Autore: Admin

  • La guerra in Europa vista da un viaggiatore

    IL PRESENTE ARTICOLO ESPRIME ESCLUSIVAMENTE L’OPINIONE DEL REDATTORE
    E NON QUELLA DEI SINGOLI MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE

    Questa foto è stata scattata il 2 gennaio 2008.
    Da Medyka attraversavo a piedi i circa 300 metri che la separano dal villaggio di Shegini.
    350 metri ed un’ora di differenza di fuso orario dividono Polonia ed Ucraina.
    Il territorio storico della Galizia, che per centinaia di anni ha fatto parte dello stesso Regno, in queste ore sta tornando unito tramite la solidarietà e la comunità di intenti che accomunano la popolazione locale di entrambi i paesi in cui oggi è divisa l’antica regione, Polonia ed Ucraina appunto.
    La foto in questione è uno scatto per me assunto da subito a simbolo del viaggio per come lo intento io, dello “sfondamento di frontiere”, come sono solito dire, dello sforzo di infiltrarsi nella realtà delle cose ed indagare tra le opinioni della gente. Di viaggiare per combattere ogni pregiudizio avverso numerosi luoghi della terra e poter vedere e cercare di capire con i propri occhi.
    Non avrei mai potuto pensare che quella foto, quell’attraversamento di frontiera, quel luogo rimasto nella mia storia di viaggiatore potesse esser un giorno protagonista ed emblema di un conflitto assurdo e carico di dramma umano. Lo stesso carico che si portano dietro tutte le guerre, anche le numerose ancora attive in diversi angoli del mondo.
    Quella stessa frontiera che attraversai per la prima volta tredici anni fa, la seconda fu il 1 gennaio del 2014, in questi giorni è diventata l’icona del conflitto che sta imperversando in Europa orientale ufficialmente tra due paesi che io da sempre ho considerato fratelli e per me amici. Una seconda casa. Non per motivi politici ma per empatia di storia, culture, tradizioni, lingue, cibo, gente.
    Grande dolore e rabbia ho vissuto quando, dal finire del 2013, ho assistito anche in prima persona, ritornando in Ucraina in tre distinti momenti nel corso del 2014, al disfacimento del legame fino ad allora quasi indissolubile tra il popolo ucraino e quello russo.
    A L’viv assistetti ai prodromi del vento che soffiava. La palese crisi economica portava la gente a cogliere, convinti di un processo di integrazione e di benefici immediati, i germogli unio-europeisti che le folate d’oltrecortina trasportavano. Ambizioni comprensive. Ma forse le raffiche che fischiavano erano solo strumentali al momento storico. Al di qua del muro non tutti erano convinti di accogliere nuova gente. Tanto più che il procedimento prevede comunque diversi passaggi e tempo che scorre.
    A Kiev ed a Kharkhov invece presi parte a due differenti missioni di osservazione delle elezioni, quelle presidenziali ed in seguito quelle parlamentari. Volevo capire meglio e tramite esperienza diretta, non riportata.
    Tre viaggi in tre aree diverse. Tre diverse intensità di problematiche.
    Mi trovai in una Ucraina diversa da quella che fino ad allora avevo visto e conosciuto.
    E vidi in prima persona come famiglie, amici, vicini di casa diventarono ad un tratto nemici.
    Come avvenne in un certo senso in Libano negli anni ’70 e di certo in Jugoslavia nei ’90, la storia ebbe una ripetizione anche in Ucraina nel 2014.
    Soprattutto dopo i fatti di Odessa del maggio di quel 2014, quando la foga e la rabbia della divisione portò una cinquantina di persone a morire bruciate vive nel Palazzo dei Sindacati. La cosa più grave della faccenda fu forse il fatto che le istituzioni locali “lasciarono fare”, metodologia spesso utilizzata in diverse vicende storiche, italiche comprese, e che immediatamente si provò a minimizzare l’accaduto. Ancora oggi in molti consessi l’argomento è tabù. La vicenda segnò, per l’odio che da poco aveva iniziato a serpeggiare tra le diverse etnie, il punto di non ritorno.
    Nel 2016 ritornai anche in Crimea, penisola passata alla Russia nel 2014 e nella quale ero già stato.
    Prima del cambio di bandiera l’economia locale non era sui livelli di altre aree dell’Ucraina e soprattutto di altri paesi stranieri di conseguenza il popolo crimeano, la maggior parte di etnia russa, aspirava ad una sicurezza economica maggiore.
    Anche loro come gli ucraini dell’ovest. In Crimea però si guardava ad est, alla “madrepatria Russia”.
    Per questo, per quasi tutti il passaggio è stato visto come una opportunità, una seconda chance.
    Per molti non è cambiato niente e magari appartenere giuridicamente all’ Ucraina o alla Russia ha spostato di poco la convenienza, Per alcuni è cambiato qualcosa appartenendo ad una etnia diversa, per moltissimi altri invece è stato un ritorno alle loro origini russe.
    Tornai in Crimea nel 2018. Una Crimea dove le infrastrutture erano già completamente cambiate e modernizzate. In attesa comunque ancora di sostanziosi benefici diretti per popolo.
    Da quel 2014, drammatico anno di spartiacque tra due popoli che avevano convissuto in pace per circa settanta anni, la regione del Donbass, la parte più orientale del paese ha convissuto con una guerra non troppo latente. Le due repubbliche de facto di Donetsk e Lugansk, sorte sulle ceneri della vecchia fratellanza tra i popoli oramai incenerita, sono divenute linea del fronte. Le frontiere mal definite e tracciate dalla situazione sul campo sono diventate terreno di battaglia anche dopo il formale cessate il fuoco e la stabilizzazione sulla carta dello status quo.
    Ero a Donetsk nel 2019. La notte avvertivo le esplosioni in vicinanza, alla periferia della città.
    Nessuna differenza di suoni con un’altra città teatro di guerra. Come a Donetsk anche a Damasco nel 2020 venivamo svegliati dalle esplosioni della contraerea. La differenza risiede però nel fatto che l’atroce conflitto Siria è sempre rimasto sotta la luce dei riflettori, il drammatico conflitto nel cuore dell’Europa, invece, una guerra dimenticata.
    La brace fumante di quella guerra è stata sepolta sotto il tappeto dell’oblio.
    Anche in questo caso è stato ritenuto opportuno “lasciar fare”. In fondo mantenere delle aree geografiche in costante crisi può convenire. Come anche esasperare la situazione fino ad un ulteriore punto di non ritorno. Che puntualmente si è verificato, deprecabile quando si vuole, in questi giorni di inizio 2022.
    Una guerra, questa in Ucraina, che nasce da lontano e che va valutata in ambito geopolitico sulla base di diversi elementi, ma che per il resto non può essere giustificata.
    Ero profondamente colpito da quella divisione, da quella separazione che si andava accentuando nel corso di quel 2014 tra due paesi per me familiari e mai mi sarei aspettato di assistere addirittura ad un conflitto su larga scala.
    Otto anni di noncuranza internazionale sono serviti solamente a portare il livello dello scontro nell’ambito della contrapposizione tra potenze militari ed economiche che da secoli contraddistingue il nostro pianeta. Non è bastato il discioglimento dell’Unione Sovietica o l’allargamento dell’Unione Europea.
    La guerra in Ucraina ha scalato tutti i piani di criticità.
    Afghanistan, Yemen, Siria, Libia sono stati e continuano ad essere campi da gioco bellico tragici e violenti ma considerati lontani e mediaticamente attenuati.
    Anche il recente conflitto tra Azerbaijan ed Armenia è stato sottovalutato e mal interpretato ma l’onda lunga è ora arrivata.
    Con la paura della guerra che ci tocca personalmente.
    Ma la guerra in Europa era già in atto da otto anni. Sul campo, a Donetsk e Lugansk, sul piano economico, sul piano politico, sul piano delle relazioni internazionali, sul piano degli accordi non trovati o disattesi.
    “Lasciar fare” a volte cambia il corso della storia. In Italia avvenne nel 1978 con il sequestro e l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro. In Europa tra il 2013 ed il 2022 con le relazioni RussiaUcraina che nascondono una antitesi ben più complessa tra centri di poteri.
    Ed alla fine come sempre accade ci rimette la gente, i singoli cittadini. Ancora una volta è il popolo che ci perde. E l’amicizia tra i popoli si trasforma in odio e forse utopia.

    LUCA PINGITORE

  • Viaggi sociali OTRA

    La nostra passione è viaggiare. Il nostro scopo è aggregare. Il nostro obiettivo è coinvolgere e condividere per far conoscere luoghi e situazioni.
    L’articolo 3 del nostro statuto riporta come scopo dell’Associazione la predisposizione a stimolare, favorire, approfondire la cultura del viaggio e a divulgare e rafforzare la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche di diverse aree del mondo.
    Oltre ad organizzare eventi culturali, ricreativi, conferenze, raduni generali e differenti iniziative, la nostra attività principale è ovviamente quella di viaggiare.
    L’Associazione è quindi per molti un bacino dove attingere per trovare compagni di viaggi sviluppando progetti ed idee diverse.
    Ma OTRA è anche il veicolo per poter viaggiare in compagnia in determinate località e vivere situazioni dettate dall’esperienza e dalla conoscenza dei luoghi in questione.
    Viaggiando comunque in una atmosfera totalmente amichevole e conviviale.
    Ed allora si parte…
    Per la primavera 2022 abbiamo programmato due partenze per due tipologie di viaggio differenti:

    RUSSIA: Caucaso del Nord
    La regione del Caucaso del Nord si estende dal mar Nero al mar Caspio e comprende dieci Repubbliche o Territori appartenenti alla Federazione Russa:
    Krasnodarskij kraj, Adighezia, Calmucchia, Stavropolskij Kraj, Karachaevo-Cerkassija, Kabardino-Balkaria, Ossezia del Nord-Alania, Inguscezia, Cecenia, Dagestan.
    Dopo precedenti diversi viaggi nell’area, nel 2017 OTRA è stata la prima in Italia a diffondere la conoscenza diretta del Caucaso del Nord tramite l’accompagnamento di viaggiatori in località sostanzialmente sconosciute ed in un’area considerata, a torto, da molti un tabù. Oltre i luoghi considerati di interesse più “classico”, OTRA, grazie alla sua integrazione nell’area, ha avuto l’opportunità di mostrare zone dove nessun viaggiatore si era spinto fino ad allora. Offrendo così la possibilità di vivere esperienze uniche. Dal 2017, con due anni di pandemia in mezzo che ha bloccato tutto, poco è cambiato. E le opportunità che ancora oggi offre OTRA sono rimaste tali.
    Un on the road unico tra natura, storia e tradizioni con un itinerario che ovviamente non potrà dipanarsi per tutta l’area ma che lascerà la voglia di tornare per visitare il resto.
    Come l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud , repubbliche de facto appartenenti geograficamente alla zona sud del Caucaso, e che OTRA conosce bene.

    PRIDNESTROVIE e MOLDOVA
    Da tutti conosciuta come Transnistria, da molti come “l’ultimo stato comunista”, la Repubblica Moldava di Pridnestrovie offre numerosi spunti che superano i clichè che si porta dietro sin dalla sua costituzione. Una repubblica de facto, non riconosciuta dalla comunità internazionale come tale ma densa di interesse per ogni viaggiatore.
    Un viaggio on the road seguendo il corso del fiume Dnestr che ci porterà ad effettuare delle tappe emozionanti anche in Moldova, la repubblica dalla quale la Pridnestrovie si è de facto separata e della quale ne reclama l’appartenenza. Grazie all’integrazione di OTRA nell’area, località particolari e situazioni esclusive non mancheranno.

    Le partenze sono previste per il mese di APRILE e non si accavalleranno lasciando quindi, a chi abbia voglia e possibilità, di poter vivere entrambe le esperienze.
    Due viaggi on the road , due viaggi unici per atmosfera e situazioni esclusive che si potranno vivere solo con OTRA.

    Caratteristiche richieste ai partecipanti:
    – Soci OTRA
    – Assetati di conoscenza, emozioni, nuove esperienze
    – Spirito di gruppo
    – Sapersi adeguare alle condizioni, seppur previsti livelli di comfort nella media, ed eventuali situazioni improvvise che determinano un cambio di programma
    – Accettare la discrezionalità degli accompagnatori basata sulla loro esperienza e lettura delle circostanze in essere

    Perchè viaggiare con OTRA:
    – Possibilità esclusiva di visitare e vivere anche luoghi situazioni altrimenti di difficile realizzazione
    – Programma flessibile in base alle circostanze in essere

    Numero partecipanti massimo:
    – 10

    Costi:
    – Stabiliti prima della partenza in base alla pianificazione definitiva del viaggio
    – Spese personali extra

    …ON THE ROAD AGAIN…

    Ricordiamo che OTRA non è un tour operator

    Informazioni ed aggiornamenti:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Pridnestrovie, il paese chiamato sommariamente Transnistria

    Il fiume Dnestr dai monti Carpazi scivola verso il mar Nero. Nella sua lunga serpentina verso sud incrocia tre paesi differenti divenendo portatore delle diverse ma contigue tradizioni di differenti popoli che fino ai primissimi anni novanta erano parte, seppur in maniera federata, di un unico vasto paese.
    Ufficialmente dal 1990, il Dnestr attraversa l’Ucraina, la Moldova e si interseca per i suoi circa duecentocinquanta chilometri finali con la Repubblica Moldava di Pridnestrovie segnandone praticamente il suo confine.
    Da un lato la Moldova, dall’altro la Pridnestrovie prima di sfociare nuovamente sulle rive ucràine del Mar Nero.
    La prima cittadina che incrocia il Dnestr nella Repubblica di Pridnestrovie è Kamenka ma ancor prima il fiume si fa osservare dall’altipiano caratterizzante la regione dell’estremo nord della Pridnestrovie che nella discesa verso il versante ucraino si dipana in un tortuoso canyon.
    Attraversata la riserva naturale, Kamenka accoglie il Dnestr in una piacevole atmosfera.
    Il suo grande parco cittadino, i suoi viali alberati e l’ampia piazza dove sorgono gli edifici dell’amministrazione cittadina regalano una piacevole calma e distensione.
    Il luogo adatto per una storica struttura operante sin dall’800 dove chi abbia la necessità di riposo e cure termali trova la sua giusta dimensione. Diverse tipologie di trattamenti e soprattutto le acque del sottosuolo ritempravano i lavoratori nel periodo sovietico e rilassano i vacanzieri odierni.
    Pochi chilometri più a sud, nel piccolo villaggio di Podoima, è possibile invece godersi il fiume Dnestr in tutta la sua placidità. Proprio dove il fiume si dipana un una delle sue numerose curve e nel punto in cui un sottile lembo di terra emerge dalle sue acque, un eclettico ed estroso anziano signore di cultura moldava ha creato un parco dove le famiglie possono recarsi a trascorrere piacevoli giornate.
    Da uno dei numerosi gazebo in legno disseminati nell’area è possibile gustare una casalinga mamaliga* cotta su una vecchia pechka*, accompagnata da teneri shashliki* grigliati su un mangalia* da collezione, il tutto annaffiato da qualche naturale estratto alcolico prodotto in casa dal gestore del giardino ricreativo.
    Il Dnestr è lì, proprio ai tuoi piedi e volendo puoi anche assaggiarlo dal piccolo anfratto nel quale è stata ricavata una piccola spiaggia.
    Dalla posizione sopraelevata del parco, dove particolari sculture in legno ed allegre figure create da residui di copertoni sorte dalle fantasie dell’anziano signore mai parsimonioso di aneddoti e vecchie storie, è possibile riconoscere la cattedrale di Cot e poco più in lontananza il colorato monastero di Japca immerso nel verde della vegetazione.
    Simboli religiosi così vicini ma che in realtà si trovano in un altro paese, nella dirimpettaia Repubblica di Moldova.
    E’ proprio il fiume che segna la separazione tra queste due stati prima appartenenti alla medesima Repubblica Socialista Sovietica.
    Uno spettacolo unico da questa posizione dove il confine è quindi visibile, percettibile, praticamente toccabile nuotando nelle acque del Dnestr.
    Ma è quasi tutto il suo corso che segue i confini fino al sud del paese, nella regione della Slobozia.
    La strada principale che attraversa lo stretto territorio della Pridnestrovie costeggia principalmente il fiume e diversi sono i punti di contatto, i luoghi panoramici ed i passaggi di frontiera con la vicinissima Moldova.
    Come nella città di Ribnitsa dove un verdeggiante lungofiume, residenza scelta da una anziana cicogna assunta oramai a mascotte dagli abitanti della località fluviale, regala una piacevole passeggiata sul Dnestr e sulla linea di frontiera.
    Ribnitsa, una città dove la vecchia fabbrica metallurgica attiva già sotto l’Urss ne caratterizza il suo ambito sociale, con la sua lucente cattedrale ortodossa, il variegato mercato e la sua composizione architettonica creato da un mix di case basse con giardino ed alti palazzi di concezione popolare sovietica si considera, a detta dei suoi cittadini, la capitale del nord del paese.
    Sull’altopiano della sponda di fronte sorge la città di Resina, città moldava con importanti connessioni lavorative e sociali con Ribnitsa. Attraversi un ponte e cambi paese. Ma le differenti tradizioni qui convivono senza grossi problemi di sorta. Derivazione di antiche commistioni tra i popoli la cui testimonianza è visibile anche attraverso le rovine di una vecchia cattedrale ortodossa e di una storica sinagoga ubicate nel paesino di Rashkov.
    La strada che attraversa la Repubblica di Pridnestrovie prosegue tra filari di alberi e campi coltivati.
    La tradizione agricola da queste parti è sviluppata soprattutto in ambito vinicolo. Diverse sono le vigne e le cantine che imbottigliano non solo vino ma anche cognac, come il Kvint conosciuto ed esportato in tutto il mondo.
    Il Dnestr non è solo un fiume di confine ma svolge anche una funzione attiva allo sviluppo della società locale generando dalle sue acque energia elettrica che serve il fabbisogno del paese. La grande diga con annessa centrale idroelettrica di Dubossari, la città più antica dello stato sul Dnestr, insieme a quella di Dnestrovsk, l’ultimo lembo di terra sul confine ucraino a sud, sono allo stesso tempo siti energetici e luoghi degni di interesse turistico dato dal loro fascino architettonico, dalla loro storia e la loro ubicazione su due punti di confini differenti.
    Dubossari, è una cittadina che ebbe un ruolo importante sia nella II° Guerra Mondiale, sia nel breve conflitto che da queste parti si consumò tra il 1990 ed il 1992 a causa della separazione che Moldova e Pridnestrovie attuarono tra di loro. La Moldova tramite leggi contrarie agli usi e costumi appartenenti soprattutto alla parte destra del fiume Dnestr, la Pridnestrovie dichiarandosi autonoma de facto.
    Nella zona in questione sono presenti alcuni kurgan , gli antichi tumuli funerari del popolo sciita che si diffuse tra la Tracia e la Frigia. Gli stessi kurgan a causa della loro conformazione fisica sono diventati simbolo di resistenza durante le guerre appena citate.
    Continuando la sua discesa verso il mare, il Dnestr transita da Grigoriopol, cittadina popolare che apre le porte a Tiraspol, la capitale della Repubblica Moldava di Pridnestrovie.
    Fondata nel 1792 dal generale russo Suvurov come fortezza sul fiume Dnestr, Tiraspol è oggi una città che mescola elementi della tradizione sovietica ad aspetti del tutto moderni che ne caratterizzano il contesto urbano. Ristoranti, caffè, giardini multifunzionali, spiaggette sul Dnestr ma anche il tradizionale mercato di generi alimentari, alcuni quartieri dall’architettura in voga in epoca socialista e diversi simboli che richiamano a quell’epoca consentono alla capitale della Pridnestrovie di renderla particolare nella sua identità.
    Da Tiraspol, a neanche quindici chilometri di distanza, sorge il ponte sul Dnestr che collega la Pridnestrovie alla città di Bender da dove poi parte la strada per Chisinau, la capitale della Moldova.
    Bender è l’unica città e l’unico territorio della Pridnestrovie sulla riva sinistra del Dnestr.
    A causa della sua posizione, quindi, fu teatro delle operazioni belliche dei primi anni ’90 ed il suo ponte ritenuto punto strategico.
    Come la sua storica fortezza sul fiume che nel corso dei secoli ha visto alternarsi nel suo possesso diversi eserciti fino a pochi anni fa, quando fu poi definitivamente convertita come polo museale.
    La leggenda narra che anche il Barone di Münchhausen fu protagonista di alcune sue azioni proprio all’interno di questo bastione.
    Ma Bender non è solo la Fortezza ed il non lontano Memoriale ai caduti delle guerre che videro suo malgrado protagonista questa area, Bender è anche la sua stazione ferroviaria, la sua Accademia d’Arte, la sua particolare ubicazione praticamente sulla linea di confine con la Moldova.

    Indipendentemente dall’opinione che si possa avere su questo piccolo lembo di terra europeo e sulla sua situazione geopolitica, la Repubblica Moldava di Pridnestrovie non è mai stata comunque oggetto di seri approfondimenti dal suo interno.
    Per avere notizie sulla cosiddetta “Transnistria” bisogna imbattersi in qualche reportage sostanzialmente uniforme che lo descrive come l’ultimo pezzo di Urss o in articoli che esaltano lo spirito folkloristico ed anacronistico del “buco nero d’Europa” e dell ’ “ultimo paese comunista d’Europa”.
    La ovvia evoluzione dei tempi e la rivisitazione delle consuetudini creano nella piccola repubblica bagnata dal Dnestr una proiezione verso la modernità che è tangibile soprattutto nelle innovazioni degli ultimi anni.
    Migliaia di cittadini vivono, operano, accolgono turisti e viaggiatori, producono alcuni dei vini più conosciuti al mondo, conducono una normalissima vita come in qualsiasi altro luogo del mondo, seppur con le difficoltà di risiedere in uno stato non riconosciuto politicamente dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale. Di certo i problemi non mancano, considerato anche lo status di repubblica de facto e le sanzioni che ne impediscono un completo sviluppo. Basti pensare che le auto registrate in Pridnestrovie non possono varcare i confini nazionali e per farlo bisogna utilizzare, solo chi ne ha l’opportunità, targhe speciali valevoli solo per Moldova ed Ucraina. O che il paese è stato tagliato fuori dai circuiti “occidentali” di accettazione di carte di credito e bancomat.
    Ma nessun mistero, nessun pericolo, nessun rischio in realtà avvolge la Pridnestrovie.
    Per poter sviluppare un proprio convincimento basterebbe recarcisi senza pregiudizi e non soffermarsi solamente sui simboli ed al legame con la storia dalla quale il paese proviene.
    Come facemmo quel 2 gennaio 2010 io ed alcuni compagni di viaggio, la mia prima volta a Tiraspol ed in Pridnestrovie. In Italia si parlava molto poco di Transnistria (Pridnestrovie termine sconosciuto) e le voci che accompagnarono quel viaggio lo dipingevano come “un salto nel buio”. Undici anni fa era considerato da molti persino difficile poter dormire e restare più giorni a Tiraspol, soluzione per la quale invece noi optammo già in fase organizzativa.
    Inutile dire che le affermazioni di chi non riconosceva neanche il paese sulla mappa geografica si rivelarono sostanzialmente poco veritiere o completamente esagerate.
    Certo, era un paese che stava ancora cercando di uscire fuori da una situazione geopoliticamente complicata ma non di certo “il posto più pericoloso d’Europa”.
    Ora invece molto è cambiato, molte questioni politiche risolte e molte più sono le opportunità offerte.
    Non solo a livello turistico ma anche sul piano delle relazioni commerciali.
    Diverse aziende straniere hanno iniziato, ad esempio, a delocalizzare in Pridnestrovie, a partire dal settore della moda di lusso.
    Ma sono soprattutto le aziende locali quali la tessile Tirotex (già ditta partner della italiana Lebole a fine anni ’80), la Aquatir che alleva storioni per venderne le uova come pregiato caviale, la già citata Kvint azienda di liquori e di vini, l’Electromash attiva nel settore dei macchinari industriali utilizzati in vari ambiti e soprattutto la Sheriff la multinazionale resa famosa in occidente dalla sua omonima squadra di calcio, che offrono possibilità di sviluppo operando in numerosi mercati mondiali.
    In fondo la Pridnestrovie, dal punto di vista geopolitico, è sempre stata appetibile anche e soprattutto per la diffusa presenze di impianti industriali che svolgevano già un ruolo preponderante durante gli anni dell’Unione Sovietica.
    Alla dissoluzione dell’Urss una importante frangia politica moldava optò per staccarsi quasi completamente dalla tradizione e dalla cultura che avevano caratterizzato fino ad allora la convivenza tra le diverse etnie della regione. L’ abolizione della lingua russa fu il primo obiettivo da perseguire. Quella lingua russa che ancora oggi continua ad esser comunque parlata da gran parte della popolazione moldava nonostante non sia più quella ufficiale.
    La Pridnestrovie decise invece di mantenere una connessione con la storia mantenendo ancora alcune peculiarità tipiche del socialismo di allora ma senza restare completamente ancorata a quel passato.
    Un paese dove russi, moldavi ed ucràini, in percentuali quasi paritarie insieme anche ad una forte presenza bulgara, convivono da anni in pace.

    LUCA PINGITORE

    * mamaliga = sorta di polenta con formaggio

    * pechka = stufa a legna

    * shashliki = spiedini di carne marinata

    * mangalia = sorta di griglia per barbecue

     

  • 2011 – 2021: 10 anni di OTRA. Evento celebrativo 30/10 – 1/11

    L’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA compie 10 anni.
    Era infatti il novembre del 2011 quando un folto gruppo di viaggiatori, appassionati da ogni parte d’Italia, si istituzionalizza in associazione.
    Da allora numerosi sono stati i raduni, gli eventi, le iniziative, i viaggi.
    E numerosi sono stati i viaggiatori che sono diventati con il tempo parte integrante dell’Associazione.
    Aggregare è infatti uno dei principi sui quali si basa OTRA.
    L’anniversario del decennale è una tappa importante che sarà celebrata con tutti gli onori del caso

    L’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA

    indice

    2011 – 2021: 10 ANNI DI OTRA

    30 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE 2021

    FIRENZE

    Evento celebrativo per i 10 anni dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA
    La manifestazione si svolgerà nell’arco di tre giorni suddivisa tra
    conferenze pubbliche, presentazioni di libri, resoconti di viaggio, tavoli tecnici, mostre, visite guidate esclusive, ospiti, momenti conviviali, cultura e divertimento.
    Il meeting celebrativo OTRA, evento imperdibile per tutti i viaggiatori, è aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare, conoscere altri viaggiatori e scambiare esperienze di viaggio.

    Sarà possibile partecipare all’intero programma o prender parte solo a parte di esso
    Evento gratuito sottoposto ai decreti vigenti in materia di covid-19 e con prenotazione dei posti fino ad esaurimento
    Cene istituzionali di gala del sabato e della domenica a costo convenzionato con prenotazione obbligatoria fino a disponibilità di posti

    programma suscettibile di variazioni

    SABATO 30 OTTOBRE:

    Pranzo libero con possibilità di scelta locale convenzionato

     – 15:00: CERIMONIA D’APERTURA

    Introduce Marco Lopez – Anchor man di Otra

    – 15:15: CI SONO COSE CONOSCIUTE E COSE SCONOSCIUTE. IN MEZZO C’È IL VIAGGIO

    Alcuni dei viaggiatori OTRA si presentano ed introducono le loro esperienze pluriennali e la conoscenza di luoghi e situazioni. Gli argomenti saranno poi approfonditi ai susseguenti “Tavoli Tecnici”.

    Federica Arnolfo / Daniele Castiglioni / Claudio Oberti / Claudio Serafini

    Coordina Valentina Galleano

    – 16:15: “GLI STATI DE FACTO. CONOSCERLI E VIAGGIARE”

    Stati non riconosciuti dalla comunità internazionale e circondati solitamente da un’aura di mistero.

    Saranno raccontati tramite le varie esperienze di:

    Luca Pingitore – Presidente e viaggiatore Otra

    Francesco Zema – Responsabile del progetto “Calci: comunità resilienti”

    – 17:30: In contemporanea:

    Apertura TAVOLI TECNICI”

    Caucaso: Claudio Oberti / Luca Pingitore

    – Siberia: Daniele Castiglioni

    – Balcani: Federica Arnolfo / Luca Tocco  

    – Asia Centrale: Luca Acitelli  

    – Medio Oriente: Diego Bocchi  

    – Africa costiera: Claudio Serafini

    Viaggiatori Otra esperti forniscono notizie, informazioni pratiche e servizio di “help desk viaggi” a coloro i quali desiderano viaggiare e conoscere le aree in questione.

     – Apertura mostra “CALCI: COMUNITA’ RESILIENTI”

    Alla presenza del responsabile del progetto e curatore della mostra: Francesco Zema

    Testimonianze che partono da una maglia da calcio e raccontano storie di territori e comunità etniche di differenti zone del mondo.

    Per ogni squadra, attraverso le maglie esposte, vengono raccontate storie ed aneddoti delle comunità e dei territori di appartenenza, il tutto arricchito da testimonianze, fotografie e curiosità.

    – Partenza itinerario FIRENZE CON OTRA . BUCHETTE DEL VINO E LUOGHI CURIOSI

    Un itinerario per il centro di Firenze tra il serio ed il gioviale toccando i principali luoghi turistici e soffermandosi agli angoli meno conosciuti. Per chi ha voglia di gustarsi con calma l’allegra compagnia dei viaggiatori OTRA.

     – 19:30: SUONI DA EST

    Aperitivo con storie ed aneddoti musicali dai Balcani odierni e dall’ “Europa dell’Est” negli anni dell’ex Patto di Varsavia.

    Luca Tocco – Viaggiatore Otra

    Marcello Cella – Ideatore e conduttore di Balkania. Storie e suoni dall’Europa dell’Est

    – 22:00: CENA SOCIALE

    Cena aperta a soci e partecipanti iscritti all’evento

    Dopocena ad oltranza nel centro città ( facoltativo )

    DOMENICA 31 OTTOBRE:

    – 10:00:

    – Escursione “SOLO CON OTRA” ( in via di definizione )

    “TAVOLI TECNICI aperti

    – Mostra “CALCI: COMUNITA’ RESILIENTI” aperta

    Pranzo libero con possibilità di scelta locale convenzionato

    – 15:00: VIAGGIARE NEI LUOGHI CHE TUA MADRE TI HA DETTO DI NON FREQUENTARE”

    Località estreme, aree di crisi, esperienze inaspettate tra viaggio, avventura e geopolitica.

    Karakalpakstan: Luca Acitelli

    Corea del Nord: Luca Pingitore

    Tunguska Inferiore: Daniele Castiglioni (progetto “Acque Siberiane”)

    Iran: Andrea Piotto

    Dagestan: Claudio Oberti

    Townships del Sudafrica: Luca Amadessi

    Alture del Golan: Claudio Serafini

    – 17:30: “APEIRON. DIARIO IN SIRIA”
    Presentazione del volume di Diego Bocchi con immagini e racconti dell’autore che ha girovagato nel 2019 nella Siria martoriata dalla guerra

    CERIMONIA DI CHIUSURA  

    Tempo libero 

    – 21:30: CENA SOCIALE con PREMIAZIONE CONCORSO OTRA*

    Dopocena ad oltranza nel centro città ( facoltativo )

    LUNEDI 1 NOVEMBRE:

    – 10:00:

    – Escursione “SOLO CON OTRA” ( in via di definizione ) 

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  • Beslan, una strage da non dimenticare

     

    L’auto sulla quale viaggiamo svolta a sinistra dopo aver percorso una trentina di chilometri dal nostro punto di partenza, Vladikavkaz la capitale dell’Ossezia del Nord – Alania, una delle Repubbliche facenti parte della Federazione Russa. Notiamo l’unica moschea presente in città ma non c’è il tempo di pensare ad eventuali barbare similitudini viste in altre zone del mondo in quanto il nostro breve viaggio si arresta giusto nelle vicinanze, davanti l’oramai ex Scuola numero 1 di Beslan.
    Giungo per la prima volta nella cittadina teatro del tragico evento il 1 settembre 2015, proprio nell’anniversario dell’undicesimo anno dalla strage che qui si consumò nel 2004.
    Era, infatti, il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di uomini armati assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano a celebrare l’inizio del nuovo anno scolastico tramite la tradizionale celebrazione del primo giorno di lezioni. Per l’occasione di festa, oltre a maestri e studenti era numerosa anche la presenza di madri, nonni, fratellini.
    Negli attimi iniziali dell’attacco non tutti si resero conto di quello che stava realmente accadendo e solo in pochi riuscirono a mettersi istintivamente in salvo. Si contarono però già le prime vittime.
    Le persone fatte prigioniere furono ammassate nella palestra della scuola tenuta sotto perenne controllo armato da parte degli assalitori. I prigionieri subirono continue vessazioni e vennero lasciati senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con le proprie deiezioni. I sequestratori non risparmiarono l’uccisione di qualche ostaggio durante i tre lunghi giorni in cui si sviluppò l’operazione terroristica, mentre fuori vigeva l’assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da quale evento, causarono la reazione di attentatori e la risposta delle squadre di sicurezza facendo così sfociare la situazione in un drammatico eccidio. Delle circa 1200 persone costrette nella palestra più di 300 delle quali 186 bambini persero la vita.
    La prima volta che mi recai alla scuola di Beslan era, come detto, un primo settembre. Giorno di celebrazione quindi ma il silenzio che si avvertiva per le strade della cittadina osseta nonostante la gente per strada, i bambini, i poliziotti addetti alla chiusura del traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti davano la sensazione di trovarsi in una atmosfera ovattata.
    Mi mossi taciturno nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’eccidio, e mesti pensieri mi assalirono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito erano e sono ancora oggi tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto, ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati od associazioni ed istituzioni giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, facevano e continuano a fare da cornice alle centinaia di candele poste al centro della palestra dove è stata eretta una grande croce ortodossa. Mazzi e corone di fiori completavano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangevano in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione fu stringente.
    Da allora mi reco a Beslan sistematicamente, anche più di una volta l’anno se capita, anche in compagnia di persone interessate a saperne di più di questa triste vicenda.
    Sentire gli eventi raccontati da altri, seguirli da lontano su giornali e tv, vedere foto e video di quei momenti ti lascia pensare ma resti sempre comunque distaccato.
    Camminare invece sul pavimento di legno della palestra con ancora presenti le buche causate dalle esplosioni, vedere la scuola oramai abbandonata, osservare una ad una le foto delle vittime, bambini e non, leggere i loro nomi e le date di nascita, respirare l’atmosfera rarefatta e di silenzio che si avverte nell’ex plesso scolastico ti fa avvertire davvero la portata di quella tragedia in tutta la sua violenza. La percepisci in maniera diretta. Ed ogni volta non è mai uguale a quella precedente.
    Sensazioni ancora più forti che si avvertono al “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’aeroporto. Lì, attraverso foto e data di nascita e di morte, le vittime le “vedi” tutte.
    Nel corso di questi ultimi anni ho ascoltato gli eventi dell’attacco terroristico dagli involontari protagonisti. Da coloro i quali prestarono alla causa comune i loro cortili adiacenti la palestra per essere utilizzati come base da militari e soccorritori durante i tre giorni dell’assedio o da coloro i quali abitavano e continuano ad abitare nei pressi della scuola o anche da cittadini qualunque.
    Ma le testimonianze più forti provengono dai familiari, dalle madri alle quali i figli sono stati portati via per sempre in maniera crudele:
    “Per chi ha perduto i propri cari ed i propri figli nel corso di quell’attentato, la vita non è più come prima. Ogni giorno i ricordi di quell’inizio di settembre 2004 ci assalgono con forza e le emozioni esplodono continuamente. Ma fa piacere che la gente, nel mondo, si ricordi. Allevia un poco il dolore vedere che gente arriva da lontano per mostrare la propria vicinanza ancora a distanza di anni. Ci fa sentire meno soli. Perché l’importante è non dimenticare. Affinchè fatti del genere non accadano più”.
    Ogni volta che torno ed ogni volta che ascolto la storia di quei giorni da chi ha tragicamente vissuto quei momenti vengo catapultato in un vortice di tristi emozioni.
    L’Italia tramite associazioni ed iniziative di alcuni gruppi è da sempre stata vicina a Beslan sia con progetti specifici sia con iniziative a ricordo.
    In qualche località anche la toponomastica cittadina è stata dedicata alla memoria di quella vicenda.
    Ma quello che tutti noi singolarmente possiamo continuare a fare è comunque non dimenticare la strage di Beslan e soprattutto le madri ed i parenti che ancora piangono i propri figli ed i propri congiunti.
    Morti per cosa?

    LUCA PINGITORE

  • Libano 2021: la Terra dei Cedri ad un anno dall’esplosione di Beirut

    LE ISOLE LIBANESI. TRA TURISMO E TRAFFICI ILLEGALI
    La vecchia imbarcazione, del tutto simile ad una feluca a motore, solca il mare che in questo angolo di Medio Oriente presenta acque limpide e cristalline. Gli sparuti passeggeri si sono portati dietro tavoli e sedie di plastica, ombrelloni, lettini da spiaggia, borse termiche con bevande e cibi vari ed alcuni di essi anche una cassa acustica preamplificata ed un piccolo barbecue. La mia presenza sul grande gozzo risulta subito impropria. Sono infatti l’unico straniero e sono l’unico a bordo che non si sta recando a trascorrere una giornata nel mezzo del mar Mediterraneo.
    Il barcarolo bruciato dal sole in un misto di inglese e levantino mi lascia intendere che scaricherà anche me come gli altri in una delle isole che gli indicherò e poi mi verrà a riprendere dopo averlo chiamato al telefono. E’ piacevolmente sorpreso dalla mia presenza poiché gli ricordo l’Italia e quando, da giovane militare, vi si recò imbarcato su una nave come marinaio. Questo aneddoto mi incuriosisce e cerco di capire in quale occasione o per quale missione ciò sia accaduto ma il suo parlare in levantino inglesizzato non di certo aiuta a soddisfare la mia curiosità.
    Ci troviamo di fronte il Libano e le piccole tredici isole situate al largo di El Mina, geograficamente collocate quasi come un ponte verso Cipro, sono una meta unica e per certi versi esclusiva. Quasi tutti gli isolotti non sono altro che enormi scogli piatti che, data la loro particolare conformazione geomorfologica, la gente sfrutta per andare a pescare; per posizionare i lettini da spiaggia e prendere il sole; per sistemare i tavolini da bar anni ’80 e mangiare, bere, fumare lo shisha [narghilè], giocare a carte; per accendere il barbecue e grigliare con musica in sottofondo. Ci si reca sulle isole per una tipica scampagnata ma in costume da bagno e con i piedi affondati fino alle caviglie nell’acqua salata del Mediterraneo. La voglia di scendere, tuffarsi nel verde marino, aggregarsi ad uno dei vari gruppetti di persone che trascorrono la giornata tra le isole si insinua forte in me ma non è questo il motivo del mio approdo nel remoto arcipelago libanese. Decido quindi di gustarmi l’intero giro del taxi marino e rientrare poi con esso al molo improvvisato dal quale siamo salpati dalla costa di Tripoli.
    I primi passeggeri vengono abbandonati sull’isolotto di Bellane. L’attento timoniere, aiutato da un bagnante che blocca con le mani il natante in legno, ferma la barca a pochi centimetri dal levigato e naturale pavimento in pietra che si scorge sotto l’acqua trasparente e che circonda lo scoglio vero e proprio.
    Il battello prosegue la sua navigazione per le successive masse rocciose incastonate nel Mediterraneo Orientale e considerato che sono l’unico passeggero che resterà a bordo per tutto il tragitto, il capitano della bagnarola mi consente delle brevi soste su un paio di isole di mio interesse in cambio di poter poi annoverare nel mio curriculum la qualifica di mozzo. Tocca a me quindi, in bilico sulla prua, aiutare il marinaio durante le manovre di abbordaggio ai vari spuntoni marini ed infine cazzare la gomena in pieno stile fantozziano quando ancoriamo davanti all’isola delle Palme ed in seguito a quella di Ramkeen, le due vere isole, seppur piccole, dell’arcipelago fenicio.
    Vista dal mare l’isola delle Palme con la sabbia dorata della sua spiaggia e la folta vegetazione centrale sembra esser la fonte d’ispirazione del mito dell’ “isola deserta” stereotipo di film, libri, visioni oniriche. Qualche piccolo yacht privato è ancorato poco lontano dalle sue coste ed i pochi spiaggianti sbarcati si godono l’atmosfera di relax che regala questa località dove è possibile notare tartarughe, volatili e, si dice, anche qualche coniglio, discendente di quelli che venivano allevati qui dai francesi fino alla prima metà del secolo scorso.
    Ed infatti per la sua amenità l’ “isola dei conigli”, l’altro nome con il quale è conosciuta, è ufficialmente una riserva naturale nonchè sito Unesco.
    La mia destinazione finale è però l’ultimo avamposto di questo particolare arcipelago che vide transitarvi anche i crociati durante i loro lunghi viaggi verso la vicina Terrasanta.
    L’isola di Ramkeen, conosciuta anche come Fanar, è l’isolotto più lontano dalla costa libanese ed in linea d’aria quello più vicino a Cipro.
    Spoglia e con solo un vecchio faro oramai in disuso, l’isola in questione è la meno utilizzata dai bagnanti anche perché capita che per alcuni giorni venga requisita dall’esercito libanese ed utilizzata come luogo d’addestramento congiunto con altre forze straniere per simulare operazioni anti terrorismo e di contrasto al contrabbando con tanto di finti prigionieri e conseguente esfiliazione tramite elicotteri.
    Una location perfetta considerato che proprio il cosiddetto terrorismo internazionale ed il contrabbando di armi incrociano la storia dell’isola arrivando a toccare anche fatti di storia contemporanea italiana.
    Nel 1979 con la cosiddetta “operazione Francis” Mario Moretti, ai tempi considerato uomo di punta delle Brigate Rosse, insieme ad altri due personaggi legati allo stesso movimento armato italiano, salparono a bordo del “Papago” da Numana, località della Riviera del Conero non lontano da Ancona, e dopo una sosta a Cipro si ancorarono intorno l’isola di Ramkeen per caricare armi da gruppi palestinesi e portarle quindi poi in Italia. Magari non l’unica volta che una operazione del genere viene svolta tra questi isolotti e magari anche con attori e mercanzia diversificata a seconda della situazione.

    INTRECCI STORICI CON L’ITALIA ED ALCUNI LUOGHI SIMBOLO DELLA GUERRA
    Ma la storia italiana di quegli anni ha numerosi altri punti di connessione con il Libano, vicende ingarbugliate ed ancora misteriose che si intersecano con gli avvenimenti della “strategia della tensione”.
    Tralasciando gli aneddoti dei vari campi di addestramento paramilitare dove in numerosi transitarono provenienti dal nostro paese, oppure la presenza oramai quarantennale dell’esercito italiano nel sud del paese [qui la nostra esperienza precedente: Libano 2020: la Blue Line Unifil] o alcuni personaggi in debito con la giustizia recatisi a svernare nel “paese dei cedri” in attesa di tempi migliori, uno degli incroci rimasto senza soluzione è la scomparsa nel settembre del 1980 dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo ingoiati dalla cortina fumogena alzata per coprire ulteriori intrecci geopolitici.
    Nella Beirut dove l’Italia definì e gestì il “lodo Moro” tramite il colonnello Giovannone, deus ex machina e garante del patto che avrebbe dovuto rendere l’Italia immune da operazioni terroristiche palestinesi, i due cronisti sparirono dall’hotel Triumph nell’allora settore ovest della capitale libanese.
    Una città che era divisa e disastrata dalla guerra e che oggi annovera tra i simboli di quegli anni drammatici proprio un altro hotel, quell’Holiday Inn che con il suo imponente scheletro bruciacchiato domina la Zaituna bay, l’area elegante del lungomare cittadino. L’Holiday Inn di Beirut come il palazzo della televisione serba e quello del Ministero della Difesa a Belgrado, involontari monumenti a testimonianza di drammatici eventi.
    La “battaglia degli alberghi”, combattuta tra gli hotel contigui della zona, avvenuta tra il 1975 ed il 1976 diede in pratica il via alla lunga guerra, suddivisa in fasi, che tormentò il Libano fino al 1990.
    A poca distanza dalla struttura del vecchio Holiday Inn si nota sulla Corniche, il lungomare, il St. Georges, un altro antico ed elegante hotel di quando il Libano era considerato la “Svizzera del Medio Oriente” ma oramai abbandonato proprio dai tempi della battaglia appena citata e nei pressi del quale il Primo Ministro dell’epoca, Rafic Hariri, fu ucciso con una esplosione in un attentato nel 2005.


    LA SITUAZIONE IN SEGUITO ALL’ESPLOSIONE NEL PORTO
    La deflagrazione che più ha colpito la capitale in maniera diretta e tutto il popolo libanese a livello emotivo è stata però quella avvenuta il 4 agosto del 2020 a circa a circa tre chilometri da questa signorile ma quasi deserta area del lungomare. Epicentro un deposito del porto e come propagazione di danni e morte interi quartieri circostanti. Evento del quale appresi quasi in tempo reale tramite la visione di video esclusivi.
    Mi aggiro per Remeil e Mar Mikhael, le zone più direttamente colpite dalla detonazione. Vetri, infissi, vecchi balconi, muri incerti e quasi tutti gli esercizi commerciali costituiti soprattutto da bar e ristoranti sono andati distrutti nonostante ora per strada si notano soprattutto decine di impalcature con solerti operai al lavoro e quasi non ci si accorge di quello che è accaduto solo pochi mesi fa.
    Annoverando Beirut una particolare conformazione architettonica dove vecchie palazzine si alternano a moderni grattacieli costruiti su precedenti costruzioni distrutte dalla lunga guerra, di certo non mancano fabbricati con ancora ben tangibili i segni dell’esplosione. Queste zone della città, per chi ha visto personalmente i luoghi in questione, sono una sorta di via di mezzo tra i quartieri distrutti di Joubar, Barzeh e Al- Kaboun di Damasco dove il conflitto è terminato da poco ed il quartiere crivellato di colpi di mortaio di Dobrinja a Sarajevo dove invece la normalità è tornata da qualche anno.
    Provoca un certo effetto rivivere in un clima di ricostruzione quelle stesse strade di Beirut che nel febbraio 2020 accolsero me e chi mi accompagnava in quel viaggio con una atmosfera di spensieratezza.
    L’area del porto, fulcro dell’imponente scoppio, è stata già quasi tutta ripulita. Restano ferraglia ammassata e delle navi-gru che operano in quello che oramai è un grande spiazzo assolato. Di ben visibile è rimasto solo un imponente blocco di cemento, parte del deposito esploso, un vero e proprio monolite che si staglia sul mare e che cattura l’attenzione quando gli passi vicino a piedi od in auto e distinguibile anche a distanza ed anche di notte. Quando la visione nella baia della sua forma scura attorniata dalle luci della capitale e dalle sagome dei mercantili che stazionano all’imbocco del porto accompagna il sorseggiare lento di una chiara “Beirut” o di una preziosa “Almaza” in un rilassante silenzio. Di notte come di giorno una visuale privilegiata, chiara, panoramica. Quasi strategica.
    Prospettiva nitida di cui si può beneficiare da un qualsiasi punto della vasta area dove sorge l’Ambasciata Statunitense in Libano.
    Ambasciata che occupa un intero versante di una collina dove per transitare, per andare a casa, al lavoro, in un negozio, in un ristorante devi oltrepassare un check point dell’esercito libanese. In auto rallenti, il militare di turno ti lancia uno sguardo e via verso i fatti tuoi. Posti di controllo nelle vicinanze di punti strategici sono la normalità in Libano. Nel precedente viaggio ne superammo diversi per raggiungere il cancello chiuso che a sud segna la fine del paese al confine con Israele, proprio dove parte la “Blue Line”, come anche rientrando a Beirut dopo la sortita a Damasco dove ad uno di questi check point vivemmo una esperienza particolarmente concitata. [Siria 2020: Damasco]
    Tutta l’area dell’Ambasciata è reticolata e controllata a vista da militari su alte torrette e per accedere all’interno della Rappresentanza bisogna ovviamente superare serrati controlli. Sia all’ingresso riservato ai pedoni, dove nei giorni di apertura numerose persone si mettono in fila per richiedere un visto per gli States anelando una vita diversa, sia al varco di accesso per le vetture sbarrato da un doppio e possente sistema di cancelli in acciaio, intervallati da un piccolo spazio di ispezione, che si aprono a comando. L’ingresso è controllato da un paio di aitanti marines che nascosti tra le grate scrutano fissi la strada già con il dito sul grilletto pronti a puntare il fucile e fare fuoco senza perdere eventuale inutile tempo.
    L’area riservata alla Rappresentanza Diplomatica sta per diventare il più grande hub statunitense per il Medio Oriente comprensivo di un funzionale eliporto. Proprio per questo lo spazio originario è interessato da imponenti lavori di costruzione e trivellamento che proseguono alacremente con decine di operai locali utilizzati per l’ampliamento della base. Accompagnati la mattina presto con degli autobus, controllati all’ingresso ed all’uscita e riportati via dagli stessi bus la sera a fine turno.
    Ambasciatore, diplomatici e personale accreditato, per forza di cose data la più che ottimale posizione nonostante la distanza, hanno vissuto in diretta i tragici momenti successivi all’esplosione nel porto di Beirut avvertendo anche loro il tremito della terra ed il violento spostamento d’aria. Magari qualcuno della Diplomazia guardava verso il porto già prima dell’esplosione, magari mentre venivano serviti thè e pasticcini ad amici giunti da non molto lontano. Una fantasticheria da trama di una spy-story che forse vengono ispirati dal mio trovarmi fisicamente in Libano. O forse vengo influenzato da quello che ascolto dal “solito metronotte, nottambulo inguaribile” [appellativo dato a chi ovunque nei nostri viaggi ci imbecca suggerimenti, dalla nightlife locale alle questioni geopolitiche] di credo cristiano-maronita che sostiene curiosamente la stessa tesi del “solito metronotte” di confessione musulmana. Due versioni simili di provenienza contrapposta fanno un indizio. Elemento probabilmente confermato in questo caso dall’allusivo silenzio di un ulteriore “metronotte”, quello sempre ben informato sui fatti locali.
    Secondo la voce metropolitana, quindi, l’esplosione sarebbe avvenuta a causa di una bomba sganciata da un aereo israeliano su un deposito segreto di armi e materiale deflagrante in uso alla formazione politica libanese Hezbollah. Il frastuono di un aereo è stato distintamente avvertito da molti testimoni uditivi pochi istanti prima dell’esplosione. Proprio l’insolito fragore dell’aeromobile è stato l’elemento che ha catturato l’interesse di molti che, ascoltato il rumore inusuale, si sono affacciati alle finestre o si sono messi a guardare in aria per comprendere cosa stava accadendo. Il tempo di alzare lo sguardo e boato e fumo erano già diffusi nell’atmosfera mentre spostamento d’aria e movimento tellurico si erano già propagati per chilometri.
    La tragedia dell’agosto 2020 sembra esser stata però subito dimenticata dal governo libanese, le istituzioni hanno repentinamente relegato la disgrazia nell’oblio. Se davvero lo scoppio è stato causato da un attacco deliberato di Israele, la politica libanese come mai non si è mossa ufficialmente, è la domanda che potrebbe quindi sorgere spontanea. Risposta ovvia, è convenuto accettare morte e distruzione sul proprio territorio da parte di mano straniera pur di non esser costretti a svelare le connivenze affaristico-militari che si intrecciano tra i partiti maroniti ed i musulmani di Hezbollah ed Amal. Fazioni avverse durante gli anni della guerra e colleghi alle redini del paese al giorno d’oggi. Tutti e tre i “metronotte” forniscono questa lettura dei fatti spacciandola per certa.


    BANCAROTTA ECONOMICA E CRISI POLITICA
    E’ un Libano abbastanza diverso da quello che vidi nel febbraio 2020. Un Libano dove ora il popolo cerca di mantenersi a galla mentre le istituzioni affondano sempre di più. Da mesi non si riesce a formare un governo stabile ed alcuni interessi stranieri sguazzano nell’instabilità creatasi come conseguenza del drammatico default nel quale è sprofondata l’economia.
    Dall’inizio del 2020 ad oggi si sono accavallati la pandemia, il fallimento economico e l’incredibile esplosione al porto ma c’è comunque voglia di ricominciare, soprattutto tra la popolazione di Beirut che sta rimettendo in sesto la città a proprie spese o grazie a qualche aiuto fornito da paesi stranieri, considerato che appunto il Libano a livello politico ed economico è nel totale caos.
    E le ripercussioni nella quotidianità sono concrete.
    A partire dalle distese di rifiuti ammassati ai lati delle strade in diverse aree del paese che in alcuni casi si allargano di giorno in giorno. Dove la sera prima hai guidato schivando l’immondizia, il pomeriggio successivo sei costretto a passarci sopra. Ogni tanto, in prossimità di sedi influenti, l’area viene ripulita semplicemente tramite trasloco della spazzatura in siti analoghi nelle vicinanze mentre il surriscaldamento dovuto alle alte temperature estive fa scatenare gli effluvi che rilasciati inebriano le vicinanze.
    Ma d’altronde in molte parti d’Italia, dove la situazione economico-politica è abbastanza differente rispetto alla Terra dei Cedri, si notano in questo settore contesti molto analoghi.
    La situazione più grave in Libano si manifesta però in ambito energetico. La distribuzione di energia elettrica pubblica si prende alcune pause durante il giorno o la notte e per questo quasi tutti si sono dotati di generatori privati o condominiali che entrano in funzione durante queste consuete interruzioni generali in maniera da garantire così la continuità di utilizzo.
    Non è la Pristina avvolta dal rumore dei gruppi elettrogeni continui pre-dichiarazione d’indipendenza del Kosovo ed ancora in piena gestione UNMIK e neanche la capitale della Corea Del Nord Pyongyang lasciata ogni notte quasi completamente al buio per non sprecare l’energia solare accumulata durante il giorno, giusto per citare un paio di esperienze paragonabili vissute personalmente, ma il Libano di questi giorni è in piena emergenza energetica.
    Gasolio e benzina per muovere mezzi di trasporto e fornire elettricità sono volutamente centellinati al minimo in base a quello che si ascolta nei vicoli, in totale penuria di approvvigionamenti nazionali secondo quello che si sente dire nei salotti. Qualunque sia la verità i rifornimenti di benzina restano chiusi per giorni e quei pochi aperti che distribuiscono carburante sono presi d’assalto con lunghe ed a volte interminabili code. Spesso si trascorrono ore ad attendere il proprio turno nelle autovetture rese incandescenti dall’implacabile solleone. Capita che qualcuno, probabilmente dietro soffiata, venendo a conoscenza dell’imminente apertura di un determinato distributore lasci l’auto parcheggiata la sera prima in maniera di ritrovarsi in pole position poi l’indomani all’ alba. Non mancano le discussioni veementi tra gli avventori delle pompe di servizio in prossimità delle quali, per le lunghe code, si creano spesso ingorghi stradali gestiti a fatica e stancamente da sfiduciati agenti di polizia. I tassisti sono costretti a valutare la convenienza prezzo – distanza – coda al rifornimento se sono opzionati per percorsi extra urbani o comunque ritenuti troppo lunghi.
    La contraddizione sta però tutta nel fatto che nonostante la difficoltà a reperire il carburante necessario per muoversi quotidianamente praticamente nessuno rinuncia all’utilizzo dell’auto privata. Auto che per molti è uno status symbol. Ferrari, Maserati, Porsche nell’area di Beirut si notano quasi alla stregua delle classiche vetture più popolari che a nord ed a sud del Libano sono invece altamente diffuse.
    Ed a bordo di una automobile inglese d’epoca si presenta il mio “agente di cambio”. E’ la norma rivolgersi al mercato nero per acquistare valuta locale considerato il più che favorevole tasso di cambio rispetto a quello ufficiale, considerata anche la benevolenza con la quale euro o dollari sono accettati dai privati.
    I salari votati al ribasso, i conti correnti sostanzialmente bloccati e l’inflazione vertiginosa condizionano il sistema economico libanese che da un anno è oramai in bancarotta dichiarata.
    Nonostante ciò i locali notturni, pesantemente condizionati dalle chiusure dei mesi scorsi a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, risultano frequentati e vivaci. Quelli riaperti della zona di Mar Mikhael già citati come quelli di Dbayeh, Jounieh, Batroun. Cinquanta chilometri di costa che erano fonte di attrazione turistica estiva e che ora si barcamenano esclusivamente con la popolazione locale. Nessun turista straniero si vede passare da almeno un anno cosicchè il mio girovagare per il paese risulta per molti ambiguo.
    Ciò non mi impedisce comunque di tornare a scandagliare in maniera più approfondita uno dei quartieri di Beirut roccaforte del movimento politico di Amal. Lo stesso quartiere dove ci eravamo infilati un anno e mezzo fa e da allora rimasto nella lista dei posti da dover rivisitare in maniera più adeguata. Quello che a prima pregiudizievole vista può sembrare ai più nient’altro che un quartiere fatiscente è un rione in realtà denso di storia dove sono ancora visibili i resti dei circa quindici anni di conflitto civile. La passeggiata tra le sue strade dense di vita popolare si dimostra attraente. Come anche l’esser scrutato da alcuni preposti di zona si rivela meno invadente rispetto alla mia precedente visita.
    D’altronde sono luoghi teatro di forti tensioni e dove spesso l’esser vigile sulle varie situazioni che possono presentarsi è la regola fondamentale. Lo si nota, ad esempio, anche dal riflesso condizionato di un militante di Hezbollah in seguito all’impercettibile distinzione dei miei passi felpati ma innocui in avvicinamento, durante una mia ulteriore gita nelle montagne del sud del paese. Il suo scatto è emblematico per chi è avvezzo ad alcune dinamiche. Solo chi ha un certo addestramento ha la naturalezza di queste movenze. Anche in situazioni assolutamente rilassate bisogna sempre esser pronti all’azione.
    Siamo in Libano, un paese segnato da anni di belligeranza. Un paese abituato ai giochi geopolitici stranieri sul proprio territorio. Un paese dove decine di persone si muovono su scacchieri che determinano gli equilibri dell’area mediorientale. Un paese la cui situazione ha ispirato diverse storie di spionaggio. Un paese dove all’aeroporto internazionale di Beirut noti distrattamente un uomo trasandato che staziona nei dintorni del check in per il quale sei in coda. “E’ lei miss…?”; “Si”, “Bene, mi faccia vedere il suo passaporto. Sono dei servizi d’immigrazione. Sono incaricato dal Ministero. Venga con me. Mi segua”, l’uomo si rivolge alla donna in fila davanti a me. I due spariscono nei meandri dell’aeroporto ed il volo parte senza la donna. Non siamo in un film. Siamo in Libano. La comunque meravigliosa ed affascinante Terra dei Cedri.

    LUCA PINGITORE

    Si consiglia di leggere anche:

    Libano 2020: La Blue Line Unifil

    Siria 2020: Damasco

     

  • I Viaggiatori Indipendenti ripartono da Gradara e San Marino

     

    I Viaggiatori Indipendenti ripartono da Gradara e San Marino
    Photo credit: marcoiaconetti.com

    Svoltosi nel week end il raduno nazionale dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA

    Nel week end appena trascorso si è svolto tra l’antico borgo marchigiano di Gradara e la Repubblica di San Marino il raduno nazionale dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA.
    L’Associazione di Viaggiatori organizza regolarmente conferenze, eventi e raduni legati al viaggio, scegliendo per questi ultimi sempre location differenti alternandole tra le varie regioni d’Italia.
    Per il primo raduno post pandemia i membri dell’Associazione hanno scelto di ritrovarsi e riprendere le attività dopo la lunga pausa forzata dividendosi tra la località dove si consumò l’amore di Paolo e Francesca raccontato da Dante nella Divina Commedia e la Repubblica del Monte Titano, dando così anche un tocco di internazionalità al ritrovo.
    I raduni OTRA, organizzati oramai da un decennio, sono appuntamenti dall’atmosfera conviviale aperti a chi ha la passione di viaggiare, la voglia di condividere esperienze ed il piacere di confrontarsi tra appassionati.
    Sabato 5 giugno i partecipanti, italiani e stranieri, giunti da diverse regioni d’Italia hanno assaporato la romantica ed unica atmosfera della Rocca di Gradara dove il Sindaco della cittadina, Filippo Gasperi, ha salutato il gruppo accogliendo l’evento come un segnale di ripartenza che va al di là del mero significato simbolico.
    Il tema di questa edizione del raduno, dal titolo scanzonato nel pieno spirito degli iscritti all’Associazione, è stato:
    “Viaggiare nei luoghi che tua madre ti ha detto di non frequentare. Località estreme, aree di crisi, esperienze inaspettate tra viaggio, avventura e geopolitica”.
    Selezionate per l’occasione tra le numerose avute in diverse aree geografiche, si sono succedute così le esperienze di alcuni viaggiatori che orbitano nell’Associazione.
    Introdotti dal “Cancelliere” Marco Lopez, coordinati dalla VicePresidente Valentina Galleano ed intervallati da aneddoti di viaggio del Presidente Luca Pingitore, hanno preso la parola:
    Claudio Serafini, uno dei fondatori del gruppo, raccontando la sua esperienza trascorsa con gente di diverse etnie oramai mescolatesi tra di loro a seguito delle continue guerre nella regione forestale della Guinea Conakry al confine con la Costa D’Avorio, la Liberia e la Sierra Leone;
    Il massimo esperto italiano di Siberia, creatore del sito solosiberia.it nonché membro fondatore dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti, Daniele Castiglioni con i suoi racconti inerenti l’impraticabile area fluviale della Tunguska da lui affrontata in più viaggi navigando in canoa anche per settimane ed i suoi numerosi ed interminabili viaggi in treno scorazzando dall’Italia all’isola di Sakhalin;
    Luca Amadessi che ha relazionato circa uno dei suoi progetti calcistici organizzato nella Repubblica Democratica del Congo in esclusiva nella isolata regione di Minembwe, area bagnata dal fiume Kivu, finendo poi ad allenare i militari dell’esercito pakistano inviati in quella remota regione in missione di pace ONU;
    Diego Bocchi, uno dei primi ad essersi recato in viaggio nella Siria martoriata dalla guerra che ha portato così una testimonianza diretta da viaggiatore e non da osservatore politico o da reporter e che con l’occasione ha presentato anche il suo volume “Apeiron. Diario di Siria” in anteprima;
    Luca Acitelli che ha riportato le impressioni avute durante un suo lungo viaggio attraverso le impervie montagne del Wakhan, del Pamir e del Karakorum in Asia Centrale riuscendo a vivere esperienze uniche in una atmosfera bucolica ancora ospitale e curiosa del viaggiatore straniero;
    Giuseppe Trabattoni che tra i suoi vari racconti di viaggio ha trasportato i presenti indietro di qualche anno con la sua storica avventura alla “fine del mondo”, nelle isole Kurili contese tra Russia e Giappone, dove rimase bloccato per circa un mese insieme al suo compagno di viaggio Alessandro Gardini amministratore del webforum russia-italia.com, realtà tra l’altro gemellata con l’Associazione OTRA.
    Dopo essersi perfettamente integrati nell’aria vacanziera dell’accogliente Gabicce mare, inaugurando di fatto la stagione estiva, l’inizio simbolico di una ritrovata libertà di viaggiare è stato celebrato dai partecipanti il secondo giorno dell’evento, domenica 6, recandosi nella Repubblica di San Marino, la più antica repubblica al mondo.
    Accolti nel centro storico, il Castello capoluogo della Repubblica, dall’imprenditore e viaggiatore Francesco Chiarelli, la delegazione dell’Associazione ha concluso la due giorni del suo evento nel Palazzo Pubblico il luogo nel quale si svolgono le cerimonie ufficiali della piccola Repubblica.
    Una chiusura figurativa del raduno in attesa del prossimo previsto in autunno, quello che celebrerà i dieci anni ufficiali di attività.
    Nel frattempo, è tempo di riprendere a viaggiare.

  • Raduno generale OTRA 2021

    La situazione pandemica mondiale ci ha costretto, nostro malgrado, a restare “in sonno” per un periodo abbastanza lungo.
    Il 2020 era iniziato con uno dei grandi meeting di OTRA. Quasi in subliminale previsione della situazione di chiusura totale che si sarebbe determinata poi un paio di mesi dopo, quel raduno vide una delle più alte partecipazioni di sempre. Più di 60 persone da tutta Italia si ritrovarono per la due giorni di Piacenza. Un evento che portò rinnovato entusiasmo a tutti partecipanti, ma purtroppo forzato a restare sopito per un anno e mezzo.
    Ma è’ finalmente giunto il momento di riaccendere il fuoco dello stare insieme e del riassaporare l’emozione di poter confrontarsi con altri appassionati viaggiatori.
    E per questo che i nostri motori, tenuti al minimo ma sempre accesi, stanno ricominciando a rullare annunciando
    Il nuovo meeting generale dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti, evento imperdibile per tutti i viaggiatori, questa volta sarà doppio. Un evento nell’ evento: raduno generale e incontro aperto al pubblico sul viaggio.
    Il meeting è aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare, conoscere altri viaggiatori e scambiare esperienze di viaggio.
    L’evento si svolgerà in due giorni e sarà possibile partecipare per l’intero programma o prender parte solo a parte di esso.

    Sarà anche l’occasione per dare inizio alle celebrazioni dei 10 anni di OTRA.

    Data:
    5 / 6 Giugno 2021
    Località:
    GRADARA (PU) – REPUBBLICA DI SAN MARINO 
    Programma:

    Sabato 5:
    – ore 12:00 inizio ufficiale del raduno con il ritrovo alla spicciolata dei partecipanti
    – Pranzo informale

    Pomeriggio:

    –  Visita della Rocca di Gradara, il palazzo dell’amore di Paolo & Francesca narrato da Dante nella Divina Commedia

    – Assemblea generale dei viaggiatori:

    “Viaggiare nei luoghi che tua madre ti ha detto di non frequentare”

    Località estreme, aree di crisi, esperienze inaspettate tra viaggio, avventura e geopolitica.

    Sera:

    – Cena sociale aperta a tutti i partecipanti

    Domenica 6:
    – Visita dela Repubblica di San Marino

     – Pranzo

    –   Varie ed Eventuali

    –  Saluti  

    Riteniamo superfluo ricordare che l’evento si svolgerà secondo nessuna violazione dei decreti vigenti in materia di contenimento del virus.
    Tutta l’organizzazione si basa sull’attuazione delle direttive inerenti e di conseguenza tutti i partecipanti all’evento saranno tenuti obbligatoriamente a rispettare.

    I raduni OTRA sono appuntamenti dall’atmosfera conviviale per chi ha la passione di viaggiare, scoprire il mondo, aprirsi a nuove conoscenze e per chi… programma il prossimo viaggio già durante il ritorno dal precedente. Per chi, trascorsi pochi giorni dall’ultimo, inizia ad essere nervoso finché non intraprenderà il prossimo, finché non sarà

    …ON THE ROAD AGAIN…

    informazioni ed aggiornamenti:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

     

     

  • Turchia: un viaggio di migliaia di km nel periodo Covid

    Era l’ inizio di marzo 2021. Io e mia moglie non eravamo ormai più in grado di resistere senza fare un viaggio, troppo abituati alla libertà e a soddisfare la nostra sete di avventura e di conoscere sempre nuove realtà. Premetto che godiamo di una situazione personale assai favorevole : nessun impegno di lavoro e un camper furgonato attrezzato di tutto punto. Dai primi giorni di febbraio ci trovavamo in Moldova, la ex repubblica sovietica fra Romania e Ucraina, dove possediamo una casa. Abbiamo scelto la Turchia perché era un progetto che avevamo in passato e perché dalla Moldova è raggiungibile via terra piuttosto velocemente. Avevamo attraversato la Turchia già nel 2018 quando con il camper eravamo stati in Georgia e poi nella Federazione Russa per raggiungere Cecenia e Ossezia del Nord poi. Sapevamo che la gente era molto accogliente e il Paese ben organizzato. Ovviamente, visto che stavamo viaggiando in periodo di Covid, qualche titubanza e qualche apprensione l’avevamo, ma alla fine la voglia di partire ha nettamente prevalso.
    Un altro elemento che ci ha portato a scegliere la Turchia è stato che le norme in vigore per l’ingresso erano tutto sommato assai ragionevoli : era richiesto un tampone PCR con esito negativo eseguito non oltre le 72 ore dall’ ingresso e, una volta entrati nel Paese, richiedere un codice di tracciamento ( HES Code ) tramite SMS da una scheda telefonica turca ( almeno così scriveva l’ ambasciata d’ Italia ad Ankara ).
    Fatto dunque il tampone PCR con traduzione in inglese ( in Moldova il costo è di circa 35 euro ), il 6 marzo siamo partiti e abbiamo attraversato rapidamente Romania e Bulgaria, riuscendo ad entrare in Turchia dalla dogana di Demirköy già il giorno 7 nel primo pomeriggio. Nessun problema alla frontiera, i turchi sono assai ben organizzati e il tutto si è risolto in pochi minuti.
    In Turchia al momento del nostro ingresso era in vigore il coprifuoco notturno dalle 22 alle 5 oltrechè un coprifuoco totale la domenica nelle provincie classificate in zona arancione o rossa. Tuttavia i cittadini stranieri che, come noi, erano in Turchia per turismo erano esonerati dal rispetto di ogni norma restrittiva al movimento. Infatti mai siamo stati fermati o controllati in uno dei numerosi posti di blocco istituiti dalla polizia e dalla gendarmeria lungo le strade ( controlli in verità che in Turchia sono comunque la norma, soprattutto nelle aree verso est a causa dei problemi dovuti al separatismo curdo )
    La nostra prima sosta in Turchia è stata a Gelibolu ( Gallipoli in italiano ). Qui abbiamo iniziato ad apprezzare l’utilità del coprifuoco. E’ noto infatti che i turchi hanno l’usanza di occupare gli spazi all’aperto per allegri e chiassosi pic nic, incontrarsi e socializzare. Ottima e sana abitudine, sia chiaro, ma spesso accompagnata da musica e voci ad alto volume che, per chi dorme in un camper e come noi fa quasi sempre sosta libera, talvolta possono essere fonte di problemi. Il coprifuoco ha evitato tutto ciò e le nostre notti sono sempre state assolutamente tranquille.
    A Gelibolu ci siamo immediatamente procurati una SIM telefonica turca ( abbiamo scelto Turkcell perché è l’operatore che offre la maggior copertura ). Contrariamente a quanto avviene in UE, dove per avere una SIM del Paese visitato occorre avervi la residenza altrimenti ti accontenti dei pochi giga che passa il convento degli accordi fra compagnie telefoniche, in Turchia ( come del resto spesso avviene fuori UE ) basta andare in un punto vendita della compagnia telefonica desiderata, presentare il passaporto, e si ottiene subito una SIM con numero telefonico turco e una buona quantità di giga. 25 giga con la SIM per 15 euro, con la connessione che abbiamo condiviso tramite hot spot. Abbiamo poi fatto verso la fine del viaggio una seconda ricarica per evitare di restare senza connessione dati pagando 6 euro per 20 giga. Appena in possesso della SIM turca ho immediatamente richiesto il codice HES con la procedura indicata dalla nostra ambasciata, e cioè tramite SMS. Peccato che da alcuni giorni le autorità turche avessero cambiato la procedura attivando invece un modulo on line e che la nostra ambasciata non ne avesse dato ancora notizia ….. comunque alla fine il codice è arrivato e devo dire che è stato utile perché ci è stato chiesto spesso per entrare nei centri commerciali, entrare in taluni siti archeologici e salire sui mezzi pubblici, traghetti compresi. A Gelibolu abbiamo iniziato ad apprezzare la squisita ospitalità, gentilezza e accoglienza dei turchi, che ci accompagneranno in tutto questo viaggio e che ci faranno amare questo Paese. Abbiamo anche cominciato a godere dei loro coloratissimi mercati con pesce, frutta e verdura di ottima qualità e sapore, e dei loro capi di abbigliamento in ottimo cotone offerti a prezzi assai convenienti vista la forte svalutazione della lira turca. Il nostro percorso prevedeva di evitare Istanbul e di attraversare lo stretto dei Dardanelli sfruttando i tanti piccoli ferry boat che, per circa 5 euro, collegano in mezz’ora le sponde europea e asiatica della Turchia. Questo in attesa del completamento della costruzione fra Gelibolu ( lato Europa ) e Çardak ( lato Asia ) del colossale e ardito ponte sospeso la cui inaugurazione è prevista il 18 marzo del 2022.

    Con i suoi 2023 metri di luce tra le due torri sarà infatti il ponte sospeso più lungo al mondo superando di 32 metri il ponte dello stretto di Akashi in Giappone. Dietro al progetto e alla costruzione del ponte si cela un complesso di dati e numeri simbolici per la Turchia moderna: il nome ufficiale del ponte è “Ponte della battaglia di Gallipoli del 1915”. Con esso si vuole commemora la Campagna di Gallipoli, vinta dall’esercito ottomano guidato da Mustafa Kemal Atatürk, il 18 marzo del 1915. Proprio il 18 marzo del 2017, in occasione quindi del 102° anniversario della battaglia, è avvenuto l’inizio dei lavori del ponte. Inoltre, la luce tra le due torri, di 2023 metri, omaggia l’anniversario del primo secolo della Repubblica turca, che avverrà proprio nel 2023.

     

    Arrivati dunque sulla sponda asiatica, ci siamo diretti all’interno verso Bursa. Lungo il percorso interessante la sosta a Gölyazi, l’antica Apollonia, su una piccola e suggestiva penisola sul lago Uluabat, da cui è possibile apprezzare un affascinante tramonto. Forse fondata come colonia dai greci di Mileto, la città appare sulle monete già nel 450 a.C. Ogni anno la città ospita il Festival della cicogna, uccelli che qui arrivano numerosissimi.

    Proseguendo verso est sempre mantenendoci all’ interno, abbiamo così raggiunto il Tuz Gölü ( in turco letteralmente Lago Salato ), un deserto bianco di incomparabile bellezza a circa 150 km a sud-est di Ankara, uno dei più grandi laghi salati d’Europa e del mondo, la più grande riserva di sale del Paese e dell’Asia Minore e anche il secondo lago della Turchia per estensione. Posto a 900 metri sul livello del mare, normalmente è lungo 80 km e largo 50 e la profondità media non arriva a due metri. Le sue rive e la sua superficie offrono un paesaggio unico ed indimenticabile, quasi alieno. Un vero paradiso per gli amanti della fotografia e dei grandi spazi.

    Il nostro percorso attraverso il centro della Turchia ci ha poi portato a Kayseri, l’antica Cesarea, grande centro urbano sovrastato dalla vetta dell’ Erciyes Dağı, il grande vulcano che raggiunge un’altitudine di 3.916 m. Conosciuto dai Romani come Argaios, secondo il geografo Strabone nelle giornate limpide dalla sua vetta poteva scorgersi sia il mar Nero verso nord che il mar Mediterraneo verso sud :  «Dicono quelli che vi sono saliti (sono pochi) che di lì, nei giorni di bel tempo, si vedono tutti e due i mari, quello del Ponto e quello di Isso.». In epoca romana era ancora un vulcano attivo mentre oggi sembra spento. Lungo le sue pendici si trovano diversi impianti sciistici assai frequentati.

    Il nostro obiettivo era quello di raggiungere piuttosto rapidamente la zona del Monte Nemrut che, in pratica, rappresentava il punto più a est del nostro viaggio, e da lì poi scendere dapprima verso sud e il confine siriano, quindi iniziare a percorrere lentamente la costa mediterranea rientrando verso ovest. Superata Malatya con le sue montagne ancora innevate siamo così giunti nella zona ove sorge questa famosa montagna appartenente al gruppo del Tauro Orientale che è, con i suoi 2150 m di altezza, la più alta della Mesopotamia settentrionale. Qui ci siamo fermati per un paio di notti proprio in prossimità del ponte sul fiume Cendere ottimo esempio monumentale della spettacolare architettura di epoca romana. Dalla vicina postazione di guardia della gendarmeria sono in breve tempo arrivati i militari per rassicurarci che potevamo restare senza problemi e che se avessimo avuto problemi potevamo contare su di loro.

    Costruito nel secondo secolo avanti Cristo dalla XVI legione romana Flavia Firma sotto l’ imperatore Settimio Severo, il ponte ha una lunghezza di 150 metri, una altezza di 30 e una larghezza di 7 metri. Una sua particolare curiosità sono le colonne alte 10 metri che ancora oggi si possono ammirare in corrispondenza dei due ingressi. Inizialmente erano in numero di quattro : una per l’ imperatore Severo, uno per la moglie Giulia Domna e due per i suoi figli, Caracalla e Geta. Quando Geta venne ucciso, l’ imperatore, che nel frattempo era divenuto Caracalla, ordinò che la colonna a lui dedicata venisse abbattuta. E ancora oggi la mancanza della quarta colonna sull’ entrata ovest è evidente.

    Sulla sommità del monte Nemrut si erge la tomba santuario del re Antioco I di Commagene, riportata alla luce nel corso di scavi effettuati nel 1953. Si compone di un tumulo di pietra frantumata, di 150 m di diametro per un’altezza di 50 m. Alla base tre terrazze formano il santuario con altari e statue gigantesche a creare uno scenario toccante che coglie il suo apice alla luce dell’alba e al tramonto del sole, e anche con la neve non scherza. Data la sua ardua collocazione, la natura ha prevalso sull’uomo e con fulmini, terremoti e lo stesso trascorrere del tempo, le statue sono state decapitate e le teste sistemate intorno all’incredibile tumulo. Il luogo della sepoltura, nonostante diversi tentativi, è ancora da scoprire. Una lastra raffigura il cosiddetto “leone astrale” considerato uno dei più antichi oroscopi del mondo. Scendendo dalla montagna raggiungiamo il parcheggio dove abbiamo lasciato il camper e una famiglia di turchi, anche loro in visita al sito, con grande simpatia, ci invita a sorseggiare un assai gradito the caldo e a scambiare due parole in amicizia. I bambini non chiedevano di meglio che poter vedere come fosse fatto il camper al suo interno.

    Lasciamo dunque la montagna per scendere verso le pianure e le città che sanno più di oriente arabeggiante che di Turchia, nella parte più a est di questo grande Paese, dove il viaggio comincia davvero a tingersi si avventura esotica. Giungiamo così all’ antica cittadina di Harran, risalente all’ epoca assira, nota per le sue “ case alveare “. Si tratta di tradizionali case di argilla costruite interamente senza legno, molto simili ai trulli della nostra Puglia. Proprio come loro, la loro tecnologia costruttiva le rende fresche all’interno, adattandosi alle esigenze climatiche della regione, e si ipotizza che si costruiscano nella stessa maniera da almeno 3.000 anni. Alcune di loro erano ancora in uso come abitazioni fino agli anni ’80. Tuttavia, quelle che rimangono oggi sono esposizioni strettamente turistiche, mentre la maggior parte della popolazione di Harran vive in un piccolo villaggio di recente costruzione a circa 2 chilometri dal sito principale. La popolazione del villaggio oggi è composta principalmente da persone di etnia araba, con le donne che hanno spesso tatuaggi e sono vestite con abiti tradizionali beduini.

    A pochi chilometri da Harran era impossibile non visitare il celeberrimo sito archeologico di Göbekli Tepe, che rappresenta una vera e propria visita all’ alba dell’ uomo. Il tempio di Göbekli Tepe, da molti considerato il più antico santuario costruito dall’uomo, precede Stonehenge di ben 6.000 anni. Consiste in una serie di recinti circolari in pietra grezza delimitati da enormi pilastri calcarei e da una quarantina di pietre assemblate a forma di T, alcune delle quali alte anche cinque metri e pesanti 50 tonnellate. Parte di questo materiale è decorato con incisioni e sculture di ispirazione animale, prodotte tra 9.600 e 8.200 anni prima di Cristo. Poiché attorno al sito non c’è traccia di insediamenti umani, si pensa che Göbekli Tepe (“collina tondeggiante”, in turco, “sacre rovine”, in curdo) fosse una sorta di cattedrale sopraelevata, un luogo sacro su una collina. La sua costruzione dovette interessare centinaia di uomini nell’arco di tre o cinque secoli e rappresenta ancora oggi un mistero in buona parte da scoprire. Bisogna dire che le autorità turche hanno saputo valorizzare il sito grazie ad un museo e a una scenografia multimediale che valorizzano il luogo e creano atmosfere suggestive. La zona archeologica è raggiungibile attraverso bus navetta e il tutto appare ben organizzato e curato.

    Sarà proprio per questa moderna scenografia che è apparso ancora più forte e lacerante il contrasto con un gruppo di adolescenti (molti fra loro non avevano nemmeno 14 anni ), che, con ai piedi solo un paio di sandali, carichi con i loro sacchi di erba sotto la pioggia, ma belli nella loro semplice dignità, parevano usciti da un’epoca passata.

    Da Göbekli Tepe raggiungiamo Şanlıurfa, la grande città a pochi chilometri di distanza, dove ci immergiamo nel pittoresco e animatissimo centro. Notevole la curiosità e la simpatia che abbiamo suscitato, unici turisti, a passeggiare nel bazar, dove c’è stato persino chi, facendo finta di nulla, ci ha fotografato con il cellulare. E’ una Turchia molto “arabeggiante ” e “medio orientale ” quella che abbiamo trovato in questa regione di confine. Qui si vedono diverse donne (per lo più anziane ) con il burka nero e uomini con in testa il caratteristico copricato arabo….. ma la tolleranza e la simpatia verso il viaggiatore che viene da lontano è massima. Da Şanlıurfa iniziamo il lungo e lento percorso di ritorno verso ovest e raggiungiamo Gaziantep, ritenuta una delle più antiche città abitate continuativamente del mondo. I primi abitanti infatti pare vi si siano insediati fin dal 3650 a.C circa. La città ha acquisito grande importanza grazie alla sua posizione strategica sulla famosa Via della seta. Il Parlamento Turco ha dato alla città il titolo Gazi (guerriero vittorioso) l’8 febbraio 1921 (il giorno della sua resa alle truppe francesi), in riconoscimento della lunga resistenza e del valore dei suoi abitanti durante la guerra franco-turca, così da allora la città prese ufficialmente il nome di Gaziantep “Antep la Veterana” o “Antep la combattente della Fede”.

    Centro noto per la produzione di ottimo pistacchio, il tipico prodotto di Gaziantep è il baklava, a base di pistacchio e miele considerato il migliore al mondo e che, ovviamente, non dimentichiamo di acquistare in una delle sue oltre 180 pasticcerie. Un giro nel suo pittoresco bazar ci permette anche di gustare in un caratteristico locale affollato da gente del posto il famoso “ Adana kebab “, un piatto a base di carne di pecora grigliata e speziata.

    Scendiamo ancora verso sud ovest e raggiungiamo Adana, città situata quasi in corrispondenza della fine della costa mediterranea della Turchia, a poche decine di chilometri dalla Siria. La zona non offre particolare interesse e anche la costa è bassa e paludosa, per cui decidiamo di proseguire verso ovest fino a raggiungere Mersin e fermarci a Taşucu, una ridente cittadina affacciata sul mar Mediterraneo. Qui ci prendiamo qualche giorno di pausa entrando, per la prima volta, in un campeggio attrezzato, soprattutto perché avevamo bisogno di fare alcune lavatrici. Il luogo è assai gradevole e ne approfittiamo per rilassarci sul mare. Da Taşucu partono i traghetti per Girne, nella “misteriosa“ Cipro Nord e non vi nascondo che ci ho fatto un serio pensiero. Cipro del Nord è uno Stato a sé, auto-proclamatosi e non riconosciuto dalla comunità internazionale, che si estende nella zona settentrionale dell’isola di Cipro dal 1983, ovvero qualche anno dopo l’occupazione turca di quella parte dell’ isola. La sua capitale è Lefkoşa (il nome di Nicosia in turco), ovvero la parte nord sotto occupazione militare turca della città di Nicosia, divisa dalla linea di demarcazione dell’armistizio (la Green Line o Attila Line). Solamente la Turchia riconosce la dichiarazione di indipendenza della autoproclamata repubblica, mentre le autorità della Cipro “ ufficiale “ ( quella che aderisce alla UE per intenderci ) ritengono “illegale” ogni ingresso a Cipro Nord che avvenga dai porti della Turchia e consentono il passaggio solo attraverso tre check points della Green Line. Si dice che entrare a Cipro Nord sia un vero e proprio viaggio nel tempo, in una natura ancora incontaminata e in una regione dove il turismo di massa è pressochè sconosciuto. Purtroppo non avevamo chiare indicazioni circa le norme anti covid vigenti a Cipro Nord in quei giorni e quindi alla fine abbiamo scelto di rinunciare, rimandando tuttavia solo a tempi migliori il viaggio in quella parte di isola che deve essere assai affascinante. Riprendiamo dunque il nostro viaggio lungo la costa mediterranea e raggiungiamo Gazipaşa, piccola cittadina ricca di mercati al centro della zona di produzione delle banane, nota perché lì nel 117 d.C. vi morì l’Imperatore Traiano.

     

    A Gazipaşa, proprio sul mare, troviamo una attrezzata e comoda area di sosta per camper, dalla quale si gode lo spettacolo di splendidi tramonti. Qui abbiamo l’occasione di socializzare con diversi camperisti turchi, sempre disponibili a dare una mano e sempre molto socievoli ( ma mai invadenti ). Capita così che, pur senza parlare la stessa lingua, si crei una atmosfera di amicizia, fatta di musica di strada, di canti, di balli e di incontri….. E’ un popolo allegro e che sa vivere in compagnia quello turco, che si apre a chi viene da lontano, e così il viaggio diventa una occasione unica di abbattere barriere e pregiudizi. Fra i camperisti c’è anche un giovane inglese, in viaggio da solo con il suo simpaticissimo cane, in fuga dal clima sia meteo che soprattutto sociale dell’ Inghilterra nell’ era del covid. Egli è in Turchia da diverse settimane e prevede di chiedere alle autorità di polizia un prolungamento del visto per poter restare per tutto il tempo necessario. Sono scelte che fanno del viaggio una filosofia di vita. Del resto qui tutti ti coccolano e si fanno in quattro per farti sentire a tuo agio. Dal semplice gesto di saluto che tutti ti rivolgono appena arrivi, con la mano aperta, a significare che sei il benvenuto e che non sei un estraneo, fino all’ offerta delle dolcissime banane che qui crescono numerose. Volevamo sostare a Gazipaşa solo una notte, e così alla fine ci siamo rimasti quattro giorni !

    Proseguiamo quindi per Alanya che, grazie alla sua naturale posizione strategica su una piccola penisola è stata una roccaforte locale per molti imperi mediterranei, tra cui quello tolemaico, seleucide, romano, bizantino, e ottomano. Il clima mediterraneo, le attrazioni naturali e il patrimonio storico rendono Alanya una destinazione popolare per il turismo di massa, e la città è infatti responsabile per il nove per cento del settore turistico della Turchia, e del trenta per cento degli acquisti esteri di beni immobili nel territorio turco. A partire dal 1958 il turismo è aumentato, diventando il settore dominante in città, con un conseguente aumento della popolazione. Ogni anno in questa città hanno vita diverse eventi sportivi e festival culturali. La numerosa presenza di turisti, soprattutto russi ( che in questa città è di fatto la seconda lingua ) la rende però poco autentica, per cui una visita va anche bene ma, almeno per noi, nulla di più. Poco oltre Alanya, in direzione di Antalya, è invece assolutamente d’obbligo una sosta a Serik, l’antica Aspendos, che fu un’importante e popolosa città della Panfilia, secondo alcuni la più antica di tutta l’ Asia Minore. La storia della città è ricchissima. Qui l’ammiraglio ateniese Cimone, con un attacco a sorpresa e una flotta di 200 navi, sconfisse i Persiani nel 465 a.c.

    Dopo la conquista da parte di Alessandro Magno, la città passò sotto l’ Impero Romano. Durante l’occupazione romana, la città si ingrandì e si riempì di monumenti, e divenne un importante centro di commerci del sale, dell’olio, del grano, della lana, del vino e dei cavalli. Le rovine di Aspendus che oggi possiamo ancora ammirare risalgono proprio a questo periodo. Il loro gioiello è il famoso teatro costruito nel 155 a.c, e  considerato il teatro dell’ antichità meglio conservato oggi. Lungo oltre 100 metri e largo 25, l’edificio è capace di 7000 posti, e fino a poco tempo fa il teatro era ancora in uso per concerti, festival ed eventi. A causa di danni causati dal montaggio di attrezzature teatrali moderne le autorità turche hanno però sospeso ulteriori spettacoli ed oggi una nuova struttura moderna nota come Aspendos Arena è stata costruita nei pressi per continuare la tradizione del teatro all’aperto.

    Superata Antalya raggiungiamo la splendida spiaggia di Mavikent, un piccolo e tranquillo centro agricolo immerso negli agrumeti. La spiaggia è tranquilla e selvaggia, che è ciò che a noi piace, e in più si trova una sorgente di acqua dolce e un bagno pulito e attrezzato. Restiamo lì qualche giorno e godiamo degli splendidi tramonti resi ancor più suggestivi dalle onde che nel pomeriggio si sollevano impetuose.

    Dopo Mavikent la strada costiera si fa più tortuosa offrendo scorci magnifici sulle acque limpide e turchesi del Mediterraneo. Con i prezzi decisamente convenienti, le strade ottime, strutture ricettive ovunque, per i camper un vero paradiso, cibo ottimo e saporito specialmente frutta, verdura e pesce, persone splendide e accoglienti, con tesori storici e archeologici ben conservati e accessibili e un mare a livello di Grecia e Sardegna, la Turchia si sta rivelando un’ottima meta alternativa. La strada tocca Demre e qui si fa doverosa una sosta a Myra, l’ antica città ellenica della Licia di cui fu vescovo San Nicola e che visse il suo periodo di maggiore splendore nel II secolo a.C. Prospero centro commerciale in età romana, in gran parte ricostruita dopo un devastante terremoto nel 141, è ricordata come scalo nel viaggio che san Paolo intraprese verso Roma. Fu sede vescovile a partire dal IV secolo ed uno dei primi vescovi fu san Nicola le cui spoglie vennero traslate a Bari nel 1087 dove si trovano tuttora, deposte nella Basilica di San Nicola. Ritornata all’impero bizantino sotto Alessio I Comneno, passò poi definitivamente ai Selgiuchidi.

    Le rovine della città sono coperte da materiale alluvionale, ma sono stati parzialmente riportati alla luce il teatro romano, ricostruito dopo il terremoto del 141, le terme e una basilica bizantina dell’VIII secolo dedicata a san Nicola. La necropoli, collocata su una scogliera a strapiombo sul mare, conserva le facciate delle tombe scavate nella roccia. Quando l’archeologo inglese Charles Fellows visitò le tombe nel corso della sua seconda spedizione nel 1840, le trovò ancora colorate a tinte vive: rosso, giallo e azzurro. Da Myra la strada costiera raggiunge Kaş, animata cittadina turistica che si trova a circa due km di distanza dall’ isola greca di Castellorosso, la più orientale delle isole abitate della Grecia e dove vennero girate le scene dello splendido ” Mediterraneo ” di Gabriele Salvatores, che nel 1992 ricevette l’Oscar quale miglior film straniero. L’isola, un vero libro di storia, è particolarmente legata al nostro Paese dal momento che per oltre vent’anni nel secolo scorso appartenne all’Italia. Durante la Seconda guerra mondiale, il 25 febbraio 194, incursori britannici occuparono l’isola, ma le forze italiane di Rodi la ripresero tre giorni dopo. In quei giorni ci fu un ammirevole atto di eroismo da parte della maestra greca Anastasia Arnaoutoglou, che, ponendosi tra un soldato britannico e un marinaio italiano ferito, gli salvò la vita da un’esecuzione sommaria. Venne ufficialmente decorata da re Vittorio Emanuele III con la Medaglia di bronzo al Valor Militare. Fino ad allora questa onorificenza era normalmente riservata al solo personale militare, raramente ai civili e quasi mai ad una donna, per di più conosciuta per le simpatie in favore della causa irredentista greca. Peccato che le restrizioni imposte dalla Grecia a causa del Covid ci abbiano impedito di visitare l’isola, ma sicuramente torneremo in tempi migliori.

    Per il momento non ci resta che proseguire e fermarci per una breve visita alla spiaggia del Parco Nazionale di Patara che ospita la nidificazione delle tartarughe marine in un ambiente ricco di fiori e animali che ricorda molto la nostra Maremma toscana. Anticamente Patara era il principale porto commerciale della Licia. I secoli hanno poi creato un cordone costiero sabbioso lungo quasi 16 km che costituisce appunto la più lunga e spettacolare spiaggia della regione. Molto interessante anche la zona archeologica, risalente all’ epoca romana, che si trova proprio alle spalle della suggestiva spiaggia. Qualche giorno di riposo ce lo concediamo invece a Dalyan, una piacevolissima località a pochi chilometri dal mare. In turco Dalyan significa “diga di pesca”, poichè muggini e orate risalgono il fiume che bagna la cittadina risalendo dal mare fino al lago di Köyceğiz. I pesci depongono qui le uova, e mentre fanno ritorno al mare vengono pescati dagli abitanti del luogo.  Oltre alla sua attrazione come meta turistica, la regione attorno a Dalyan è una zona agricola altamente fertile e produttiva. Il cotone cresce in modo intenso, ma è stato in gran parte rimpiazzato dai melograni.

    Sulla costa mediterranea, si trova la spiaggia di İztuzu, che nel 2008 fu proclamata vincitrice della categoria Miglior Spazio Aperto d’ Europa dal The Times, per lo sfruttamento eco-sostenibile. La spiaggia è soprattutto famosa per le tartarughe che la abitano da 95 milioni di anni. Si estende per 4,5 km ed è protetta da regole speciali dato che è uno dei pochi siti del Mediterraneo in cui nidifica la tartaruga caretta. Benché di giorno la spiaggia sia aperta al pubblico, nelle ore notturne – dalle 20 alle 8 – l’accesso è vietato da maggio a settembre. Lungo la spiaggia una fila di pali di legno segnala la collocazione dei nidi e stabilisce il limite oltre il quale i visitatori sono pregati di non spingersi per evitare di arrecare disturbo alle tartarughe.

    Mi pare ora doveroso aprire una parentesi sulla storia recente della Turchia, perché chi ha viaggiato in questo Paese non avrà potuto fare a meno di notare la presenza costante della figura di Mustafà Kemal, meglio noto come  “Atatürk”, che significa ” padre dei Turchi “, morto nel 1938 e considerato l’eroe nazionale turco e padre della Turchia moderna, al punto che la Costituzione del Paese lo definisce nel suo preambolo «Il capo immortale e l’eroe senza rivali» ed ancora oggi oggetto in Turchia di una religione civile tanto che l”insulto alla sua persona è un vero e proprio reato. Non mi dilungherò su quelle che furono le sue notevoli doti di capo militare, né sulla  profonda e controversa eredità che questo grande riformatore ha lasciato. Voglio qui provare a spiegare perché egli è considerato il padre del Paese e perché ovunque si vede la sua immagine. Egli nel 1920 abolì il califfato e pose le organizzazioni religiose sotto il controllo statale, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, la domenica come giorno festivo, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal governo dell’AKP), adottò l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e proibì l’uso del fez e del turbante, troppo legati al passato regime, così come la barba per i funzionari pubblici e i baffi alla turca per i militari. Egli stesso prese a vestire in abiti occidentali, ma mantenne temporaneamente l’Islam come religione di Stato, per non turbare eccessivamente i turchi più religiosi. Oggi la Turchia è istituzionalmente uno Stato laico senza una religione di Stato; la Costituzione turca prevede infatti la libertà di religione e di coscienza. In ambito giuridico, abrogò ogni norma e pena che poteva ricollegarsi alla legge islamica, promulgò un nuovo codice civile, che aveva come modello il codice civile svizzero, e un codice penale basato sul codice italiano dell’epoca, ma mantenne la pena di morte, che venne poi abolita in Turchia nel 2004. Tutte cose che ignoravo e che mi piace condividere con voi come motivo di riflessione e perché un viaggio è soprattutto cercare di tornare un po’meno ignoranti di quando siamo partiti.

    Vorrei anche sottolineare un aspetto della cultura popolare dei Turchi che non conoscevo e che ci ha piacevolmente sorpreso, ovvero il grande amore e rispetto che essi hanno per gli animali. Ovunque nelle strade delle città grandi e piccole si trovano cucce e ricoveri per cani, gatti e uccelli, e numerosissime sono le ciotole e i distributori di cibo, taluni persino alimentati da pannelli solari. Una volta alla settimana i volontari girano nelle case per raccogliere cibo e altro materiale per gli amici a quattro zampe. A Dalyan mi è persino capitato di trovare uno splendido gattone accudito e coccolato all’ interno della banca in cui siamo andati per cambiare qualche euro in lire turche. Lungo le strade mai mi è capitato di vedere animali investiti e l’attenzione degli automobilisti turchi è massima.

    A pochi chilometri da Marmaris, animatissima città turistica da cui partono i traghetti per l’antistante isola greca di Rodi, si trova quella che ricorderemo come una delle migliori località di mare che abbiamo incontrato nel nostro viaggio, ovvero Kumlubük. Si tratta di un piccolo villaggio perso nel nulla della campagna, con alle spalle verdissime montagne ricche di foreste e di sorgenti, che si affaccia su una lunga e selvaggia spiaggia di ciottoli e su un mare dalle trasparenze eccezionali. La zona è frequentata da tartarughe terrestri, gechi, caprette e mucche, ed è un vero paradiso per chi, come noi, ama la libertà assoluta e il contatto con la natura.

    Dopo alcuni giorni trascorsi in piena libertà a Kumlubük, dirigiamo verso la vicina Datça, un importante e ridente centro turistico circa  a metà dell’ omonima stretta penisola penisola lunga circa 80 km. Relativamente ancora poco sviluppata anche a causa delle strade non particolarmente agevoli, la penisola di Datça riserva numerose sorprese. Particolarmente interessante è il borgo di Eski Datça (la Vecchia Datça), qualche chilometro prima della città. La “vecchia Datça”, un tempo capoluogo di un distretto ottomano che si estendeva fino alla Grecia, ha conservato molto più fascino della sua controparte moderna, rimanendo un pittoresco villaggio di stradine acciottolate e vecchie case in pietra, che ricorda molto certi borghi della nostra Toscana.

    Sulla punta estrema della penisola, proprio di fronte all’ isola greca di Kos, raggiungiamo il sito archeologico di Cnido, uno dei più suggestivi dell’ intera Turchia con i suoi due porti sull’estremità di un promontorio unito al continente da uno stretto e breve istmo. La città ebbe un notevole sviluppo economico dovuto a una ingente attività commerciale e i suoi abitanti godettero di un considerevole benessere. Cnido partecipò a quella diaspora colonizzatrice che portò alla formazione della Magna Grecia. Un gruppo di suoi abitanti fondò Lipara, oggi Lipari, nell’arcipelago delle Isole Eolie. Qui nel terzo secolo a.C. nacque e visse Eudosso di Cnido, famoso matematico e astronomo greco, a cui sono attribuiti risultati di grande importanza, fondamentali per il costituirsi della matematica come scienza moderna. Dell’antica Cnido sopravvivono oggi alcuni reperti monumentali che ricoprono una grande area. Assieme a delle mura ciclopiche e resti dei due porti sono rimasti due teatri e le tracce di un grande edificio, forse un tempio. Sono stati identificati l’agorà, il teatro, un tempio di Dioniso, uno delle Muse, uno di Afrodite e un gran numero di edifici minori. Prassitele fece per Cnido la sua più famosa statua, l’Afrodite di Cnido, sfortunatamente andata perduta; una sua copia, ritenuta la più fedele, si trova oggi nei Musei Vaticani.

    Il nostro percorso ci porta poi  a Kuşadası,  considerata una delle migliori località balneari della costa egea della Turchia, punto di partenza per chi vuole visitare le rovine classiche della vicina Efeso e anche una delle mete favorite per le crociere. La passeggiata lungomare, il porticciolo e il grande porto sono un susseguirsi di hotel e ristoranti. Al largo della costa, sull’isola di Pigeon (letteralmente “ isola degli uccelli “ ) si trova il castello di epoca bizantina cinto da mura che un tempo proteggeva la città e che è collegato alla terraferma da una strada rialzata. Di particolare interesse il centro storico, arrampicato su una altura che si affaccia sul mare, con le sue originalissime case colorate.

    Superata Smirne, il nostro viaggio volge ormai al termine. Ci concediamo ancora un po’ di riposo in un’ area libera e in piena natura proprio all’ inizio della costa asiatica dello stretto dei Dardanelli, dove abbiamo la fortuna di poter godere di alcuni dei più bei tramonti che abbiamo potuto vedere in questo viaggio.

    Ma forse l’emozione più grande ce lo regala la famigliola di delfini che, la mattina, nuota nel mare proprio sotto di noi e che pare voglia salutarci quasi dicendoci “ tornate ancora, tornate presto !” Lasciamo la Turchia con la sensazione di avere fatto un viaggio unico ed emozionante. Sarà perchè abbiamo affrontato questi quasi 7000 km in camper in piena pandemia, sarà perchè la voglia di viaggiare in libertà era ormai troppo forte, fatto sta che questi quasi 40 giorni trascorsi in Turchia ci hanno lasciato pieni di meraviglia e di voglia di ritornare. Abbiamo visto luoghi magici e incontrato persone speciali, ci siamo immersi nella loro accoglienza che ci ha coccolato come da tempo non eravamo abituati, abbiamo potuto godere della dolcezza della loro frutta e del sapore autentico delle loro verdure, ci siamo strafogati di pesce freschissimo, di ottimi pistacchi, abbiamo anche potuto apprezzare il vino che loro producono in buona quantità e che viene liberamente venduto in tutti i supermercati. Abbiamo potuto toccare con mano il grande rispetto che hanno per gli animali e abbiamo imparato un sacco di cose sulla loro storia e la loro cultura, che spesso nelle nostre TV non vengono raccontate o, peggio, vengono distorte, contribuendo così a creare quei pregiudizi e quella diffidenza che, non lo nego, hanno all’ inizio sfiorato anche noi. La Turchia si è rivelata un vero paradiso per chi, come noi, fa del camper, e in particolare della sosta libera, una filosofia di viaggio. Aree di sosta sempre facili da trovare, acqua ovunque e facilmente accessibile, massima tolleranza e tanta sicurezza. Non ci sono lo stress e la delinquenza che caratterizzano ormai da tempo l’ Italia. La rete stradale è ottima e scorrevole. Dulcis in fundo, grazie alla svalutazione della lira turca, i prezzi sono stati per noi decisamente convenienti. Insomma una esperienza da rifare assolutamente e che consiglio di cuore a tutti voi.

    CLAUDIO BENETTI

  • Dalle esplorazioni polari al raid dei tre continenti

    Le imprese di viaggio del Duca Amedeo D’Aosta e del suo amico Enzo Bartone.

    Sono trascorsi venti anni da quando, era esattamente l’aprile del 2001, la Croce Astile partita dalla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e benedetta da Papa Giovanni Paolo II a Città del Vaticano giunse al Polo Nord venendo piantata proprio nell’esatto punto geografico che lo determina. Fu l’amministratore delegato dell’Opera romana pellegrinaggi (Orp), Monsignor Liberio Andreatta, ad officiare una Santa Messa nel giorno di Pasqua di quell’anno su un altare di fortuna approntato sul pack polare dove il bianco bagliore dei ghiacci accecava i partecipanti alla missione artica. Tra i circa cinquanta membri che sfidarono i -33° di media sferzanti in quei giorni della spedizione spiccavano i nomi, oltre che del monsignore delegato del Papa, del celeberrimo showman Mike Bongiorno, del “maestro di sci di Giovanni Paolo IILino Zani, del Duca d’Aosta Amedeo di Savoia e del suo storico compagno di viaggi ed avventure nei diversi continenti Enzo Bartone.
    Proprio questi ultimi due, considerati viaggiatori estremi da molti, sono stati protagonisti di alcuni progetti rimasti nella leggenda ed a metà tra l’impresa sportiva e l’avventura di viaggio. Il motivo principale per il quale fu organizzata la spedizione del 2001 al Polo Nord fu la ricorrenza di quella svoltasi a bordo della baleniera “Stella Polare” un secolo prima, a cavallo tra il 1899 ed il 1900, dal Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo di Savoia prozio di Amedeo Duca d’Aosta. La spedizione celebrativa del 2001, seguita mediaticamente dalle reti Mediaset che inviarono tra i partecipanti appunto Mike Bongiorno, partì dal villaggio di Khatanga, uno degli insediamenti abitati più settentrionali della Russia ed ubicato all’estremo nord della Siberia centrale nel Territorio di Krasnojarsk. Per via aerea il gruppo, dopo qualche giorno di acclimatazione e di festa per la popolazione locale non avvezza a degli stranieri, raggiunse la base della Società Geografica Russa di Campo Barneo, l’avamposto più vicino al Polo Nord geografico che, per via dell’oscillazione terrestre, varia di alcuni gradi ogni anno e mezzo circa. Con gli sci ai piedi i membri della spedizione raggiunsero poi il “Vero Nord”, il mitico 90° parallelo. Campo Barneo, ubicato nel mezzo del Mar Glaciale Artico, negli ultimi anni è diventata una meta turistica per pochi e facoltosi viaggiatori che vogliono vivere l’atmosfera dell’incontaminata distesa di ghiaccio del Polo e si avventurano per questo in spartani charter che da Longyearbyen, il capoluogo delle isole Svalbard, li trasferisce alla base artica. I partecipanti alla missione italiana del 2001 furono il primo gruppo di stranieri che raggiunse il campo russo, essendo questo stato istituito nel 2000 ed avendo poi aperto ufficialmente nel 2002. La missione italiana, a conclusione della stessa, fu accolta nel Museo dell’Artico e dell’Antartico di San Pietroburgo, polo museale unico al mondo con sezioni dedicate sia al Polo Nord che al Polo Sud. I due viaggiatori di lungo corso Amedeo di Savoia-Aosta ed Enzo Bartone ebbero anche il piacere di conoscere il professore Bernard Buigues il quale mostrò ai due italiani Yarkov l’unico esemplare di mammuth al mondo, morto si calcola 20.380 anni fa e ritrovato totalmente intatto nel 1977 tra i ghiacci siberiani della penisola di Taymir, non lontano proprio dal villaggio di Khatanga. Dopo aver toccato l’estremità nord del globo terrestre, Enzo Bartone provò anche l’ebbrezza di calcare la banchisa del Polo Sud, recandosi per il Natale dello stesso anno 2001 in Antartide. Una volta raggiunto il campo base di Punta Arenas, città della Patagonia cilena di fronte l’arcipelago della Terra del Fuoco, attraversò comunque lo Stretto di Magellano ma per alcune difficoltà legate alle condizioni metereologiche fu costretto, insieme ai suoi compagni di viaggio, a cambiare i piani originari della spedizione. Il gruppetto, comunque, riuscì a raggiungere la base antartica cilena intitolata al “presidente Eduardo Frei Montalva”, ubicata sulle isole Shetland Meridionali. Nello stesso anno Bartone riuscì quindi a coronare il sogno di molti girovaghi, visitare i due poli del mondo. Il Duca d’Aosta ed Enzo Bartone hanno sempre dimostrato una certa passione per le estremità terrestri tanto da aver organizzato, in precedenza, altre imprese con come luogo di partenza e punto di arrivo due capi geografici.
    Nel giugno 1970 si misero in viaggio per il “Raid dei Tre Continenti”, un lungo percorso in auto attraverso Africa, Asia Minore ed Europa. 27.681 chilometri con partenza da Punta del Capo nella Repubblica Sudafricana, di qualche centinaio di metri più a sud del Capo di Buona Speranza, per raggiungere Capo Nord in Norvegia, distanza che fu coperta in esatti cinquanta giorni di viaggio. Per l’occasione al Duca e a Bartone, insieme ai loro altri quattro compagni di avventura, furono ufficialmente assegnate tre vetture Fiat 124 Special alle quali l’azienda torinese aggiunse portabagagli sui tettucci dove vennero sistemate le taniche di benzina supplementare, pale, picozze e picconi indispensabili per affrontare le piste della savana africana. Ovviamente i due si misero alla guida di una vettura a testa lasciando la terza agli altri partecipanti della spedizione. Città del Capo, Johannesburg, Livingstone, Lusaka, Mombasa, Nairobi, Addis Abeba, Asmara, Abadan, Teheran, Tabriz, Ankara, Istanbul, Salonicco, Belgrado, Trieste, Monaco, Amburgo, Copenaghen, Stoccolma, Umea, Rovaniemi, Capo Nord, le tappe del raid. Venti gli Stati dell’epoca percorsi, considerando che oggi alcuni di questi hanno cambiato nome o sono stati smembrati, ed un trasferimento aereo da Asmara in Eritrea ad Abadan in Iran dovendosi bypassare l’Arabia Saudita per via di situazioni politiche complesse. Si era infatti alle battute finali del cosiddetto “conflitto d’attrito” in corso in quegli anni tra Israele ed Egitto per il controllo del canale di Suez e con il mar Rosso di conseguenza impegnato in operazioni navali militari. Ma gli intoppi burocratici non mancarono comunque. Al confine in entrata verso l’Etiopia, dopo esser usciti dal Kenya, restarono bloccati per alcuni giorni in frontiera per un problema inerente i visti d’ingresso. Verranno però ripagati dall’esser ricevuti ufficialmente dall’Imperatore d’Etiopia il Negus Hailè Selassiè nel palazzo imperiale di Addis Abeba. Il Negus nonché Messia della religione Rastafariana nutriva una certa ammirazione per l’”eroe dell’Amba AlagiAmedeo di Savoia-Aosta, omonimo zio del Duca organizzatore del viaggio, che era stato Vicerè d’Etiopia ed ultimo Comandante ad arrendersi con i suoi uomini sull’altopiano dell’Amba Alagi ad inglesi ed etiopi. Nel campo delle curiosità ricade il fatto che dopo anni di rapporti politici instabili dovuti proprio al fatto che l’Etiopia fu una colonia italiana e Selassiè uno dei leader della guerra d’indipendenza dall’Italia, in seguito all’incontro avvenuto a luglio con i sei membri del “Raid dei Tre Continenti”, il Negus venne nel novembre successivo in visita ufficiale in Italia dove fu ricevuto dall’allora Presidente della Repubblica Saragat.
    Giorni dopo, durante la tappa di Teheran, il gruppetto di viaggiatori italiani ricevette un altro invito ufficiale. Questa volta fu lo Scià di Persia Reza Pahlavi a salutarli nella sua dimora di Stato. Le difficoltà, nel Corno d’Africa soprattutto, dettate dalla mancanza di strade, dai corsi d’acqua da guadare su ponti di legno approntati al momento, dalla sabbia, dalla vegetazione, dai massi che spesso ostruivano il passaggio, dagli animali come l’aquila che sfondò il parabrezza di una delle autovetture in Kenya o incontri ravvicinati con leoni, ghepardi ed elefanti, a qualche immancabile guasto tecnico, fecero del “Raid dei Tre Continenti” un antesignano del Camel Trophy, la competizione per fuoristrada nata poi solo nel 1980. Le storiche Fiat 124 S che affrontarono il “Raid dei Tre Continenti” furono al termine dell’impresa trasposte in modellini in scala diventati oramai pezzi rari per collezionisti mentre una autovettura originale delle tre si trova ancora oggi esposta in bella mostra al Museo delle Auto Storiche della Fiat a Torino. Terminato con successo il raid transcontinentale il duo Savoia – Bartone non si ferma e tra un viaggio e l’altro si mette al lavoro per pianificare la successiva impresa automobilistica il “Raid dei Due Capi”. E’ il febbraio del 1973 quando dal punto geografico più a sud dell’Italia continentale, il faro di Capo Spartivento in Calabria, a bordo di due Lancia Beta si misero in viaggio verso Nordkapp in Norvegia, quel Capo Nord che solo due anni prima avevano raggiunto provenendo dal Sudafrica. Ma se nel 1970 percorrere la distanza da Trieste a Capo Nord in piena estate e dopo le peripezie affrontate in Africa risultò quasi un viaggio di piacere, questa volta guidare in inverno con la neve e le strade ghiacciate si rivelò avventuroso. Soprattutto nell’itinerario tra Svezia, Finlandia e Norvegia. Le due vetture Lancia Beta, con l’aggiunta del solito portabagagli sul tettuccio e di fari antinebbia, raggiunsero in soli quattro giorni ed a tappe forzate il punto più a nord d’Europa. Accompagnati da altri quattro componenti, tra i quali un inviato di Gente Motori che seguì l’impresa, i due instancabili guidatori testarono al massimo delle loro capacità le due Lancia viaggiando anche di notte e con tappe di svariati chilometri senza soste. Come quella di rientro verso Ginevra. Ventotto ore di viaggio per arrivare in tempo alla celebrazione dell’impresa appena effettuata al Salone Automobilistico più prestigioso dell’epoca. Anche perché il modello Beta fu presentato ufficialmente al pubblico ed alla stampa proprio in quell’occasione, il 14 marzo 1973. L’inviato di Gente Motori, nella sua cronaca del tempo, si descrisse come “rapito” dal Duca d’Aosta e da Enzo Bartone essendo i due “dei guidatori instancabili e temerari su quelle strade ghiacciate”. I due amici viaggiatori nel corso degli anni hanno comunque effettuato, insieme o con altri compagni, viaggi meno avventurosi ma non per questo meno adrenalinici, annoverando esperienze in Sud America, nuovamente in Africa con i suoi deserti, sulla mitica tratta ferroviaria della Transiberiana, nelle steppe della Mongolia, in Oceania, nell’allora Unione Sovietica, attraversando gli States on the road e coast to coast sia in auto che in treno.
    Ed i progetti di nuove imprese non sono mai terminati per i due. Erano gli anni ’80 quando provarono ad organizzare il raid celebrativo di quello svoltosi nel 1907 sulla tratta Pechino – Parigi e poi attuato però da altri nel 2007. Ed è ancora in piedi la vecchia idea che li attanaglia da tempo e preventivata ben prima delle spedizioni Overland di Beppe Tenti svoltesi dagli anni ’90 in poi in collaborazione con la Rai. Il tarlo è quello cioè di mettersi di nuovo alla guida di due autovetture partendo dal punto più a nord dell’Alaska per raggiungere la “città più meridionale del mondo” Puerto Williams in Cile, poco più sotto della Terra del Fuoco. Nonostante la non più giovane età la passione per il viaggio e le estremità terrestri di Enzo Bartone e del Duca Amedeo di Savoia-Aosta sono rimaste sempre fortemente intense.

    LUCA PINGITORE

    Articolo apparso su ilquotidianoditalia.it del 15/04/21