargiamo 20 euro alla signora per il disturbo e saliamo al volo sul pullman per la capitale dell’omonimo oblast’.
    La bigliettara chi chiede giustamente il biglietto. Ma come paghiamo non avendo rubli?
    Un passeggero ci viene in soccorso cambiandoci 10 euro al volo e paghiamo l’equivalente di 8 euro per i biglietti.
    7 euro totali a testa contro i 100 richiestici dall’autista moldavo.
    Il pullman affronta i circa cinquanta chilometri che separano Mamanovo da Kaliningrad, fermandosi in vari villaggi, caricando passeggeri, arrancando per la campagna di un territorio che politicamente appartiene alla Russia ma paesaggisticamente è simile alla Polonia rurale ed alla Lituania di campagna.
    A pomeriggio inoltrato, facciamo il nostro ingresso trionfale in città.
    E’ l’ora di punta ed un clamoroso ingorgo stradale, in piene stile Baku, ci accoglie strombazzante. Il pullman riesce a fatica a divincolarsi dal traffico e ci scarica in clamoroso ritardo all’autostazione.
    La Cappa non ha nessuna intenzione di abbandonarci. Neanche quando, in taxi, raggiungiamo il centralissimo hotel MOCKBA: risulta tutto esaurito.
    Lo sconforto ci assale ma non ci perdiamo d’animo e dirotto il gruppone verso l’hotel Kaliningrad, il quale, col passaporto italiano ben in evidenza in mano, ci concede di essere lor ospiti riservandoci due stanze doppie.
    Abbiamo giusto il tempo di pettinarci ed idealizzare sulla serata che veniamo rapiti direttamente sotto l’albergo da un nostro contatto in loco che ci invita a cena, senza possibilità di rifiuto, a casa sua ubicata nelle periferia cittadina.
    Raggiungiamo l’abitazione in bus e ci attestiamo ospiti di un appartamento in cui il nostro contatto vive con la madre e con la figlia, tre generazioni di Kaliningrad a confronto.
    La tavola è imbandita di ogni succulento piatto della tradizione russa, il tutto annaffiato da vodka locale. I brindisi a noi italiani si sprecano, come si sprecano i tentativi andati a vuoto di rifiutare gentilmente cotante pietanze. Ma siamo ospiti, i primi ospiti italiani da tre generazioni a questa parte e non possiamo fare brutta figura.
    Terminata, a quanto sembra la cena, si parte con i canti della tradizione folkloristica russa e sovietica da una parte e con le hit che hanno fatto conoscere la canzone italiana all’estero dall’altra. Si spazia in coro da Katiuscija a Toto Cutugno, da Riccardo Fogli a Yurij Antonov, il tutto contornato da uno squallido balletto improvvisato da Jena e Brunello, con il nostro contatto che si alterna al pianoforte ed alla chitarra senza soluzione di continuità ed io e Pingo impegnati a batter le mani a tempo di musica e a cantare a squarciagola questo karaoke di pessimo gusto sotto lo sguardo imperterrito di nonna e nipote. Le folli notti di Kaliningrad…

    LUCA PINGITORE

  • 20 anni di Macdonald’s in Russia: Il sapore di quel primo panino.

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    Non sembra, ma sono passati 20 anni da quando nel gennaio de 1990 fu innaugurato il primo MacDonald’s a Mosca.
    Ecco un video di quel giorno:

    L’URSS era ancora viva, ma già da due anni, nell’ottica della politica economica chiamata perestroijka (ricostruzione), i rappresentanti della città di Mosca erano in trattativa con l’azienda americana per aprire un ristorante in centro città.
    Fu scelto un luogo molto centrale, piazza Pushkin, a metà della Tverskaya uliza.
    Oggi una delle zone più prestigiose della città.
    All’epoca i politici moscoviti conclusero, trionfanti, un contratto faraonico per l’affitto del locale: circa 2.500 dollari americani al mese.
    Il contratto fu blindato per 17 anni a quella cifra.
    Ma come si può capire, l’affare vero lo fecero gli americani.
    Solo il primo giorno di apertura, furono serviti più di 30.000 clienti; record di scontrini battuti in un giorno di tutta la storia di Mac Donald’s.
    In pratica in un giorno, gli americani si son pagati l’affitto, in centro a Mosca, per tutta la durata del contratto.
    Ne avrebbero potuti pagare 25.000 senza problemi, sarebbe stato un affare lo stesso.
    Inoltre quel fast-food, ancora oggi, è quello che apporta più incassi tra tutti i punti vendita della catena americana nel mondo.
    Ma l’immagine che mi è sempre rimasta nella memoria, è la fila ordinata ed infinita che i moscoviti furono disposti a fare per assaporare quel cheeseburger che in fondo, sapeva di libertà.
    Certo tutti erano abituati a fare la fila per l’acquisto dei prodotti alimentari, ogni giorno si doveva fare la fila.
    Ma quella alla piazza Pushkin, era una fila verso ciò che fino ad allora si poteva solo sognare, per sentito dire.
    Non era il panino lo scopo della fila.
    Oggi, nelle grandi città della Russia europea, il MacDonald’s che non è più simbolo di libertà, lo si trova ad ogni angolo ed è molto amato soprattutto dai giovani.
    Tranne in Siberia.
    La globalizzazione si ferma a Tyumen ed Ekaterinburg, poco più in la dei monti Urali, oltre è ancora terra inesplorata.

    TOMOSALLI
    ( utente del forum viaggiatorindipendenti.it )

  • Murmansk 2010

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    Murmansk la vedi lì, in cima all’atlante quando sei ancora un bambino e non ci fai troppo caso. Poi passano gli anni, Murmansk rimane sempre là e tu ogni volta la guardi, ci pensi e poi lei rimane sempre là. Diventi un giovane uomo, con la passione della Russia e ogni volta che guardi una cartina lei è sempre là e sempre cosi affascinante. Poi fai un mese di transiberiana, ti innamori ancora di piu della Russia, della sua cultura delle emozioni che la sua gente ti da. Vedi Mosca, vedi il Bajkal, vedi Vladivostok, ma Murmansk ancora no è sempre là. Che ti aspetta.
    A settembre, quando ho iniziato a lavorare a tempo pieno e sapevo di avere altri 2 anni davanti a me in Estonia ho capito che era giunta l’ora, sarei andato a Murmansk. Quando poi a dicembre Tommy, mio compagno di transiberiana, mi dice che studiera 6 mesi a Petrozavodzsk ne ho la certezza: arriverò a Murmansk, sarò in cima al mondo. Le operazioni pratiche iniziano a gennaio quando Tommy fa uno stop-over sulla via per Petrozavodzsk. Facciamo un briefing via skype con ste e vince, gli altri due membri della compagni della platzkarty, per valutare la spedizione in terra russa e le ipotesi sono Murmansk e Arkangelsk.
    La scelta cade su Arkangelsk e il briefing viene chiuso con la decisione di sfondare nel nord della Russia a meta maggio.
    Poi pero io e tommy usciamo, facciamo serata, ci divertiamo e mi confessa che lui da Petrozavodzsk ci andrà comunque a Murmansk, in solitaria.
    A quel punto non posso permettegli di andare da solo e lasciarci a rosicare e quindi in barba a tutti decido che a breve lo raggiungero a Petrozavodzsk e andremo assieme!
    La mattina mi sveglio ancora avvolto tra i fiume dell’alcol, ma subito mi ricordo di aver promesso di andare a Murmask!
    Bene mi organizzo subito e guardando gli orari di lavoro noto che verso fine marzo, con 2 soli giorni di ferie ne avro ben 6 di fila liberi.
    Quando comunico al boss dei due giorni di ferie, mi dice di non sprecare 2 giorni di vacanza, ma semplicemente di spostarmi i turni e tenermi pure 5 giorni di fila liberi. Thanks Boss!
    La data è scelta, ora bisogna organizzare al meglio i trasporti per ottimizzare i tempi di spostamento.
    Purtroppo non posso andare in treno, non posso viaggiare nella mia amata platzkarty perche ci mette troppo, 27 ore da St Piter. Piu le 7 di bus da Tallinn. All’andata potrei anche farlo, bruciandomi la serata a Piter, ma al ritorno considerato che sabato sera lo devo fare a Murmansk e lunedi mattina devo essere al lavoro devo trovare un aereo.
    Nordavia mi viene incontro, visto che hanno un volo alle 9 di mattina al ragionevolissimo prezzo di 45 euro.
    Un prezzo cosi basso mi invoglia a viaggiare per via aerea anche all’andata avendo un appoggio a Piter e potendo fare cosi una serata anche nella citta degli Zar. T
    empo due giorni ed i biglietti sono prenotati, il viaggio è ufficiale. Sveliamo il progetto segreto a ste e vince che muoiono di inviadia.
    Il consolato russo mi fa tremare quando a 10 giorni dalla partenza mi rompe accidentalmente il passaporto, ma facendomi beffa della burocrazia italiana, riesco ad ottenerne uno nuovo in tempo utile ad avere il visto russo pronto la mattina di martedi 23 marzo.
    Martedi 23 marzo alle ore 23 parte il bus notturno che mi porta da Tallinn a Piter.
    Si va oltre cortina a Narva e anche di notte le due fortezze ai due lati del fiume che divide Eesti e Rossiya appaiono maestose ed imponenti. I controlli non sono troppo minizuosi ed in circa 30 minuti siamo gia di nuovo sul bus che riprende la sua marcia verso Piter. Sbarco alle 6 di mattina, con un’ora di anticipo sul programma.
    Inma, il mio appoggio a Piter, sarebbe venuta a prendermi all 7, cosi devo aspettarla 1 ora nella squallida, volgare e fredda Baltiskiy Vokzal.
    Inma è mia amica dai tempi dell’erasmus, avevamo la stanza vicina in dormitorio e dal primo giorno abbiamo avuto un amicizia speciale. Spagnola di Melilla è la persona che conosco personalmente piu brava nelle lingue straniere e non intendo alcun doppio senso. Parla perfettamente Spagnolo, Italiano, Inglese, Russo e molto bene Tedesco ed Estone. E’ proprio brava ed ora lavora per una scuola privata a Piter dove insegna e fa la traduttrice freelance.
    Lasciamo il mio piccolo trolley nel suo decadente appartamento a 300 metri dalla nevski e andiamo a fare colazione nella rumorosissima arteria principale della citta.
    Inma va poi al lavoro mentre io mi adempio a sbrigare alcune pratiche legate al cambio di passaporto dopo l’acquisto del biglietto aereo, per cui risultava un numero di documento diverso da quello con cui sarei partito. L’ormai membro della Duma, Tomosalli mi da una grossa mano ed in 10 minuti risolviamo la trattativa per il meglio, l’indomani sarei partito sembra problemi. Nel pomeriggio faccio il turista un po svagato nella bella Piter e poi mi concedo un riposino, visto che sul bus la mia vicina di posto, una simpatica vecchietta si è addormetato appoggiando la testa sulla mia spalla stile teenager, mentre io non chiuso occhio, totalmente immerso nella lettura dei racconti di I. Welsh. Per la sera avevo in programma una serata trasgressiva in solitaria, ma Inma ha organizzato una cena con Robert, altro ex compagno di erasmus ed altri amici spagnoli in un ristorante al quanto caro.
    Non posso deludere Inma visto che mi ospita ed è sempre gentilissima con me per cui decido di spendere il budget della serata in cibo messicano, e qualche bevuta ad un pub irlandese. La compagnia è buona per cui alla fine posso anche andare a dormire non troppo arrabbiato, ma qualche rimpianto c’è.
    Giovedi 25 marzo è il giorno del grande sbarco nella citta piu a nord del mondo, anche se arriverò a destinazione molto tardi, alle 22 ora locale per la precisione. Passo la mattinata con Inma a passeggio per il centro e poi vado in aeroporto con la solita marshutka. Da segnalare la musica che arriva dalle cuffie di una giovane donne: Toto Cutugno.
    Il Pulkovo1 è per i soli voli nazionali ed è abbastanza piccolo, per cui dopo una breve ricognizione decido di iniziare il mio aperitivo nel piu piccolo dei 4 bar. E’ però accogliente e 0,5l di Guinness costano solo 110 rubli.
    Da questo momento devo iniziare a parlare il russo e cerco di ripassare quello che imparai a Minsk mesi orsono.
    Come inizio non c’è male visto che comunico con la barista e con le solite ragazze che ti vogliono vendere assicurazioni e premi bancari vari senza grosse difficolta.
    Dopo 2 litri di birra e una frenetica comunicazione via sms con tommaso che mi assicura di aver trovato un kvartira per la notte e sarebbe venuto a prendermi in aeroporto è l’ora del check-in e di salire sull’aereo che mi porterà lassu’.
    Lassu’ dove Murmansk è sempre stata da quando la vidi la prima volta da bambino sull’Atlas.

    Il volo scorre veloce, tra i racconti di una Scozia volgarissima di Welsh e due bicchieri di vino.
    Quando è ormai ora di atterrare, mi volto e scambio due parole con due professoresse di Tromso, che stanno tornando a casa dopo una conferenza vicino agli Urali.
    L’aeroporto di Murmansk è il piu piccolo in cui sono mai stato, ma non avendo bagaglio in stiva mi avvio di fretta all’uscita cercando di scorgere Tommy. Non lo vedo, ma devo dire che me l’aspettavo non sarebbe venuto a prendermi, pigro e ritardario com’è. Quello che non mi aspettavo è che non mi abbia scritto nessun messaggio, ma ancora peggio che il suo telefono non funziona!
    Mi faccio prendere da un attimo di panico, provando decine di volte a chiamare un telefono “ne rabotaet”.
    Le due professoresse mi offrono un passaggio in taxi verso il loro hotel ed io accetto volentieri anche perche il volo era in leggero ritardo e sono gia le 23:30 e soprattutto loro sono le uniche due persone che parlano inglese nel raggio di 1000 km credo.
    I 30 minuti di taxi verso il centro sono un continuo inveire contro il telefono di Tommy che è irraggiungible anche dai cellulari delle prof.
    Il tassista ci scarica di fronte all’hotel Meridien e ci avviamo alla reception.
    Le signore hanno la camera e la cena riservata, io invece chiedo di poter provare a chiamare ancora una volta da un telefono fisso, ma sempre a vuoto.
    A questo punto mi vedo costretto a prenotare una stanza nell’hotel almeno lascio il mio trolley e non devo dormire in strada, ma quando chiedo il prezzo mi viene sparato un 4200 rubli in business room, siccome tutte le altre stanza sono occupate dagli atleti in citta per i giochi di inizio primavera.
    105 euri per una notte, senza neanche pranzo, ma solo colazione a buffet fino alle 10.
    Avevo un budget di 7000 rubli, se ne spendo 4200 per una notte, come sopravvivo fino a domenica, mi chiedo?
    Devo prelevare, ma ho portato con me, solo la carta di credito estone e a Piter non aveva funzionato.
    Provo al bancomat nell’hotel e va al primo colpo.
    Mi scoccia parecchio bruciare 4000 rubli, ma la nottata chiama Tommaso invece non risponde.
    Pago, salgo a vedere la mia onestamente bella stanza, e in 5 minuti sono di nuovo ad importunare la receptionist, questa volta per preziosi consigli sulla nightlife e farmi chiamare un taxi.
    Ho una lunga lista di locali ed il primo che visito è il Ledakol, che si trova proprio dentro l’hotel Inn per cui ne approfitto per chiedere i prezzi e anche li non hanno stanze a meno di 3500 rubli. Nel club comunque non c’è anima viva, mentre nel bar ci sono si e no 5 persone per cui vado al secondo club nella lista, lo Sfera.
    Capisco subito che la situazione è diversa e decido per pagare ed entrare.
    Il locale è molto carino, al piano terra un banco da bar e diversi divanetti appartati, mentre al piano superiore una grande pista da ballo con palco ed un paio di bar. E’ in corso l’elezione di una qualche miss universita ed il locale è gremito. Uno shot di vodka per smaltire la rabbia dei 4000 rubli buttati ed una birra come lubrificante sociale cosi sono pronto ad esplorare la fauna locale. Mi rendo conto di come questo possa essere l’unico posto con vita in un giovedi sera a Murmansk, per cui i miei sentimenti contrastanti fra odio e preoccupazione per Tommaso, volgono decisamente verso la preoccupazione. Conoscendo Tommaso, questo è l’unico posto in cui possa essere andato e la sua assenza mi fa pensare che gli possa essere successo qualcosa.
    La situazione pero inizia a farsi interessante ed inizio a riscuotere l’interesse dei locali.
    In breve si sparge la voce che sono italiano e vengo ammesso di diritto nella giuria dell’evento. Le ragazze in competizione sono 7, mentre le sfide a cui si devono sottoporre sono 4: la prima prova è di cucina, infatti le ragazze hanno preparato un piatto e noi giudici abbiamo l’onore di assaggiarlo.
    Ho il coraggio di testare solo 3 dei piatti proposti, sono infatti troppo schizzinoso per degustare qualsiasi cosa mi venga proposta.
    La seconda sfida non la capisco, si tratta infatti di un monologo da parte di ogni candidata, dei quali ovviamente non intuisco nemmeno il senso.
    La terza prova è quantomeno bizzarra, infatti le ragazze devono sfilare vestite con costumi da animale, per niente sexy.
    L’ultima prova è il classico balletto per il pubblico rovente, che sfoggia anche cartelloni inneggianti le candidate e cori da stadio.
    Il mio voto va per la bellissima numero 6 che pero non riesce a guadagnare la ribalta, e viene premiata la numero 7, comunque meritevole.
    E’ tempo ora di lanciarsi in balli sfrenati e vengo poi invitato al tavolo della vincitrice dove conversiamo e riesco ad illustrate il mio problema.
    Il mio nuovo gruppo di amici vuole aiutarmi a ritrovare Tommaso e riescono incredibilmente e contattarlo, alle 4 di mattina.
    Tommaso è sano, salvo ma addormentato.
    Riesce comunque a dirci l’indirizzo del kvartira dove si trova e lo raggiungiamo io, 2 ragazzi e 3 ragazze, con una bottiglia di vodka.
    Volevo inveire contro Tommaso, ma sono stanco e felice per cui lascio perdere e mi bevo in compagnia l’ultima vodka della serata.
    I ragazzi mi riaccompagnano in hotel e mi addormento subito stanchissimo dopo la giornata storica che mi ha portato in cima al mondo.
    Mi faccio svegliare alle 9.30 giusto in tempo per la mega colazione inclusa nei 4200 rubli, e mangio di tutto fino a star male.
    Devo provare a recuperare qualche rublo e mangio anche controvoglia salsicce, verdure, bacon, torte, panini, uova, patate e qualsiasi altra cosa a mia disposizione.
    Torno in camera satollo come poche volte e mi faccio mettere la sveglia ancora una volta, alle 12:45 giusto in tempo per il ckeck-out delle 13.
    Aspetto Tommaso che come al solito è in ritardo, ma arriva con una bella notizia: abbiamo un kvartira tutto per noi in pieno centro al prezzo di 1000 rubli per due notti.
    Ben 6,5 euro a notte a testa.
    Abiteremo in Oktobraskaja una delle vie piu famoso dell’impero sovietico, traversa dell’altra onnipresente Lenina.
    Il palazzo è fatiscente e rovinato, le scale emanano un odore angusto…scopriamo a breve il perche: ad ogni piano un simpatico homeless abita nello spiazzo delle scale!!!
    Attrezzati di bicchiere in latta e qualche altra cianfrusaglia ne incontriamo 2 nei tre piani che ci portano al kvartira numero 9.
    Fortunamente l’appartamente ha standard igenici e di decenza elevati per la Russia, 2 camere, cucina e bagno.
    Ci sistemiamo in fretta ed usciamo alla scoperta di Murmansk.
    Sono emozionato, ma allo stesso momento disgustato dal degrado della citta.
    Capisco che la neve sia un problema, abito a Tallinn ed anche li le strade ed i marciapiedi sono completamente ricoperti di ghiaccio, ma a Murmansk si raggiungono livelli imbarazzanti. Certo anche Irkutsk era decadente da questo punto di vista e forse d’inverno è tanto messa male quanto Murmansk, ma dover affrontare gradini di 50 cm di ghiaccio ogni 20 metri non è il massimo della vita.
    Vaghiamo per le desolanti vie in lungo e in largo toccando il porto, la stazione, il mercato e scopro che la piazza principale è l’ingresso del mio caro hotel Meridien.
    Rientriamo verso le 5 con il necessario per il preserata, ovvero spaghi agli e olio e vodka.
    Scopro con piacere che perlomeno i supermercati sono davvero ben forniti, con una quantita di frutta, verdura, carne ed altri viveri da far invidia a Tallinn.
    Mi butto sul letto per ricaricare le energie, solo dopo aver ammirato dalla finestra il fiordo circondato da montagne innevate, la piu bella attrattiva di Murmansk.
    Riapro gli occhi ed è ancora chiaro, guardo l’orologio e sono le 8, ormai ora di prepararsi per la serata.
    Sveglio Tommy che, come sua abitudine, avrebbe continuato a dormire.
    Conoscendo la sua proverbiale lentezza nel prepararsi lo invito ad iniziare la fase trucco/parrucco mentre io mi metto ai fornelli.
    La cucina dell’appartamento non è poi cosi male, ma le pentole e padelle sono dei reperti archeologici.
    Tommaso dice che anche a Petrozavodzsk si usano simili stoviglie, ma io sono dubbioso…padelle che pesano intorno ai 6 kili e incrostate non mi sembrano il massimo per fare un sughetto aglio, olio e peperoncino.
    Vengo convinto di non contrarre infezioni radioattive e mi diletto ai fornelli alquanto rustici preparando un’ottima spaghettata e due bruschettine.
    Da bravi russi pasteggiamo con vodka e succo, iniziando a carburare per la serata.
    Nel frattempo guardiamo un film mitico: Yuppies!
    Tommaso è incredibilmente lento nel pettinarsi e ho tutto il tempo di godermi il film con vodka orange al mio fianco, cosi quando è il mio turno di farmi bello sono brillo e carichissimo. Tommaso pero finito il film inizia a mettere episodi di How I Met Your Mother, con il mio idolo personale Barney Stinson, per cui buttiamo un altra ora tra vodka, idee copiate su come approcciare tipelle e ricordi malinconici e bellissimi dell’avventura in Siberia.
    Quando decidiamo di uscire è gia mezzanotte, siamo in ritardo di solo 2 ore sul piano di battaglia.
    Chiamiamo un taxi e sorteggiamo velocemente il Gallettas come bar per buttarci nella nightlife del venerdi sera.
    Il posto si rivela un locale da fighetti piu adatto a cena e drink delle 10 che come locale di spinta per la mezza, pero ormai siamo li e decidiamo di prendere un drink. Attratti dal menu ordiniamo anche un piatto di pancetta e lardo, che si rivelera delizioso tanto che faremo un tris!
    Solita richiesta alla cameriera sui migliori locali per la serata, solita lista su foglietto, con solito numero di telefono per la sera dopo.
    Qui all’uscita facciamo una delle conoscenze piu belle della vacanza: la babushka che lavora al guardaroba ci intrattiene in 30 minuti di chiacchiere dolcissime su come lei abbia sempre sognato l’Italia, su come sia contenta di parlare con degli italiani che non aveva mai visto prima, e su come siamo bravi in russo.
    L’ultima forse una piccola bugia.
    Prossima stazione: Marrakesh, ristorante di giorno che si trasforma in club di tendenza nel week end, ingresso libero.
    Il locale non è pienissimo, ma l’ambiente è buono. Il locale è davvero carino, e lo sono anche le sue frequentatrici. Decidiamo per la solita mossa: Vodka in grammi in una caraffa, si parte con 300g. Prendiamo felici la nostra caraffa con due bicchierini e andiamo a sederci al tavolo piu in vista, vicino alla pista da ballo. Facciamo la conoscenza con diverse ragazze, tra cui una bellissima davvero, sposata a Mosca. L’amico del marito si vede intimorito, viene ad intromettersi e passa la mano nei capelli di Tommaso!
    Mai toccare i capelli a Tommaso, che si irrita non poco e mi convince a lasciare il locale in cerca di un club vero e proprio.
    Al Marrakesh però, non vanno dimenticati un aneddoto divertente ed un fatto che condizionera gli eventi futuri.
    Saliamo in console dal deejay per chiedere o Volna o Ty menya zabud, ma il deejay ci risponde chiedendoci una mazzetta che chiaramente non sganciamo, ma dopo 10 minuti veniamo accontentati e ci lanciamo da soli in mezzo alla pista in un ballo sfrenato attirando le attenzioni di tutti, ancora piu del solito.
    Piu tardi invece mentre Tommy è impegnato a parlare con due ragazze con origini caucasiche ordino altri 300g di vodka, ma li bevo praticamente da solo. Quando ci dirigiamo al primo vero club della serata, ormai fatico a camminare e di sicuro fatico a ricordare.
    Tommaso racconta di come mi abbia trascinato al taxi e convinto ad andare allo Sfera, ma il locale si sia rivelato una mezza bufala.
    Racconta poi Tommaso di come dopo essere andato al bagno mi ritrova al tavolo con due bellissime ragazze, che mi facevano domande ed io non ero in grado di rispondere, ma biascicavo solamente dei suoni incomprensibili. In ogni caso Tommy prende i numeri, che non verrano mai usati e prova a trascinarmi anche al Pilot, ma sono ormai le 4, non ce la faccio piu e a mia minaccia di vomitare sul taxi facciamo finalmente rotta a casa, dove mi risveglio sabato mattina a mezzogiorno passato ancora completamente vestito, con tanto di scarpe e giubbetto.

    Sorprendentemente, non accuso nessun segno di hangover dalla sera precedente ed infastidico Tommaso ancora dormiente.
    I miei ricordi sono vaghi per cui mi faccio raccontare da Tommaso le ultime ore della serata precedente, mentre ci prepariamo per uscire.
    Siamo affamati e ci dirigiamo sulla Lenina sperando di trovare un bel posto dove riempire i nostre avidi stomaci.
    Oggi notiamo finalmente un po’ piu’ di movimento: Lo stadio adibito a pista da ghiaccio è pieno, nelle strade ci sono piu delle 4 persone indaffarate di ieri ed anche nella zona della stazione/porto/hotel c’è un via vai di persone notevole.
    Compiaciuti di tutto cio’ percorriamo la Lenina, rimandiamo una steak-house perche troppo cara, ma ci imbattiamo nel Fusion.
    Locale post moderno, molto fighetto, stile occidentale che però ci attira. Lasciamo le giacche al guardaroba e notiamo si puo usufruire di un comodo accessorio per la pulitura e lucidatura delle calzature, prima dell’ingresso vero e proprio nel locale. Ci sono diverse persone, di tutte le età e di tutte i gusti (di abbigliamento). Andiamo a sederci ad un tavolo, che riteniamo positivo per vista e location. Purtroppro scopriamo presto che a servirci sarà l’unico cameriere di sesso maschile del locale a fronte di 4 splendide fanciulle.
    Ancora piu terribile la scoperta che siamo entrati negli unici 5 minuti in cui era assente la Welcome Lady, una ragazza di una bellezza indescrivibile, vestita in un abito di pelle rosso che accoglie calorosamente tutti i clienti.
    Il servizio è ottimo e nemmeno troppo caro, mi concedo come sempre dei gustosti shashlik, ma in testa ho solo l’aver perso il privilegio di essere accolta da quella dea.
    Convinco cosi Tommy a prenotare un tavolo per la serata!
    Cosi, prima di congedarci, andiamo dalla Welcome Lady per comunicarle le nostre intenzioni. Lei è ben felice di farci scegliere il tavolo secondo lei migliore e ci aspetta per le 10.
    Proseguiamo sulla Lenina, che si rivela davvero la piu brutta Lenina di tutto l’impero sovietico, arriviamo fino alla fine della zone commerciale (si poi anche i due bruttissimi negozi vengono rimpiazzati dai soliti casermoni) e in 2 km di strada abbiamo visto una sola costruzione carina, una specie di università/museo, ovviamente chiuso. Notiamo pero a poca distanza un grande centro commerciale, l’OK catena presente in tutta la Russia ed andiamo là a perdere del tempo. Interessante come in questo enorme magazzino vendano di tutto da pneumatici per camion a pesce affumicato a frutta fresca a ricambi per lavatrici. Tutto attaccato. Ed è questo probabilmente il posto piu affollato di Murmansk.
    Decidiamo di provare anche il fast food al suo interno e le simpatiche cameriere ci danno ulteriori consigli per la serata, anche se abbiamo gia una lunga lista e stiamo programmando una bella scaletta.
    Mentre torniamo verso casa vediamo quello che preferisco ricordare come un miraggio.
    Premesse: a Tallinn, sabato prima di Natale, lo scorso anno ero con Tommaso al centro commerciale per shopping e cazzeggio, quando notiamo delle ragazzine vestite da Natale. Piu di un gruppo, quindi mi incuriosisco. Scopriamo che, quel sabato pomeriggio dalle 17 alle 21 la disco adiacente era riservata a loro per una specie di festa della scuole. Convinco ad entrare in quello che era un paradiso per me: ragazzine di 16-17-18 anni, bellissime, biondissime. All’inizio eravamo un po’ in imbarazzo, a Tommy all’entrata sequestrarono anche le sigarette, ma una volta dentro ci siamo lasciati coinvolgere dalla festa e particolare non da poco eravamo gli unici che potevano comprare bevande alcoliche!!! Fu un serata (pomeriggio) memorabile!!! Anche Stefano e Vincenzo ci raggiunsero.
    Bene tutta questa premessa per dire che: sabato pomeriggio mentre rientriamo verso casa, noto un movimento di ragazzine vestite tirate e che lanciano sguardi provocanti…intuisco qualcosa…giriamo l’angolo e….Festa in Disco con le ragazzine alle 6 del pomeriggio!!!!
    Prego quasi in ginocchio Tommaso di andarci, ma si lascia sopraffarre dalla coscienza e dal senso del pudore e mi trascina via.
    Dio solo sa cosa avremmo potuto combinare in una festa di ragazzine, a Murmansk!!
    Rientriamo, sonnellino rigenerante e ci prepariamo per l’ultima grande serata.
    Tommaso è lento come al solito e siamo gia in ritardo sul piano che prevede di visitare ben 4 locali prima della mezzanotte per poi lanciarci in disco vere e proprio. Prima tappa è l’Artika per cenare, ma veniamo respinti, locale pieno e posti solo su prenotazione!
    Rimaniamo spiazzati, visto che sono gia le 9.15 e dobbiamo cenare, alle 10 ci aspettano al Fusion.
    Mentre valutiamo il da farsi, scartando il Dolce Vita che si rivela una squallida trattoria, notiamo 3 ragazze passeggiare e così attacchiamo bottone chiedendo informazioni su dove poter cenare. Due delle ragazze sono bellissime, la terza mica tanto!
    Comunque adottiamo il solito basso profilo, con il nostro russo masticato. Sono loro infatti ad interessarsi velocemente alla nostra storia, a chiederci prima una foto, poi i numeri di telefono ed infine si buttano addirittura chiedendoci di passare la serata con noi. Tempo 3 minuti e gia le “coppie” sono fatte: Vera, la piu bella, di una perfezione mistica, e la meno carina parlano solo con me, mentre qualche metro piu avanti Tommaso rimane con la terza amica, di cui non so neanche il nome e con cui non parlerò piu per le prossime 3 ore nonostante sia a 1 metro da me!
    Non ci sono in zona altre soluzioni che il Fusion, cosi decidiamo di andare un po prima verso le 9.40 convinti che il tavolo sia libero, ed invece veniamo invitati a presentarci non prima delle 22 esatte!
    La Welcome Lady è sorpresa di vederci in 5 invece che in due e ci fa accomodare in un tavolo piu grande. Il tempo passa in fretta fra alcune birre (mie e di Tommy) e chai (delle tipelle), foto, baci, abbracci, risate. A volte mi sembrava di essere interrogato a scuole, mi è stato chiesto da quante volte sono stato innamorato a quali citta ho visto a quale è il mio film preferito e cosi via. Negli ultimi 3 anni credo che nemmeno mettendo assieme tutti i date che ho avuto abbia mai fatto o ricevuto tutte quelle domande. Purtroppo le fanciulle devono rientrare a casa, ma si dicono fiduciose di poter convincere i genitori ad uscire dopo essersi cambiate. Tommy ed io ci facciamo vedere desiderosi di rivederle, ma siamo consci che sta per arrivare il momento di agire.
    E’ mezzanotte passata abbiamo un ora per buttarci a capofitto nella vita notturna e vedere cosa succede. Non crediamo torneranno, non vogliamo che tornino, ma se dovessere tornare allora a quel punto la vittoria sarà davvero a un passo. Torniamo all’Artika, ci accomodiamo al bancone per birra e vodka. Il posto è davvero interessante, tanti tavoli di legno pieni di gente che mangia e beve e la pista da ballo in stile balera con tanta gente che si lancia in balli scatenati sulle noti di canzoni di dubbia qualità. Alla 1 però è ora di andare in una disco vera e proprio ed optiamo per un posto consigliatoci da molti.
    Ora non ricordo il nome, ma si trova un po fuori dal centro e si rivela al quanto interessante. Grande, interni in roccia, piccoli spettacoli teatrali tutta notte nel mezzo delle varie piste da ballo. I miei ricordi sono vaghi, ma il posto è divertente e facciamo la conoscenza di diverse fanciulle, ci lanciamo in balli scatenati e beviamo vodka con tanti nuovi amici. Proviamo piu tardi anche il Pilot, spacciato da tutti come postaccio per narcomani.
    Tommaso è innamorato di questo tipo di posti, e si rivela per quello che è: discoteca per giovincelli che magari si calano qualcosa, locale bello con giochi di specchi ed acqua, persone interessate alla musica techno-dance piu che alle relazioni sociali. Noi pero siamo l’eccezione ed anche qua i contatti ravvicinati non si rifiutano. Non ricordo molto, sono nel mezzo dell’ubriacatura da vodka, ma Tommy mi porta in un altro locale. Non ho idea quale.
    Alle 5.30 chiedo a Tommy di mettere in atto il nostro piano finale: andare nell’ultimo postaccio aperto a mangiare fino a mattina che poi alle 8 ho l’aereo. Chiediamo informazioni e scopriamo che c’è un locale grande, un po fuori citta che fa da disco fino a mattina sotto e sopra ristorante.
    Andiamo lì, ma non possiamo mangiare perche tutti i tavoli sono occupati! Alle 5.30 di mattina!!!
    Anche 3 ragazze vengono respinte e visto che anche loro volevano mangiare ci dicono di conoscere un posto. Andiamo con loro e dopo un bel pezzo di taxi arriviamo in cima al fiordo nel locale piu volgare della storia: una piccola sala con 4 tavoli ai quattro angoli, al centro un bancone da bar con appesa una tv che fa da karaoke. I clienti oltre a noi sono: un tavolo con 2 coppie, un tavolo con 6-7 persone che non decifro bene e due ragazzine. Ora non ho idea di cosa possano farci 2 ragazzine, carine, vestite da alternative in un posto cosi.
    Comunque ordiniamo qualcosa e dopo mangiato, corro a fare le valigie, alle 6 la mia gita di Murmansk si conclude con un taxi sotto casa che mi aspetta impaziente, il volo alle 8 parte ed io scendo solo alle 7.03. La valigia (ero con un piccolo trolley, niente di che) non è stata fatta, sono semi vestito come la sera prima, in condizioni pietose, ma felice.
    Prego l’autista di guidare быстро быстро, ho paura di perdere l’aereo.
    Arrivo giusto in tempo, anzi nella minuscola sala di attesa mi mangio anche tutti i tramezzini che hanno.
    Salgo sull’aereo e prima di addormentarmi penso che sto andando via.
    O meglio sto andando giu. Si perche sono stato lassù, dove c’è Murmansk.
    Lassù dove Murmansk sara sempre.

    EESTLANE
    ( utente del forum viaggiatorindipendenti.it )

  • Kaliningrad 2010 (viaggio 1)

    DSCN0255

    Con il crescente allargamento della Comunità Europea, con l’incremento dei voli low cost, con il diffondersi sempre più frenetico di internet, l’interno dei confini europei è, oramai, totalmente conosciuto al grande pubblico. Quasi totalmente. Infatti, nell’immaginario collettivo dei pregiudizi, resistono ancora un paio di località. Una di queste è l’oblast di Kaliningrad, exclave russa nell’Europa centrale.
    Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla costituzione ufficiale dell’exclave, decine di voci diffamatorie ed intrise di pregiudizi si sono concentrate sulla città di Kaliningrad e sull’intero oblast. Secondo i benpensanti, Kaliningrad era ed è il centro di traffici illeciti, il mercato del plutonio, il negozio di armi, il concessionario di carri armati, il ghetto per affetti di sieropositività, la zona a più alta densità di pericolosità e delinquenza dell’intera Russia e dell’Europa centro orientale.
    Tutte queste, considerazioni, senza essere mai state davvero verificate.
    Per il sottoscritto, l’oblast di Kaliningrad, invece, era l’ultimo lembo di terra facente parte dell’ex Patto di Varsavia a non essere stato ancora visitato. L’occasione giusta per farlo, mi viene concessa quando il vecchio confessore Dimitri, calabrese di nascita ma russo di nome, già viaggiatore interrail di lungo corso, decide che Kaliningrad sarà il suo ultimo viaggio prima di passare a peggior vita: sposarsi.
    Vuole provare un’emozione forte e quale altro posto in Europa può assecondare i suoi desideri se non la tanto decantata Kaliningrad?
    L’idea gli balena circa cinque mesi prima della data prescelta per la spedizione e pretende vi partecipino tutti i suoi amici più stretti.
    Nel suo ruolo di magnate, affida al sottoscritto l’incarico di organizzare l’evento e mi assolda gratis come guida del gruppo. Gruppo composto da illustri Notabili calabresi ma da estrazioni più disparate: chi non ha mai viaggiato, chi viaggia con canoni superiori, chi non ha mai messo piede ad oriente, chi ha viaggiato ma mai in posti così “estremi” a parer loro.
    Il lavoro di assemblaggio dei vari partecipanti e del loro pascolo sul campo sarà dura per il sottoscritto ma accetto l’offerta con grande entusiasmo ponendo due condizioni:
    – sfondare la frontiera via terra;
    – carta bianca totale sull’organizzazione.
    Il Magnate concede tutte le mie richieste ma il suo incedere è pressante e spesso condizionato dal resto del gruppone che accampa desideri da star dello spettacolo, con richieste del tipo: fiori freschi in camera d’albergo tutte le mattine; asciugacapelli al piano; facchino portabagagli; tassisti privati, camere singole con letti matrimoniali, idromassaggio, colazione al letto, Gazzetta dello Sport quotidiana; lustrascarpe turco personale, eventuali contatti locali con professionisti di lor pari livello.
    A poche ore dalla partenza, rimetto il mio mandato nelle mani dell’Armatore.
    I Notabili calabresi, in video conferenza, diniegano le mie dimissioni e si allineano su alcune posizioni.

    MERCOLEDI 24 FEBBRAIO 2010:
    Nel pomeriggio, da Roma verso Gdańsk, salpano l’Ingegnere ed il Sottosegretario alla Giustizia Messner.
    Nelle stesse ore, con l’utilitaria del sottoscritto, per non sciupare le BMW dei Notabili, da Firenze irrompono in autostrada verso Orio al Serio, il sottoscritto geometra Calboni, il Magnate, l’Assicuratore ed il vecchio Uv, compagno di lungo corso ed Avvocato rampante.
    In auto, come preparazione, si ascolta esclusivamente musica composta da hit russe.
    I Notabili non gradiscono e se ne pentiranno amaramente una volta a Kaliningrad.
    Giunti in aeroporto, l’amara sorpresa.
    Il Magnate dispone le mappe su un tavolaccio di un bar ed illustra all’Assicuratore e all’Avvocato Uv dove ci stiamo recando esattamente.
    Protestavano con richieste da star e non sapevano neanche dove sarebbero andati…
    Il volo per Gdańsk scorre via senza sussulti ed atterriamo dolcemente sulla pista innevata intorno la mezzanotte.
    Fuoriuscito sulla scaletta dell’aereo, una grossa emozione mi pervade. Freddo, neve e aria di Polonia. “Finalmente a casa!”, esclamo e bacio per terra, come ogni volta accade sistematicamente quando metto piede in Europa centro orientale.
    Vista l’ora tarda, optiamo per un veloce taxi che contatto in lingua originale ed imbastendo uno pseudo discorso col tassista durante il tragitto.
    Il mio ruolo di guida mi impone anche di comunicare con le Istituzioni locali e tradurre il polacco ed il russo dal / al calabrese.
    Durante il tragitto, le luci della sera mescolate alla foschia ed al bianco della neve, rendono l’atmosfera rarefatta.
    Giungiamo nella nostra accomodazione, già prenotata precedentemente, e prendiamo possesso della nostra dimora.
    Alloggiai in questo stesso posto esattamente quattro anni fa, durante il mio passaggio in queste zone e che fu il luogo di una tremenda tragedia personale che ancora oggi è rimembrata dal sottoscritto come una delle più brutte pagine delle storie dei miei viaggi. La Cappa negativa volle fermarmi a soli tre gradini dal successo.
    Mi raccolgo in commemorazione, deponendo un fiore e molte lacrime sul gradino più famoso di Polonia.
    Dell’Ingegnere e del Sottosegretario Messner, nel frattempo, nessuna traccia. Secondo il sottoscritto sono nel pieno della nightlife di Danzica, secondo il Magnate sono sotto le rispettive coperte a sognare i Tropici.
    Senza nemmeno pettinarci, comunque, opto per una passeggiata notturna nel centro cittadino.
    Come facciamo ad andare a dormire con Danzica che ci aspetta?
    I Notabili acconsentono alle mie supposizioni e ci buttiamo in una città quasi completamente deserta ed altamente imbiancata.
    Rivedo uno dei più caratteristici centri storici d’Europa. I Notabili ne convengono. Ne convengono un pò meno quando vorrei provare a trapanare il pack formatosi sopra la Stara Motława, il fiume su cui sorge la città, per bagnarmi le mani come rito propiziatorio.
    Inizia a nevicare in maniera sempre più copiosa. Il silenzio totale è rotto solo dall’affondo dei nostri passi nella soffice neve che si deposita sullo strato preesistente. I Notabili in breve insorgono e si ammutinano per rientrare nella nostra comoda accomodazione, considerata l’ora tarda e la sveglia fissata prima del canto del gallo per l’indomani. Io opto per un prosieguo della passeggiata in solitaria sotto la neve. Resta tutto, però, nelle mie intenzioni e riparo con i Nobiluomini nel soffice letto.

    GIOVEDI 25 FEBBRAIO 2010:
    Il gallo non ha ancora cantato e noi siamo già in piedi.
    Oggi è il grande giorno.
    Per il Magnate, si compie un sogno illusorio durato anni, per il sottoscritto, sfondare a Kaliningrad, significa invece, coprire l’intero territorio europeo del Patto di Varsavia. Il coronamento di un sogno appunto.
    Nella reception dell’accomodazione, si fanno vivi, finalmente, anche l’Ingegnere ed il Sottosegretario alla Giustizia Messner, l’unico straniero della spedizione in quanto siciliano. Il suo nome non deriva da origini alto atesine ma, bensì, da origini eschimesi che si denotano tutte dal classico abbigliamento che ne tradisce l’origine.
    Alla Fantozzi, per mezzo di due taxi, visto il numero dei partecipanti veniamo condotti alla PKS, la stazione degli autobus di Gdańsk.
    Secondo i miei studi, alle 7:00 puntuali dovrebbe salpare un pullman diretto per Kaliningrad.
    Troviamo la piattaforma di partenza ed attendiamo il suo arrivo al freddo del mattino baltico. I minuti scorrono e le rimostranze del Sottosegretario Messner e compagni si fanno più insistenti. In effetti, il dubbio assale anche me ed il Magnate così da recarci a chiedere informazioni più precise. Dall’ottimo polacco della bigliettara, riusciamo ad intuire che il pullman per Kaliningrad è soppresso dal 1 febbraio…
    La bigliettara si innervosisce, è anche scritto su un manifestino appeso in bacheca, come facciamo a non capirlo…
    Senza perderci d’animo, si conduce il gruppo nell’attigua stazione ferroviaria e si stabilisce di prendere il treno diretto, in partenza alle 8:30.
    La bigliettara ci respinge. Il treno diretto per Kaliningrad è soppresso anch’esso.
    Che si fa a questo punto?
    L’unica soluzione è quella preventivata come piano C tra me ed il Magnate prima della partenza: sfondare a piedi con ogni mezzo necessario.
    Lo sgomento assale i Notabili.
    Il Sottosegretario alla Giustizia Messner accusa un principio di svenimento e abdica per restare l’intera vacanza a Gdańsk, se proprio non è possibile far rientro in Italia.
    Il Magnate, Padrone della spedizione, è comunque deciso a tutte le condizioni a sfondare a Kaliningrad, suo miraggio.
    Il resto dei Notabili, prima di incamminarsi, vorrebbero quantomeno informarsi su di un comodo aereo che li conduca oltre confine.
    Io, essendo ovvio che avrei sfondato a piedi comunque, anche in solitaria, attendo l’esito del Verbale del Consiglio dei Notabili.
    Il Magnate riesce ad imporsi, in fondo è lui che comanda. E gli altri lo devono solo ringraziare per esser stati prescelti.
    E’ deciso.
    Ci muoveremo tappa per tappa verso la nostra destinazione, affrontando le difficoltà caso per caso.
    Acquistiamo sei biglietti del treno per Elbląg e muoviamo in direzione est. Il treno è affollato e siamo costretti a dividerci. Il paesaggio invernale, fuori dal finestrino spazia dalla periferia cittadina, alla campagna, al castello di Malbork. Giunti ad Elbląg, ed appurato ancora una volta l’inesistenza di treni diretti, ci dirigiamo verso la dirimpettaia stazione dei bus, per cercare un appiglio per raggiungere Kaliningrad.
    Anche qui lo stesso discorso. Pullman diretti soppressi. Poco male. Prenderemo un bus per Braniewo, l’ultimo ma non l’ultimissimo avamposto polacco prima del confine.
    Attendiamo circa mezz’ora il nostro bus, tra lamentele e tentativi di rendere instabile l’ambiente da parte di alcuni Notabili.
    Io ed il Magnate siamo decisi a raggiungere Kaliningrad e le discussioni addotte dal Sottosegretario Messner non ci scalfiscono.
    Il moderno pullman ci scorazza per circa un’ora attraverso la campagna prima ed i boschi poi, completamente innevati. La strada è semideserta e l’aria è scalfita esclusivamente dal nostro passaggio. I Notabili sono nervosi e scherzano animosamente per mascherare i loro dubbi. Non conoscono dove e quello che, eventualmente, gli potrà accadere. Per loro è quasi un viaggio verso l’ignoto, visto che non hanno mai compiuto un’azione del genere. Transitiamo da Frombork un caratteristico paesino, dotato di un porto, e famoso per esser stato la dimora di Copernico per anni. La cattedrale, i monumenti a Copernico stesso ed all’Armata Rossa che si intravedono dal finestrino mi fanno venir voglia di fermarmi giusto il tempo di una visita ma il nostro pullman tira diritto imperterrito.
    Veniamo scaricati davanti la stazione ferroviaria di Braniewo.
    Non c’è molto movimento di persone e bisogna decidere come proseguire il nostro viaggio.
    I Notabili si dirigono verso i cessi, io in perlustrazione nella piccola stazione forse chiusa da anni. Al suo interno un unico senzatetto dimora sdraiato su di una panchina emanando una tanfa clamorosa per tutto l’ambiente. Fuoriesco sui binari completamente sommersi dalla neve ed esploro visivamente. Noto addirittura un manifestino che annuncia la soppressione dei treni per Kaliningrad. Ritorno sul piazzale e… la polizia polacca ha braccato i Notabili.
    Si sono fatti notare nella casupola dei cessi con il loro chiaro idioma straniero. Mi costituisco anche io per cercare di addivenire ad una soluzione.
    I poliziotti ci chiedono lumi sul nostro essere lì e dopo averci controllato i documenti ci lasciano liberi e benedicono il nostro tentativo di sfondare in Russia. Su mio indirizzo politico, il Magnate affitta un tassista passante di lì davvero per caso. Ci condurrà in due viaggi a Gronowo, il villaggio in cui è ubicata la frontiera polacco – russa.
    Ci accordiamo per farci lasciare direttamente in frontiera, invece che nel piccolissimo centro abitato.
    Dieci minuti di auto separano Braniewo dal confine vero e proprio.
    Col Magnate conveniamo che del primo equipaggio farò parte io , per preparare il campo, visto il mio ruolo di guida, mentre egli attenderà il tassista col secondo equipaggio per tenerlo a bada.
    Il tassista ci scarica davanti ad un paio di containers di cui uno funge da bar ristoro per viandanti e torna indietro a prendere gli altri.
    L’esperienza mi fa intuire al volo la situazione in cui ci veniamo a trovare. Per evitare malumori ulteriori, evito di esprimere le mie supposizioni all’Avvocato Uv ed all’Assicuratore, lì con me.
    La situazione è chiara. La frontiera non si sfonda a piedi, come quella tra Polonia ed Ukraijna che sfondai anni fa. L’unico modo possibile per sfondare e a bordo di un mezzo.
    Col mio polacco – russo – serbo mescolato mi faccio confermare le mie teorie da un vecchio nullafacente che mi consiglia di chiedere un passaggio a qualche viandante che attraversa la frontiera. L’avevo pensato ma il problema è che noi siamo in sei.
    Scatto alcune foto della zona ed attendiamo il resto del gruppo.
    Comunico subito le novità di campo al Magnate che è fortemente deciso a sfondare comunque. Il suo obiettivo è Kaliningrad. I Notabili sono rassegnati e si limitano ad inveire. Non è lo stesso per il Sottosegretario alla Giustizia Messner che vuole rientrare a Gdańsk al più presto e disturba di continuo il briefing organizzativo accampato tra me ed il Magnate.
    Un altro vecchio nullafacente, intuita la situazione, si offre, in cambio di una mancia, di farci guadare la frontiera con la sua auto. Ma non tutti. Bisogna cercare un’altra auto.
    Come tre prostitute, io, il vecchio ed il Magnate sostiamo sul ciglio della strada a sperare in un buon samaritano. I passaggi di mezzi sono rarissimi, in fondo non è una frontiera battuta questa. Il Sottosegretario Messner rincara la dose di rimostranze.
    Dopo alcuni tentativi, ci viene in soccorso Alberto Stasi di Gronowo, vista la grande somiglianza che accetta anch’esso come il vecchio, le nostre avances. Come è prassi, ci separiamo in due gruppi ed affrontiamo decisi i pochi metri che ci separano dalla frontiera.
    Il primo stop è dalla parte polacca della frontiera. Scendiamo tutti, ci vengono controllati i passaporti da parte dei doganieri, ci viene mostrato il loro stupore, ci viene rivolta qualche battuta classica su calcio e politica italiana e ci viene concesso il transito.
    Poche decine di metri, altro stop. Siamo già sulla linea di confine russa.
    Una agente donna, ci intima di compilare le immigration card. Con scene da barzelletta, sia io che i Notabili che si trovano per la prima volta davanti un foglio del genere, compiliamo i fogli. L’agente li controlla e ci lascia passare verso la frontiera vera e propria.
    Qui il clima che si respira è diverso.
    La prima auto, condotta dal vecchio e con a bordo il Magnate, il Sottosegretario alla Giustizia Messner e l’Ingegnere viene fatta accomodare ai controlli. Quella di Stasi, su cui risiedo io, con l’Avvocato Uv e l’Assicuratore, resta in attesa controllata a vista.
    La milizia russa intuisce subito la situazione insolita, controlla gli autisti e fa domande su di noi. Tramite Stasi riesco a far capire le nostre intenzioni ai doganieri che ci lasciano recare al controllo uno per volta con gli altri chiusi in auto e sotto stretto controllo visivo. I
    doganieri sono assolutamente sorpresi dal nostro passaggio. Sembrano non abbiano mai visto un passaporto italiano. Lo controllano minuziosamente, lo portano in un ufficio, lo controllano pagina per pagina, lo strofinano con le mani, ne allargano la rilegatura, lo passano al computer, veniamo guardati in volto a lungo, confrontano le foto, ricominciano tutto d’accapo. Dal riportarlo in ufficio in poi.
    In fondo sei italiani che entrano a piedi chi li ha mai visti?
    I controlli vanno così avanti uno per volta.
    Dopo circa un’ora, il primo convoglio è lasciato libero di entrare in territorio russo. Il vecchio sgasa e perdiamo i contatti con i nostri predecessori.
    Ora i controlli dei passaporti toccano a noi del convoglio di coda. La stessa trafila. Fin quando, dopo aver fatto superari i controlli all’ultimo dei nostri, decidono di ritirare tutti e tre i passaporti e portarli in ufficio nuovamente. Ma tutti insieme questa volta.
    Dopo circa un quarto d’ora, alcuni miliziani escono alla ricerca dei componenti il primo convoglio, transitato oramai da tempo. Vogliono richiamare in frontiera anche i nostri amici già passati. Il tentativo da parte dei miliziani non va a buon fine o viene dato il contrordine, in quanto rientrano senza i “fuggitivi”.
    Dopo circa due ore di sosta in frontiera, finalmente, viene dato anche a noi il via libera per l’oblast di Kaliningrad.
    Alberto Stasi ci abbandona davanti un container adibito a magazin di sigarette e generi alimentari, dove i nostri compagni ci stanno attendendo.
    Il nostro briefing per intuire come procedere verso Kaliningrad viene incredibilmente interrotto dalla milizia che ci ricontrolla i documenti. Anche se in maniera più sbrigativa questa volta.
    La signora del magazin ci lascia intuire che presto arriverà una mashrutka a raccattarci. Così è.
    Riempiamo quasi in ogni ordine di posti la mashrutka e sgommiamo verso la città.
    Transitiamo da Mamanovo, il villaggio dove è ubicata la frontiera con la Polonia, un classico esempio di volgarità rurale in linea con gli standard del Caucaso russo e dell’Albania e, dopo circa un’ora, raggiungiamo finalmente la nostra meta: la città di Kaliningrad.
    La stazione ferroviaria ci accoglie e ci dà il benvenuto.
    Senza aver nulla prenotato, essendo stato rassicurato sui miei pieni poteri organizzativi col rifiuto delle mie dimissioni poche ore prime della partenza, noleggiamo due taxi e ci facciamo condurre alla gostinitsa MOCKBA, il centralissimo hotel cittadino.
    Ripresisi dai primi attimi di sgomento, alla vista di sei italiani all’improvviso, le gentili receptionists ci concedono di prendere alloggio nell’hotel in cui lavorano.
    Prendiamo possesso delle nostre comode accomodazioni e sprofondiamo in un clamoroso sonno ristoratore, nonostante sia ancora pomeriggio.
    Io ed il mio compagno di accomodazione, l’Avvocato Uv, ben ristorati e restaurati, ci concediamo una veloce passeggiata romantica nei dintorni dell’albergo, inoltrandoci per il centro. La situazione ci sembra molto soft e per niente esaltante ma i nostri giudizi sono dovuti anche alla stanchezza che comunque ci portiamo dietro.
    Ci ricongiungiamo col restante gruppo dei Notabili e passa la mozione del Sottosegretario Messner: chiuderci in un ristorante ed abbuffarci d’arrosto d’agnello, molto rinomato, a quanto sostiene, da queste parti.
    Di un Notabile restato anonimo, nel frattempo, nessuna traccia. Gli allibratori lo danno in visita alla tomba di Immanuel Kant.
    Conduco il gruppone in un ristorante con cucina lituana.
    Il Sottosegretario alla Giustizia Messner apre le danze con portate elaborate direttamente dal cuoco Cico Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales, al secolo il miglior amico di Zagor. Completamente distrutti dalle calorie ingurgitate e ebbri di ottima Švyturys, la tipica birra lituana, il gruppo si divide.
    I quattro Notabili, su arringa del Sottosegretario Messner, optano per un sobrio ritiro in albergo, il sottoscritto si concede una frugale passeggiata notturna per scoprire la città e per sondare il terreno, come il mio ruolo di guida impone.
    Durante la lunga passeggiata per il centro, non disdegnando le stradine laterali buie ovviamente, la città mi appare in tutta la sua essenza: volgare.
    Provo a testare anche il secondo punto all’ordine del giorno della mia incursione solitaria ma intuisco al volo, con sondaggi a campione, le difficoltà che si presenteranno sul campo. E’ una costante della Russia di provincia: è parlato esclusivamente il russo stretto.
    Rientro in hotel, concedendomi un ultimo giro nel bar – ristorante sottostante dove, con mio alto stupore, trovo una tavolata occupata dai Notabili. Il locale è ben frequentato ed i Notabili, imperterriti, discutono di massime giurisprudenziali ed alchimie ingegneristiche.
    Bevo una vodka per contrastare l’acqua ordinata dal gruppone e provo a rompere il ghiaccio con il gentile tavolo di fianco coadiuvato dal mio Avvocato Uv.
    Il terreno è difficile, torniamo al nostro tavolo e mi butto anche io nelle discussioni auliche del gruppo.
    La prima serata a Kaliningrad volge al termine quando i discorsi volgono sulla tomba di Kant.

    LUCA PINGITORE