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  • A Piacenza per parlare di Caucaso

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    Piacenza “terra di passo“, scriveva Leonardo Da Vinci nel Codice Atlantico ed è proprio nel, capoluogo dell’omonima provincia dell’Emilia-Romagna, che si è svolto primo raduno generale annuale del 2020 dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA, per parlare di Caucaso. “Viaggiare nel Caucaso” è stato, infatti, il tema dell’incontro pubblico svoltosi sabato 11 gennaio proprio a Piacenza, nel corso del quale alcuni viaggiatori hanno descritto e raccontato la regione caucasica e le loro varie esperienze nell’’area. Il pubblico partecipante, interagendo con i relatori e con gli altri viaggiatori presenti in sala, è stato trasportato con descrizioni alla vecchia maniera su mappe cartaceesupporti video fotografici, esposizioni orali su località meno conosciute di Georgia, Azerbaijan ed Armenia ma anche su vaste zone delle quali poco si parla come l’intera area Caucaso del Nord. Ossezia del NordInguscezia, Cecenia, Dagestan tutte repubbliche facenti parte della Federazione Russa ma anche stati de facto e mete ambite da viaggiatori interessati all’area quali Abkhazia, Ossezia del Sud, Artsakh / Nagorno Karabakh,sono stati portati alla conoscenza dei presenti. L’Associazione OTRA, tramite il suo progetto operativo Italia-Caucaso, ha esperienza e conoscenza diretta della regione caucasica oramai da anni ed alcuni dei suoi viaggiatori sono stati tra i primi a frequentare in maniera anche assidua l’ancor semisconosciuto Caucaso del Nord e a diffonderne in Italia la sua atmosfera unica. Atmosfera che d’altronde impernia tutta la regione racchiusa tra il Mar Nero ed il mar Caspio. L’incontro, aperto al pubblico, non è stato quindi solo una esposizione di racconti di viaggio ma soprattutto l’ occasione per descrivere, spiegare e raccontare anche dettagli esclusivi dell’ area geografica in questione. A condurre il viaggio virtuale nel Caucaso sono stati Claudio Oberti, Valentina Galleano, Claudio Serafini e Luca Pingitore, Soci Esperti i primi tre e Presidente di OTRA il quarto, supportati da altri loro “colleghi” viaggiatori comunque presenti in sala. Come detto l’ evento, durato l’intero week end, era incluso nel raduno nazionale dei Viaggiatori Indipendenti che ha portato a Piacenza più di cinquanta persone, italiane e straniere, da varie parti d’Italia. I raduni nazionali di OTRAassociazione attiva di fatto da circa 15 anni, vengono organizzati in vari periodi dell’ anno ed in differenti zone d’ Italia con lo spirito di ritrovarsi ed aggregare nuovi appassionati viaggiatori. Il raduno svoltosi a Piacenza ha visto lanciare i nuovi progetti dell’associazione, anche tramite i suoi Progetti Operativi, come l’organizzazione di incontri pubblici sul Caucaso e su altre zone geografiche in varie località d’ Italia in una sorta di tour, come d’ altronde, già avviene per i propri raduni generali.

    * = Articolo pubblica da Eurasianews il 14/01/2020

  • Ochamchira. L’ Abkhazia nostalgica


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    Dall’ alto del quindicesimo piano il sole che tramonta all’ orizzonte sul mare ti porta in un’altra dimensione e ti fa avvertire un misto di emozioni: eccitazione, malinconia, gioia, quiete, distensione ed i pensieri ti si affollano nella mente.
    Come sarebbe stato questo posto se il corso della storia fosse andato in maniera diversa?
    E perché la storia è andata così?
    Come si è vissuto negli ultimi 30 anni circa?
    E come si svilupperà il futuro?
    Il rimbombare delle piccole onde all’ interno della vuota ed enorme costruzione, formate dal naturale movimento del mare sottostante, mi cullano per interminabili lunghi minuti.
    Mi trovo su quello che potrebbe esser considerato da molti un mostro architettonico ed ecologico, per altri, come il sottoscritto, un sensazionale e commovente monumento alla storia.
    Un imperioso palazzo completamente abbandonato, ridotto praticamente ad un gigantesco scheletro di cemento, nato come miglior hotel della città e rimasto in attività giusto una manciata di stagioni. Costruito a fine anni ’80, in piena Unione Sovietica, cessò la sua funzione in seguito alla guerra che sconvolse l’ intera regione, dalla costa fino alle alte montagne, tra il 1991 ed il 1993. Un gigante solitario e decaduto che domina questo lembo di mar Nero nel sud dell’ Abkhazia, repubblica de facto, situata geograficamente tra la Federazione Russa e la Georgia.
    La storia di questo hotel è l’ emblema di tutta la zona dell’ Abkhazia a sud della capitale Sukhum, da qui, ad Ochamchira sulla costa, fino a Tkuarchal ed Akarmara sulle impervie montagne caucasiche e giù fino a Gal praticamente sul confine con la Georgia, al di là del fiume Inguri. La guerra si svolse soprattutto in queste zone dell’ Abkhazia e portò questa vasta area tra morte, depredazioni ed esili volontari o forzati a restare quasi completamente abbandonata. Il susseguente embargo ventennale, del quale l’ intera Abkhazia è stata vittima, ha cristallizzato la situazione nell’ incuria e nell’ abbandono. Ochamchira oggi è una caratteristica cittadina di campagna adagiata sul mare. Calma e pacatezza la rendono un posto améno e rilassante. Siamo in pieno agosto, nel cuore della stagione estiva ma a differenza di poche decine di chilometri più nord, come a Sukhum, a Pitsunda o nella vivace Gagra, qui ad Ochamchira le persone in spiaggia si contano senza affanno. Una località che lascia poco al divertimento ma tanto al relax ed alle emozioni. Il posto ideale per riposarsi. Pochi sono i rumori ed i movimenti per strada o all’ esterno delle case a due piani con giardino proprio. Quelle abitate. Le altre, tante, risultano ancora in piedi nella loro piacevole architettura antica e magari signorile ma completamente vuote. Eleganti scalinate, terrazze, colonne, ampi balconi, quel che resta di soggiorni decorati, tutto oramai completamente inghiottito dalla vegetazione o ancora lì in vista: villini belli fuori ma vacanti dentro che restano ad attendere vecchi o nuovi padroni che le riporteranno ai fasti di un tempo.
    E’ suggestivo camminare tra le sterrate arterie cittadine, dove la presenza di mucche al pascolo solitario sostituisce la vista di automobili, dove il verde della campagna ti rilassa, dove il silenzio ti fa riflettere e dove ti senti catapultato indietro nel tempo tra semplicità, autenticità e storia.
    Ma Ochamchira è anche questo: le vecchie abbandonate costruzioni istituzionali e non del centro città; l’ antica ed elegante stazione ferroviaria rimasta ai tempi dell’ Urss; i pochi piccoli condomini popolari semidisabitati; il vecchio bar centrale, dove anziani e signori di mezza età giocano a domino; quel che resta degli storici pontili in cemento che si stagliano in mezzo al mare formando tante piccole calette artificiali; la spiaggia ghiaiosa; lo sguardo curioso della poca gente che incroci per strada o sul lungomare; le domande stupite di due signori circa la mia provenienza ed i motivi che mi hanno spinto in questa zona, a detta loro “impervia e praticamente un protettorato di Putin”, ed ai quali mi rivolgo poi io con domande ancor più interessate dopo essersi presentati come “georgiani d’ Abkhazia” e venendo a conoscenza del loro non comprensione della lingua russa * ; le vecchie signore dei negozietti di alimentari con le quali scambi due parole; le canzoni italiane di un’ artista (a me) sconosciuta che fuoriescono dall’ interno di un’ automobile; il sole che si attenua all’ orizzonte regalando uno splendido gioco di luce sul mare solitario. Una località emozionante e romantica per certi versi.
    Ma che sta lentamente cercando di uscire da questo anacronistico semi-isolamento nel quale versa oramai da troppo tempo. Qualche sparuto villeggiante russo, stanco della confusione di Gagra o di altre località in Russia stessa, si avventura fin qui in cerca ristoro e di conseguenza, oltre a qualche piccola familiare guest house, è da poco apparso un moderno hotel con ristorante alla moda realizzato direttamente sull’ arenile e con tanto di pontile per assaporare l’ ebbrezza dei venti marini.
    Forse in antitesi con lo scheletro del vecchio hotel di sovietica concezione ubicato a pochi metri dalla spiaggia.
    Il nuovo che riparte dal vecchio. Dal punto in cui si era rimasti prima della guerra?

    LUCA PINGITORE

    * = La particolarità dell’ incontro è stata data dal fatto di essermi imbattuto in due georgiani di mezza età, quindi giovani ai tempi dell’ Urss, residenti in Abkhazia, presumibilmente provenienti dalla zona di Gal dove vivono sia molti georgiani sia i mingreli ** ( etnia differente dai georgiani ed dagli abkhazi ) i quali, a quanto pare, non parlavano russo, lingua “internazionale” comune nelle zone dell’ ex Unione Sovietica. Sarebbe stato interessante approfondire ciò e soprattutto le loro opinioni, già comunque subito in parte svelate dalle loro prime parole come riportato nell’ articolo, ma la fugacità dell’ incontro ed una certa mia, stranamente anomala, diffidenza hanno impedito la mia indagine.

    ** = Già citati in questo mio precedente articolo: Tra Abkhazia e Georgia

  • Donbass 2019: la guerra ai margini dell’ Europa

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    Era l’ 11 maggio del 2014 quando un partecipato referendum popolare, svoltosi in un clima di guerra, sancì in sostanza la nascita ufficiale della Repubblica Popolare di Donetsk, resasi tramite esso indipendente dall’Ucraina, stato del quale aveva fatto parto fino ad allora.
    In quei giorni a Kiev e nell’Ucraina occidentale si perpetravano rivolte e violenze alimentate dalla oramai solita per tutti i paesi nel mondo crisi economica e soffiate da una sorta di revanscismo ucraino avverso alla cultura e tradizione russa che fino a quel momento aveva comunque mescolato famiglie, storia, usi e costumi in uno stretto intreccio. Le violenze non risparmiarono neanche la parte orientale dell’Ucraina, quella più economicamente avanzata e più legata soprattutto in ambito etnico alla confinante Russia. Il corso degli eventi portò repentinamente alla nascita delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk. Sono trascorsi 5 anni dai giorni di quel referendum. La guerra però, nonostante nel tempo si sia attestata su picchi più bassi d’ intensità rispetto ai primi anni, è sempre attiva e presente nella vita quotidiana. Il popolo convive con il sottofondo dei rimbombi delle armi che risuonano soprattutto nella notte, quando il buio fa più paura e rende più invisibili. Ed è per questo che nella città di Donetsk, ubicata a pochissimi chilometri dal linea del fronte che sostanzialmente segna anche il confine della Repubblica con l’ Ucraina, entra in vigore il coprifuoco.
    Dalle 23:00 le strade restano vuote, il pericolo è incombente e la sicurezza deve essere garantita. La normalità a Donetsk città è il sapere che in periferia si spara e che qualche ordigno potrebbe nuovamente concludere la sua traiettoria sulle abitazioni limitrofe al fronte. 5 anni di guerra e provocazioni, ristrettezze, morti e difficoltà che però non hanno minato l’ entusiasmo di questa gente di aver trovato una propria indipendenza ed identità. Nella DNR sono stanchi certo, i tempi di guerra non aiutano nessuno ma molto di più non li aiuta il sapere che sono un territorio ed un popolo quasi dimenticato dal resto del mondo.
    Questa è una guerra di seconda serie per la comunità internazionale ma qui si spara ancora nonostante gli accordi siglati a Minsk tra le parti in causa avrebbe dovuto portare ad un fermo degli attacchi. Ma i colpi di mortaio continuano a cadere ed il popolo di Donetsk prosegue ad esser tenuto sulla corda da sistematiche azioni militari. La guerra nel cuore dell’Europa è stata definita. Ma quando gli interessi economici scemano o si dirottano verso nuovi obiettivi e la guerra non è a casa tua, la tragedia degli altri non è un problema per te e nei media non vige più neanche il diritto di cronaca ma solo quello all’oblio.

    LUCA PINGITORE

    * = Viaggio effettuato in occasione delle celebrazioni dei 5 anni dalla nascita della Repubblica Popolare di Donetsk ed articolo pubblicato su Eurasianews del 21/05/2019

  • Viaggio attraverso il Caucaso del Nord

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    Sulla scia del primo viaggio ufficiale da parte di turisti italiani effettuato lo scorso autunno, con l’ arrivo della primavera, è ripartito un secondo gruppo di viaggiatori dall’Italia verso il Caucaso del Nord. Si tratta del secondo viaggio in assoluto organizzato per appassionati del Belpaese che hanno avuto così, come i loro predecessori, la possibilità di visitare gran parte delle Repubbliche appartenenti alla Federazione Russa che compongono il mosaico di popoli e tradizioni di quell’area geografica. Il Caucaso del Nord, il territorio a nord della catena montuosa da cui prende il nome l’ intera regione, è completamente fuori dalle mete turistiche e considerato ancora un luogo “difficile” e “inospitale”, vittima di forti pregiudizi per via delle numerose guerre ed attacchi terroristici che hanno segnato la zona dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Seppur molte turbolenze non siano oggi del tutto ancora sopite, il Caucaso del Nord sta provando lentamente ad uscire dall’ isolamento nel quale continua a restare. Uno dei mezzi attraverso cui passa la “riabilitazione mediatica” è proprio il turismo. Bellezze naturalistiche, storia, cultura, tradizioni antiche ma anche ospitalità dei popoli che lo abitano, il cibo, la semplicità oramai perduta quasi ovunque nel mondo rendono questa area geografica emozionante e fonte di piacevoli sensazioni.Ed anche l’Italia, finalmente, inizia a scoprire il Caucaso del Nord grazie alla volontà di alcuni dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti – Otra che da qualche tempo si sono avvicinati all’ area spinti solo dalla voglia e dalla curiosità di apprendere viaggiando. Andare e ritornare, volta dopo volta, per alcuni di loro ha fatto si che prendesse forma un progetto dedicato alla conoscenza del Caucaso in Italia e dell’ Italia nel Caucaso, progetto appunto chiamato “Italia –Caucaso”, promotore dei primi flussi turistici dal nostro paese e di varie iniziative attinenti. Il recente viaggio ha percorso un itinerario leggermente differente dal primo ed ha portato il nuovo gruppo ad immergersi in maniera più totale con i luoghi e le popolazioni locali. Il viaggio è stato possibile grazie alla collaborazione con tour operator che si occupa di luoghi al di fuori dai classi itinerari e che per questo ha trovato sin da subito interessante poter prender parte all’ iniziativa. Partiti sempre dalla regione dello Stavropolskij Kraij, da Mineralny Vody quindi, il gruppo è salito fino a quota 4100 metri sull’ innevato monte Elbrus, il “tetto d’ Europa” (la vetta tocca 5642 metri s.l.m.), in Kabardino-Balkaria, per poi proseguire in Ossezia del Nord-Alania. Qui tra gli altri luoghi visitati si è reso come sempre omaggio alle vittime della scuola n. 1 di Beslan affinchè la tragedia consumatasi in loco non venga dimenticata, assecondando così il desiderio dei familiari delle vittime. Si è attraversata l’Inguscezia ed i nostri connazionali si sono soffermati in Cecenia, cancellando così dalla loro memoria le immagini drammatiche della Cecenia distrutta dalle guerre degli anni ’90. Si è proceduto poi alla scoperta del Daghestan attraversando per alcuni giorni villaggi e paesi dove ancora l’ ospite è sacro, la natura è intatta ed il tempo sembra essersi fermato. Gli italiani sono giunti, infine, alle “Porte di Alessandro” sulle rive del mar Caspio, il grande lago salato dalle dimensioni di un mare, appunto. Ad accompagnare direttamente il gruppo per le montagne caucasiche è stato anche questa volta Luca Pingitore, frequentatore abituale della zona in questione con la quale ha instaurato ormai profonde relazioni a vario livello. Presidente di Otra, coordinatore di Italia-Caucaso e con diverse collaborazioni in ambito di Europa Centro-Orientale ed Asia Centrale ha curato personalmente itinerario ed organizzazione del viaggio. Proprio la conoscenza diretta di luoghi, persone e situazioni ha permesso per la prima volta in assoluto la visita, da parte di italiani e quindi di stranieri non musulmani, ad uno dei luoghi sacri del mondo islamico, quasi alla stregua della Mecca, una serie grotte nelle viscere del Daghestan.
    Anche la “zona chiusa” della diga sulla “Via degli Antenati”, sempre in Daghestan, a strapiombo su di un canyon, un’ area nella quale si può accedere solo tramite stringenti permessi e controlli e dove solitamente non è ammesso il “pubblico”, ha aperto i suoi cancelli al gruppo italiano. Anche qui per la prima volta il passaggio è stato concesso a degli stranieri. E per la seconda volta in assoluto (la prima fu lo scorso autunno) un gruppo di italiani e quindi di stranieri è penetrato avventurosamente all’ “area chiusa” nelle montagne della Cecenia, decine di chilometri disabitati da decenni, luogo della deportazione e massacro degli abitanti dei villaggi della zona subito dopo la 2° Guerra Mondiale e dove ancora sorgono i resti dei villaggi oramai fantasma. Un fatto storico poco conosciuto. Non sono mancati neanche gli incontri istituzionali essendo i viaggiatori stati accolti da sindaci, imam e notabili locali che hanno voluto dare personalmente il loro benvenuto ai primissimi italiani che hanno sfidato i pregiudizi e si sono inoltrati nella zona d’ Europa ancora sconosciuta. La strada che dall’Italia porta al Caucaso del Nord ma anche a quello meridionale, dalle coste del mar Nero a quelle del mar Caspio toccando i confini con il Medio Oriente, è oramai aperta e viaggi, iniziative ed ulteriori connessioni sono già in essere. E’ difficile resistere al fascino dell’ ultimo lembo d’ Europa, a cavallo dell’Asia, ancora “vero”.

    [ ARTICOLO PUBBLICATO DA EURASIANEWS.IT ]
    http://www.eurasianews.it/

  • Crimea 2018

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    L’ aereo che ci porta a Simferopol vede imbarcarsi insieme a noi un folto gruppo di cinesi. Si recano in Crimea per lavorare ai vari progetti che seguono nella penisola. Se gli “occidentali” si sono rifiutati di partecipare, per via di sanzioni o di conseguenti imposizioni a doversi defilare, al nuovo sviluppo del lembo di terra al centro del mar Nero, i cinesi si sono accaparrati le commesse milionarie. Come del resto sono già protagonisti in numerosi paesi africani, dell’ Asia Centrale ed in altre zone del globo. Sorvoliamo, prima di atterrare, decine di caccia parcheggiati nell’ aerea militare vicino l’ aeroporto. Atterriamo nel nuovissimo scalo aereo della capitale. L’ avevamo già visto due anni fa durante il nostro ultimo viaggio da queste parti ma il suo ampliamento è ancora in divenire e molto presto sarà operativo in tutte le sue funzioni. Notiamo, cercandolo con lo sguardo nostalgico di viaggi passati ed emozioni vissute, il vecchio edificio che funzionava da aerodromo oramai privo dello storico cingolato nastro trasportare di bagagli che era ubicato sul piazzale antistante. La sua assenza, memori della nostra esperienza in loco di circa dieci anni fa, l’ avevamo ovviamente già avvertita durante il viaggio precedente. Questa volta vogliamo provare ad approfondire un po’ di più la capitale della Repubblica Autonoma di Crimea, Simferopol, sempre vista di passaggio ma senza mai esserci soffermati per davvero. La città si presenta con molti spunti interessanti per noi appassionati viaggiatori ed è intrisa di “volgarità” come non vedevamo da tempo: centro città ben curato, trasandatezza al di fuori. Si nota la differenza con la nostra tappa successiva, la Città a Statuto Autonomo di Sevastopol. Per certi aspetti potrebbe richiamare lo stacco che si nota passando dalla moldava Chisinau alla transnistriana Tiraspol. Ma tutta la fascia costiera meridionale della Crimea ( JUBK ) si differenzia dal resto della penisola essendo sempre stata la parte più turistica e conseguentemente più sviluppata. Ed è anche quella più protagonista nella storia essendo stata campo di battaglia durante la guerra che porta appunto il suo nome ( Guerra di Crimea ), poi durante la II° Guerra Mondiale e subito dopo sede della Conferenza di Jalta che ufficializzò la divisione del mondo in due blocchi in antitesi tra di loro. Ma la Crimea è stata anche snodo di traffici economici tra Europa ed Asia e residenza di numerose popolazioni quali tauri, antichi greci, romani, bizantini, genovesi, tatari, greci moderni, italiani, ucràini, russi insieme a molte altri popoli. Tutto ciò, oltre alle sue proprie bellezze naturali, ha lasciato in dote a questa terra numerose attrazioni turistiche e numerosi richiami alla storia facendola esser presa in considerazione da molti come meta di una vacanza o di un viaggio. Da quattro anni a questa parte, però, l’ opinione pubblica internazionale ha deciso di abbandonare la penisola crimeana boicottandola tramite campagne mediatiche poco veritiere, inculcando false paure ed intimando sanzioni a coloro i quali, anche lontani da intenti politici, volessero visitarla e godere del suo clima mite. Come sempre facciamo durante i nostri viaggi, ci confrontiamo con chiunque entriamo in contatto durante la nostra permanenza. Vogliamo avere conoscenza diretta delle cose, per questo leggiamo poco e viaggiamo molto. Quello che ne esce fuori è un quadro ancora più deciso a favore dell’ unione con la Russia rispetto a quello che ascoltammo e vedemmo la scorsa volta, forse ancora troppo a ridosso degli eventi. La Crimea, seppur con la vetrina della sua rinomata costa, aveva imboccato la strada della trascuratezza e la sua gente della rassegnazione, essendo oramai assuefatti ad una situazione scarsamente dinamica. La possibilità di tornare ad essere uniti politicamente alla Russia ha dato un nuovo slancio alla popolazione ed all’economia ed ha ravvivato una atmosfera che si trascinava verso l’oblio. La cosiddetta “primavera crimeana” ha rianimato la situazione. Ora la gente ci crede, ha voglia di fare, vede una nuova opportunità. Magari poi tra qualche anno tutto questo fermento rientrerà nei ranghi della remissiva normalità ma per ora l’ esser “tornati a casa” regala una inusuale vivacità. In un certo senso si è tornati all’anno zero. Nonostante le numerose difficoltà create dal non riconoscimento internazionale di questo passaggio pacifico nella Federazione Russa in seguito ad un referendum che ha visto finanche la gente inferma fisicamente chiedere con forza a familiari ed amici di esser portati ad esprimere la propria volontà alle urne. Da allora i McDonald’s sono spariti ma resistono le pizzerie della catena “Celentano” quasi a memoria storica di una Ucraina che non c’è più ma che è ancora presente tramite le diverse targhe automobilistiche rimaste ucràine ed i seppur pochi ucràini di etnia che continuano a vivere senza problemi nella penisola. Erano una minoranza prima e sono rimasti una minoranza ora. Come gli strumentalizzati “tatari di Crimea”, assunti a simbolo di presunte repressioni da parte dei russi ed invece fermi al loro solito posto con le loro moschee sparse e visibili per la penisola. Alcuni tatari è vero, hanno preferito lasciare la nuova Crimea ma in qualsiasi situazione di cambiamento ci sono favorevoli ed oppositori. E come prima c’era uno stacco tra le due etnie, uno stacco c’è anche ora. Tipici dissapori tra popoli diversi che convivono però pacificamente. Finanche in Italia tra nord e sud del paese sono presenti veementi diatribe. Altra minoranza storica presente, in precedenza non riconosciuta ufficialmente, è quella degli “italiani di Crimea”, discendenti di un fenomeno migratorio che vide protagonista la nostra penisola italica con numerose famiglie che cambiarono terra considerando la Crimea la Penisola Promessa. E lo fu per molti anni fino a quando, tacciati di collaborazionismo con i nazisti insieme ad altre popolazioni non autoctone, furono deportati nelle steppe del Kazakhstan per poi far rientro, i pochi sopravvissuti, dove si erano stanziate quindi a Kerc, proprio sulla estrema punta orientale della Crimea e praticamente nel punto d’ incontro con le acque del mar d’ Azov . Da allora per molti anni non furono riconosciuti come minoranza e ciò si aggravò al discioglimento dell’ Unione Sovietica, quando, essendo quindi in Ucraina, furono considerati quasi alla stregua di apolidi. Diventati russi hanno finalmente ottenuto il tanto agognato riconoscimento così che oggi l’ associazione che li rappresenta è sempre più attiva anche nei contatti con l’ Italia stessa. Il fautore di questo riconoscimento ed anche il Cavaliere di questa onda mediatica è stato tempestivamente Berlusconi che in Crimea, come nel resto della Federazione Russa, è guardato con simpatia e divertimento. L’ amicizia con il presidente Putin e soprattutto i suoi celebri festini lo hanno reso famoso in ogni angolo della Russia. Anche a Balaklava, sede per tutto il periodo dell’ Urss della base dei sottomarini sovietici, ora trasformata in museo, gioiello della costa crimeana con la sua amèna baia dominata dall’ alto da una antica fortezza genovese tanto da essere nelle previsioni il nuovo centro turistico alternativo alla già famosa Jalta, Berlusconi ha mostrato la sua presenza. Sulla collina fuori città, campo di battaglia dove i piemontesi del Regno di Sardegna combatterono e molti di essi morirono, è collocata una stele ad imperituro ricordo degli italiani. Proprio sotto la stele Berlusconi e Putin si incontrarono pubblicamente durante la visita del primo in Crimea subito dopo l’ unificazione. E proprio lì, con la collaborazione di imprese italiane, è prevista la costruzione di un imponente memoriale che segnerà per sempre l’ amicizia tra le due penisole. Abbiamo avuto la possibilità di visionare il progetto e conoscerne i vari dettagli. Si attendono gli inizi dei lavori a breve. Sperando non sia la solita proposta ad alto impatto mediatico e nulla più. Certo di Italia c’è molto in Crimea. Oltre ad i legami citati non mancano italiani che vi si sono trasferiti negli ultimi anni, alcuni quando era ancora Ucraina, altri subito dopo, e, seppur ancora in pochi, non hanno alcun interesse a “scappare da una terra invasa e costretta a cambiar bandiera contro la propria volontà”. Chi si reca in Crimea si rende conto con i propri occhi che la realtà è molto differente. E noi ce ne rendemmo conto ( seppur ne fossimo già sicuri prima di partire) durante il nostro precedente viaggio nella “Crimea occupata”. Come affermato allora, con i carri armati ci convivemmo durante il viaggio in Kosovo prima del suo riconoscimento internazionale ma non in Crimea; posti di blocco con militari armati li abbiamo subiti durante i nostri giri nei Territori Palestinesi o magari nelle varie città italiane per l’ operazione “strade sicure” ma non in Crimea. Gli attacchi mediatici strumentali a colpire la “Madrepatria Russia” rendono la Crimea vittima di un certo isolamento internazionale. Spariti quasi del tutto i turisti stranieri; resi inutilizzabili i circuiti internazionali bancari con bancomat e carte di credito ( straniere anche esse ) non funzionanti; esclusa dal roaming internazionale con tanto di beffa da parte del proprio operatore telefonico nazionale che ti invia il messaggio di “benvenuto in Russianon appena traghetti lo stretto ed approdi nella “Russia vera e propria”; non dando la possibilità di partecipare alle elezioni italiane da votante all’ estero poiché il consolato russo di Mosca ha le mani legate e non può avere le competenze per la Crimea spettando queste all’ ambasciata italiana a Kiev. Ma la Crimea è Russia quindi l’ ambasciata italiana in Ucraina non ha poteri sulla Crimea e tra l’ altro, pur volendo provare un qualsiasi cittadino straniero a recarsi in Ucraina, non esistono voli diretti per Kiev essendo stati cancellati sine die insieme a tutti quelli per i restanti paesi del mondo, rimanendo quindi operativi solo i voli con Mosca. Puoi passare allora la frontiera via terra. Ma treni e bus sono stati cancellati anche essi. Devi quindi raggiungere la frontiera con una marshrutka (mini bus) e proseguire a piedi ma passi solo se sei ucraìno, crimeano o, comunque con qualche difficoltà, russo. Molti crimeani hanno mantenuto anche il passaporto ucràino che non ha mai perso di valore, trovandosi quindi a poter sfruttare due passaporti di due stati differenti. Se sei straniero comunque vieni immediatamente arrestato non appena oltrepassi la linea di confine. Eri in Crimea, quindi in Ucraina illegalmente. Nonostante tutte queste difficoltà, gli abitanti della penisola del mar Nero affermano che senza ombra di dubbio è “meglio ora”. E festeggiano l’ anniversario del referendum con celebrazioni di piazza, da Sevastopol con la presenza di Putin ed i fuochi d’ artificio, fino a Kerc con l’ esibizione di un gruppo folkloristico scozzese in kilt e cornamuse e gli sbandieratori italiani di Sansepolcro. Entrambi i gruppi non curanti delle sanzioni che li colpiranno per aver commesso il gravissimo reato di metter piede in Crimea, una terra bellissima ma proibita. Come del resto non si curano delle minacce e delle complicazioni inerenti i loro investimenti nella penisola crimeana quei pochi imprenditori italiani che, sfidando le istituzioni “occidentali” e le sanzioni imposte alla Russia ed alla Crimea, iniziano flebilmente ad operare in loco. Sono gli anni della ricostruzione e gli affari sono affari. Anche se l’ ombra del drago cinese si fa sentire. Ma anche la determinazione dei russi a farcela da soli. Ed ecco in circa quattro anni il nuovo aeroporto (già comunque operativo da più di due anni), le nuove ferrovie, la nuova autostrada Sevastopol – Simferopol – Kerc e soprattutto l’ opera più imponente: il ponte di circa 16 km che collegherà la Crimea alla “terraferma” Russia. Prendiamo il traghetto per attraversare lo stretto di Kerc. La prima volta circa dieci anni fa passavamo da uno stato all’ altro. L’ emozione era tanta. Lo è anche ora. Forse l’ ultima traversata dello stretto in traghetto.

    IL VIAGGIO DEL 2016:
    Crimea 2016

    LUCA PINGITORE

  • Daghestan 2017

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    Le “ colonne d’ Ercole ” segnavano la fine del mondo conosciuto ad ovest; le “ porte di Alessandro ”, in un certo senso, la fine del mondo “civilizzato” ad est. Una immensa fortificazione che difendeva i territori conquistati da Alessandro Magno si estendeva quasi parallela alla catena montuosa del Caucaso arrivando fino alle rive del mar Caspio. E dopo secoli, i resti della fortezza che sovrasta il villaggio di Khuchni nel distretto dei Tabasarani e famosa per la leggenda dei “sette fratelli ed un sorella”, sono ancora lì a tramandarci tempi passati. Come la cittadella di Naryn-Kala, sopra la città di Derbent, che sovrasta il mar Caspio fino a perdersi all’ orizzonte nel Kazakhstan dall’ altra parte del mare-lago.
    Siamo in Dagestan, una delle repubbliche più interessanti dell’ intera regione del Caucaso.
    Una repubblica che ha vissuto guerre antiche ed eventi moderni di terrorismo . Proprio per questa difficile situazione politica il Dagestan è impropriamente tralasciato dai viaggiatori internazionali con la conseguenza di renderlo ancora più affascinante e piacevole da scoprirlo e viverlo.
    Una repubblica autonoma dove risiedono decine di etnie differenti con numerosi i villaggi incastonati nelle recondite montagne dove si vive ancora tradizionalmente come le rispettive tribù tramandano da decenni.
    E magari capita di recarti in una cittadina ubicata sull’ orlo di un canyon e sentirti catapultato indietro negli anni dell’ Unione Sovietica, dove sulla spaziosa e fredda piazza principale che ospita l’ unica scuola, ti imbatti nei bambini che escono per la ricreazione al seguito della vecchia maestra, l’ unica persona che parla inglese in tutta la città. Ed è anche per lei è una grande emozione incontrare, forse per la prima volta, degli stranieri e riuscire a scambiare qualche parola nella lingua che prova ad insegnare ma che ella stessa ha imparato moltissimi anni fa. Lenin, in una rara statua dove è ritratto in movimento, benedice l’ incontro internazionale che verrà celebrato in un sovietico negozio di generi alimentari. Per la grande occasione le babushki sfoderano la loro ottima tradizione culinaria e trasformano il piccolo negozietto, scarno come ai tempi dell’ Urss, in una sorta di trattoria per gli ospiti italiani. Tutti i piatti della tradizione vengono passati in rassegna dai nostri stomaci. Non si può e non si vuole, data la succulenza delle cibarie cucinate a mano, rifiutare. E’ tempo del caffè. Il caffè “alla turca” o “alla greca”, a seconda di quale zona d’ Europa ti trovi, ci viene preparato artigianalmente su di un focolare approntato nel vicino bosco. A pochi metri dallo strapiombo sul fiume dalle acque color smeraldo che scorre sottostante, incuneandosi nelle ramificazioni del canyon.
    E finalmente ci inoltriamo in queste gole navigando su un battello guidato da un vecchio capitano di lungo corso che riesce a farci godere tutta la bellezza del posto amèno nel quale ci troviamo.
    Numerose sono le gole, le grotte, le cascate che caratterizzano la parte dagestana del Caucaso. Scenari incredibili. Come quello che non ti aspetti in una zona montuosa. Le dune di sabbia. Uno spettacolo insolito che si può ammirare da queste parti percorrendo a piedi i binari dell’ antica ferrovia che muoveva merci e persone durante il periodo dei Soviet.
    Ma anche il mar Caspio stesso è particolare, questo gigantesco lago chiuso tra le terre ma così grande che è stato da sempre considerato alla stregua di un mare. Meno famoso del vacanziero e pietroso mar Nero che delimita il Caucaso ad ovest ma altrettanto accattivante. E te ne accorgi passeggiando sul lungomare di Kaspijnsk o sulla spiaggia di Makhachkala, la capitale del Dagestan. A Baku, poche centinaia di chilometri più a sud, in Azerbaijan, avverti l’ inebriante odore del petrolio, dell’ oro nero che viene estratto da qualche piattaforma invisibile ubicata al largo del mare, qui a Makhachkala avverti invece l’ aria tipicamente salmastra e marina.
    Makhachkala città di contrasti. Capitale di una delle repubbliche più islamiche della Russia ma allo stesso tempo città aperta dove la religione non si avverte in maniera così presente come avviene nella vicina Grozny.
    A Makhachkala siamo musulmani ma si può fare di tutto”, si azzarda a dirci qualcuno. Ed infatti non mancano gli esercizi commerciali dove l’ alcool è venduto regolarmente, la gente che seppur con moderazione si lascia andare, qualche locale con musica per ballare e cantare, molte donne senza hijab (il foulard che copre la testa).
    Russi, dagestani delle varie tribù ed altre etnie dell’ ex Unione Sovietica convivono. Certamente non mancano le madrasse (le scuole coraniche), le moschee, i muezzin, le preghiere, le tradizioni ma il vero fulcro dell’ islam, in Dagestan, si trova fuori città e soprattutto nelle montagne. O nella periferia, che lascia lo schema sovietico per quello mediorientale tipico dell’ hinterland di Istanbul od in maggior modo di quello dei Territori Palestinesi.
    Il flashback tipico del viaggiatore, nel caso di Makhachkala, della sua periferia per la precisione, ci riporta a Ramallah, la capitale amministrativa della Palestina. Enormi vialoni bloccati dal traffico con negozi di qualsiasi genere, caffè volgari, autolavaggi, confusione.
    Tutto questo non ci fa dimenticare, però, la storia recente fatta di guerra e soprattutto di attentati, azioni non ancora sopite. Una situazione difficile che crea numerose problematiche che spesso da qui si estendono poi in altre aree geografiche.
    Il Dagestan risulta per questo più isolato rispetto a tutte le altre repubbliche del Caucaso e la gente locale se ne rammarica. Solo negli ultimi tempi qualche vacanziero proveniente da altre parti della Federazione Russa inizia a recarcisi in maniera più assidua. Non è così, però, per i viaggiatori stranieri. La diffidenza verso questo lembo di Caucaso è ancora forte. I pochi “avventurieri” stranieri che si spingono fin qui vengono accolti dai popoli dagestani in maniera eccezionale, sono al corrente dei pregiudizi che versano nei loro confronti e sanno che una rinascita e la possibile uscita dal tunnel del terrore che ancora continua ad attanagliarli passa dal turismo e dalla loro reclamizzazione nei consessi internazionali.
    In altre parti del mondo poco toccate dal turismo, la gente mostra curiosità verso lo straniero in generale e l’ italiano in particolare. Qui in Dagestan la curiosità negli sguardi dei bambini che vedono per la prima volta degli stranieri, si confonde con gli inviti degli adulti a prendere un tè in casa propria. Sono contenti di farlo, anelano a che si inizi a parlare del Dagestan in maniera positiva. “Siamo brava gente, la guerra non c’è più. Parlate di noi e non ci dimenticate”, ci sentiamo più volte ripetere.

    LUCA PINGITORE

  • Cecenia 2017

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    Per completezza si consiglia prima di leggere anche il paragrafo sulla Cecenia di questo articolo:
    Dalla Cecenia all’ Ossezia del Sud passando per Beslan. Caucaso 2015

     

    Il tempo di un selfie che il giovane autista invia in diretta a tutti i sui amici, esaltato per aver incontrato la prima volta in vita sua due italiani raccattati all’ ingresso in città e via per le strade della periferia della capitale della Repubblica. Costeggiamo il mare cittadino, una sorta di lago concepito per scopi differenti da quelli attuali ma utilizzato, poi, come posto di svago per famiglie e sportivi durante le giornate estive. Per certi aspetti riporta alla mente il lago Jarun alla periferia di Zagabria ma questo, con al centro le sue fontane musicali, è il Grozneskoie more, la prima delle numerose “stravaganze” che si possono notare nella rinnovata Grozny, la capitale della Cecenia.
    Ero già stato in città un paio di anni fa per una visita fugace ma comunque intensa, riuscendo così a percepire delle sensazioni e scaturire delle analisi, questa volta però, insieme al mio compagno di viaggio, siamo intenzionati ad indagare più a fondo la realtà cittadina e quella della Repubblica che l’ attornia.
    Proveniamo in auto da Vladikavkaz, dall’ Ossetia del Nord attraversando il territorio dell’ Inguscezia, un’ altra delle Repubbliche considerate dai più ad alto rischio di turbolenza.
    Ci lasciamo alle spalle la zona industriale della capitale osseta, sede di alcune industrie metallurgiche e ci inoltriamo per la campagna con le altitudini della catena montuosa del Caucaso, ancora innevata anche ad altezze più basse rispetto ai sempre-bianchi ghiacciai, che si stagliano alla nostra destra.
    L’ autista è molto intenzionato a colloquiare con noi e ci indica i campi ai lati della strada come la risorsa nascente per il futuro della Russia e dell’ Ossetia del Nord in particolare. In seguito alle sanzioni ed al conseguente scarso arrivo di prodotti dall’ estero, afferma, la gente ha iniziato a lavorare le campagne e le semine porteranno entro un anno fasti risultati: pomodori, frutta, verdura, patate locali inonderanno i mercati della zona se non di tutta la Federazione, contando anche lo sviluppo dell’ agricoltura in altri territori dell’ immenso stato russo. Ci indica terreni coltivati e gente al lavoro, arrivando a farsi una risata delle sanzioni imposte alla Russia. Sarà forse una esagerazione la sua ma si nota un piccolo fermento intorno ai campi anche per via di alcune aziende sorte dove fino a pochi mesi fa, tempo del ultimo mio passaggio in zona, si estendevano terreni abbandonati. Negli ultimi periodi, sanzioni o non sanzioni, in base anche ad altri dati avuti rispetto alle parole dell’ autista, nella zona caucasica, da Nalchik in giù, l’ agricoltura pian piano sta cominciando comunque a mettersi in moto.
    Durante il tragitto riascoltiamo il vecchio nastro, udito più volte da queste parti e dettato dagli storici attriti sfociati in una cruenta guerra agli inizi degli anni ‘90, delle considerazioni campanilistiche tra il popolo osseto e quello inguscio. Anche i campi incolti in territorio inguscio possono tramutarsi in oggetto di scherno.
    Rispetto alla precedente, questa volta, ai rallentamenti in prossimità dei check point situati sul confine tra le due Repubbliche di Ossezia ed Inguscezia, le nostre facce soddisfano la milizia e passiamo senza esser fermati per controlli. Lo stesso accade all’ ingresso nel territorio ceceno, dove la strada si fa più moderna e l’ effigie del suo giovane Presidente saluta i viandanti che si muovono da queste parti.
    Il nostro autista, come da tradizione e già da noi preventivato in base alle precedenti esperienze, ci abbandona ai lati della rotonda stradale che segna l’ inizio della città di Grozny. Un po come nel Kosovo tra serbi ed albanesi (anche se li la situazione presenta per molti aspetti delle differenze), qui nel Caucaso del Nord osseti, ingusci e ceceni non si sentono a loro agio a transitare o sostare nelle repubbliche altrui e nonostante le rassicurazioni alla partenza, capita di sovente invece di esser “venduti” a tassisti locali, o presunti tali, una volta superato il cartello d’ ingresso della città di destinazione. Ed è cosi anche questa volta. A caricarci ed a portarci alla nostra meta è un giovane ceceno barbuto, il quale oltre al selfie, inanella una serie di domande incuriosito dalla nostra presenza in città. Avvertire la sorpresa, lo stupore, il piacere e l’ orgoglio di incontrare due stranieri a Grozny come anche poi ci accadrà nelle montagne, sarà l’ emozione che soddisferà la nostra permanenza nella Repubblica caucasica.
    Grozny è una città ricostruita ma sostanzialmente viva. Anche di sera seppur non si tirino le ore piccole. Giovani e meno giovani, ragazzi o famiglie, compagnie tutte maschili o amiche tutte donne, uomini con la barba lunga ma curata o ragazze con un foulard alla moda sulla testa ma come anche persone meno tradizionaliste e senza quindi questi tratti distintivi, si muovono per la via principale, intitolata al Presidente russo Putin. In tutta la sua lunghezza, dalla statua dei “tre fratelli” o dei “tre idioti”, a seconda dell’ utilizzo della vecchia toponomastica ufficiale sovietica o di quella moderna in slang giovanile antigovernativa, fino ai grattacieli che si stagliano dietro la grande moschea e che simboleggiano un po la nuova era della città e segnano un contrasto tra il sacro ed il profano. Un viale principale dai continui richiami all’ Italia: dalle boutique di stimati stilisti italiani conosciuti presumibilmente solo qui a negozi e ristoranti con nomi italiani. L’ Italia è sempre una delle nazioni più amate in giro per il mondo. Sulla falsariga di Astana, capitale del Kazakhstan, a Grozny un’ architettura in stile sovietico si mescola a costruzioni esuberanti, alcune anche al limite del kitsch, ma con l’ aggiunta di residenze private dal chiaro influsso mediorientale con alti muri che nascondono la vista di case e giardini e cancelli d’ accesso alle proprietà lavorati e decorati e dalla simbologia che tradisce provenienza, agiatezza o classe sociale dei proprietari. Una visuale completa della capitale si ha dalla terrazza aperta al pubblico su uno dei cinque grattacieli che la sovrastano ma dalla quale non possono scattarsi fotografie in direzione del Palazzo Presidenziale e di tutto il suo enorme complesso di giardini e costruzioni che ne completano il sito. Un orizzonte chiuso dalle alte montagne che si stagliano a sud. E dove ci rechiamo in escursione. Siamo curiosi di visitarle sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello più strettamente sociale. Le cronache dei sempre bene informati raccontano di montagne selvagge abitate da estremisti dalle lunghe barbe che, alla stregua delle leggende sui briganti nel Regno delle Due Sicilie nell’800, rendono temibile il passaggio in quelle zone e covano la recrudescenza della tragica guerra che ha sconvolto la Cecenia fino a pochi anni fa.
    Ci saranno magari molti elementi che confermerebbero queste tesi, come quella registrata durante il viaggio precedente, secondo la quale la violenza cova ancora sotto le ceneri e potrebbe riaccendersi in maniera efferata da un momento all’ altro ma, relativamente alla nostra esperienza, nessun elemento degno di nota in questo senso si fa notare. Anche se proprio il 23 marzo, anniversario della Costituzione cecena e giorno d’ inizio del nostro nuovo viaggio, si registra in una località della Repubblica un assalto ad una caserma della polizia con gli attentatori che poi verranno uccisi. Ci vengono mostrate le immagini dell’ azione ma non veniamo edotti sulle motivazioni dell’ assalto. Delinquenza o fondamentalismo?
    Di certo è che sia Grozny, sia i villaggi, sia le clamorose bellezze naturali ìnsite nelle alture del massiccio montuoso di pertinenza della Cecenia, su per il quale ci inoltriamo tra neve e fango, corsi d’ acqua e cascate, antiche torri e piccoli villaggi agricoli, qualche moschea e valli incontaminate, presentano un capillare controllo del territorio da parte delle forze speciali dell’ esercito. Una presenza che durante il precedente viaggio si era notata poco, forse perché più discreta o forse a causa del breve tempo a disposizione avuto. Enormi militari addestrati per ogni situazione ed equipaggiati di tutto punto, come se stessero al fronte e per di più conducendo una operazione speciale, possono vedersi in vari angoli della città e ad isolati check point nelle montagne. La famosa cenere che copre la violenza?
    Può darsi, ma di sicuro l’ unica sensazione che non si avverte è la paura. Il rapporto con la gente è cordiale e di grande premura ed ospitalità ma anche i militari stessi, nelle sperdute montagne, sembrano non esser attratti dal nostro esser stranieri come, invece, è accaduto decine di altre volte da Vyborg in giù e da Brest verso est.
    In diversi posti si è avuto a che fare con l’ esercito: in Kosovo, in Palestina, nel Caucaso stesso ma, soffermandoci a pensare neanche più di tanto, qui in città a Grozny siamo alla stregua di una qualsiasi nostra grande città italiana dove l’ operazione “strade sicure” imperversa.
    Ed anche l’ elemento che da lontano, ai più, può sembrare dominante in Cecenia, la religione, non è poi presente in maniera così decisa. Anche nei villaggi composti da una manciata di case ed un piccolo cimitero dislocati nelle sterrate ed impervie “famigerate ribelli” montagne, si notano piccole moschee, alcune più moderne, che ti ricordano si di trovarti in una Repubblica musulmana ma non ti danno mai l’ impressione di esser poi così diverse dalla chiese e dalle cappelle che ogni cittadina annovera nei paesi di tradizione cristiana. In Uzbekistan per utilizzare un termine di paragone grosso modo appropriato, la morale religiosa musulmana è molto più asfissiante.
    Non mancano, comunque, neanche qui i collegamenti con altri ben più famosi stati musulmani, anche solo ricordando gli studi di Kadyrov padre, il primo presidente della “nuova Cecenia, svolti nelle madrasse dell’ Uzbekistan stesso ed i vari viaggi da lui effettuati in Arabia Saudita, Regno che campeggia anche in alcuni cartelloni pubblicitari che sponsorizzano viaggi verso la penisola arabica. Non manca neanche qualche rubinetto finanziario aperto con questi paesi, come quello per la costruzione di un imponente nuovo hotel di alto sfarzo che sta sorgendo nei pressi della strada intitolata ad una grande icona musulmana dello sport, Muhammad Alì, contiguo allo stadio principale, l’ Ahmat Arena, con bigliettoni che provengono direttamente dal Golfo Persico.
    E non mancano, infine, viaggiatori e collaborazioni con stati religiosamente fratelli come la lontana Indonesia, per citarne uno.
    La presenza principale che si avverte sin dal momento in cui si oltrepassa la frontiera , entrando in Cecenia, è quella del “Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, per restare nella terminologia in slang giovanile antigovernativa. Le effigi soprattutto di Kadyrov padre e di Kadyrov figlio ma anche quella del Presidente Putin sono evidenti quasi ovunque come già registrato nel corso del primo viaggio in zona. Questa volta crediamo di avere anche la fortuna involontaria di testare gli apparati di sicurezza locali nel corso di una chilometrica camminata notturna attorno il perimetro della tenuta presidenziale. Un elegante quartiere di singole villette con giardini privati e strade chiuse al traffico a motore, check point ad ogni incrocio ed illuminazione soffusa. Nella penombra il gracchiare delle ricetrasmittenti del poliziotto che sovrintende ogni posto di blocco composto da cavalli di frisia e transenne, nascosto al buio della sua guardiola, sembra avvertire del nostro passaggio. Ed il Mercedes scuro che ci sgasa di fianco un paio di volte ci illude di essersi messo in moto per seguire da vicino la nostra marcia. Ma tutto ciò forse è solo un’ illusione collettiva e la nostra passeggiata, in realtà, non ha raccolto l’ interesse di nessuno. Non lo sapremo mai.
    Il nostro peregrinare per la città di Grozny ci regala un’ altra lunga passeggiata nel “mikroraion arancione” un quartiere periferico dove tutti i vecchi condomini, restaurati dopo la guerra, sono stati risistemati esteriormente con un vivo colore arancione. Il motivo non cì è chiaro, forse, considerando il fatto che poi il vialone raggiunge lo stadio, un omaggio al glorioso ex calciatore oriundo olandese Gullit che allenò la squadra di calcio del Terek, durante gli anni ruggenti di rilancio della città tramite il calcio.
    Notiamo, in un’ altra zona periferica della capitale, l’ enorme caserma dell’ FSB, che fa da base in questa parte di Caucaso da poco uscita da una guerra distruttiva. I suoi uomini sono utilizzati oltre che per le attività di intelligence vere e proprie anche in reparti speciali che controllano frontiere e territorio.
    Visitiamo la stazione ferroviaria, utilizzata oramai per pochissimi collegamenti considerato che la vecchia linea è interrotta in Inguscezia e teatro durante la presunta fine della prima guerra cecena di un feroce bombardamento avverso alle milizie dell’ esercito russo che stavano per imbarcarsi sui treni di ritorno in direzione Mosca. Da quel momento impararono la lezione ed i battaglioni furono divisi in piccoli squadroni meno inquadrabili e quindi meno soggetti ad attacchi come quello subito.
    Ci inoltriamo ancora più in là per le strade sterrate e ci soffermiamo su, probabilmente, gli unici segni visibili della guerra rimasti in città: due costruzioni dirimpettaie, due vecchie fabbriche, una del tempo sovietico, l’ altra di epoca precedente che mostrano i segni delle granate, dei bombardamenti e del crivellare dell’ artiglieria.
    Anche a Belgrado, lasciarono due edifici ad imperitura memoria del bombardamento subito durante la loro guerra*. Li lasciarono appositamente ed in pieno centro città. Qui a Grozny, invece, questi due edifici si trovano nell’ estrema periferia e non per memoria storica.
    La guerra è stata completamente cancellata dalla topografia della città.
    Resta solo nella vita vissuta del popolo, gran parte del quale è andato all’ estero da immigrato o da profugo, e che, a detta di qualcuno, innamorandosi così dell’ “occidente” sogna una Cecenia simile.
    Una Cecenia, però, a parer nostro, che perderebbe in questo modo la sua identità. Di uno degli ultimi luoghi, ai confini dell’ Europa geografica, che regalano emozioni una volta in loco e nostalgia ogni qual volta si ritorna a casa.

    * = Anche questi palazzi, però ora, sono in via di abbattimento per esser sostituiti da nuove costruzioni. Visibile segno del cambiamento dei tempi.

    LUCA PINGITORE

  • Dalla Crimea al Caucaso 4/3/17 – Firenze

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    ITALIA – CAUCASO

    organizza

    Dalla Crimea al Caucaso

    Un itinerario tra
    turismo, relazioni, sviluppo, progetti sociali

    Le numerose esperienze di viaggio, culturali, sociali, relazionali di chi frequenta quest’ area geografica ragguaglieranno i presenti su queste zone d’ Europa ancora poco conosciute.

    Un territorio abitato da popolazioni diverse per origini e religioni, segnato anche per questo da numerose guerre ed attacchi terroristici – ancora oggi non del tutto sopiti – che lo rendono oggetto di errati pregiudizi da parte di chi non ci ha mai messo piede e non ha provato l’emozione di innamorarsene.

    Il Caucaso, una intrigante ed impervia regione ricca di bellezze naturalistiche, storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome, lambendo le coste del mar Nero e del Mar Caspio, toccando i confini con il Medio Oriente.

    La Crimea: spiagge, altopiani, vigneti, fortezze, castelli, rovine antiche che rendono la penisola incastonata nel mar Nero una terra tra le più affascinanti in Europa, per bellezza, clima e posizione.

    Con gli ospiti della serata:

    ENNIO BORDATO   presidente di Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus

    FLAVIO DE MARCHI  il primo imprenditore italiano ad investire in Abkhazia

    FRANCESCO LO IUDICE  presidente Camera di Commercio Maghrebina – Russa

    LUCA PINGITORE  Direttore Organizzativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti ( Otra )

    moderati da

    MARCELLO CELLA  ideatore e conduttore di Balkania su RadioRoarr

    – Viaggeremo attraverso l’ intera area con esperienze dirette e supporti visivi;
    – Discuteremo delle relazioni che intercorrono tra i diversi stati e le differenti repubbliche appartenenti alla regione, tra di loro e con paesi terzi;
    – Analizzeremo alcune prospettive di sviluppo già in essere e le imminenti possibilità;
    – Presenteremo progetti di solidarietà per i bambini vittime della tragedia di Beslan e non solo;
    – Ascolteremo interventi e proposte;

    Durante la serata interventi di:

    Abdullah Bokov  ( video exhibition )  guida escursionista in Cecenia

    Giancarlo Carloni   viaggiatore ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Igor Fedorov Ferri  (in collegamento video) dell’ Associazione Italiani di Crimea ( Cerkio) e coordinatore della collaborazione Crimea – Italia ( Crimea – Investment )

    Saverio Polizzi  (in collegamento video)  presidente Centro Studi Sviluppo e Societa’ ed ideatore e conduttore di ItaliaRussiaEuropa24

    Paolo Poma  delegato Italia – Caucaso

    Francesco Muratore  storico ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Gheorghi Tibilov  ( video exhibition ) guida escursionista in Ossezia del Sud

    SABATO 4 MARZO 2017
    ORE 17:30
    VIA FAENZA, 48
    FIRENZE

    Italia – Caucaso è un Progetto Operativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti che ha l’ obiettivo di creare amicizia ed interconnessioni tra le due aree geografiche.
    Italia – Caucaso promuove ed organizza eventi volti a incoraggiare, favorire, approfondire la cultura dei paesi appartenenti all’ intera area geografica del Caucaso divulgando e  rafforzando la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche ed ambientali dei paesi interessati provando a stimolare un processo costruttivo che vada contro ogni pregiudizio avverso la regione e tra i paesi dell’ area stessa.

    https://www.otrapress.com/oldsite/italia-caucaso/

  • Crimea 2016

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    Il vecchio pullman arresta la sua marcia, un rapido controllo dei passaporti, un timbro rosso sull’ ultima pagina e ci imbarchiamo sul traghetto. Un viaggio emozionale di circa 30 minuti, i gabbiani accompagnano il percorso della motonave, ci lasciamo alle nostre spalle una bandiera a due colori e ci dirigiamo verso una bandiera a tre colori. Attracchiamo, un altro controllo passaporti, un altro timbro, accanto ad un visto questa volta, e proseguiamo all’ interno di un altro stato.
    Alla stregua del guado dello Stretto di Messina, siamo passati dall’ Ucraìna alla Russia, da uno stato verso un altro lasciandoci la Crimea alle spalle.
    Sono passati sette anni da quell’ attraversamento dello Stretto di Kerc’. Da allora le cose sono cambiate.
    Il vecchio pullman arresta la sua marcia in un grande parcheggio a Port Krym, il controllo passaporti è sostituito da un controllo di sicurezza in stile aeroporto per poter poi accedere al traghetto, vari punti ristoro e persino un piccolo hotel riempiono gli spazi che una volta servivano da dogana, i numerosi torpedoni carichi di turisti russi di rientro dalle vacanze estive si incolonnano in attesa dell’ imbarco, la gente staziona fuori da essi per concedersi un po di brezza della sera. Due pullman attirano la nostra attenzione, li osserviamo meglio. Ci troviamo di fronte ad un particolare di per se storico per noi italiani, o “europei” come ci chiamano da queste parti: i due pullman sono carichi di turisti provenienti da Lugansk, dalla Repubblica Popolare di Lugansk, uno stato che sette anni fa non esisteva. Ma come detto, da allora le cose sono cambiate. La Crimea non è più una Repubblica Autonoma dell’ Ucraìna ma è diventata parte integrante della Federazione Russa. Lugansk non è più una città dell’ Ucraìna ma un territorio che ha intrapreso la strada di Repubblica indipendente. C’è lo stato di guerra a Lugansk. Ma la popolazione si è abituata a convivere in questa situazione e chi può permettersi una vacanza si è concesso qualche giorno al mare in Crimea a giudicare dai pullman in coda agli imbarchi. Come se per il popolo di Lugansk non fosse cambiato niente. Sette anni fa magari gli stessi passeggeri dei bus si recavano al mare in Crimea attraversando le strade di un unico paese. Non hanno perso le loro abitudini neanche ora che fanno parte di due stati differenti ed a separarli ce n’e un terzo che altro non trattasi che del loro vecchio stato d’ appartenenza. Ma questa volta devono affrontare un viaggio più lungo, aggirando l’ Ucraìna stessa.
    Una forte emozione imbattersi in turisti di Lugansk. Come è forte l’ emozione di imbarcarsi a distanza di sette anni sul battello per Port Kavkaz e non trovare più nessuna frontiera a sbarrarti il passo. Ora siamo in Russia alla partenza e siamo in Russia anche all’ arrivo. Per circa 30 minuti fluttuiamo sulle onde provocate dai motori della turbonave e ci godiamo la calda aria marina sotto un cielo stellato. Nel buio della notte crimeana volgiamo lo sguardo alla ricerca dei cantieri del ponte che presto collegherà i due estremi dello Stretto. Passeranno meno di sette anni ma anche la nostra prossima volta le cose, qui, saranno cambiate. Il battello potrebbe diventare anch’ esso un romantico ricordo. Come il timbro rosso sull’ ultima pagina del passaporto dell’ epoca che registrava l’ uscita da un paese prima dell’ ingresso in un altro. Giungevamo da Kiev, quella volta, diretti a Simferopol, la capitale della Crimea. Il vecchio aeroporto ci accolse facendoci attraversare la pista d’ atterraggio a piedi verso l’ uscita che portava direttamente sul piazzale, senza dover per forza passare all’ interno della costruzione di sovietica memoria.
    Il vetusto ed arrugginito nastro bagagli, più simile ad un vecchio cingolato di carro armato che ad un vero e proprio portabagagli era ubicato all’ aperto. Orde di tassisti ci assalirono per accaparrarsi la nostra proficua, per loro, corsa.
    Questa volta invece giungiamo a Simferopol attraverso l’ unica via aerea percorribile, quella proveniente da Mosca.
    Il vecchio aeroporto che ci accolse anni fa è relegato a ruolo da comprimario, quasi da museo.
    Ora una moderna e funzionale costruzione lo sostituisce nei servizi aeroportuali.
    Il primo segnale che avvertiamo della nuova era russa della Crimea.
    La tratta di trolley bus più lunga del mondo, invece, resiste. Circa 2 ore e mezza di marcia da Simferopol a Jalta salendo verso il passo di Angarskij e ridiscendendo poi verso Alushta ed il mar Nero. E’ il mezzo più lento ma quello più caratteristico per raggiungere il mare dalla capitale o viceversa.
    Nonostante sia fine agosto e la data del 1 settembre che da inizio all’ anno scolastico in Russia è alle porte, non mancano i turisti sull’ intera costa crimeana. D’ altronde a livello meteorologico è ancora piena estate con i 35° gradi e passa che surriscaldano le giornate di questa penisola, luogo di vacanza d’ elite sin dai tempi dell’ Unione Sovietica. Tant’ è che molti, da Krusciov a Gorbaciov, passando per altri illustri della nomenklatura erano possidenti una dacia da queste parti. Ed una nuova era turistica è iniziata ora per la Crimea. Il popolo russo medio, attaccato dalle sanzioni economiche, frenato dalla mirata svalutazione del rublo, chiuso dagli incidenti diplomatici con Egitto e Turchia, esaltato dal forte spirito patriottico, spinto dall’ indole del non doversi inginocchiarsi mai, consapevole delle bellezze dell’ immensa Madrepatria, ha scelto quasi in massa di riversarsi sulle coste del mar Nero, dalla Crimea fin giù all’ Abkhazia. Non solo turisti russi, provenienti addirittura dalla Kamchatka, un altro continente, ma anche uzbeki, bielorussi e da tutte le altre repubbliche ex sovietiche. Anche dall’ Ucraìna stessa. Solo gli “europei” mancano. Inculcati da una forte propaganda denigratoria atta a sovvertire l’ ordine della realtà. Eravamo in Crimea sette anni fa e siamo in Crimea ora. Molto o poco è cambiato. A seconda da quale ambito si guardi la situazione.
    Come quello della minoranza Tatara. Trattato da minoranza sotto l’ Ucraìna e trattato da minoranza adesso.
    Con l’ unica differenza che molti di loro prima vivevano spesso senza regole precise occupando terreni senza concessioni, aprendo attività commerciali senza licenze o con permessi irregolari e, secondo le voci che registriamo, è proprio questo il reale motivo per il quale ogni tanto montano qualche protesta, essendo essi restii a mettersi in linea con le nuove direttive che giungono da Mosca.
    Ma anche l’ ambito economico non è così depresso come viene dipinto. Molti “europei”, in barba alle sanzioni, iniziano ad investire nella penisola nel settore immobiliare e ricettivo soprattutto in ambito turistico. La Crimea, passando dall’ Ucraìna alla Russia, è diventata una nuova “terra di profitto” e ben presto anche gli ultimi retaggi dell’ era precedente, come le poche mense della catena “Smak” o le poche pizzerie “Celentano”, dell’ omonima catena, rimaste intatte al “cambio della guardia”, abbasseranno le saracinesche o comunque convivranno insieme ai nuovi e moderni resort che stanno iniziando a sorgere e volti ad attrarre non solo il popolo russo medio ma oramai anche quello di livello più elevato. Che già comunque non manca, vedendolo frequentare alcuni costosissimi bar e discoteche di Jalta e dell’ intera costa o a giudicare dalle numerose auto di lusso che sfrecciano per le strade di Jalta e Sevastopol, la città dalla quale partì l’ offensiva che liberò la Crimea dai nazisti e dove risiede la flotta della marina russa che riusciamo a visitare.
    Per la strade della penisola ci imbattiamo in numerose targhe automobilistiche ucràine di cittadini che, per vari motivi, non hanno cambiato la stessa con quella russa. A parte noi nessuno sembra notare questi ed altri dettagli che a noi, solo sfiorati dalla propaganda denigratoria, appaiono degni di nota. Stupirci di cosa? Di una targa ucraìna appartente magari ad un auto di un russo? In Crimea non siamo nel Donbass. Qui i venti di guerra non ci sono e non avvertiamo neanche i segni della presunta “occupazione russa della penisola”. Uno stato “occupato” o con tensioni sociali e militari non presenta l’ atmosfera semplice ma pacata della Crimea. I carri armati, le armi, le proteste o magari solo la pressione dei governi l’ abbiamo visti viaggiando in Kosovo, in Palestina, ad Istanbul, in Israele, a Kiev e nell’ Ucraìna occidentale durante il cosiddetto “Maidan”, solo per citare alcuni luoghi. Ma non qui in Crimea, una Repubblica che è passata a far parte di un altro stato senza incidenti di sorta. Anche i “soli” 3 giorni di battaglia che portarono la Slovenja a staccarsi dalla Jugoslavija sono un’ esperienza che per la Crimea appare alla stregua di una lunga guerra.
    La maggioranza del popolo crimeano è di etnia russa, sotto l’ Ucraìna, seppur come Repubblica Autonoma, l’ economia non era su livelli elevati e come a Kiev o ad Ivano – Frankivsk o come in numerosi altri paesi del mondo anelavano ad introiti maggiori. Per quasi tutti il passaggio, che per moltissimi è trattatosi di un ritorno, alla Russia è stato visto come una opportunità, una seconda chances. Per molti non è cambiato niente e magari appartenere giuridicamente all’ Ucraìna o alla Russia cambia poco, per moltissimi altri è cambiato tanto. Anche solo il fatto di sentirsi a casa.
    Eclatanti segnali di giubilo verso la Federazione Russa come la messa in mostra di bandiere, nastrini e poster un po ovunque magari sono meno evidenti, a differenza di quanto notato in altre zone della Russia stessa.
    Ma la risposta che ci viene data è sempre la stessa: “Seichas lutchshe”, “Ora è meglio”.

    LUCA PINGITORE

  • Cercasi viaggiatori per la Tunguska inferiore

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    Solosiberia.it sta cercando una persona che voglia partecipare ad un viaggio ancora in fase di pianificazione per l’estate 2018 ( presumibilmente mesi di giugno – luglio) lungo il corso della Tunguska inferiore. in completa autonomia e indipendenza.
    Ci sono 15.000 abitanti lungo 2.500 km, dal corso superiore del fiume fino alla foce dello Enisej a Turukhansk.
    Questa volta si andrà con un motore, poichè a remi ci vogliono circa 2 mesi e mezzo.
    L’ intenzione è quella di stare via circa 30 / 40 giorni solo di fiume ( ai quali vanno aggiunti poi viaggio a/r per Kirensk e da Turukhansk, quindi circa una settimana in più ).
    Il tutto è nell’ambito del progetto “Acque Siberiane“: si tratta della solita cavalcata fluviale siberiana in mezzo a territori disabitati, orsi, zanzare, qualche rapida, sole e pioggia, tramonti e albe umide, paesaggi silenziosi e immobili.
    Soste previste a Erbogachen, Tura e Turukhansk. Gli altri pochi villaggi serviranno per lo più per il rifornimento di benzina e viveri.

    Chi fosse interessato (qualcuno che abbia idea di ciò a cui si va incontro, nel bene e nel male. l’ideale è una persona che se ne intenda anche di motori nautici fuoribordo) e per qualunque dettaglio o domanda ci contatti alla nostra mail:

    otra@viaggiatorindipendenti.it

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