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  • Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

    11 settembre 2025, ore 20:49 (+5GMT), cosmodromo di Baikonur, Kazakhstan.
    Il buio della sera viene squarciato da una fragorosa palla di fuoco che illumina il nostro orizzonte vicino. Veniamo pervasi da una forte non attesa emozione mentre il dardo infuocato si stacca dalla base della piattaforma di lancio e si staglia veloce verso l’universo. Uno strepito costante del gas che brucia accompagna la traiettoria del razzo che sempre più cerca di confondersi con le stelle incastonate nel cielo.
    Il silenzio di noi decine di osservatori presenti dura nove minuti. Il tempo che intercorre dal momento esatto della partenza alla comunicazione ufficiale che segnala l’attraversamento dell’atmosfera terrestre da parte del veicolo, la parte più critica del suo lungo tragitto.
    Urla di giubilo ed un lungo applauso accompagnano il puntino giallo fuoco andare fuori dalla visuale possibile ad occhio nudo. Il lancio è riuscito.
    Dal nostro punto di osservazione situato a poco più di 2 km di distanza dalla base di lancio n. 31 “Vostok” del cosmodromo di Baikonur abbiamo appena assistito alla messa in orbita del veicolo spaziale Progress MS-32.
    Una sonda che non prevede la presenza di cosmonauti a bordo trattandosi di una sorta di navicella cargo e per l’occasione caricata con circa tre tonnellate di cibo, carburante e rifornimenti diretti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
    Il Progress, nelle sue varie versioni aggiornate, è utilizzato per questo tipo di trasporti sin dal 1978 e viene lanciato per mezzo di un razzo di tipo Soyuz. Il modello scagliato questa sera, un Soyuz-U 2.1, dopo due giorni di navigazione attraccherà tramite un sistema di ancoraggio automatico Kours al modulo di servizio Zvezda del segmento russo della ISS.
    Questo di Baikonur, inaugurato nel 1957, è stato il primo cosmodromo al mondo.
    Da qui il 12 aprile 1961 Yurij Gagarin partì a bordo del Vostok-1 per la sua pioneristica esperienza in orbita nello spazio all’epoca sconosciuto.
    Il lancio avvenne dal Gagarin Start, la base di lancio rimasta attiva fino al 2019 e che continua a stagliarsi perentoria verso il cielo.
    Un mostro di ferro, una sostanziale impalcatura semovibile dotata di scale ed ascensori collocata sopra una fossa profonda 45 metri larga 100 ed utilizzata per il convoglio del combustibile il quale, bruciando, imprime potenza alla navicella pronta al decollo.
    Dal bunker sotterraneo della sala operativa, anche essa non più attiva, i lanci venivano monitorati da una serie di periscopi funzionanti tutt’oggi. La chiavetta di start che dava fuoco ai motori è anche essa ancora lì incorporata tra le varie apparecchiature elettroniche attinenti le operazioni. Diversi giornali di bordo e volumi con calcoli, progetti, annotazioni completano la scena dell’ambiente in cui ci troviamo.
    La Roscosmos, l’agenzia governativa che gestisce il programma spaziale russo e detiene sostanzialmente l’amministrazione non solo del cosmodromo ma anche dell’attigua cittadina di Baikonur, concede ad un numero limitato di visitatori, dietro rilascio di un burocratico e costoso permesso, l’opportunità di visitare una parte dell’area.
    Come lo sbalorditivo hangar dove sono ancora conservati due esemplari della navicella spaziale denominata Buran. Uno spazioplano che volò in assetto completo una sola volta nel 1988 una volta giunto quasi all’apice del suo programma di progettazione iniziato nei primi anni ‘80. La dissoluzione dell’Unione Sovietica causò il completo abbandono del progetto ed il Buran è rimasto parcheggiato nel proprio immenso e tecnologico capannone dove ancora oggi è possibile essere ammirato dai limitati fortunati visitatori.
    I quali restano strabiliati anche al cospetto del lanciatore Energhia, alto circa 60 metri e conservato anch’esso in un maestoso hangar. Come il Buran anche l’Energhia volò un paio di volte a fine anni ‘80 per poi seguirne le stesse sorti e restare chiuso semidimenticato.
    Quella dei progetti avveniristici già pronti ma costretti all’abbandono e all’oblio nel campo aeronautico, aereospaziale ed in numerosi altri ambiti è un fatto costante consequenziale alla caduta dell’Urss.
    Sulla spiaggia di Arablyar, in Daghestan, ad esempio si trova abbandonato l’ekranoplano Lun, un gigantesco aeromobile capace di volare a pelo d’acqua a velocità estrema.
    Il cosmo inizia dalla terra” è un motto di origine sovietica che campeggia su un muro sgretolato di una costruzione situata nell’area del cosmodromo di Baikonur. E come noto è proprio con la creazione dello spaziodromo che iniziò la cosiddetta “conquista dello spazio”. Da qui furono infatti lanciati in orbita il primo essere vivente, la cagnetta Laika, ed in seguito il primo essere umano Yurij Gagarin. Eroe dell’Unione Sovietica ricordato e festeggiato ovunque nei paesi costituenti l’ex Urss ma solo qui nel cosmodromo è avvertita fortemente la sua presenza. Sono rimasti infatti intatti il cottage n.1 dove egli trascorse la notte prima di salpare verso l’infinito, il gazebo sul quale si svolse la cerimonia ufficiale con la quale venne attestato il suo primato universale (è il caso di dirlo…), il supposto punto al lato della strada dove espletò l’ultima funzione fisiologica prima di esser sbalzato nello spazio.
    La costruzione di Baikonur che dalla sua nascita fino al 1995 si è chiamata Leninsk e del vicino cosmodromo iniziò nel 1955. Una distanza di circa sette chilometri separa la città dall’area del cosmodromo, grande più di seimila chilometri quadrati. Squadre di operai lavorarono alacremente ed in segreto. I lavori erano dediti ufficialmente alla costruzione di un aeroporto e di un sito di supporto ad una miniera. In realtà la vera Baikonur, un piccolo villaggio nella steppa, si trovava ad alcune centinaia di km di distanza ma, per mantenere il sito segreto, il governo centrale avallò la confusione tra la nuova LeninskBaikonur ed il vero villaggio minerario. La prima pietra posata per la costruzione dell’odierna Baikonur è esposta nelle pertinenze di quello che oggi è il locale Museo del Cosmodromo.
    Delimitata nella sua estensione territoriale da una lunga recinzione perimetrale che la separa dal Kazakhstan vero e proprio, la città Baikonur, insieme alla adiacente distesa del cosmodromo, è tecnicamente una exclave russa in affitto dal governo di Astana. Il contratto in essere prevede il pagamento di un canone di 115 milioni di dollari annui fino alla sua scadenza fissata, salvo proroghe, al 2050.
    Solo chi ha una motivazione plausibile e connessa con l’ambito aerospaziale o di servizi legati all’area può accedere al centro abitato. Ancor di più difficile è ovviamente entrare nel cosmodromo vero e proprio.
    Un posto di frontiera gestito dalla Federazione Russa controlla chi abbia titolo ad entrare in città. Serve un permesso. Ancor più burocratico per i turisti che ne fanno regolare richiesta mesi prima con la speranza che gli venga concesso. Anche se negli ultimi tempi le maglie della burocrazia si sono leggermente attenuate e per mezzo di tour operator autorizzati la procedura leggermente semplificata.
    L’amministrazione della cittadina a maggioranza russa presenta diversa particolarità. Il sindaco è espresso congiuntamente da Russia e Kazakhstan. Forze di polizia, uffici pubblici, tribunale, scuole sono a doppia giurisdizione, kazaka e russa. Anche le valute accettate sono due, il rublo ed il tenge.
    Qui tutto o quasi rimanda al cosmo. Passeggiando per la città possono essere ammirati numerosi originali e copie di razzi e mezzi spaziali disseminati come monumenti.
    Il nuovo museo all’aperto inaugurato meno di due anni fa è esso stesso un enorme parco cittadino. Come lo è anche quello in cui una stele commemorativa ricopre una fossa comune dove sono sepolti coloro che rimasero uccisi durante una esplosione avvenuta nel 1960, agli albori del sito spaziale. Tragedia che restò segreta per decenni e solo da pochi anni resa pubblica. Negli anni ’60 si era in piena guerra fredda ed un incidente con più di settanta morti poteva rappresentare un potente segnale di debolezza per l’avversario.
    La maggior parte della popolazione di Baikonur è ovviamente connessa con il vicino cosmodromo ma non mancano i caffè, ristoranti, alberghi dai nomi legati all’ambiente spaziale che sembrano all’apparenza comunque esser rimasti ancorati ad un tempo oramai andato. Lo stesso Lenin immortalato in una statua nella sua classica espressione in movimento verso la Rivoluzione ed il Futuro ti accoglie nella piazza principale, non lontano dallo stadio del “Decennale” e dalla cattedrale ortodossa.
    Visitare Baikonur ed il suo cosmodromo è un viaggio nel passato proiettati verso il futuro.

    Luca Pingitore

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 22/09/25
    Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

  • Viaggio in Evenkia primavera 2025

     

    IL NOSTRO PARTNER SOLOSIBERIA CI SEGNALA:

    Viaggio sulle strade invernali (zimniki) nel cuore della Siberia. Da Krasnoyarsk a Krasnoyarsk attraverso le foreste e le paludi ghiacciate dell’Asia centro-settentrionale. Una zimnik è una pista temporanea che viene creata sulla neve e sul ghiaccio di terreni gelati e svolge la sua funzione indicativamente da gennaio ad aprile. Con il disgelo i territori in cui si inoltrano queste vie di comunicazione, affascinanti e selvagge, tornano ad essere inaccessibili se non per via aerea. Paludi, acquitrini, foreste, laghi, fiumi: una zimnik può sfruttare qualunque tipo di terreno per avventurarsi nel nord, là dove non esistono strade, aeroporti efficienti, ferrovie…

    In inverno la zimnik è fondamentale per chi vive isolato durante il resto dell’anno nei paesi lontani anche migliaia di chilometri dal sud della Siberia: gli spostamenti diventano possibili ed economicamente più vantaggiosi e si sfruttano le strade invernali per trasportare merci, persone, prodotti alimentari, carburante.

    L’Evenkia è una regione della Siberia centrale, nel territorio di Krasnoyarsk, grande quanto la Francia e l’Italia unite, ma con circa 12.000 abitanti. Si tratta del luogo con più presenza di evenki, popolazione locale indigena, presente da prima dell’arrivo dei russi e, in origine, nomade e legata indissolubilmente alla taigà, alla caccia, alla pesca e alle renne. È la zona del “meteorite” della Tunguska, delle renne e delle foreste vergini, dei grandi fiumi e dell’altopiano di Putorana, di immense solitudini e di gelide temperature.

    Descrizione del viaggio:

    Ci si muoverà su due fuoristrada appositamente preparati. Quattro persone per ogni auto. Saranno presenti due autisti e un viaggiatore esperto con funzioni di guida. Ci si sposterà lungo tre diverse zimniki (strade invernali) dell’Evenkia, lungo il seguente percorso:

    Krasnoyarsk – Severo Yenisejsk – Bajkit – Surinda – Tura – Chirinda – Yessej – Tura – Strelka Chunya – Vanavara – Krasnoyarsk

    Si supererà il circolo polare e si arriverà fino agli estremi confini settentrionali dell’Evenkia, per poi ritornare verso sud.

    Un aspetto interessante sarà la scoperta della cucina locale, semplice ma ricca di cibi esotici per i nostri palati: si proveranno tutte le varietà di ciò che deriva dalla renna: carne, lingua, fegato, midollo; frutti di bosco di ogni tipo, compresi i “lamponi arancioni”; pesci di assoluta qualità e freschezza.

    Gruppi attivi nel tramandare lingua, folklore, danze, conoscenze e costumi locali proporranno spettacoli ed intrattenimenti per regalare un approccio alla cultura degli Evenki.

    A Tura sarà possibile tuffarsi nella foresta provando l’adrenalinica corsa dei cani da slitta.

    A Surinda si conosceranno gli allevatori di renne, infatti questo villaggio è l’unico posto rimasto in cui trovare questi animali addomesticati.

    Percorso e giornate di viaggio:

    0)  arrivo a Krasnoyarsk, ci si conosce e si acquista il cibo.

    1)  Krasnoyarsk-Severo Yenisejsk

    2)  Severo Yenisejsk-Bajkit

    3)  Bajkit-Surinda (mezza giornata a Surinda)

    4)  Surinda-Tura (capoluogo dell’Evenkia)

    5)  sosta a Tura (visita al locale museo e corse con i cani da slitta)

    6)  da Tura verso nord (pernottamento per strada, nei mezzi o in capanne)

    7)  Arrivo ad Yessej (il paese più a nord dell’Evenkia)

    8)  Sosta ad Yessej. Conoscenza con la cultura degli yakuti di Yessej e degustazione dei prodotti locali (carne di renna, vari tipi di pesce, succhi di frutti di bosco, prodotti da forno tipici)

    9)  Da Yessej verso sud (pernottamento per strada)

    10)   Arrivo a Tura

    11)  Tura-Strelka Chunya

    12)  Strelka Chunya-Vanavara (mezza giornata a Vanavara, insediamento più vicino al punto della caduta del “meteorite” della Tunguska, visita del relativo museo)

    13)  Da Vanavara verso sud (pernottamento per strada)

    14)  Arrivo a Krasnoyarsk

    Costi:

    1000 euro (da Krasnoyarsk a Krasnoyarsk); sono escluse le spese per visti, assicurazioni, trasporto da e per Krasnoyarsk.

    Attenzione: il pagamento è anticipato nella sua interezza e in nessun caso verrà restituito l’importo versato.

    Non è un viaggio organizzato, non ci sono operatori turistici: si tratta di alcuni viaggiatori che uniscono le loro esperienze, i contatti diretti con la gente del posto, i loro mezzi e le loro capacità per realizzare questa avventura. Non ci sono alberghi dove soggiornare né comodità in cui crogiolarsi. Uno degli organizzatori parla spagnolo e un po’ di italiano.

    CI SONO POSTI PER DUE PERSONE. SI CONSIGLIA DI PRENOTARSI IL PRIMA POSSIBILE. PER OGNI DOMANDA RIVOLGERSI ESCLUSIVAMENTE A:

    info@solosiberia.it

    SUL POSTO E PER TUTTA LA DURATA DEL VIAGGIO NON SARà POSSIBILE, PER LE NOTE VICENDE POLITICHE, UTILIZZARE CARTE DI CREDITO COLLEGATE A CONTI EUROPEI. LUNGO TUTTO IL PERCORSO NON CI SARA’ COPERTURA DI TELEFONIA MOBILE, SE NON NEI PAESI INDICATI, MA A SECONDA DEGLI OPERATORI E DELLE CONDIZIONI ATMOSFERICHE. TEMPERATURE POSSIBILI: INDICATIVAMENTE DA -20° A -50°.

    INDICATIVAMENTE IL VIAGGIO SI SVOLGERA’ DALL’8 AL 23 MARZO.

    http://www.solosiberia.it/

     

     

  • I fiumi sono la storia

    “I fiumi mi han sempre attirato. Il fascino è forse in quel loro continuo passare rimanendo immutati, in quell’andarsene restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia, che è, in quanto passa. I fiumi sono la Storia.“
    Scriveva Tiziano Terzani nel suo celebre “Buonanotte, signor Lenin” mentre, proprio nei giorni in cui l’Unione Sovietica stava dissolvendosi, si trovava in navigazione sul fiume Amur che per migliaia di chilometri segna il confine tra Russia (Urss all’epoca del viaggio di Terzani) e Cina. Giusto mentre si compiva la Storia.
    E la storia a volte è capitata anche a me di assaporarla. Alcune di queste proprio attraversando dei corsi d’acqua protagonisti di storia e geopolitica.

    L’attraversamento del fiume Bug occidentale è una delle frontiere visivamente distinguibili nel proprio essere.
    Dalla città di Brest in Bielorussia rientravo in Polonia, quella volta da pochi mesi entrata nell’Unione Europea.
    Il fiume Bug occidentale era stata già la vecchia linea di demarcazione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica e per questo la fortezza che sorge sull’odierna riva bielorussa si fregia di essere località “Eroina dell’Urss” in quanto baluardo della resistenza alle divisioni di Hitler.
    Un vecchio treno di tradizione sovietica con le panche in legno, per certi aspetti l’omologo della nostra storica littorina con sedili in finta pelle che operava sulla tratta Cosenza – Paola, attendeva me e gli anziani frontalieri carichi di stecche di sigarette e bottiglie di vodka sul binario dedicato. Controlli serrati da parte delle autorità bielorusse che infine ci lasciarono partire per, appunto, l’Unione Europea.
    Circa otto minuti di viaggio. Un viaggio non solo fisico guadando il fiume attraverso un ponte ma anche temporale indietro nel tempo. Un’ora di differenza di fuso orario tra i due paesi dirimpettai. Parti ad esempio alle 11:00, le lancette dell’orologio scorrono per otto minuti mentre attraversi il fiume, arrivi a destinazione alle 10:08. Uno strano effetto. Come quello di scorgere torrette di avvistamento e militari nella vegetazione sulla riva bielorussa del fiume. Una vecchia babushka mi chiese se gentilmente avrei potuto trasportare nel mio bagaglio un paio di stecche delle sue sigarette ed un paio di bottiglie della sua vodka. Accettai volentieri. Quella gente praticava il contrabbando sociale, acquistava a prezzi irrisori in Bielorussia e rivendeva a prezzi modici in Polonia riuscendo a vivere con il più che modesto guadagno. Prima di poter scendere dall’ “elektrichka”, il termine russo che identifica il treno regionale, la polizia di frontiera polacca fermò uno ad uno i passeggeri chiedendogli cosa portassero nei loro semplici borsoni. Tutti i passeggeri risposero “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka” sorridendo ai doganieri e scendendo così dal vagone. Arrivò il mio turno, unico straniero ed unico con vero bagaglio da viaggio. Questa volta a sorridere furono i poliziotti ponendomi la stessa domanda rivolta precedentemente a tutti. E per la quale non attesero risposta ripetendomi loro stessi “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka. Benvenuto in Polonia” .

    Il fiume Ibar separa la città di Kosovska-Mitrovica / Mitrovice in due tra serbi ed albanesi.
    Siamo in Kosovo. Nel 2008, l’anno di quel mio viaggio effettuato con un amico, il paese era ancora sotto l’egida della missione UNMIK della Nato. Non erano trascorsi neanche due mesi dalla sua dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia avvenuta in seguito ad un drammatico procedimento caratterizzato da una cruenta guerra. Un processo di indipendenza non ancora del tutto completato in quanto una parte della comunità internazionale, Serbia in primis, non ne riconosce la separazione e la situazione nell’area resta ancora molto calda per via delle forti contrapposizioni etniche. Ai tempi di quella mia visita non c’erano quindi turisti, mancava l’energia elettrica ed erano la norma i militari armati o i nostri carabinieri in giro come i check point sulle strade. Quel giorno a Mitrovica passammo dal lato albanese a quello serbo nell’unico modo possibile, attraversando appunto il ponte sul fiume Ibar. Suscitando grosso stupore misto a sospetto da parte dei militari che controllavano il “confine”.
    Dal lato sud, quello albanese del ponte, i militari francesi addetti al controllo del passaggio (un vero e proprio check point) ci controllarono i documenti e si interrogarono su chi fossimo e sul motivo del nostro esser li. Rispondemmo candidamente di essere semplici turisti. Il comandante, dopo averci pensato un po’ e comunque titubante, ci riconsegnò i passaporti sospirando: “Tourists… why not?…“, ancora fortemente dubbioso circa la nostra risposta…
    Transitati sul ponte, non senza aver rubato qualche scatto fotografico di soppiatto, ci concedemmo un cappuccino al “Dolce Vita”, il bar a ridosso del ponte, lato serbo, centro franco internazionale di incontri e affari. Ottimo punto d’ osservazione sul fiume e sul ponte, il bar, secondo le nostre informazioni era una sorta di copertura, una “zona neutra”. Respirammo una atmosfera da Berlino divisa tra DDR e RDT durante gli anni della “guerra fredda”. Ci gustammo quello storico cappuccino con calma balcanica e riprendemmo poi il nostro peregrinare. Ai tempi, probabile, fummo forse i primi turisti in Kosovo e di conseguenza guardati spesso con sospetto. Era il 2008, era da poco Kosovo ma era ancora UNMIK.

    Sempre nel territorio di quella che una volta era la Jugoslavia, un altro corso d’acqua segna ai nostri giorni un confine. Il fiume Sava che nasce in Italia prima di buttarsi nel Danubio e creare nella città di Belgrado una delle confluenze più belle e famose al mondo, oggi divide per chilometri Croazia e Bosnia e la Serbia dalla stessa Bosnia. Ma c’è un punto in cui i tre stati pressoché si toccano, Brcko.
    Nella quasi totalità dell’opinione comune, la Bosnia è costituita da due entità: la Federazione di Bosnia ed Herzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia. Ma ciò non è del tutto corretto. Esiste, infatti, anche una terza piccola entità, il Distretto di Brcko appunto. Partendo dall’Italia si arriva a Brcko dalla Croazia attraversando un ponte sul fiume Sava. Su questa sponda sei in Unione Europea, sull’ altra sei in Bosnia.
    Uscendo dalla cittadina ed attraversando poi i pochi chilometri per i quali si estende il territorio del Distretto, ritrovi il fiume e la frontiera. Passi quest’altro ponte e questa volta sei però in Serbia.
    Brcko, con la sua piccola cittadina dalle molte anime comprendente musulmani, ortodossi e cattolici, nacque come distretto autonomo verso la fine della guerra dei Balcani degli anni ’90. Ufficialmente fu costituita per gestire un piccolissimo territorio che era rimasto fuori dagli Accordi di Dayton (in maniera semplicistica quelli che sancirono la nascita della Bosnia – Herzegovina) e nel quale furono insediate alcune forze internazionali di peacekeeping, istituzioni politiche ed un grande base militare americana. In realtà, Brcko città soprattutto, per la sua posizione molto favorevole ubicata sulla sponda bosniaca del fiume Sava e per essere al centro tra Croazia, Bosnia stessa e Serbia ha da subito svolto un’altra funzione. Quella di porto franco, in pratica un territorio “neutrale”. “Arizona market” è stato uno degli appellativi di Brcko, un posto dove tutti o quasi i tipi di traffici erano permessi. Fino a qualche anno fa, quando si è deciso di normalizzare la situazione a livello amministrativo integrandola ufficialmente nella Bosnia con la conseguente chiusura anche della base americana. I traffici però, non è detto che siano terminati o magari non del tutto.

    Pochi mesi prima dell’inizio della distruzione della Jugoslavia si palesò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    In entrambi i casi non senza drammatici conflitti bellici e tragici contrasti tra etnie attigue. Precedentemente ma in analogia con la situazione del Kosovo anche in alcuni ex paesi dell’Urss estrinsecarono la loro indipendenza territori abitati da popoli che anelavano la propria autonomia.
    Le guerre portarono alla formalizzazione di repubbliche indipendenti de facto. Queste però riconosciute solo dalla Russia e da una manciata di altri stati tra i quali il Venezuela, il Nicaragua, la Siria.
    Ed anche qui alcuni corsi d’acqua sono diventati protagonisti della Storia. Anche qui sono infatti sorti nuovi confini. Come i due fiumi che segnano i confini dell’Abkhazia, il fiume Psou con la Federazione Russa ed il fiume Ingur che la separa dalla Georgia, da questa de facto indipendente. La Colchide è la terra mitologica in cui Giasone e gli Argonauti andarono a conquistare il vello d’oro e dove Prometeo fu incatenato dopo aver dato all’umanità il segreto del fuoco. Oggi l’Abkhazia, regione situata sul Mar Nero, raccoglie l’eredità storica di quei miti.
    Dopo la recrudescenza di operazioni belliche dell’estate del 2008 la frontiera con la Georgia si attestò definitivamente sul fiume Ingur, anche se per la precisione sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. Nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia: il ponte sul fiume Ingur.
    Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, appunto con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo e se hai la documentazione necessaria vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese ubicato sull’altro fiume, il Psou. Lì ad una manciata di chilometri si dipana il grande Parco Olimpico di Sochi, “capitale dello sport in Russia”, costruito per le Olimpiadi invernali del 2014 ed una parte del quale riconvertito a circuito di Formula 1 e ad uno stadio dei Mondiali di calcio del 2018. A sud sul fiume Ingur al confine georgiano invece l’atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’Urss ed alla indipendenza dell’Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. Apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra i due paesi, col “piede dell’opportunismo in due staffe”.

    Il fiume Dnestr, dai monti Carpazi scivola verso il mar Nero. Nella sua lunga serpentina verso sud incrocia tre paesi diversi divenendo portatore delle diverse ma contigue tradizioni di differenti popoli che fino ai primissimi anni novanta erano parte, seppur in maniera federata, di un unico vasto paese.
    Ufficialmente dal 1990, il Dnestr attraversa l’Ucraina, la Moldova e si interseca per i suoi circa duecentocinquanta chilometri finali con la Repubblica Moldava di Pridnestrovie segnandone praticamente il suo confine. Da un lato la Moldova, dall’altro, prima di sfociare nuovamente sulle rive ucràine del Mar Nero, la Pridnestrovie. Repubblica de facto anche questa nata come l’Abkhazia dopo una guerra in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nella sua discesa verso il versante ucraino il fiume si dipana anche in un tortuoso canyon. In alcuni punti il Dnestr è lì, proprio ai tuoi piedi e volendo puoi anche assaggiarlo da piccoli anfratti nei quali sono state ricavate alcune spiaggette. ll confine è quindi visibile, percettibile, praticamente toccabile nuotando nelle acque del Dnestr.
    Il quale non è solo un fiume di confine ma svolge anche una funzione attiva allo sviluppo della società locale generando dalle sue acque energia elettrica che serve il fabbisogno del paese transnistriano. La grande diga con annessa centrale idroelettrica a Dubossari, la città più antica dello stato sul Dnestr, insieme a quella di Dnestrovsk, sono allo stesso tempo siti energetici e luoghi degni di interesse turistico dato dal loro fascino architettonico, dalla loro storia e la loro ubicazione su due punti di confini differenti. A sud, il Dnestr si dirama in un altro bacino idrografico dove dalla sponda sinistra dell’invaso del fiume Cuciurgan, l’Ucraina si tocca quasi. Basterebbe una piccola imbarcazione od una possente nuotata per attraversare il bacino lacustre e raggiungere l’oblast di Odessa, la sponda opposta. Siamo a circa 60 km dalla città simbolo della Rivoluzione Russa del 1905 resa nonché celebre dall’iconografia cinematografica mondiale attraverso il film muto “La corazzata Potemkin” e da quella italiana con “Il secondo tragico Fantozzi”. Dopo poco più di cento anni Odessa in questi mesi è tornata ad essere un nuovo emblema della storia divenendo anche essa protagonista, suo malgrado, delle tragiche operazioni belliche in corso sul suolo ucraino. Dnestrovsk, il punto geografico praticamente più a sud della Repubblica Moldava di Pridnestrovie e dove la sua centrale termoelettrica annovera il camino industriale più alto d’Europa arrivando a superare di una quindicina di metri finanche la Torre Eiffel. La striscia di terra stretta tra il fiume Dnestr ed il confine ucraino mai come in questi giorni è divenuta oggetto di teorie ed analisi geopolitiche che la indicano come probabile nuovo territorio in causa del conflitto che si sta consumando nel cuore dell’Europa.

    Non sempre la storia, nel suo proseguire, trasforma l’acqua in una frontiera. A volte quell’acqua che prima era un confine diviene bacino dello stesso paese. Come la porzione di mare che passa nello stretto di Kerc.
    La Crimea è una penisola caratterizzata dal mare e dalle montagne ma è anche una terra ricca di storia con numerose pagine legate direttamente all’Italia.
    Si parte dagli antichi romani, si prosegue con le Repubbliche Marinare di Genova e Venezia, continua con la partecipazione del Regno di Sardegna alla Guerra di Crimea, si conclude con gli “italiani di Crimea”. Sono stato in Crimea più di una volta, sia prima del 2014 anno del passaggio alla Federazione Russa che poi in seguito. Tutte le volte, insieme ai miei compagni di viaggi, siamo sempre entrati od usciti dalla penisola via mare, in traghetto. Il ponte, oggi uno dei nodi principali legati al conflitto in Ucraina, ancora non esisteva o sarebbe stato inaugurato da li a poco. Fino al 2014 c’era una frontiera da attraversare. La mia prima volta dall’Ucraina passavo in Russia. Alla stregua del guado dello Stretto di Messina, si passava qui peròi da uno stato verso un altro.
    Il controllo dei passaporti, un timbro rosso sull’ ultima pagina, l’imbarco sul traghetto e circa trenta minuti di navigazione. Un viaggio per noi viaggiatori emozionale di circa mezzora con i gabbiani che accompagnavano il percorso della motonave. Poi l’attracco, un altro controllo passaporti, un altro timbro, accanto al visto russo questa volta ed il proseguimento del viaggio all’ interno di un altro stato. Nei viaggi effettuati dopo il 2014, invece, il controllo passaporti è stato sostituito da un controllo di sicurezza in stile aeroporto a garanzia dell’accesso al traghetto mentre vari punti ristoro e persino un piccolo hotel sono sorti a riempimento degli spazi che una volta servivano da dogana. Ora non c’è più nessuna frontiera a sbarrare il passo. Russia alla partenza, Russia anche all’ arrivo. Fluttuando per circa trenta minuti sulle onde provocate dai motori della turbonave quel paio di volte in cui sono tornato post 2014 volgevo lo sguardo alla ricerca dei cantieri del ponte che avrebbe presto collegato i due estremi dello stretto. La mia prossima volta le cose saranno nuovamente cambiate. Il battello, come la frontiera, è già diventato anch’ esso un romantico ricordo. Come il timbro rosso sull’ ultima pagina del passaporto dell’epoca che registrava l’uscita da un paese prima dell’ingresso in un altro. Il ponte di circa 16 km che collega la Crimea alla Russia è oramai operativo. La prima volta che presi il traghetto per attraversare lo stretto di Kerc passando da uno stato all’altro l’emozione era tanta. Lo è stata anche la mia ultima volta. Forse l’ultima mia traversata dello stretto in traghetto.

    Luca Pingitore

    * = Articolo pubblicato su Coessenza LaRivista

  • La guerra in Europa vista da un viaggiatore

    IL PRESENTE ARTICOLO ESPRIME ESCLUSIVAMENTE L’OPINIONE DEL REDATTORE
    E NON QUELLA DEI SINGOLI MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE

    Questa foto è stata scattata il 2 gennaio 2008.
    Da Medyka attraversavo a piedi i circa 300 metri che la separano dal villaggio di Shegini.
    350 metri ed un’ora di differenza di fuso orario dividono Polonia ed Ucraina.
    Il territorio storico della Galizia, che per centinaia di anni ha fatto parte dello stesso Regno, in queste ore sta tornando unito tramite la solidarietà e la comunità di intenti che accomunano la popolazione locale di entrambi i paesi in cui oggi è divisa l’antica regione, Polonia ed Ucraina appunto.
    La foto in questione è uno scatto per me assunto da subito a simbolo del viaggio per come lo intento io, dello “sfondamento di frontiere”, come sono solito dire, dello sforzo di infiltrarsi nella realtà delle cose ed indagare tra le opinioni della gente. Di viaggiare per combattere ogni pregiudizio avverso numerosi luoghi della terra e poter vedere e cercare di capire con i propri occhi.
    Non avrei mai potuto pensare che quella foto, quell’attraversamento di frontiera, quel luogo rimasto nella mia storia di viaggiatore potesse esser un giorno protagonista ed emblema di un conflitto assurdo e carico di dramma umano. Lo stesso carico che si portano dietro tutte le guerre, anche le numerose ancora attive in diversi angoli del mondo.
    Quella stessa frontiera che attraversai per la prima volta tredici anni fa, la seconda fu il 1 gennaio del 2014, in questi giorni è diventata l’icona del conflitto che sta imperversando in Europa orientale ufficialmente tra due paesi che io da sempre ho considerato fratelli e per me amici. Una seconda casa. Non per motivi politici ma per empatia di storia, culture, tradizioni, lingue, cibo, gente.
    Grande dolore e rabbia ho vissuto quando, dal finire del 2013, ho assistito anche in prima persona, ritornando in Ucraina in tre distinti momenti nel corso del 2014, al disfacimento del legame fino ad allora quasi indissolubile tra il popolo ucraino e quello russo.
    A L’viv assistetti ai prodromi del vento che soffiava. La palese crisi economica portava la gente a cogliere, convinti di un processo di integrazione e di benefici immediati, i germogli unio-europeisti che le folate d’oltrecortina trasportavano. Ambizioni comprensive. Ma forse le raffiche che fischiavano erano solo strumentali al momento storico. Al di qua del muro non tutti erano convinti di accogliere nuova gente. Tanto più che il procedimento prevede comunque diversi passaggi e tempo che scorre.
    A Kiev ed a Kharkhov invece presi parte a due differenti missioni di osservazione delle elezioni, quelle presidenziali ed in seguito quelle parlamentari. Volevo capire meglio e tramite esperienza diretta, non riportata.
    Tre viaggi in tre aree diverse. Tre diverse intensità di problematiche.
    Mi trovai in una Ucraina diversa da quella che fino ad allora avevo visto e conosciuto.
    E vidi in prima persona come famiglie, amici, vicini di casa diventarono ad un tratto nemici.
    Come avvenne in un certo senso in Libano negli anni ’70 e di certo in Jugoslavia nei ’90, la storia ebbe una ripetizione anche in Ucraina nel 2014.
    Soprattutto dopo i fatti di Odessa del maggio di quel 2014, quando la foga e la rabbia della divisione portò una cinquantina di persone a morire bruciate vive nel Palazzo dei Sindacati. La cosa più grave della faccenda fu forse il fatto che le istituzioni locali “lasciarono fare”, metodologia spesso utilizzata in diverse vicende storiche, italiche comprese, e che immediatamente si provò a minimizzare l’accaduto. Ancora oggi in molti consessi l’argomento è tabù. La vicenda segnò, per l’odio che da poco aveva iniziato a serpeggiare tra le diverse etnie, il punto di non ritorno.
    Nel 2016 ritornai anche in Crimea, penisola passata alla Russia nel 2014 e nella quale ero già stato.
    Prima del cambio di bandiera l’economia locale non era sui livelli di altre aree dell’Ucraina e soprattutto di altri paesi stranieri di conseguenza il popolo crimeano, la maggior parte di etnia russa, aspirava ad una sicurezza economica maggiore.
    Anche loro come gli ucraini dell’ovest. In Crimea però si guardava ad est, alla “madrepatria Russia”.
    Per questo, per quasi tutti il passaggio è stato visto come una opportunità, una seconda chance.
    Per molti non è cambiato niente e magari appartenere giuridicamente all’ Ucraina o alla Russia ha spostato di poco la convenienza, Per alcuni è cambiato qualcosa appartenendo ad una etnia diversa, per moltissimi altri invece è stato un ritorno alle loro origini russe.
    Tornai in Crimea nel 2018. Una Crimea dove le infrastrutture erano già completamente cambiate e modernizzate. In attesa comunque ancora di sostanziosi benefici diretti per popolo.
    Da quel 2014, drammatico anno di spartiacque tra due popoli che avevano convissuto in pace per circa settanta anni, la regione del Donbass, la parte più orientale del paese ha convissuto con una guerra non troppo latente. Le due repubbliche de facto di Donetsk e Lugansk, sorte sulle ceneri della vecchia fratellanza tra i popoli oramai incenerita, sono divenute linea del fronte. Le frontiere mal definite e tracciate dalla situazione sul campo sono diventate terreno di battaglia anche dopo il formale cessate il fuoco e la stabilizzazione sulla carta dello status quo.
    Ero a Donetsk nel 2019. La notte avvertivo le esplosioni in vicinanza, alla periferia della città.
    Nessuna differenza di suoni con un’altra città teatro di guerra. Come a Donetsk anche a Damasco nel 2020 venivamo svegliati dalle esplosioni della contraerea. La differenza risiede però nel fatto che l’atroce conflitto Siria è sempre rimasto sotta la luce dei riflettori, il drammatico conflitto nel cuore dell’Europa, invece, una guerra dimenticata.
    La brace fumante di quella guerra è stata sepolta sotto il tappeto dell’oblio.
    Anche in questo caso è stato ritenuto opportuno “lasciar fare”. In fondo mantenere delle aree geografiche in costante crisi può convenire. Come anche esasperare la situazione fino ad un ulteriore punto di non ritorno. Che puntualmente si è verificato, deprecabile quando si vuole, in questi giorni di inizio 2022.
    Una guerra, questa in Ucraina, che nasce da lontano e che va valutata in ambito geopolitico sulla base di diversi elementi, ma che per il resto non può essere giustificata.
    Ero profondamente colpito da quella divisione, da quella separazione che si andava accentuando nel corso di quel 2014 tra due paesi per me familiari e mai mi sarei aspettato di assistere addirittura ad un conflitto su larga scala.
    Otto anni di noncuranza internazionale sono serviti solamente a portare il livello dello scontro nell’ambito della contrapposizione tra potenze militari ed economiche che da secoli contraddistingue il nostro pianeta. Non è bastato il discioglimento dell’Unione Sovietica o l’allargamento dell’Unione Europea.
    La guerra in Ucraina ha scalato tutti i piani di criticità.
    Afghanistan, Yemen, Siria, Libia sono stati e continuano ad essere campi da gioco bellico tragici e violenti ma considerati lontani e mediaticamente attenuati.
    Anche il recente conflitto tra Azerbaijan ed Armenia è stato sottovalutato e mal interpretato ma l’onda lunga è ora arrivata.
    Con la paura della guerra che ci tocca personalmente.
    Ma la guerra in Europa era già in atto da otto anni. Sul campo, a Donetsk e Lugansk, sul piano economico, sul piano politico, sul piano delle relazioni internazionali, sul piano degli accordi non trovati o disattesi.
    “Lasciar fare” a volte cambia il corso della storia. In Italia avvenne nel 1978 con il sequestro e l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro. In Europa tra il 2013 ed il 2022 con le relazioni RussiaUcraina che nascondono una antitesi ben più complessa tra centri di poteri.
    Ed alla fine come sempre accade ci rimette la gente, i singoli cittadini. Ancora una volta è il popolo che ci perde. E l’amicizia tra i popoli si trasforma in odio e forse utopia.

    LUCA PINGITORE

  • Beslan, una strage da non dimenticare

     

    L’auto sulla quale viaggiamo svolta a sinistra dopo aver percorso una trentina di chilometri dal nostro punto di partenza, Vladikavkaz la capitale dell’Ossezia del Nord – Alania, una delle Repubbliche facenti parte della Federazione Russa. Notiamo l’unica moschea presente in città ma non c’è il tempo di pensare ad eventuali barbare similitudini viste in altre zone del mondo in quanto il nostro breve viaggio si arresta giusto nelle vicinanze, davanti l’oramai ex Scuola numero 1 di Beslan.
    Giungo per la prima volta nella cittadina teatro del tragico evento il 1 settembre 2015, proprio nell’anniversario dell’undicesimo anno dalla strage che qui si consumò nel 2004.
    Era, infatti, il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di uomini armati assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano a celebrare l’inizio del nuovo anno scolastico tramite la tradizionale celebrazione del primo giorno di lezioni. Per l’occasione di festa, oltre a maestri e studenti era numerosa anche la presenza di madri, nonni, fratellini.
    Negli attimi iniziali dell’attacco non tutti si resero conto di quello che stava realmente accadendo e solo in pochi riuscirono a mettersi istintivamente in salvo. Si contarono però già le prime vittime.
    Le persone fatte prigioniere furono ammassate nella palestra della scuola tenuta sotto perenne controllo armato da parte degli assalitori. I prigionieri subirono continue vessazioni e vennero lasciati senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con le proprie deiezioni. I sequestratori non risparmiarono l’uccisione di qualche ostaggio durante i tre lunghi giorni in cui si sviluppò l’operazione terroristica, mentre fuori vigeva l’assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da quale evento, causarono la reazione di attentatori e la risposta delle squadre di sicurezza facendo così sfociare la situazione in un drammatico eccidio. Delle circa 1200 persone costrette nella palestra più di 300 delle quali 186 bambini persero la vita.
    La prima volta che mi recai alla scuola di Beslan era, come detto, un primo settembre. Giorno di celebrazione quindi ma il silenzio che si avvertiva per le strade della cittadina osseta nonostante la gente per strada, i bambini, i poliziotti addetti alla chiusura del traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti davano la sensazione di trovarsi in una atmosfera ovattata.
    Mi mossi taciturno nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’eccidio, e mesti pensieri mi assalirono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito erano e sono ancora oggi tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto, ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati od associazioni ed istituzioni giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, facevano e continuano a fare da cornice alle centinaia di candele poste al centro della palestra dove è stata eretta una grande croce ortodossa. Mazzi e corone di fiori completavano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangevano in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione fu stringente.
    Da allora mi reco a Beslan sistematicamente, anche più di una volta l’anno se capita, anche in compagnia di persone interessate a saperne di più di questa triste vicenda.
    Sentire gli eventi raccontati da altri, seguirli da lontano su giornali e tv, vedere foto e video di quei momenti ti lascia pensare ma resti sempre comunque distaccato.
    Camminare invece sul pavimento di legno della palestra con ancora presenti le buche causate dalle esplosioni, vedere la scuola oramai abbandonata, osservare una ad una le foto delle vittime, bambini e non, leggere i loro nomi e le date di nascita, respirare l’atmosfera rarefatta e di silenzio che si avverte nell’ex plesso scolastico ti fa avvertire davvero la portata di quella tragedia in tutta la sua violenza. La percepisci in maniera diretta. Ed ogni volta non è mai uguale a quella precedente.
    Sensazioni ancora più forti che si avvertono al “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’aeroporto. Lì, attraverso foto e data di nascita e di morte, le vittime le “vedi” tutte.
    Nel corso di questi ultimi anni ho ascoltato gli eventi dell’attacco terroristico dagli involontari protagonisti. Da coloro i quali prestarono alla causa comune i loro cortili adiacenti la palestra per essere utilizzati come base da militari e soccorritori durante i tre giorni dell’assedio o da coloro i quali abitavano e continuano ad abitare nei pressi della scuola o anche da cittadini qualunque.
    Ma le testimonianze più forti provengono dai familiari, dalle madri alle quali i figli sono stati portati via per sempre in maniera crudele:
    “Per chi ha perduto i propri cari ed i propri figli nel corso di quell’attentato, la vita non è più come prima. Ogni giorno i ricordi di quell’inizio di settembre 2004 ci assalgono con forza e le emozioni esplodono continuamente. Ma fa piacere che la gente, nel mondo, si ricordi. Allevia un poco il dolore vedere che gente arriva da lontano per mostrare la propria vicinanza ancora a distanza di anni. Ci fa sentire meno soli. Perché l’importante è non dimenticare. Affinchè fatti del genere non accadano più”.
    Ogni volta che torno ed ogni volta che ascolto la storia di quei giorni da chi ha tragicamente vissuto quei momenti vengo catapultato in un vortice di tristi emozioni.
    L’Italia tramite associazioni ed iniziative di alcuni gruppi è da sempre stata vicina a Beslan sia con progetti specifici sia con iniziative a ricordo.
    In qualche località anche la toponomastica cittadina è stata dedicata alla memoria di quella vicenda.
    Ma quello che tutti noi singolarmente possiamo continuare a fare è comunque non dimenticare la strage di Beslan e soprattutto le madri ed i parenti che ancora piangono i propri figli ed i propri congiunti.
    Morti per cosa?

    LUCA PINGITORE

  • I Viaggiatori Indipendenti ripartono da Gradara e San Marino

     

    I Viaggiatori Indipendenti ripartono da Gradara e San Marino
    Photo credit: marcoiaconetti.com

    Svoltosi nel week end il raduno nazionale dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA

    Nel week end appena trascorso si è svolto tra l’antico borgo marchigiano di Gradara e la Repubblica di San Marino il raduno nazionale dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA.
    L’Associazione di Viaggiatori organizza regolarmente conferenze, eventi e raduni legati al viaggio, scegliendo per questi ultimi sempre location differenti alternandole tra le varie regioni d’Italia.
    Per il primo raduno post pandemia i membri dell’Associazione hanno scelto di ritrovarsi e riprendere le attività dopo la lunga pausa forzata dividendosi tra la località dove si consumò l’amore di Paolo e Francesca raccontato da Dante nella Divina Commedia e la Repubblica del Monte Titano, dando così anche un tocco di internazionalità al ritrovo.
    I raduni OTRA, organizzati oramai da un decennio, sono appuntamenti dall’atmosfera conviviale aperti a chi ha la passione di viaggiare, la voglia di condividere esperienze ed il piacere di confrontarsi tra appassionati.
    Sabato 5 giugno i partecipanti, italiani e stranieri, giunti da diverse regioni d’Italia hanno assaporato la romantica ed unica atmosfera della Rocca di Gradara dove il Sindaco della cittadina, Filippo Gasperi, ha salutato il gruppo accogliendo l’evento come un segnale di ripartenza che va al di là del mero significato simbolico.
    Il tema di questa edizione del raduno, dal titolo scanzonato nel pieno spirito degli iscritti all’Associazione, è stato:
    “Viaggiare nei luoghi che tua madre ti ha detto di non frequentare. Località estreme, aree di crisi, esperienze inaspettate tra viaggio, avventura e geopolitica”.
    Selezionate per l’occasione tra le numerose avute in diverse aree geografiche, si sono succedute così le esperienze di alcuni viaggiatori che orbitano nell’Associazione.
    Introdotti dal “Cancelliere” Marco Lopez, coordinati dalla VicePresidente Valentina Galleano ed intervallati da aneddoti di viaggio del Presidente Luca Pingitore, hanno preso la parola:
    Claudio Serafini, uno dei fondatori del gruppo, raccontando la sua esperienza trascorsa con gente di diverse etnie oramai mescolatesi tra di loro a seguito delle continue guerre nella regione forestale della Guinea Conakry al confine con la Costa D’Avorio, la Liberia e la Sierra Leone;
    Il massimo esperto italiano di Siberia, creatore del sito solosiberia.it nonché membro fondatore dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti, Daniele Castiglioni con i suoi racconti inerenti l’impraticabile area fluviale della Tunguska da lui affrontata in più viaggi navigando in canoa anche per settimane ed i suoi numerosi ed interminabili viaggi in treno scorazzando dall’Italia all’isola di Sakhalin;
    Luca Amadessi che ha relazionato circa uno dei suoi progetti calcistici organizzato nella Repubblica Democratica del Congo in esclusiva nella isolata regione di Minembwe, area bagnata dal fiume Kivu, finendo poi ad allenare i militari dell’esercito pakistano inviati in quella remota regione in missione di pace ONU;
    Diego Bocchi, uno dei primi ad essersi recato in viaggio nella Siria martoriata dalla guerra che ha portato così una testimonianza diretta da viaggiatore e non da osservatore politico o da reporter e che con l’occasione ha presentato anche il suo volume “Apeiron. Diario di Siria” in anteprima;
    Luca Acitelli che ha riportato le impressioni avute durante un suo lungo viaggio attraverso le impervie montagne del Wakhan, del Pamir e del Karakorum in Asia Centrale riuscendo a vivere esperienze uniche in una atmosfera bucolica ancora ospitale e curiosa del viaggiatore straniero;
    Giuseppe Trabattoni che tra i suoi vari racconti di viaggio ha trasportato i presenti indietro di qualche anno con la sua storica avventura alla “fine del mondo”, nelle isole Kurili contese tra Russia e Giappone, dove rimase bloccato per circa un mese insieme al suo compagno di viaggio Alessandro Gardini amministratore del webforum russia-italia.com, realtà tra l’altro gemellata con l’Associazione OTRA.
    Dopo essersi perfettamente integrati nell’aria vacanziera dell’accogliente Gabicce mare, inaugurando di fatto la stagione estiva, l’inizio simbolico di una ritrovata libertà di viaggiare è stato celebrato dai partecipanti il secondo giorno dell’evento, domenica 6, recandosi nella Repubblica di San Marino, la più antica repubblica al mondo.
    Accolti nel centro storico, il Castello capoluogo della Repubblica, dall’imprenditore e viaggiatore Francesco Chiarelli, la delegazione dell’Associazione ha concluso la due giorni del suo evento nel Palazzo Pubblico il luogo nel quale si svolgono le cerimonie ufficiali della piccola Repubblica.
    Una chiusura figurativa del raduno in attesa del prossimo previsto in autunno, quello che celebrerà i dieci anni ufficiali di attività.
    Nel frattempo, è tempo di riprendere a viaggiare.

  • Gli Alpini della Campagna di Russsia. Una questione ancora aperta

    Era il gennaio 1943 quando l’Armata Rossa, nei dintorni del fiume Don, sbaragliò le linee nemiche dell’Asse composte da reparti ungheresi, nazisti e da Alpini italiani, durante la cosiddetta “Offensiva Ostrogodshk – Rossosh” (dal nome delle due località protagoniste delle operazioni). La serie di battaglie che precedettero questa operazione insieme alle successive portarono poi, all’inizio del febbraio successivo, alla caduta di Stalingrado e quindi alla fine delle intenzioni naziste di sconfiggere i sovietici ed arrivare ad occupare Baku, le sponde del mar Caspio ed avere accesso alle ricchezze naturali della zona.
    Gli scontri militari avvenuti nei dintorni di Rossosh, cittadina ubicata nella provincia di Voronezh in Russia, fanno parte delle pesanti sconfitte che segnarono il fallimento della “Campagna italiana di Russia” durante la II° Guerra Mondiale, terminata con il ritiro confusionario del Corpo di Spedizione Italiano e dell’Armata Italiana che annoverarono migliaia tra morti e dispersi.
    Recentemente abbiamo sottolineato la tragica coincidenza di come nella regione del Donbass, oggi sconvolta da una nuova drammatica guerra, esistano ancora dei cimiteri con i corpi di soldati italiani rimasti li dalla disfatta della “Campagna di Russia”.
    In questo articolo, invece, ci occuperemo di una accesa polemica scoppiata qualche tempo fa inerente proprio la “celebrazione” del Corpo degli Alpini italiani nella cittadinanza di Rossosh.
    Vediamo nei dettagli da dove parte questa polemica e le motivazioni che l’hanno accesa anche tramite le colonne di alcuni media russi online della regione in questione.
    Alcuni studiosi di storia locale hanno ripescato negli archivi della zona di Voronezh varia documentazione circa crimini commessi dai nazisti e dai loro alleati durante la loro permanenza nella regione. In particolare alcuni documenti ufficiali comproverebbero la responsabilità di alcuni Alpini in tragici episodi criminali.
    Un documento ricorderebbe come “Il Comitato esecutivo del Consiglio distrettuale dei deputati dei lavoratori della regione di Voronezh, villaggio di Olkhovatka”denunciò violenti fatti accaduti nel 1943 nel paesino citato. Secondo il documento in questione “dodici persone [il documento fa i nomi], tutti civili, tra i quali un agricoltore, un conducente di trattore e sette componenti di una stessa famiglia furono brutalmente uccisi. Ad una giovinetta appartenente alla famiglia furono tagliati i seni e bruciati i capelli mentre ad un bambino di due anni, sempre componente della stessa famiglia, spezzarono gambe e braccia, lo tramortirono con un bastone e poi gli spararono. Fatto questo, i corpi furono cosparsi di cherosene e bruciati”.
    Ma di episodi ve ne sarebbero diversi.
    Come “il seppellimento, ancora in vita, di una giovane insegnante e della sua figlia di cinque anni”. O come “il cecchino che colpì una donna ad una gamba mentre era intenta a raccogliere patate nel suo orto e le deliberate esplosioni, tramite spari mirati, di granate disseminate nei campi mentre gli uomini lavoravano ed i bambini giocavano”.
    Esisterebbe anche un documento sulle “avventure degli italiani in Russia” scovato nell’Archivio Centrale del Ministero della Difesa della Federazione Russa [Fondo 334. Inventario 5259. Caso 2. Foglio 150]. Secondo il documento “Nel villaggio di Bely Kolodets, distretto di Bogucharsky, regione di Voronezh, dopo la battaglia del 15 dicembre 1942, un gruppo di dodici soldati dell’Armata Rossa feriti fu catturato e gli uomini gettati dietro un recinto di filo spinato all’aria aperta nella neve. Gli italiani hanno tolto gli stivali ai soldati e li hanno lasciati completamente senza scarpe nel forte gelo, non hanno dato da mangiare ai prigionieri, li hanno picchiati e, per oltraggiarli ulteriormente, di tanto in tanto gli lanciavano delle ossa da rosicchiare. Il 17 dicembre, nel pomeriggio, gli italiani hanno portato fuori i prigionieri da dietro la recinzione e hanno iniziato a picchiarli brutalmente con bastoni e calci di fucile. I nazisti [gli italiani così definiti] hanno picchiato i soldati feriti e disarmati dell’Armata Rossa con calci di fucile e bastoni sul corpo, sulle gambe, sulle braccia e sul viso insanguinati. Poi gli uomini dell’Armata Rossa, torturati e brutalmente picchiati, furono portati a morire. Gli italiani, avvertendo l’avvicinarsi delle unità dell’Armata Rossa al villaggio, avevano fretta di occuparsi rapidamente dei soldati catturati. Alle 18 in punto, il 17 dicembre, gli uomini dell’Armata Rossa furono colpiti a bruciapelo da mitragliatrici e fucili e quelli che mostravano ancora segni di vita furono uccisi dai nazisti [gli italiani] con il calcio dei fucili.
    Tutti questi aberranti crimini, secondo questi documenti ritrovati nei vari archivi, sarebbero stati commessi su “ordine del comando del Corpo Italiano Fucilieri Alpini” e la citata “Commissione per i fatti di Olkhovatka stabilì che le malvagie esecuzioni di civili fossero eseguite su ordine del reparto gendarme del corpo alpino [riportando i nomi dei militari italiani coinvolti]”.
    I soldati italiani, come si evidenzia dai documenti dell’epoca, erano equiparati ai nazisti tedeschi essendo loro alleati ed avendo condotto di comune accordo l’invasione dell’Urss. Ed in seguito si poteva anche ascoltare qualcuno dire che gli “italiani fascisti invasero il nostro paese su ordine di Mussolini”.
    Oramai però il ricordo di quei tempi si è affievolito e negli anni a Rossosh si sono svolte alcune manifestazioni commemorative in onore dei caduti del Corpo degli Alpini. L’iniziativa principale è stata la cosiddetta “Operazione Sorriso”. Nel 1992 iniziò una raccolta di fondi e nel 1993, i veterani di guerra ed i loro discendenti tutti membri dell’Associazione Nazionale Italiana Tiratori Alpini (ANA), sotto lo slogan “Ricorda i morti, aiuta i vivi“, costruirono un asilo nella cittadina. Non lontano dai luoghi dalla battaglia di Nikolayevka e dove erano ancora visibili i resti di un edificio oramai demolito che fu adibito a quartier generale del Corpo degli Alpini durante l’ “occupazione italiana”. Nella piazza di fronte l’asilo i “benefattori dell’Appennino“, così definiti ironicamente dai fautori della polemica, eressero poi nel 2003, a dieci anni dalla costruzione dell’asilo, un piccolo monumento, una scultura dalla forma del classico cappello con la penna, simbolo riconosciuto degli Alpini. Per l’occasione fu pubblicato anche un libro celebrativo dal titolo “Torneremo a Rossosh. Operazione “Sorriso”” che fu regalato alle istituzioni cittadine le quali accolsero circa 1500 persone tra Alpini e parenti al seguito ed indissero giorni di festa per la popolazione locale.
    I fatti, secondo chi polemizza, sono simbolici ma altamente offensivi.
    Nel 2003, infatti, nelle vicinanze di Rossosh gli Alpini insieme ad alcuni storici italiani si misero alla ricerca di alcuni luoghi dove ancora erano certi di trovare di resti di soldati italiani caduti in guerra. Nelle campagne tra i villaggi di Zeleny Yar e Novaya Kalitva riuscirono ad individuare l’esatta ubicazione del famoso “crocevia sanguinoso”, del quale esistevano solo vaghe segnalazioni. Il posto era il punto dove, secondo la testimonianza del cappellano militare dell’Armata Italiana, era stata lasciata una fossa comune con i corpi di alcuni fucilieri alpini del battaglione Aquila caduti durante le operazioni belliche. Furono quindi trovate delle ossa, tra le quali due frammenti di un femore, che furono raccolte in un contenitore, portate a Rossosh e murate proprio all’interno del monumento raffigurante il cappello degli Alpini costruito di fronte l’asilo. Tutto ciò contravvenendo alle leggi russe ma sostanzialmente in vigore anche in Italia ed a livello internazionale, secondo le quali resti umani non possono esser trafugati, trasportati ed inumati a proprio piacimento e senza verifiche ed autorizzazioni delle autorità competenti in materia.
    La collocazione di questi frammenti ossei nel piedistallo del monumento, era nota in maniera informale ad alcuni personaggi delle istituzioni locali ma l’azione fu compiuta dai discendenti degli Alpini senza ufficialità e sostanzialmente in segreto tanto che non fu neanche resa nota alla cittadinanza. Solamente nel 2018 la cosa trapelò in maniera pubblica e ne seguì una denuncia alla Procura Generale. Le autorità locali, con una azione maldestra, provarono quindi a disseppellire i resti degli Alpini murati dentro il monumento ma oramai una parte dell’opinione pubblica locale era già insorta, aizzata da influenti personaggi del posto.
    Nella scorsa estate, tra giugno e luglio 2020, la polemica ritorna veemente a causa di nuovi articoli di un giornalista del luogo e di uno dei discendenti della famiglia sterminata citata da uno dei documenti storici. Tramite dei lunghi e dettagliati report, sul media regionale “Stoletie”, vengono resi pubblici ulteriori dettagli, corredati di documentazione fotografica, circa l’ “Operazione Sorriso” attuata dagli Alpini scagliandosi soprattutto contro il piccolo monumento da questi eretto e che campeggia in una delle piazze del paese. Il “Monumento al fascista sconosciuto” come viene definito.
    Si è saputo che durante la costruzione del piedistallo, gli italiani misero i resti dei soldati di Mussolini morti durante la guerra. Quindi si è scoperto che ora, nell’anno del 75 ° anniversario della nostra vittoria sul fascismo, nel mezzo della città russa di Rossosh, c’è un monumento ai caduti di guerra nazisti. È come se nelle vicinanze di Leningrado venisse eretto un monumento a forma di elmo che ricordi, ad esempio, i soldati della “Divisione Blu” spagnola che hanno preso parte all’assedio. O forse dovremmo ora erigere un monumento a forma di elmo di un soldato nazista della Wehrmacht vicino Stalingrado? In realtà, oggi vogliamo anche essere amici della Germania. E siamo pronti a fare amicizia con l’Italia e mandargli aiuti per combattere la pandemia, ma erigere e custodire con cura il monumento ai fascisti di Mussolini in Russia, proprio nella zona dove furono trucidati dei civili, è blasfemia, un insulto alla memoria delle vittime del fascismo. Ricordiamoci… c’è un monumento a Rossosh dedicato a coloro che uccisero dodici abitanti del vicino villaggio di Olkhovatka, brutalmente assassinati per ordine dei comandanti italiani e che ora sono considerati “eroi” in Italia. No, non può esistere un monumento simile qui.
    La polemica diventa scandalo politico poichè si viene a sapere che, le autorità cittadine locali che approvarono la costruzione del piccolo memoriale e le conseguenti celebrazioni anche a carattere annuale, furono invitate con le rispettive famiglie in vacanza in Italia a spese, pare, degli Alpini stessi.
    Una sorta di ricompensa, a dire dei fautori della polemica, per aver lasciato costruire il piccolo sacrario e poter celebrare gli anniversari di quei giorni di guerra.
    La polemica ideologica che a Rossosh va avanti da qualche anno non ha attecchito eccessivamente, a quanto sembra, tra la popolazione locale. Anche perché dai violenti fatti citati sono passati più di settanta anni e la triste memoria di quei giorni degli “occupanti” italiani è oramai sbiadita.
    Quasi cancellata da tutto quello di piacevole che da decenni l’Italia e gli italiani rappresentano per i russi, a partire dai cantanti delle edizioni di Sanremo degli anni ’80 fino alla moda, al design, al cibo, alle vacanze nella penisola.
    Non bisogna però evitare di sottolineare che gli Alpini come tutti gli altri reparti del Corpo di Spedizione inviati in Urss, ai tempi della Grande Guerra Patriottica (così è conosciuta in Russia la II° Guerra Mondiale), erano alleati dei nazisti e quindi, di fatto, fascisti ed invasori. Fu la successiva narrazione anche cinematografica a dipingerli, in Italia, esclusivamente come “Italiani, brava gente” (dal titolo del famoso film sulla Campagna di Russia uscito nel 1964). Ma è anche vero che in fondo molti di loro erano stati strappati minorenni alle famiglie ed alle loro terre ed una volta fatti vestire, irresponsabilmente, come per il clima italiano, furono spediti e costretti a recarsi nelle lontane e ghiacciate lande sovietiche non preparati a quello che li avrebbe attesi. Il fattore che causò il numero più alto di morti, infatti, fu il famigerato “Generale Inverno” di napoleonica memoria.
    Migliaia di soldati pagarono con la propria vita l’atrocità della guerra ma soprattutto la scelleratezza e la bramosia di potere di chi in Italia decise di accodarsi alla suicida “Operazione Barbarossa” ideata dai vertici nazisti.
    Violenze e crimini ingiustificati verso i civili inermi sono purtroppo una caratteristica di tutte le guerre, ovunque nel mondo, ma questo di certo non giustifica le azioni riprovevoli che vengono compiute da qualsiasi esercito.

    Luca Pingitore

    Articolo apparso su ilquotidianoditalia.it del 25/01/21

  • Soldati della Campagna di Russsia ancora sepolti nel Donbass

    Nel 2014 scoppia una nuova drammatica guerra nel cuore dell’Europa, nel cosiddetto Bacino del Donbass la situazione si infiamma ed operazioni belliche diventano la tragica normalità per i villaggi e le cittadine della zona. Gorlovka, Debaltsevo, Pervomajsk, Alcevsk, Enakievo, l’area dell’aeroporto di Donetsk insieme alla città di Donetsk stessa ma come anche l’altra grande località del Donbass, Lugansk, diventano il fronte di questa guerra che, seppur ora con intensità minore rispetto ai primi anni, è sempre in essere con tutte le sue tristi conseguenze.
    Nel 1941 il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) insieme poi all’ARMIR (Armata Italiana in Russia) presero parte, in compagnia di battaglioni ungheresi e rumeni, all’Operazione Barbarossa lanciata dai nazisti tedeschi con l’obiettivo di invadere l’Unione Sovietica.
    La “Campagna italiana di Russia” durante la II° Guerra Mondiale (Grande Guerra Patriottica per i sovietici) si sviluppò fino al 1943 nella vasta area che va da Dnepropetrovsk (oggi Dnipro in Ucraina) e la media zona del fiume Don nei territori delle regioni di Belgorod, Voronezh e Kharkov dove si attestava la retroguardia con gli ospedali italo-tedeschi.
    L’obiettivo nazista era la presa della città di Stalingrado (oggi Volgograd) per poi avere via libera verso il Caucaso, l’Azerbaijan ed il petrolio del mar Caspio.
    Il territorio che vide particolarmente impegnato l’esercito italiano, il quale poi sconfitto dovette battere in ritirata, fu quello delle regioni di Stalino e Voroshilovgrad: le odierne Donetsk e Lugansk, il Bacino del Donbass.
    Circa settanta anni prima della guerra che ha portato alla nascita de facto delle due repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, sugli stessi campi si consumò la tragedia della ritirata italiana dalla Russia (inglobata ai tempi nell’Urss).
    Una tragica coincidenza storica, quindi, lega il Donbass all’Italia.
    Durante la “Campagna di Russia” circa centomila soldati italiani persero la vita a causa delle battaglie ma soprattutto a causa del freddo e degli stenti che il “Generale Inverno” causò loro. Tantissimi furono anche i dispersi.
    Mal equipaggiati e poco avvezzi alle rigide temperature delle campagne sovietiche a migliaia furono sepolti in fosse scavate nella dura terra dai loro commilitoni ancora in forze. A queste tombe di fortuna furono attaccate le piastrine di riconoscimento con i nomi dei deceduti ma, in base a delle intuizioni dei cappellani militari facenti parte della spedizione, molti ma non tutti furono sepolti con piccoli recipienti di vetro racchiudenti le singole generalità.
    Il tempo infatti avrebbe corroso e fatto perdere le piastrine o magari più cinicamente, come accadde in molti casi, le stesse furono depredate e vendute od utilizzate in qualità di materiale utile ad altri scopi.
    Tanti di questi piccoli cimiteri furono approntati nei dintorni di centri abitati e soprattutto di snodi ferroviari in modo che, una volta terminata la guerra, sarebbe stata più semplice l’operazione di rimpatrio delle salme.
    Ma da quelle manovre belliche gli italiani non tornarono, letteralmente si ritirarono alla meglio ed alla rinfusa tanto che numerosi rientrarono a casa solo mesi dopo l’inizio del viaggio verso l’Italia.
    I luoghi di sepoltura rimasero quindi dove erano sorti. La maggior parte in stato di abbandono e seminascosti da vegetazione, spazzatura, alla mercè degli agenti atmosferici e finirono per diventare ricordi sbiaditi di un’epoca passata per i cittadini locali. Anche se scoloriti non proprio per tutti considerato che, in alcuni casi, gli italiani si macchiarono di violenze come si evince da documenti conservati negli odierni archivi russi e da testimonianze tramandate.
    Ma questa è un’altra pagina della storia.
    Altri luoghi di sepoltura erano giusto delle fosse comuni che ebbero una sorta diversa: al disgelo climatico e bellico i corpi ammassati insieme di italiani, tedeschi, ungheresi, romeni ma anche di sovietici furono incendiati e ridotti in cenere. Altre fosse comuni accolsero i corpi degli italiani morti da prigionieri insieme a quelli di gente del posto magari caduta sotto i bombardamenti. Di molti di questi cimiteri se ne persero le tracce.
    Negli anni successivi solo i racconti dei reduci e le ricerche di alcuni studiosi e giornalisti hanno provato a ricostruire le storie ed anche ad individuare questi luoghi di sepoltura.
    Negli anni ’70, in seguito ad alcune missioni private, alcuni di questi cimiteri sono stati rintracciati, visitati e varie salme sono state fatte rientrare.
    Bisogna attendere però i primissimi anni ’90 per delle missioni istituzionali di rimpatrio in Italia di alcuni soldati che, in assenza di discendenti che ne reclamarono i resti, vennero inumati nel Tempio di Cargnacco, in provincia di Udine, luogo dedicato sin dalla metà degli anni ’50 al ricordo degli scomparsi della “Campagna di Russia”. Qualche ulteriore rimpatrio è avvenuto anche in seguito, l’ultimo nel 2018. Ma tanti sono ancora i cimiteri “italiani” abbandonati oltre che in Russia ed in Ucraina anche nelle attuali Repubbliche di Donetsk e Lugansk le quali ospitano nei loro territori il maggior numero di questi piccoli luoghi di sepoltura.
    Nel 2015, in piena guerra, una delegazione italiana omaggiò con una breve visita il cimitero di Enakievo (Rykovo ai tempi della “Campagna di Russia“) dove in un magazzino erano raccolte singole cassette con i resti di sodati italiani, tedeschi e rumeni.
    Località quindi quali Enakievo, Krasnyi Luch, Gorlovka, Debaltsevo, Vuhlehirsk, Sofivka, Pervomajsk come le stesse città di Donetsk (a Juzovka nella sua periferia) e Lugansk e vari altri villaggi conservano ancora i resti di numerosi soldati italiani. Gli stessi luoghi toccati dalla “guerra del Donbass”.
    Alcuni di questi cimiteri si trovano giusto sulla linea ufficiale del fronte che separa le Repubbliche de facto da una parte con l’Ucraina dall’altra.
    Guerra scoppiata proprio dove riposano in eterno i soldati italiani non scampati da vivi ai bombardamenti del 1941 – 1943 ma neanche da morti a quelli iniziati nel 2014 e non ancora del tutto terminati.

    LUCA PINGITORE

    Articolo apparso su ilquotidianoditalia.it  del 13/12/20

  • Khaibakh, la città scomparsa

     

     

    Il nome Khaibakh non dice niente a nessuno e magari risulta anche non semplice da pronunciare. In realtà però è il nome di una località praticamente introvabile anche sulle mappe. Certamente, perché non esiste. O meglio, non esiste più dal 1944.

    La memoria di questo posto fu completamente cancellata e rimasta solo nella tradizione orale di qualche anziano.

    Anni fa in Ucraina furono ritrovati dei corpi di soldati dell’Armata Rossa uccisi nel corso della II° Grande Guerra Mondiale. Gli studiosi trovarono tra gli effetti personali di alcuni di essi delle lettere indirizzate a casa, ai propri familiari, ma che evidentemente non fecero in tempo ad esser spedite. Le lettere erano indirizzate al villaggio di Khaibakh. Nessuno, però, conosceva questo posto e di conseguenza partirono gli studi per capirci qualcosa, il mistero andava risolto.

    Si scoprì quindi che Khaibakh era un villaggio facente parte di un comprensorio di altri piccoli ed antiche frazioni ubicate sulle montagne selvagge del Caucaso e precisamente in Cecenia, in linea d’aria non lontano dalla frontiera con la Georgia. Khaibakh e gli altri villaggi non esistevano più e l’area dove una volta sorgevano era molto impervia da raggiungere. Non esistevano strade ma solo montagne, boschi, fiumi, cascate, un’area completamente disabitata e praticamente interdetta alla popolazione.

    Ma cosa era successo? Quale era la storia di questa zona?

    Con l’“operazione Lentil“, nel 1944, in Unione Sovietica fu deciso di deportare i ceceni nelle steppe del Kazakhastan o sulle montagne dell’Asia Centrale. Gli abitanti di questi antichi villaggi, detentori di una storica tradizione arcaica, iniziarono ad esser radunati con la forza e caricati su dei camion per esser portati alla stazione ferroviaria più vicina, molti chilometri a valle.

    Le operazioni risultarono però ovviamente lunghe e complicate. Trasportare su mulattiere di montagna e mezzi di trasporto degli anni ’40 circa 3000 persone controvoglia non era di certo una operazione semplice.

    Ad un certo punto allora a qualcuno venne l’”idea”.

    Gli ultimi circa 700 abitanti, ma qualcuno sostiene molti di più considerato che si tratta sostanzialmente di fonti orali, furono raccolti, fucilati, bruciati i corpi e sepolti in una larga fossa comune. Il sito fu poi ricoperto, risistemato e lasciato nel dimenticatoio, abbandonato nell’oblio degli isolati più di duemila metri di altezza del luogo.

    Questo narra la storia e la leggenda.

    L’area quindi restò completamente interdetta e dimenticata per circa 50 anni. Finchè appunto fu riscoperta a livello ufficiale dagli studiosi intorno gli anni ’90. Anche perché nel frattempo l’Urrs si era dissolta e le memorie delle leggende locali tramandate nel tempo riaffiorarono tra i capi-aul [capi villaggi, sorta di forma arcaica di sindaco. N.D.R.] di quell’angolo di Caucaso.

    Ma in Cecenia, proprio in quegli anni, scoppiò una nuova e drammatica guerra, suddivisa in due distinti momenti a breve distanza temporale, che fece restare la zona ancora interdetta per altri lunghi anni.

    Di Khaibakh e dei villaggi limitrofi restavano e restano oramai solo ruderi di pietra, un vecchio cimitero, antichi ceppi stradali nascosti dalla vegetazione, storiche grotte nelle pareti di alcune montagne dove vissero i primi antichissimi abitanti della zona.

    Dal 1944 solo una torre a Khaibakh restò in piedi. Fino ai primi anni 2000.  Quando per un evento fortuito, durante operazioni aeree militari della guerra che imperversava in quel momento in Cecenia, una bomba la colpì e la danneggiò.  

    Terminata la guerra e rimessasi in carreggiata la situazione, intorno il 2010, un privato e facoltoso cittadino ceceno decise di “riportare alla luce” l’intera area e fece creare, con fondi propri, una strada in terra battuta, un solco, una pista più che una via di comunicazione vera e propria, che si incunea tra le montagne e può essere attraversata solo tramite potenti fuoristrada. Quando le intemperie non la rovinano con frane, smottamenti, allagamenti, neve. Fitta vegetazione, paesaggi mozzafiato, orsi e cavalli allo stato brado sono gli unici padroni dell’area che resta ancora chiusa al visitatore ed accessibile da circa tre anni solo con speciali permessi. A qualche mandria di bovini con i loro allevatori-guardiani è concesso accamparsi in tende o vecchi vagoni ferroviari in legno trasposti su ruota nella parte più a valle per il periodo necessario al pascolo. Da quel punto in poi si ascolta solo il rumore della natura e del fuoristrada che ti conduce attraverso la pista in terra e pietre, in alcuni punti a picco sul baratro, verso l’unico punto di sosta attrezzato. Una piccola costruzione utilizzata come moschea e come luogo di riparo in caso di condizioni avverse del meteo che magari costringono coloro che si spingono fin li a dover trascorrere la notte in questo luogo amèno.  

    Ad oggi pochissimi sono coloro che hanno avuto la fortuna di addentrarsi nella zona e poter aggirarsi tra le rovine dei vari villaggi dell’area, soprattutto tra quelle della leggendaria Khaibakh con i segni della fossa comune. Storie diverse, tempi differenti, destino simile finito nel fuoco per alcuni versi avvicinano Khaibakh con Pompei.

    Ma nonostante la tragica storia che si conserva nella sua natura incontaminata, Khaibakh è un posto unico al mondo perso nel cuore delle montagne del Caucaso.

    Chi scrive questo articolo ha la fortuna di poter raccontare la storia ed i luoghi in questione per esperienza diretta essendo stato il primo viaggiatore straniero ad aver avuto la possibilità di addentrarsi per quelle montagne e l’unico visitatore forestiero ad essercisi recato più di una volta, accompagnando anche, in un paio di occasioni, degli sparuti italiani desiderosi di conoscere l’area.

    Per recarsi ai confini del mondo, vivere la storia e gustarsi la magia dell’isolamento e della bellezza della natura basta recarsi a Khaibakh.

    La città scomparsa.

    LUCA PINGITORE

    Articolo ripreso da ilquotidianoditalia.it del 22/02/2021

  • Mongolia: il monastero perduto nella steppa

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    E’ circa ora di pranzo quando il grande pullman con targa mongola su cui mi trovo inizia a rallentare nei pressi di Kjachta. Faccio appena in tempo a riprendermi dallo stato di sopore in cui verso ed ecco che diminuiamo la velocità, in vista della frontiera russo-mongola. Dopo quasi 30 giorni intensissimi è arrivato il momento di congedarsi ancora una volta con la Russia; La terra di Genghis Khan si trova proprio là … giusto a un paio d’ore di controlli e formalità doganali. L’autista carica e riscarica i nostri bagagli diverse volte. Nell’ufficio doganieri russi ispezionano il mio documento con una specie di lente di ingrandimento e quando me lo restituiscono tiro il solito respiro di sollievo di sempre. E’ quasi fatta, ancora un’altra stanza con la luce soffusa, un nuovo timbro sul mio passaporto, e la poliziotta mongola dai simpatici occhi a mandorla mi sorride, dicendo: “Welcome to Mongolia”.
    Ci fermiamo per pranzo in una specie di caffè cadente, subito dopo il confine. Diverse donne di una certa età si accalcano intorno al nostro autobus, e ci propongono insistentemente di cambiare ‘tugrik’ in nero. Sono passate almeno 5 o 6 ore da quando abbiamo lasciato Ulan-Ude, capitale della repubblica russa di Buriazia. Nel cielo torna a splendere il sole e il grigiore siberiano sembra essere ormai un ricordo, seppur ugualmente splendido. Vedo la steppa che si perde all’infinito, costellata ogni tanto dalle ‘gher’ dei nomadi e dai numerosi pascoli. Bimbi a cavallo che non avranno più di 6 anni si destreggiano nelle praterie senza nemmeno una sella. Guardarli mi suscita un fortissimo senso di libertà. E’ difficile staccare lo sguardo dal finestrino, in preda all’emozione.
    Intanto la nostra strada continua a scorrere, i chilometri si macinano e le prime luci del pomeriggio si cominciano ad addensare su di noi. La percezione è quella di una sorta di stallo esistenziale, in cui il tempo parrebbe come dilatarsi. La devushka buriata seduta vicino a me è di poche parole, si reca a Ulaanbataar per studio. Saranno le ultime volte in cui potrò veramente conversare in lingua russa. L’arrivo a Darkhan è uno shock visivo: Tra palazzoni moderni e grandi complessi abitativi che sembrano nascere dalla terra stessa. Questa città secondaria è fra le più importanti del Paese, e si trova a circa cento chilometri di pista dal Monastero Amarbayasgalant, mia agognata meta.
    Faccio cenno all’autista che devo scendere … sono l’unico tra i passeggeri a fermarsi in questo luogo remoto. Come mi tuffo fra le vie della città il caldo è intensissimo e per me è come ritrovarmi in un altro mondo. Mentre un gran polverone si solleva dai vialoni senza asfalto, mi avvicino a quello che sembra essere una specie di bazaar, pieno zeppo di gente. Sono madido di sudore e carico di bagagli all’inverosimile. “Kto-nibud govorit po russki ili po angliyski?”- “Amar-bayas-galant”- E’ come se gridassi al vento, perché parlano tutti solo mongolo. Ho bisogno di raggiungere la mia meta prima del calare della sera e a Darkhan comincia ad essere veramente tardi. Voglio assolutamente evitare di fermarmi in uno dei pochi alberghi della città, perché l’indomani sarei dovuto essere già ad Ulaanbataar, e per il monastero non sarebbe rimasto più tempo. Testardo quale sono, non demordo e conosco finalmente un venditore che spiccica qualche parola di russo.
    Mi si avvicina, abbandonando il suo banco e cerchiamo di comunicare. “La stazione dei bus è in ristrutturazione ed ora si trova da un’altra parte della città”- “Difficile che qualcuno da lì ti conduca fino al monastero…”. Nemmeno faccio in tempo ad allarmarmi, vista la situazione di grande incertezza, che dalla folla si materializza un uomo di mezza età, col viso cotto dal sole e lo sguardo buono. Si chiama Baraa e ogni tanto arrotonda le sue giornate come tassista, usanza molto diffusa in Asia ed ex Repubbliche Sovietiche. Anche lui se la cava col russo e mi può dare una mano. Si aprono le trattative, un po’ a parole e un po’ a gesti; Bisogna sbrigarsi perché intanto il tempo sta volando. Riusciamo a metterci d’accordo, e questa volta nella baracca di un ufficio di cambio valute locale, l’impiegata non è puntigliosa come a Irkutsk. Accetta i miei euro, nonostante fossero ‘sporcati’ da un timbro e mi ritrovo con il portafoglio che quasi fa fatica a richiudersi per il gran numero di banconote ricevute. Prima di intraprendere la strada verso Erdenet, ci salutiamo col venditore accorso in mio aiuto, che mi lascia il suo numero scritto su un pezzo di carta – “In caso di necessità non esitare a contattarmi!” – La Hyunday modello ‘berlina’ di Baraa è lucida e nuova di zecca… Mi domando dentro di me come possa tenere le vie dissestate che ci aspettano, ma è meglio mettere a tacere ogni dubbio. Partiamo e le prime due soste sono per il rifornimento di gasolio e la scorta di viveri. Entriamo in un tipico supermercato mongolo, e prendo confidenza con la moneta del posto. Compro frutta secca, biscotti e dei succhi per il viaggio che ci aspetta. I prezzi sono veramente irrisori, fatta eccezione per il carburante che non è proprio economico per gli standard del paese.
    Inizialmente percorriamo un lungo tratto di strada su fondo sterrato e irregolare, dal momento che la strada principale verso Ulaanbataar è chiusa per lavori. Il mio autista si destreggia abilmente fra enormi crateri e ripidi dossi. Le macchine che vengono in senso contrario sollevano delle nubi di polvere, che a tratti ci impediscono la vista. Baraa si rivela una persona estremamente tranquilla e discreta. Vive a Darkhan con la sua famiglia e la sua conoscenza del russo è legata alla sua gioventù, durante la quale ha frequentato per un periodo l’università di Ekaterinburg ai tempi dell’ URSS.
    Quando torniamo finalmente sull’asfalto, la città è ormai distante. Immense pianure verdeggianti si perdono a vista d’occhio alternandosi a innumerevoli colline. Ma a dominare lo scenario è il cielo della Mongolia, magnifico ed enigmatico, dove le nuvole sembrano dipinte dalle mani di un artista. Il tutto, unito alle canzoni mongole trasmessa dalla radio, risveglia sensazioni recondite. Il sole lentamente inizia a scendere sulla linea dell’orizzonte che mi permette di intravedere la curvatura del globo. E poi ancora steppa, praterie, cavalli, nuvole. La loro contemplazione crea in me un grandissimo senso di benessere e mi ritrovo immerso in spazi immaginati tante volte. Penso a quanto sia duro l’inverno qui, coi suoi -30/-40°C costanti, e agli intrepidi cavalieri di Genghis Khan, che un tempo conquistarono mezza Eurasia, spingendosi fino all’attuale Ungheria.

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    Dopo più di due ore di viaggio, raggiungiamo un gruppo di gher al lato della strada, abitate da alcune famiglie nomadiche. Ci fermiamo a mangiare qualcosa prima degli ultimi 40 km di pista rimasti. Gli Huushuur, le tipiche frittelle farcite con carne di montone e spezie che ci servono per cena, sono squisiti. Non facciamo in tempo a saziarci, che sentiamo urlare in lontananza. Scorgo una ragazza dai tratti europei allontanarsi da alcune tende per avvicinarsi verso di noi. Con mio grande stupore noto che inizia a dialogare in lingua mongola con Baraa. Il suo nome è Ines, di origini francesi e sta viaggiando da circa un mese in solitaria. Con lei solo un grande zaino, tanto coraggio e una tenda per campeggiare. Decidiamo di dargli un passaggio, essendo anche lei diretta al monastero.
    La parte finale del tragitto è avventura allo stato puro: l’asfalto sparisce e la macchina si inerpica fuoristrada su un percorso assurdo. Non capisco come una semplice Hyundai possa reggere un fondo simile, eppure procediamo a cannone. Ormai il sole è tramontato del tutto e il cielo si tinge di striature rossastre. Si fa buio e Baraa si orienta nel nulla della steppa come se fosse in una grande città. Ines mi racconta un po’ della sua vita, della sua avventura nella terra dei nomadi e della Transiberiana, che sarebbe stata prossima a percorrere; Studia scienze politiche in Spagna ed è venuta in Oriente per un periodo sabbatico. Le faccio i complimenti per come se la cavasse con la lingua mongola, ma lei mi risponde che aveva imparato per sopravvivenza. Fuori è buio pesto e guadiamo persino un corso d’acqua nero come la pece. Scaccio dalla mia testa il pensiero di un’eventuale avaria in mezzo al niente. Poi avvistiamo alcune luci nell’oscurità, e capiamo che il campo di gher dove trascorreremo la notte è ormai vicino.
    Ci sistemiamo tutti e tre in una tenda, riscaldandoci intorno alla stufa in ghisa incandescente posta al centro. Avevo già dormito in una yurta nomadica circa due anni prima in Kirghizistan e riprovo un forte senso di simbiosi con l’ambiente circostante. Ines estrae dallo zaino una bevanda alcolica del posto molto simile alla vodka, dal leggero retrogusto caprino. Brindiamo alla nostra amicizia e imitando Baraa, bagniamo l’anulare nei bicchieri; Poi spargiamo il liquido verso il cielo come segno di riconoscenza nei confronti degli dei, secondo la tradizione di queste terre. Fuori il buio più totale e ad avvolgerci un involucro di stelle. E’ in questo momento che faccio la conoscenza di Roy, un simpaticissimo ragazzo estone che alloggia nel nostro campo. Sono dieci anni che viene in Mongolia e sta accompagnando un gruppo di turisti del suo paese. Mi presenta la proprietaria del nucleo di gher, chiamata Gala, una ragazza di Ulaanbataar giovanissima che parla un ottimo inglese. Tutti imbacuccati per la forte escursione termica notturna, ci sediamo intorno a un tavolo di legno all’aperto e parliamo dei più svariati argomenti. Storie di vita quotidiana, avventure in paesi lontani. E ancora eventi già vissuti sulla mia pelle, come quel visto Schengen troppo difficile da ottenere da parte di Gala. Poi la stanchezza prende il sopravvento, gli ultimi mozziconi si spengono e arriva il momento di ritirarsi a dormire.
    La notte trascorre veloce e il sonno pieno, non disturbato dal benché minimo rumore, mi rigenera del tutto. Alle prime luci dell’alba sono già in piedi. Baraa e Ines ancora dormono profondamente, e io muovendomi in modo accurato per non fare rumore, sgattaiolo fuori dalla gher. L’aria è pungente, non essendo ancora sorto il sole, e i prati verdeggianti sono coperti da un leggero strato di brina. In lontananza, quasi a sovrastare il campo, scorgo la cinta muraria del monastero sorvegliata dalla grande statua del Buddha d’orato in cima a una collinetta. Respiro intensamente e ripenso a quando da bambino mi alzavo prestissimo per andare in montagna, durante le mie scorribande estive in Abruzzo. Poi nel mattino silenzioso mi avvio verso il tempio. Cammino sul falsopiano che mi separa dal complesso, e mi godo le praterie ancora assopite. Quando raggiungo l’entrata principale delle mura, mi trovo di fronte una vecchia porta di legno semi accostata. Varco la soglia scricchiolante e mi ritrovo immerso in una quiete senza tempo. All’interno si apre alla mia vista una sorta di giardino, dove sorgono da un lato il tempio principale magnificamente adorno, e dall’altro tutta una serie di edifici minori.

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    Apparentemente non scorgo nessuno, avverto solo il tubare dei piccioni che conferisce all’atmosfera un tocco spettrale. Faccio un giro di ricognizione per esplorare lo spazio circostante. Passo vicino alle immancabili ruote delle preghiere, cariche di sacralità. Poi entro in un grande atrio con enormi statue dallo sguardo severo, legate alla tradizione buddhista. Mi balena l’idea che il luogo possa essere disabitato, eppure dalle informazioni da me raccolte ero abbastanza certo del contrario. Cammino ancora avanti e indietro, scattando molte foto, fino ad entrare nel tempio vero e proprio; e’ di una bellezza unica, ricco di tappeti multicolori e sorretto da possenti colonne. A regnare è la penombra, che quasi induce alla meditazione i visitatori. A un certo punto sento il suono di una campana in lontananza e fanno ingresso una miriade di piccoli monaci. Alcuni sono veramente piccoli, di una dolcezza unica mentre ancora sbadigliano assonnati. L’Amarbayasgalant, sperduto nell’Aimag di Selenge, è uno dei siti monastici principali dell’intera Mongolia. Qui i lama vengono inviati dalle famiglie per fare apprendistato, quando sono ancora bimbi.
    Il suono delle preghiere, che rimbomba sulle pareti, da quasi i brividi. I piccoli discepoli si iniziano a disporre in cerchio insieme ai più grandi per la preghiera del mattino. Io resto lì a osservare la scena, unico visitatore straniero. Quando la funzione termina, mi avvicino verso uno di loro per immortalare il momento. Il ragazzino, capendo al volo mi sorride e si mette in posa. Io gli regalo una moneta da un euro con lo stemma dell’aquila tedesca. Mi resterà a lungo impresso il suo sguardo di felicità misto a stupore, mentre ispeziona con curiosità quel piccolo dono proveniente da un paese così lontano …

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    Nel frattempo i raggi solari diventano sempre più alti e l’aria si riscalda. Si sta facendo tardi e devo rientrare al campo, dove mi aspetta Baraa. Dobbiamo assolutamente arrivare a Darkhan prima di pranzo. Scendo giù al campo, dove nel frattempo si sono svegliati tutti. Il gruppo di estoni è intento a fare colazione, mentre Ines non sa se venire via con noi o restare lì ancora un giorno. Alla fine opterà per rimanere, e godersi ancora un po’ il luogo.
    La strada di ritorno scorre velocemente per fortuna, dal momento che all’ora di pranzo mi attende il treno per Ulaanbataar, che vorrei raggiungere in serata. Mi addormento lungo buona parte della via, cullato dal paesaggio idilliaco della terra dei nomadi. Quando arriviamo in prossimità della città facciamo una piccola sosta … intravedo i binari della ferrovia transmongolica, che solitari si perdono in questi territori sterminati.
    E’ quasi l’una e i palazzoni della città che si stagliano nella steppa come cattedrali nel deserto, ci accompagnano nel nostro tragitto verso la stazione ferroviaria, sembrando quasi volerci dire addio. Sento che anche questa avventura sta per giungere al termine, proiettato verso un nuovo capitolo della mia lunga strada; E pensare che dal giorno della mia partenza da Mosca a fine luglio, ho già percorso via terra quasi 6000 chilometri.
    Come arriviamo nei pressi della biglietteria, ad attenderci c’e’ anche Batzorig il figlio di Baraa, che prontamente ci viene incontro. I due mi aiutano nell’acquisto del biglietto per la prima partenza disponibile verso la capitale, che sarebbe stata di lì a breve. Tiro un sospiro di sollievo, pensando che tutto stesse andando secondo le mie intenzioni. Arriva l’ora del congedo coi miei nuovi amici, e ci salutiamo calorosamente con la promessa forse di rivederci ancora: “Bayarlalaa” che in mongolo significa grazie.
    Nel frattempo la folla comincia ad accalcarsi intorno al vagone, di fronte a me un bimbo in braccio alla mamma mi guarda incuriosito. E’ ora di andare … sollevo da terra la mia valigia impolverata, fedele compagna di tante avventure e salgo sul treno, pronto a tuffarsi verso sud fra le steppe dell’Asia Centrale, che ancora una volta mi hanno regalato grandi emozioni.
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    LUCA ACITELLI