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  • Iraq, un viaggio tra storia ed attualità

    Uno sguardo fugace dal finestrino dell’auto sulla quale viaggiamo tradisce i nostri volti non autoctoni.
    Il militare, fino a pochi istanti prima svogliato, diventa più attento e ci intima lo stop.
    Riconosciutici italiani, con tono deciso, comunica al nostro autista che dovrà sottoporci ad alcune domande.
    La portiera del veicolo si apre di scatto ed il soldato ci intima: “Chi è tifoso del Milan può passare. Se qualcuno fosse invece della Juventus verrà trattenuto.” Il milite se la ride divertito. Anche lui sfoggia il tipico baffo nero “alla Saddam” che qui in Iraq deve esser considerato una sorta di status symbol. Finanche alcuni manichini notati in botteghe di abbigliamento in diversi suk se ne fregiano.
    La strada che va da Baghdad a Mosul, principale via di comunicazione che collega la capitale dell’Iraq con il nord e la Repubblica Autonoma del Kurdistan, è disseminata di controlli e posti di blocchi. In particolar modo il segmento che da Tikrit si snoda appunto verso Mosul. La città dove nel 2014 fu proclamata la nascita del fantomatico Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, meglio conosciuto come Isis.
    Una città che ora si presenta distrutta nel suo centro storico ma già in fase di ricostruzione grazie all’aiuto anche di fondi internazionali. Chi ha visitato la Siria di recente, passeggiando adesso per Mosul, prova un sussulto al cuore ma allo stesso tempo avverte compiacimento per come la situazione sia in fase di ripresa e intravede speranza anche per il futuro dell’attiguo stato siriano il quale si trova invece all’anno zero.
    Mosul e l’area nord – ovest dell’Iraq sono tornati sotto il controllo governativo solo da pochi anni ma la situazione non è ancora completamente stabile e di conseguenza esercito regolare, polizia e diverse milizie paragovernative vigilano la zona. I resti archeologici dell’antica città di Hatra sono ancora sotto il controllo difensivo militare iracheno in quanto l’Isis stabilì proprio qui uno dei suoi quartier generali. Furia iconoclasta sulle statue e scritte nere inneggianti allo Califfato sono tuttora ben visibili. Fino a poco tempo fa l’Iraq risultava praticamente spezzato in due ed era consigliato spostarsi in aereo per bypassare la zona.
    I punti di controllo disseminati sulla strada in concomitanza delle vie di accesso alle cittadine della regione o sulle convenzionali linee di confine tra i governatorati come anche in altre zone cruciali di passaggio sono numerosi. Si rallenta, i veicoli vengono sottoposti a controllo visivo e se non destano sospetto lasciati proseguire per la propria marcia.
    Niente di paragonabile ai veri e propri check point militari che caratterizzano il nord della Siria da Hama ad Aleppo. Ma li la guerra è ancora in corso e l’autostrada, in alcuni punti, funge sostanzialmente da linea del fronte con i battaglioni di Al Nusra. Il comune denominatore di queste postazioni di controllo è però l’affabilità e la cordialità dei militi. Sia in Siria che in Iraq, seppur nel rispetto dei ruoli, il trattamento ricevuto è sempre stato di cortesia e curiosità.
    Finanche quando, nei dintorni di Mosul per un controllo più serrato in seguito ad una incomprensione, siamo costretti ad un lungo stop in casa di una delle più famigerate milizie paragovernative presenti sul territorio iracheno. Acqua fresca e thè caldo ci vengono comunque con gentilezza serviti.

    Tracce di Saddam Hussein
    Riconoscere i simboli e comprendere quale milizia paragovernativa opera nelle varie zone dell’Iraq o gestisce la postazione dalla quale si transita risulta di non semplice orientamento. La galassia di sigle che si alternano all’ esercito vero e proprio ed alla polizia locale è ampia.
    La maggior parte si ispira a movimenti iraniani essendo maggioritaria la componente sciita tra la popolazione irachena. Risulta quasi paradossale come l’Iraq che nel 1980 iniziò una guerra contro il vicino Iran con il risultato di circa un milione di morti da entrambe le parti, è divenuto ora un paese a forte influenza iraniana. Ma erano altri tempi e Saddam Hussein si fece convincere anche da altri attori stranieri che era giunto il momento di combattere la Repubblica Islamica d’Iran. Salvo poi restare abbandonato ed impantanato nel conflitto per circa otto anni. Una guerra insensata che vide addirittura soldati delle due parti contrapposte uno di fronte all’altro in una trincea sulla linea del fronte trascorrere il tempo scambiandosi parole e sigarette.
    Saddam ci ricascò una seconda volta, nel 1990 attaccando il Kuwait, e fu quello l’inizio della sua fine. Fine che avvenne praticamente proprio per mano dei suoi ex consiglieri stranieri che, dapprima con l’immediata “Operazione Desert Storm” ed in seguito con il caos creato invadendo l’Iraq nel 2003, provocarono i presupposti per l’arresto, la condanna a morte ed il termine del governo ultraventennale del Rais.
    Al Awja è il piccolo villaggio alle porte di Tikrit dove Saddam nacque. In seguito alla sua caduta il sobborgo fu svuotato di gran parte dei suoi abitanti, molti appartenenti alla tribù familiare di Saddam, e chiuso all’esterno da una sorta di assedio militare. Accessi centellinati e con permessi d’entrata da ottenere.
    Anche perché il paesino ospitava il corpo del suo illustre cittadino, tumulato dopo la sua esecuzione nel 2006, in una tomba comunque riconoscibile.
    Questo fino al 2015 quando, durante accesi scontri tra esercito iracheno e miliziani dell’Isis, il piccolo mausoleo fu distrutto come la quasi totalità della cittadina. Il suo corpo però fu per tempo traslato in una località ad oggi sconosciuta ai più.
    Al Awja oggi si presenta come un agglomerato di macerie, case distrutte e abbandonate. Le strade di accesso sono ancora chiuse ma senza più la pressione militare di qualche anno fa.
    A pochi chilometri da qui, nella città di Tikrit, Saddam si era fatto costruire una imponente residenza presidenziale che racchiudeva nella vasta area di pertinenza anche un importante reperto storico del cristianesimo assiro, la cosiddetta Chiesa Verde.
    Anche questo sito, come la tomba di Saddam, è stato scenario di scontri con l’Isis e soprattutto si è trovato ad essere indiretto protagonista della più grande strage compiuta dai suoi militanti, i quali chiusero in una sorta di imbuto migliaia di militari iracheni che furono trucidati in vario modo. L’area del palazzo, ufficialmente chiusa, resta per i visitatori appassionati di storia una tangibile testimonianza di questa tragica pagina conosciuta come il “massacro di Camp Speicher”.
    Come restano testimonianze del governo del Rais le diverse residenze costruite in varie località dell’Iraq, palazzi oramai lasciati all’incuria ed alla mercè di tutti.
    Da Basra a Babilonia dove una delle sue dimore, utilizzata in seguito dalle truppe statunitensi le quali tracce sono ancora ben visibili, si affaccia direttamente sulla Storia: l’antica capitale della Mesopotamia.
    Memorie di Saddam Hussein in giro per il paese, edifici sfarzosi a parte, è possibile comunque trovarne diverse.
    Tralasciando il datato yacht rimasto ancorato sul fiume Shatt Al Arab, corso fluviale figlio dell’unione degli storici fiumi Tigri ed Eufrate, in alcuni siti è possibile notare il sigillo raffigurante la firma di Saddam o bassorilievi da lui commissionati con motivi bellico-celebrativi.
    Resta più difficile invece imbattersi in sue effigi essendo state tutte rimosse e distrutte nei mesi del suo tracollo. A partire dalla celebre statua di circa quaranta metri ai tempi ubicata nel centro di Baghdad.
    A meno che non ci si rechi al cospetto dell’unico ritratto raffigurativo rimasto in piedi e reso ancor più unico dai colpi di munizioni sparatigli contro nei giorni della sua caduta. Un reperto storico oramai dimenticato dai più.
    Saddam Hussein non era completamente amato dal suo popolo ma alla luce di come si è sviluppata in seguito la storia del paese, con uno stato di guerra continua per più di quindici anni, è possibile sentire affermare tra la popolazione che i tempi del “baffone di Tikrit” erano paradossalmente preferibili all’invasione degli Usa del 2003, alla conseguente guerriglia contro gli invasori, alla guerra avverso lo Stato Islamico dal 2014, alla rivoluzione con centinaia di morti contro la corruzione dei “nuovi governi” nel 2019.
    Praticamente una intera generazione di giovanissimi è nata e cresciuta con la guerra.
    In realtà anche quella precedente, cresciuta negli anni ’80, si può obiettare.
    Vero”, puoi sentirti ribattere, “ma i nostri padri o fratelli più grandi almeno la guerra [contro l’Iran. N.D.R.] non l’hanno vissuta in casa ed in ogni angolo del paese come noi”.
    Magra consolazione per i ragazzi in cui alberga la forza di rinascita di un paese che presenta diverse zone di disperazione ma che si muove verso una beneaugurante ripresa. In fondo beni primari in campo energetico e di risorse naturali come petrolio ed acqua non mancano nel paese.
    A partire dall’invaso sul fiume Tigri creato dalla diga a nord di Mosul. Raccolta di acque che gestisce l’irrigazione dei campi sin dai tempi di Saddam e fino a poco tempo fa difesa militarmente da battaglioni dell’esercito italiano trattandosi di un luogo altamente strategico.

    La presenza italiana
    Esercito, reparti dei Carabinieri e contractors nostrani sono stati presenti in Iraq sin almeno dal 2003 tramite l’“Operazione Antica Babilonia” che vide i militari italiani in appoggio alla coalizione anglo-statunitense che sostanzialmente invase il paese del Golfo Persico. Missione attiva fino al 2006, tre intensi anni durante i quali l’Italia ha subito la più alta percentuale di attacchi e perdite di vite umane nelle sue varie partecipazioni militari di supporto a missioni internazionali.
    Soldati e Carabinieri, inviati nel sud dell’Iraq, erano acquartierati anche loro insieme ad altri eserciti stranieri nei dintorni di Nassiryiah, all’interno della vasta area utilizzata come base operativa delle forze statunitensi e denominata Camp Mittica. Il distretto italiano era direttamente confinante con i resti dell’antica città sumera di Ur e, secondo la leggenda, luogo natale di Abramo. Il sito archeologico fu salvaguardato dai Carabinieri ed oggi dagli unici due piani, quel che resta, della celebre ziqqurat assunta a simbolo della antica località è possibile osservare la superficie che occupava l’enorme base militare. Poco più in là, invece, si sviluppa una prigione di massima sicurezza, caratteristica scenografica della gran parte dei pochi chilometri che separano Ur da Nassiryiah. La città che proprio sul fiume Eufrate ha ospitato le piccole basi Maestrale e Libeccio utilizzate dai reparti italiani. La Libeccio oggi ospita gli uffici del Governatorato della regione mentre la Maestrale è tornata ad essere quello che era prima della guerra, la sede della locale Camera di Commercio.
    Proprio l’avamposto della Maestrale, sul lato nord del fiume, fu attaccato da un camion bomba che causò la morte di ventotto tra militari e civili ed il ferimento di altrettante persone.
    Un film intenso ma esiliato all’oblio ricorda quei drammatici momenti: “20 sigarette a Nassiryiah”, realizzato poco tempo dopo da uno dei sopravvissuti, Aureliano Amadei, recatosi proprio il giorno prima dell’attentato in Iraq per girare un documentario. Ironia della sorte trovò subito La Storia da raccontare e purtroppo per lui da involontario protagonista.
    L’altro distaccamento italiano sull’Eufrate, la base Libeccio, fu poco tempo dopo operativa durante la cosiddetta “battaglia dei ponti” che vide i militari italiani nuovamente sotto attacco. Come lo furono in seguito altre due volte in fase di transito da Talil / Camp Mittica verso la città. Ci furono delle perdite umane anche in quelle occasioni. Trovarono la morte in quegli anni anche il contractor Fabrizio Quattrocchi ed il giornalista freelance Enzo Baldoni. A loro andò peggio di chi fu rapito a scopo estorsivo o politico ma infine rimasto in vita come i tre compagni di Quattrocchi, (Umberto Cupertino, Maurizio Agliana, Salvatore Stefio) o le cosiddette “due Simona” (Simona Pari, Simona Torretta) collaboratrici in loco di una ong. Tutti liberati, a detta dei soliti bene informati, una volta pagato un lauto riscatto e, in particolar modo nel caso delle due ragazze, con il sospetto di trattarsi di una operazione coperta. Questo ultimo punto esula dal nostro oggetto ma ci permette di dire che tutti questi casi furono seguiti dal Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI) coordinati da Nicola Calipari. L’alto funzionario trovò la morte proprio a Baghdad dopo aver preso in consegna la giornalista Giuliana Sgrena vittima di un rapimento ed appena liberata grazie ad un ulteriore intervento dell’intelligence italiana. Partiti dalla Green Zone, l’area di Baghdad ancora oggi off limits per la presenza di uffici governativi, varie ambasciate (statunitense in primis), residenze ed hotel di lusso per operatori stranieri, Calipari e Sgrena cercando di raggiungere l’aeroporto della capitale incapparono nel fuoco di un posto di blocco americano. La Route Irish, il lungo rettilineo sul quale viaggiavano, era ai tempi oggetto di attacchi, attentati e sotto la frequente mira di cecchini. Versioni contrastanti dell’accaduto e diatribe tra istituzioni portarono a controverse verità rimaste forse per sempre sospese. Atterrando a Baghdad l’ex Route Irish è ancora la prima strada, oramai ammodernata, che si percorre per giungere in centro città ma nessuno più si ricorda di Calipari e del punto in cui avvenne il fattaccio.

    Influenza iraniana e lo sciismo
    Tutti però sanno dove nel gennaio 2020 Qassem Soleimani e Abu Mahdi al Muhandis furono disintegrati da un drone statunitense. A ricordarli, nella posizione precisa, restano anche le carcasse bruciate ed accartocciate delle due auto sulle quali viaggiavano.
    Al Muhandis era a capo delle Forze di Mobilitazione sciite irachene mentre Soleimani comandava le Brigate Quds delle Guardie della Rivoluzione iraniane. Un personaggio icona, un martire e quindi venerato dagli sciiti. Gigantografie con il suo volto le vediamo quasi ovunque in Libano, Siria, Iraq senza ovviamente citare il natio Iran.
    La costante presenza di Soleimani in Iraq fa ulteriormente notare il forte legame con l’Iran.
    Del coinvolgimento economico e militare, derivato appunto dalla comune radice sciita, si è già accennato. Ma è soprattutto in ambito religioso che l’interconnessione è congiunta.
    Proprio le città irachene di Najaf e Kerbala ospitano le tombe rispettivamente del Primo e del Terzo Imam degli Sciiti, Alì ed Husayn. Luoghi considerati sacri da tutti gli sciiti, sciismo sul quale appunto si fonda l’Iran come Repubblica teocratica e dalla quale provengono anche le maggiori guide religiose di questo ramo dell’Islam.
    Dopo Medina, La Mecca o Gerusalemme un buon sciita deve recarsi a pregare almeno una volta, non come obbligo ma come esperienza religiosa, nelle città sacre di Kerbala, Najaf e magari anche nella vicina Kufa o nella moschea di Kadhimiya a Baghdad.
    La devozione popolare la si avverte anche nel cimitero sacro di Wadi al Salam a Najaf, il cimitero islamico più vasto al mondo con i suoi sei chilometri quadrati di estensione e le sue migliaia di tombe disseminate a perdita d’occhio. Esser sepolti qui è considerato un privilegio ed è facile imbattersi, viaggiando da altre località verso Najaf, in autobus collettivi che oltre a caricare persone e bagagli trasportano anche bare dirette al sepolcreto sacro.
    L’atmosfera di festa e partecipazione che coinvolge migliaia di fedeli ogni giorno ed ogni notte a ciclo continuo all’interno delle aree sacre di questi luoghi, Kerbala e Najaf in particolar modo, è travolgente anche per un visitatore non religioso.
    Intere famiglie che passeggiano o si ristorano in pic nic improvvisati o nei numerosi ristoranti della zona, decine fedeli che pregano all’unisono all’interno delle grandi moschee, una folta calca ordinata davanti le tombe dei profeti. Dove sono riposti i sarcofagi ci si accalca per toccarli o per pregare al loro cospetto ma cercando di evitare di creare intralcio al flusso di persone che si muove all’interno della moschea-sepolcro. A far rispettare la regola ci pensano diversi addetti dotati di bastone piumato che redarguiscono chi, magari sostando a scattare fotografie, crea un ingorgo. Ma può anche capitarti che siano gli stessi addetti ad importi di farti da loro fotografare davanti le tombe scoprendoti visitatore turista.
    O che il personale del servizio di sicurezza ti intimi di seguirlo nei meandri del santuario fino ad un immenso sfarzoso salone dove il responsabile generale del luogo e l’iman della moschea ti aspettano per offrirti un paio di tazze di fumante thè locale.

    Tra storia ed ospitalità
    Thè iracheno che ci viene offerto anche da alcuni vertici militari della zona della già citata Tikrit. Invitati a seguire gli agenti al Comando ci ritroviamo seduti a sorseggiare la bevanda nera ed a colloquiare affabilmente con l’intero reparto.
    Gli unici che, almeno apparentemente, non ci degnano di considerazione sono gli eleganti uomini degli apparati di sicurezza che supervisionano l’aeroporto di Baghdad durante l’attesa del nostro volo di rientro.
    Uomini d’altri tempi fuoriusciti direttamente da una pellicola degli anni ’70.
    In procinto di lasciare il paese è per noi il momento di iniziare a metabolizzare questo viaggio, un viaggio effettuato nella storia più che nella geografia. Dall’antica Mesopotamia degli Assiri, dei Sumeri e dei Babilonesi, attraversando gli anni della guerra con l’Iran prima e la cosiddetta “Guerra del Golfo” dopo, constatando di persona le reali e durature conseguenze delle fantomatiche “provette di Colin Powell”, rivivendo i luoghi dove i nostri connazionali subirono gli attacchi, imbattendoci da vicino nella figura di Saddam Hussein.
    Un viaggio effettuato comunque tra la gente, la quale ci mostra in ogni momento la propria accoglienza nei mercati, nelle strade, nelle mudhif [case di canna. N.D.R.] degli abitanti delle paludi del sud di millenaria tradizione.
    Ma viaggiare in Iraq, come ancor di più visitando la Siria, interesse turistico ed attuali tragiche vicende di guerra non possono purtroppo scindersi tra di loro. D’altronde si viaggia anche per questo: conoscere il passato ed apprendere il presente.

    LUCA PINGITORE

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 21/06/23
    https://www.cese-m.eu/cesem/2023/06/iraq-un-viaggio-tra-storia-e-attualita/

    E ripreso da comedonchisciotte.org il 23/06/23:
    https://comedonchisciotte.org/iraq-un-viaggio-tra-storia-e-attualita/

  • Viaggio in Siria, il paese che la guerra non ha abbattuto

    “Ammorbidisci il tuo passo. Mi sembra che la superficie della Terra non sia altro che i corpi dei morti,
    Cammina lentamente nell’aria, per non calpestare i resti dei servi di Dio.”
    Lo scriveva circa mille anni fa il poeta arabo siriano Abu al-Ala al-Maʿarri. Un passo estrapolato da una delle sue opere che, seppur concepito in una accezione diversa, risulta oggi drammaticamente reale. Soprattutto per il fatto di trovarci al suo cospetto in una Siria ancora in guerra. L’antico sarcofago di marmo che conserva le sue spoglie da secoli resiste intatto alla furia della distruzione quasi nascosto da un albero secolare che sembra averlo preservato dalle macerie che giacciono tutto intorno. Siamo a Maarrat Al Numan, il paese natale del poeta. Anzi in quel poco che oramai resta della sua cittadina. E’ particolare come pochi anni dopo la dipartita del letterato questo luogo abbia subìto una prima tragica pagina di storia, conosciuta come il “massacro di Maarrat al Numan” perpetrato dai crociati diretti verso la Terrasanta, ed oggi dopo un migliaio di anni è nuovamente flagellato da una guerra moderna.
    Il fragore dei nostri passi su calcinacci, frammenti di vetro, ferraglia, polvere, erbacce è assordante. Piccoli crepitii che diventano tuoni rimbombanti nei nostri stomaci. Corpi di persone morte per fortuna non ce ne sono più ma spontaneamente ammorbidiamo i nostri passi e camminiamo leggeri per rispetto a quello che fino ad una decina di anni fa erano queste strade: la vita.
    Il nostro viaggio da Aleppo a Lattakia prevede la ridiscesa obbligata quasi fino ad Hama. Non si può tagliare passando dalla città di Idlib. La provincia in questione è diventata una sorta di riserva per i miliziani dell’Isis, formazione Al Nusra nello specifico, e di decine di altri gruppi appartenenti a quella galassia fondamentalista. Sconfitti nel loro intento principale, quello di rovesciare il Governo siriano in carica ed instaurare un regime improntato sul fondamentalismo estremizzato in luogo dell’antica pacifica convivenza tra etnie e confessioni religiose, è rimasto il problema della ricollocazione dei combattenti. Nessun Paese d’origine ha accettato di rimpatriarli, neppur in maniera coatta traducendoli nelle maglie della propria giustizia. Una presenza troppo ingombrante dal punto di vista politico che in alcuni casi avrebbe potuto dare adito anche a recondite ammissioni e troppo pericoloso dal punto di vista della sicurezza sociale. Un efferato combattente mercenario lo è per sempre e può imbracciare quindi qualsiasi causa. Per soldi o per ideali.
    L’accordo non scritto, per coloro che non sono riusciti ad esfiltrare verso altri campi di battaglia quali l’area del Donbass, lo Yemen, la Regione del Tigrè nel Corno d’Africa o altre zone calde già ai limiti del subbuglio armato, è stato quello di chiuderli nella provincia di Idlib. Chiusi però fino ad un certo punto, considerato l’indicibile passaggio di merci dalla retrostante frontiera turca ma anche di rifornimenti provenienti dalla Siria stessa tramite strane triangolazioni di spregiudicati oligarchi medio-orientali.
    L’autostrada M5, la principale arteria che collega Damasco ad Aleppo, nel suo tratto nord appunto da Hama ad Aleppo stessa, segna sostanzialmente la frontiera tra la Repubblica Araba Siriana ed il “Governatorato di Al Nusra”. Circa centotrenta chilometri di strada riaperta alla grande circolazione solo da pochi mesi e tenuta in sicurezza dall’esercito regolare siriano che ha preso posizione tra i resti dei villaggi ai margini della grande strada di comunicazione. Le condizioni del manto d’asfalto sono tutto sommate buone ma il traffico è scarso. Transitano praticamente solo tir carichi di approvvigionamenti per Aleppo, il terminale nord del Paese e bus pieni di militari che vanno in licenza o tornano in servizio. Molti pur di concedersi qualche ora nelle proprie case attendono un aleatorio passaggio sul ciglio della strada o sotto un ponte al riparo dal forte vento o dal caldo sole. I check point, soprattutto ai confini tra province, in aree sensibili o in ingesso ed uscita dai centri abitati, sono numerosi. Il controllo del territorio in Siria è capillare. Ne va della sicurezza del viaggiatore ma anche della sicurezza nazionale. In fondo i combattenti antigovernativi si spostarono indisturbati senza intoppi per settimane all’interno del Paese potendo così pianificare la veemente offensiva che poi lanciarono fuoriuscendo dai tombini di Aleppo. Anche per questo a Damasco e nelle grandi città dove la vita è tornata quasi alla normalità moltissimi tombini sono saldati al terreno. E’ già accaduto ma non si sa mai.
    La linea che transita da quel che rimane dei villaggi di Saraqib, Maarrat Dibsah, Maarrat Al Numan, svoltando poi verso Kafr Nabudah fino a Qalaat Al Madiq ed il sito di Apamea è per lunghi tratti difesa da un alto terrapieno e da trincee scavate giusto ai margini della strada. La frontiera mobile è proprio qui. A poche centinaia di metri, le case all’orizzonte sono occupate dai miliziani neri. Quasi se ne scorge la presenza. O almeno è quello che noi crediamo di avvertire. Bidoni di grosso metallo una volta adibiti al trasporto di petrolio ed ora arrugginiti e ripieni di terra coprono il nostro passaggio. In accordo con i vecchi carrarmati ma del tutto funzionanti parcheggiati nei resti dei garage o degli esercizi commerciali abbandonati e distrutti ed ora utilizzati dai militari.
    Militari che dovunque, qui dove la tensione è più alta o sul mare o nel deserto stepposo del sud est verso l’Iraq dove la situazione è più calma, ci mostrano la loro gentilezza e la loro umanità.
    Come il soldato del palazzo storico adibito a quartier generale di un battaglione dell’esercito a Maarrat Al Numan. Un baldo giovane che ci accoglie con la sua simpatia nel servizio di accompagnamento alla tomba dimenticata del poeta Al Ma’arri. Una busta di tabacco è tutto quello che ha da offrirci per ripagarci della nostra visita. E’ lui che ringrazia noi ma saremo noi ad essergli per sempre riconoscenti per averci introdotto alla bellezza dei mosaici originali salvati dalla violenza dei combattimenti e nascosti nei sotterranei di un antico caravanserraglio. E’ già da qualche giorno che vediamo o transitiamo attraverso i resti non archeologici di villaggi e quartieri ma la camminata tra le macerie della cittadina del poeta siriano suscita nuovamente una forte emozione in noi. Come la visita notturna al quartiere armeno di Aleppo o nei vicoli del suk della stessa città. Posti come le cittadine ai lati dell’autostrada o determinate zone di Homs, di Hama o i quartieri Joubar, Barzehe, Al- Kaboun di Damasco [che personalmente avevo già visitato nel 2020] ed i villaggi con muri di terra che caratterizzano la strada da Homs al sito di Palmyra presentano tutti la stessa caratteristica: aree fantasma dove spunta, spesso all’improvviso, qualche anima gioiosa. Bambini, nati praticamente sotto i bombardamenti od in qualche campo profughi in Giordania o in Libano e rientrati a vivere con le proprie famiglie in appartamenti oasi nel mare della distruzione.
    Intere località oramai abitate solo dai militari e dai ricordi di coloro che non ci sono più. Morti o scappati.
    Ma la Siria non è solo un dramma. La Siria è anche la vivacità del centro di Damasco con i suoi locali, ristoranti, la sua vita notturna, le preghiere nelle moschee e nelle chiese.
    E’ la ricostruzione del suk di Aleppo che procede, seppur lentamente.
    E’ la gentilezza del popolo ed il piacere del cibo.
    Sono le spiagge sul Mar Mediterraneo con l’isola cittadella di Arwad e Cipro che si immagina all’orizzonte.
    E’ la bellezza sontuosa del cosiddetto Krak de Chevaliers, l’imponente fortezza utilizzata anche dai templari, uno dei pochissimi castelli al mondo mantenutosi fino ai giorni nostri sostanzialmente in buone condizioni.
    E’ la storia arcaica che si è dipanata nel corso dei secoli giungendo fino a noi tramite le testimonianze delle decine di siti archeologici, dimostrazione dei numerosi popoli e delle diverse dinastie che hanno vissuto tra il mare e la Mesopotamia.
    Alcuni di questi siti li riscopriamo come visitatori per la prima volta dopo più di dieci anni. Luoghi infilatisi nell’oblio e rimasti fermi così come erano.
    Ci facciamo largo, infatti, tra la fitta vegetazione che oramai ricopre le rovine di Ugarit, considerata dagli archeologi uno dei più antichi insediamenti al mondo. Nessun turista o abitante locale, animali a parte, è venuto al cospetto del suo Palazzo Reale dal momento dello scoppio delle ostilità.
    Siamo i primi a passeggiare nuovamente sulla “via colonnata” di Apamea. Località antica sorta nel neolitico che ha visto alternarsi greci, romani, persiani, seleucidi, mamelucchi ed infine l’Isis. Da poco liberata e tornata sotto il controllo siriano continua a trovarsi comunque sulla linea di confine e di tiro dei miliziani estremisti che ancora occupano la zona di Idlib. Potenzialmente potremmo forse essere bersagli all’orizzonte ma ci gustiamo appieno l’amenità del luogo e gli scampoli di colloquio con dei giovani pastorelli che accompagnano il loro gregge a masticare l’erba della storia.
    Non potevamo infine esimerci dal fare la nostra conoscenza con la “sposa del deserto”: Palmyra, l’antica capitale dell’omonimo regno governato da Zenobia. I gravi danni commessi dalla scelleratezza umana sono ben riconoscibili rispetto a quelli causati dallo scorrere naturale del tempo. Un patrimonio dell’umanità sacrificato alla barbarie umana. Come quando, all’inizio dell’occupazione, i miliziani dell’Isis sul palco dell’anfiteatro romano tagliarono decine di teste ad altrettanti malcapitati con tanto di pubblico costretto ad assistere al tragico spettacolo mentre le telecamere della propaganda ripigliavano la scena.
    Aspetto più propriamente turistico ed aspetto drammatico. Viaggiando oggi in Siria non è semplice poter tenere separati i due ambiti.
    Ampie zone del Paese sono ancora sotto il controllo di realtà esterne. Tutto l’arco geografico cha da Idlib attraversa la striscia di terra a nord di Aleppo fino al punto di doppio confine con Turchia ed Iraq vede la presenza di differenti attori in campo. Squadroni della morte ed eserciti più o meno regolari di altri Paesi partecipanti al gioco. Anche il recente terremoto che ha colpito la zona ancora interessata dalle operazioni belliche non ha di certo aiutato. Come non aiutano il popolo e l’economia le forti sanzioni imposte dai cosiddetti Paesi occidentali con lo scopo di far cadere un Governo che la maggior parte della gente considera se non il migliore quello, oggi come oggi, comunque più plausibile.
    Le sfide sono tante e musulmani e cristiani nelle loro numerose diverse diramazioni come le varie anime etniche che compongono la nazione siriana sono pronti a poter ricominciare. A partire da varie piccole attività commerciali e turistiche che stanno sorgendo. Un segnale di speranza per la Siria, uno dei Paesi a più alto potenziale turistico mondiale. Un Paese segnato nel profondo e che vede la normalità ancora distante.
    Un Paese che viene giudicato da lontano senza esser conosciuto dall’interno.

    Luca Pingitore

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 09/04/23
    https://www.cese-m.eu/cesem/2023/04/viaggio-in-siria-il-paese-che-la-guerra-non-ha-abbattuto/

  • Viaggio in Iraq – Primavera 2023

     

    Photo Manuel Guttmann
    Photo Manuel Guttmann

    La nostra passione è viaggiare. Il nostro scopo è aggregare. Il nostro obiettivo è coinvolgere e condividere per far conoscere luoghi e situazioni.

    27 MAGGIO / 5 GIUGNO 2023
    Tra il Tigri e l’Eufrate alla scoperta della storia. Viaggio nell’antica Mesopotamia

    Il programma generale prevede un itinerario on the road dell’ Iraq con autista e mezzo  privato partendo da Baghdad, attraversando la confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate giungendo infine sulle rive dell’oceano Indiano.
    Baghdad – Samarra – Babilonia – Karbala – Najaf – Nasirjah – la confluenza del Tigri con l’Eufrate – le grandi paludi mesopotamiche (Iraqi marshes) – Bassora – – lo Shatt Al Arab – il Golfo Persico
    Storia antica e recente si accavalleranno in un misto di emozioni.

    Dettagli e costi saranno specificati ai singoli interessati.

    Il costo di viaggio include:
    • Sistemazione in stanza doppia con colazione
    • Trasporto privato in minibus compresi i trasferimenti aeroportuali
    • Guida / accompagnatore locale
    •  Escursioni in barca
    • Biglietti d’ingresso ai musei e siti d’interesse

    Il prezzo NON include:
    • Biglietti aerei Italia – Baghdad andata e ritorno
    • Visto d’ingresso in Iraq
    • Pranzi e cene
    • Extra personali
    • Assicurazione di viaggio
    • Tessera OTRA

    ADESIONI FINO A DISPONIBILITA’ DI POSTI ENTRO IL 28 FEBBRAIO 2023

    Per informazioni ed iscrizioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Il grande rinascimento della nazione cinese – Presentazione del libro 11/02/23 Firenze

    Il 2022 ha rappresentato il 101° anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) e il 73° anniversario della Repubblica Popolare Cinese.
    73 anni di vita durante i quali la Cina è diventata una potenza in campo internazionale.
    La presentazione del libro

    ” IL GRANDE RINASCIMENTO DELLA NAZIONE CINESE” – ed. Anteo

    sarà l’occasione per discutere ed approfondire la Cina alla luce della situazione geopolitica internazionale di questi mesi.
    Presenti gli autori del volume ed il Vice Console della Cina per la Toscana – Liguria – Umbria – Marche.

    Organizzato da
    Centro Studi Eurasia Mediterraneo con la collaborazione dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA

    SABATO 11/02/2023
    ORE 15:00
    FIRENZE

    Ingresso libero con prenotazione del posto:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • I fiumi sono la storia

    “I fiumi mi han sempre attirato. Il fascino è forse in quel loro continuo passare rimanendo immutati, in quell’andarsene restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia, che è, in quanto passa. I fiumi sono la Storia.“
    Scriveva Tiziano Terzani nel suo celebre “Buonanotte, signor Lenin” mentre, proprio nei giorni in cui l’Unione Sovietica stava dissolvendosi, si trovava in navigazione sul fiume Amur che per migliaia di chilometri segna il confine tra Russia (Urss all’epoca del viaggio di Terzani) e Cina. Giusto mentre si compiva la Storia.
    E la storia a volte è capitata anche a me di assaporarla. Alcune di queste proprio attraversando dei corsi d’acqua protagonisti di storia e geopolitica.

    L’attraversamento del fiume Bug occidentale è una delle frontiere visivamente distinguibili nel proprio essere.
    Dalla città di Brest in Bielorussia rientravo in Polonia, quella volta da pochi mesi entrata nell’Unione Europea.
    Il fiume Bug occidentale era stata già la vecchia linea di demarcazione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica e per questo la fortezza che sorge sull’odierna riva bielorussa si fregia di essere località “Eroina dell’Urss” in quanto baluardo della resistenza alle divisioni di Hitler.
    Un vecchio treno di tradizione sovietica con le panche in legno, per certi aspetti l’omologo della nostra storica littorina con sedili in finta pelle che operava sulla tratta Cosenza – Paola, attendeva me e gli anziani frontalieri carichi di stecche di sigarette e bottiglie di vodka sul binario dedicato. Controlli serrati da parte delle autorità bielorusse che infine ci lasciarono partire per, appunto, l’Unione Europea.
    Circa otto minuti di viaggio. Un viaggio non solo fisico guadando il fiume attraverso un ponte ma anche temporale indietro nel tempo. Un’ora di differenza di fuso orario tra i due paesi dirimpettai. Parti ad esempio alle 11:00, le lancette dell’orologio scorrono per otto minuti mentre attraversi il fiume, arrivi a destinazione alle 10:08. Uno strano effetto. Come quello di scorgere torrette di avvistamento e militari nella vegetazione sulla riva bielorussa del fiume. Una vecchia babushka mi chiese se gentilmente avrei potuto trasportare nel mio bagaglio un paio di stecche delle sue sigarette ed un paio di bottiglie della sua vodka. Accettai volentieri. Quella gente praticava il contrabbando sociale, acquistava a prezzi irrisori in Bielorussia e rivendeva a prezzi modici in Polonia riuscendo a vivere con il più che modesto guadagno. Prima di poter scendere dall’ “elektrichka”, il termine russo che identifica il treno regionale, la polizia di frontiera polacca fermò uno ad uno i passeggeri chiedendogli cosa portassero nei loro semplici borsoni. Tutti i passeggeri risposero “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka” sorridendo ai doganieri e scendendo così dal vagone. Arrivò il mio turno, unico straniero ed unico con vero bagaglio da viaggio. Questa volta a sorridere furono i poliziotti ponendomi la stessa domanda rivolta precedentemente a tutti. E per la quale non attesero risposta ripetendomi loro stessi “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka. Benvenuto in Polonia” .

    Il fiume Ibar separa la città di Kosovska-Mitrovica / Mitrovice in due tra serbi ed albanesi.
    Siamo in Kosovo. Nel 2008, l’anno di quel mio viaggio effettuato con un amico, il paese era ancora sotto l’egida della missione UNMIK della Nato. Non erano trascorsi neanche due mesi dalla sua dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia avvenuta in seguito ad un drammatico procedimento caratterizzato da una cruenta guerra. Un processo di indipendenza non ancora del tutto completato in quanto una parte della comunità internazionale, Serbia in primis, non ne riconosce la separazione e la situazione nell’area resta ancora molto calda per via delle forti contrapposizioni etniche. Ai tempi di quella mia visita non c’erano quindi turisti, mancava l’energia elettrica ed erano la norma i militari armati o i nostri carabinieri in giro come i check point sulle strade. Quel giorno a Mitrovica passammo dal lato albanese a quello serbo nell’unico modo possibile, attraversando appunto il ponte sul fiume Ibar. Suscitando grosso stupore misto a sospetto da parte dei militari che controllavano il “confine”.
    Dal lato sud, quello albanese del ponte, i militari francesi addetti al controllo del passaggio (un vero e proprio check point) ci controllarono i documenti e si interrogarono su chi fossimo e sul motivo del nostro esser li. Rispondemmo candidamente di essere semplici turisti. Il comandante, dopo averci pensato un po’ e comunque titubante, ci riconsegnò i passaporti sospirando: “Tourists… why not?…“, ancora fortemente dubbioso circa la nostra risposta…
    Transitati sul ponte, non senza aver rubato qualche scatto fotografico di soppiatto, ci concedemmo un cappuccino al “Dolce Vita”, il bar a ridosso del ponte, lato serbo, centro franco internazionale di incontri e affari. Ottimo punto d’ osservazione sul fiume e sul ponte, il bar, secondo le nostre informazioni era una sorta di copertura, una “zona neutra”. Respirammo una atmosfera da Berlino divisa tra DDR e RDT durante gli anni della “guerra fredda”. Ci gustammo quello storico cappuccino con calma balcanica e riprendemmo poi il nostro peregrinare. Ai tempi, probabile, fummo forse i primi turisti in Kosovo e di conseguenza guardati spesso con sospetto. Era il 2008, era da poco Kosovo ma era ancora UNMIK.

    Sempre nel territorio di quella che una volta era la Jugoslavia, un altro corso d’acqua segna ai nostri giorni un confine. Il fiume Sava che nasce in Italia prima di buttarsi nel Danubio e creare nella città di Belgrado una delle confluenze più belle e famose al mondo, oggi divide per chilometri Croazia e Bosnia e la Serbia dalla stessa Bosnia. Ma c’è un punto in cui i tre stati pressoché si toccano, Brcko.
    Nella quasi totalità dell’opinione comune, la Bosnia è costituita da due entità: la Federazione di Bosnia ed Herzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia. Ma ciò non è del tutto corretto. Esiste, infatti, anche una terza piccola entità, il Distretto di Brcko appunto. Partendo dall’Italia si arriva a Brcko dalla Croazia attraversando un ponte sul fiume Sava. Su questa sponda sei in Unione Europea, sull’ altra sei in Bosnia.
    Uscendo dalla cittadina ed attraversando poi i pochi chilometri per i quali si estende il territorio del Distretto, ritrovi il fiume e la frontiera. Passi quest’altro ponte e questa volta sei però in Serbia.
    Brcko, con la sua piccola cittadina dalle molte anime comprendente musulmani, ortodossi e cattolici, nacque come distretto autonomo verso la fine della guerra dei Balcani degli anni ’90. Ufficialmente fu costituita per gestire un piccolissimo territorio che era rimasto fuori dagli Accordi di Dayton (in maniera semplicistica quelli che sancirono la nascita della Bosnia – Herzegovina) e nel quale furono insediate alcune forze internazionali di peacekeeping, istituzioni politiche ed un grande base militare americana. In realtà, Brcko città soprattutto, per la sua posizione molto favorevole ubicata sulla sponda bosniaca del fiume Sava e per essere al centro tra Croazia, Bosnia stessa e Serbia ha da subito svolto un’altra funzione. Quella di porto franco, in pratica un territorio “neutrale”. “Arizona market” è stato uno degli appellativi di Brcko, un posto dove tutti o quasi i tipi di traffici erano permessi. Fino a qualche anno fa, quando si è deciso di normalizzare la situazione a livello amministrativo integrandola ufficialmente nella Bosnia con la conseguente chiusura anche della base americana. I traffici però, non è detto che siano terminati o magari non del tutto.

    Pochi mesi prima dell’inizio della distruzione della Jugoslavia si palesò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    In entrambi i casi non senza drammatici conflitti bellici e tragici contrasti tra etnie attigue. Precedentemente ma in analogia con la situazione del Kosovo anche in alcuni ex paesi dell’Urss estrinsecarono la loro indipendenza territori abitati da popoli che anelavano la propria autonomia.
    Le guerre portarono alla formalizzazione di repubbliche indipendenti de facto. Queste però riconosciute solo dalla Russia e da una manciata di altri stati tra i quali il Venezuela, il Nicaragua, la Siria.
    Ed anche qui alcuni corsi d’acqua sono diventati protagonisti della Storia. Anche qui sono infatti sorti nuovi confini. Come i due fiumi che segnano i confini dell’Abkhazia, il fiume Psou con la Federazione Russa ed il fiume Ingur che la separa dalla Georgia, da questa de facto indipendente. La Colchide è la terra mitologica in cui Giasone e gli Argonauti andarono a conquistare il vello d’oro e dove Prometeo fu incatenato dopo aver dato all’umanità il segreto del fuoco. Oggi l’Abkhazia, regione situata sul Mar Nero, raccoglie l’eredità storica di quei miti.
    Dopo la recrudescenza di operazioni belliche dell’estate del 2008 la frontiera con la Georgia si attestò definitivamente sul fiume Ingur, anche se per la precisione sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. Nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia: il ponte sul fiume Ingur.
    Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, appunto con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo e se hai la documentazione necessaria vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese ubicato sull’altro fiume, il Psou. Lì ad una manciata di chilometri si dipana il grande Parco Olimpico di Sochi, “capitale dello sport in Russia”, costruito per le Olimpiadi invernali del 2014 ed una parte del quale riconvertito a circuito di Formula 1 e ad uno stadio dei Mondiali di calcio del 2018. A sud sul fiume Ingur al confine georgiano invece l’atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’Urss ed alla indipendenza dell’Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. Apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra i due paesi, col “piede dell’opportunismo in due staffe”.

    Il fiume Dnestr, dai monti Carpazi scivola verso il mar Nero. Nella sua lunga serpentina verso sud incrocia tre paesi diversi divenendo portatore delle diverse ma contigue tradizioni di differenti popoli che fino ai primissimi anni novanta erano parte, seppur in maniera federata, di un unico vasto paese.
    Ufficialmente dal 1990, il Dnestr attraversa l’Ucraina, la Moldova e si interseca per i suoi circa duecentocinquanta chilometri finali con la Repubblica Moldava di Pridnestrovie segnandone praticamente il suo confine. Da un lato la Moldova, dall’altro, prima di sfociare nuovamente sulle rive ucràine del Mar Nero, la Pridnestrovie. Repubblica de facto anche questa nata come l’Abkhazia dopo una guerra in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nella sua discesa verso il versante ucraino il fiume si dipana anche in un tortuoso canyon. In alcuni punti il Dnestr è lì, proprio ai tuoi piedi e volendo puoi anche assaggiarlo da piccoli anfratti nei quali sono state ricavate alcune spiaggette. ll confine è quindi visibile, percettibile, praticamente toccabile nuotando nelle acque del Dnestr.
    Il quale non è solo un fiume di confine ma svolge anche una funzione attiva allo sviluppo della società locale generando dalle sue acque energia elettrica che serve il fabbisogno del paese transnistriano. La grande diga con annessa centrale idroelettrica a Dubossari, la città più antica dello stato sul Dnestr, insieme a quella di Dnestrovsk, sono allo stesso tempo siti energetici e luoghi degni di interesse turistico dato dal loro fascino architettonico, dalla loro storia e la loro ubicazione su due punti di confini differenti. A sud, il Dnestr si dirama in un altro bacino idrografico dove dalla sponda sinistra dell’invaso del fiume Cuciurgan, l’Ucraina si tocca quasi. Basterebbe una piccola imbarcazione od una possente nuotata per attraversare il bacino lacustre e raggiungere l’oblast di Odessa, la sponda opposta. Siamo a circa 60 km dalla città simbolo della Rivoluzione Russa del 1905 resa nonché celebre dall’iconografia cinematografica mondiale attraverso il film muto “La corazzata Potemkin” e da quella italiana con “Il secondo tragico Fantozzi”. Dopo poco più di cento anni Odessa in questi mesi è tornata ad essere un nuovo emblema della storia divenendo anche essa protagonista, suo malgrado, delle tragiche operazioni belliche in corso sul suolo ucraino. Dnestrovsk, il punto geografico praticamente più a sud della Repubblica Moldava di Pridnestrovie e dove la sua centrale termoelettrica annovera il camino industriale più alto d’Europa arrivando a superare di una quindicina di metri finanche la Torre Eiffel. La striscia di terra stretta tra il fiume Dnestr ed il confine ucraino mai come in questi giorni è divenuta oggetto di teorie ed analisi geopolitiche che la indicano come probabile nuovo territorio in causa del conflitto che si sta consumando nel cuore dell’Europa.

    Non sempre la storia, nel suo proseguire, trasforma l’acqua in una frontiera. A volte quell’acqua che prima era un confine diviene bacino dello stesso paese. Come la porzione di mare che passa nello stretto di Kerc.
    La Crimea è una penisola caratterizzata dal mare e dalle montagne ma è anche una terra ricca di storia con numerose pagine legate direttamente all’Italia.
    Si parte dagli antichi romani, si prosegue con le Repubbliche Marinare di Genova e Venezia, continua con la partecipazione del Regno di Sardegna alla Guerra di Crimea, si conclude con gli “italiani di Crimea”. Sono stato in Crimea più di una volta, sia prima del 2014 anno del passaggio alla Federazione Russa che poi in seguito. Tutte le volte, insieme ai miei compagni di viaggi, siamo sempre entrati od usciti dalla penisola via mare, in traghetto. Il ponte, oggi uno dei nodi principali legati al conflitto in Ucraina, ancora non esisteva o sarebbe stato inaugurato da li a poco. Fino al 2014 c’era una frontiera da attraversare. La mia prima volta dall’Ucraina passavo in Russia. Alla stregua del guado dello Stretto di Messina, si passava qui peròi da uno stato verso un altro.
    Il controllo dei passaporti, un timbro rosso sull’ ultima pagina, l’imbarco sul traghetto e circa trenta minuti di navigazione. Un viaggio per noi viaggiatori emozionale di circa mezzora con i gabbiani che accompagnavano il percorso della motonave. Poi l’attracco, un altro controllo passaporti, un altro timbro, accanto al visto russo questa volta ed il proseguimento del viaggio all’ interno di un altro stato. Nei viaggi effettuati dopo il 2014, invece, il controllo passaporti è stato sostituito da un controllo di sicurezza in stile aeroporto a garanzia dell’accesso al traghetto mentre vari punti ristoro e persino un piccolo hotel sono sorti a riempimento degli spazi che una volta servivano da dogana. Ora non c’è più nessuna frontiera a sbarrare il passo. Russia alla partenza, Russia anche all’ arrivo. Fluttuando per circa trenta minuti sulle onde provocate dai motori della turbonave quel paio di volte in cui sono tornato post 2014 volgevo lo sguardo alla ricerca dei cantieri del ponte che avrebbe presto collegato i due estremi dello stretto. La mia prossima volta le cose saranno nuovamente cambiate. Il battello, come la frontiera, è già diventato anch’ esso un romantico ricordo. Come il timbro rosso sull’ ultima pagina del passaporto dell’epoca che registrava l’uscita da un paese prima dell’ingresso in un altro. Il ponte di circa 16 km che collega la Crimea alla Russia è oramai operativo. La prima volta che presi il traghetto per attraversare lo stretto di Kerc passando da uno stato all’altro l’emozione era tanta. Lo è stata anche la mia ultima volta. Forse l’ultima mia traversata dello stretto in traghetto.

    Luca Pingitore

    * = Articolo pubblicato su Coessenza LaRivista

  • Viaggio in Transnistria & Sheriff Tiraspol – Partizan Belgrado

     

     

    In occasione della partita di calcio di Conference Legue tra Sheriff Tiraspol ed il Partizan Belgrado l’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA organizza un viaggio in Transnistria / Pridnestrovie.
    Assisteremo al match calcistico ed avremo la possibilità di fare un breve tour delle principali attrazioni della Transnistria, oggi più che mai terra di confine.

    15 / 19 FEBBRAIO

    Il programma generale prevede (ulteriori dettagli saranno poi specificati ai singoli interessati):
    Giorno 1: Viaggio con arrivo in serata
    Giorno 2: Visita di Tiraspol – Tour dello Sheriff sport complex – Partita di calcio allo stadio Zimbru di Chisinau
    Giorno 3: Visita della fortezza sul fiume Dniestr – Visita della città di Bender – Degustazione di caviale nero
    Giorno 4: Escursione in una località di interesse
    Giorno 5: Rientro in Italia

    Il costo di viaggio include:
    • Struttura ricettiva
    • Trasporto privato in minibus compresi i trasferimenti aeroportuali
    • Guide professionali in inglese e italiano secondo l’itinerario
    • Escursione e degustazione di caviale nero (2 diversi tipi) presso il complesso di storioni «Aquatir»
    • Escursione e 1 pranzo rurale
    • Biglietto d’ingresso alla Fortezza di Bender

    Il prezzo NON include:
    • Biglietto partita Sheriff – Partizan che sarà comunque acquistato prima della partenza con saldo al momento
    • Pranzi e cene liberi
    • Extra personali
    • Biglietti aerei Italia – Chisinau andata e ritorno
    • Assicurazione di viaggio
    • Tessera OTRA

    Per informazioni ed iscrizioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

     

  • Raduno generale OTRA Natale 2022

    E’ tempo del consueto ritrovo di fine anno dall’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA, l’evento dove gli appassionati di viaggio si scambiano esperienze, progettano nuovi itinerari, conoscono nuovi viaggiatori in allegra compagnia.
    Il raduno OTRA è l’evento imperdibile per tutti gli amanti del viaggio ed aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare e conoscere altri viaggiatori.
    L’unico evento dove conta solamente stare insieme e divertirsi. 

    17 / 18 DICEMBRE 2022
    MILANO & MONZA

    PROGRAMMA:
    Sabato 17 MILANO:
    – Ore 12:00 inizio ufficiale del raduno con il ritrovo dei partecipanti a Milano

    – Ore 14:00 “Viaggiare attraverso il calcio identitario” all’interno dell’Offside Festival alla Fabbrica del Vapore
    Incontro pubblico all’interno dell’Offside Festival durante il quale interverranno come relatori alcuni membri dell’Associazione OTRA

    A seguire ritrovo dei viaggiatori con il seguente ordine del giorno:

    •  Conoscere Macao
      • Circumnavigazione del lago Bajkal
    • Scoprire la Cambogia
    • Viaggiare in Iraq
    • Viaggiare in Ucraina e Russia alla luce della situazione odierna
      • Viaggi in agenda
      • Varie ed eventuali in ambito di viaggi

    – Serata ad oltranza

    Domenica 18 MONZA:
    – Ore 10:30 visita della Villa Reale

    – Ore 13:00 pranzo

    – A seguire visita del centro storico e dei punti di interesse

    – Saluti

    Sarà possibile partecipare all’intero programma o prender parte solo a parte di esso.

    Per dettagli e prenotazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

     

  • I Viaggiatori Indipendenti si sono ritrovati a Sabbioneta

    Domenica 29 maggio si è svolto un nuovo tradizionale raduno dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA.
    Dopo l’evento in occasione del decennale svoltosi lo scorso ottobre a Firenze, i viaggiatori hanno optato per ritrovarsi ancora una volta, come in raduni precedenti, in uno dei “borghi più belli d’Italia”.
    L’anno passato fu Gradara, questa volta la scelta è ricaduta invece su Sabbioneta.
    La cittadina patrimonio mondiale dell’Unesco ha accolto i partecipanti al ritrovo con grande ospitalità, ricevendo il benvenuto tramite il saluto del Vicesindaco Franco Alessandria su delega del Sindaco Marco Pasquali che ha messo il gruppo subito a proprio agio.
    Trenta persone provenienti da varie parti d’Italia con piccole rappresentanze da Germania, Stati Uniti ed Ucraina hanno quindi trascorso piacevolissimi momenti tra arte e convivialità.
    Persi tra le stradine del centro storico e nelle eleganti sale del Palazzo Ducale, del Palazzo Giardino, del Teatro Olimpico come anche nelle architetture religiose delle chiese cattoliche e della vecchia sinagoga, i viaggiatori accorsi al ritrovo dell’Associazione hanno apprezzato l’atmosfera della “città ideale” rappresentata da Sabbioneta *
    Un piacevole scoperta per molti, un ulteriore apprezzamento per chi aveva già avuto l’opportunità di visitarla.
    Prima della visita della cittadina costruita da Vespasiano Gonzaga Colonna, la giornata è iniziata con una breve traversata del fiume Po nel tratto della vicina Casalmaggiore e proseguita poi a pranzo in uno dei numerosi ristoranti della zona dove il gruppo ha potuto confrontarsi su recenti e future esperienze inerenti ciò che maggiormente li appassiona:
    Viaggiare.

    * = Concetto urbanistico rinascimentale secondo principi astratti di razionalità e funzionalità.

  • Raduno generale OTRA 29 maggio 2022

    Il nuovo raduno OTRA, evento imperdibile per tutti gli amanti del viaggio ed aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare, conoscere altri viaggiatori e scambiare esperienze di viaggio

     29 MAGGIO 2022
    GOLENA DEL PO & SABBIONETA

    PROGRAMMA:

    Domenica 29:
    – Ore 10:00 inizio ufficiale del raduno con il ritrovo dei partecipanti a Casalmaggiore
    – Escursione nel parco Golena del Po e gita in barca sul fiume Po
    – Trasferimento a Sabbioneta
    – Pranzo ufficiale dei viaggiatori
    – Visita della cittadina patrimonio mondiale dell’UNESCO di Sabbioneta
    – Varie ed eventuali
    – Saluti

    E’ previsto un costo fisso di partecipazione che comprende:
     gita in barca – pranzo domenica – ingressi e visita Sabbioneta
    Possibilità eventuale di ricevere passaggio dalle stazioni ferroviarie di Parma o Reggio Emilia.

    Per informazioni e prenotazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

     

  • In Transnistria nei giorni difficili per l’Europa

    Dalla sponda sinistra dell’invaso del fiume Cuciurgan, l’Ucraina si tocca quasi. Basterebbe una piccola imbarcazione od una possente nuotata per attraversare il bacino lacustre e raggiungere l’oblast di Odessa, la sponda opposta. Siamo a circa 60 km dalla città simbolo della Rivoluzione Russa del 1905 resa nonché celebre dall’iconografia cinematografica mondiale attraverso il film muto “La corazzata Potemkin” e da quella italiana con “Il secondo tragico Fantozzi”.
    Dopo poco più di cento anni Odessa in queste settimane è tornata ad essere un nuovo emblema della storia divenendo anche essa protagonista, suo malgrado, delle tragiche operazioni belliche in corso sul suolo ucraino.
    Ci troviamo a Dnestrovsk, il punto geografico quasi più a sud [ il villaggio di Nezavertailovca per poche centinaia di metri le ruba in realtà il primato. n.d.r. ] della Repubblica Moldava di Pridnestrovie, in un nostro nuovo viaggio nella striscia di terra stretta tra il fiume Dnestr ed il confine ucraino mai come in questi giorni divenuta oggetto di teorie ed analisi geopolitiche che la indicano come probabile nuovo attore del conflitto che si sta consumando nel cuore dell’Europa.
    Qui, sull’estuario del fiume Cuciurgan, sorge una delle due grandi centrali termoelettriche della piccola Repubblica transnistriana [ l’altra, quella di Dubossari, è ubicata più a nord, sulle sponde del fiume Dnestr dirimpetto la Moldova. n.d.r. ] la quale annovera il camino industriale più alto d’Europa e che arriva a superare di una quindicina di metri finanche la Torre Eiffel.
    A pochi metri dalla spiaggia attrezzata meta di famiglie e pescatori, superato un ponticello, sorge l’ex “sanatorium” per i lavoratori sovietici ed oggi albergo aperto a tutti. In questi giorni il piccolo resort è stato prescelto dal governo della Repubblica di Pridnestrovie come uno delle più importanti strutture ricettive sparse per tutto il paese atte ad ospitare rifugiati ucraini. Ed i rifugiati, appunto, in Pridnestrovie non mancano. La piccola Repubblica si è attivata sin da subito per accogliere sul proprio territorio chiunque sentisse l’esigenza di scappare dalla situazione creatasi nella vicina Ucraina predisponendo un centro di ritrovo a Tiraspol nell’area di una delle sue più importanti aziende, la Tirotex, mettendo a disposizione diverse strutture di ospitalità nella già citata Dnestrovsk oltre che a Dubossari e Ribnitsa e mantenendo aperto il suo confine con la regione di Odessa nonostante il versante ucraino sia stato chiuso concedendo il transito solo a determinate condizioni.
    E’ alta la percentuale di cittadini transnistriani di etnia ucraina e numerosi sono quelli che hanno comunque rapporti di lavoro o familiari e per questi motivi decine di ucraini di Odessa hanno trovato naturale rifugiarsi nell’attigua Pridnestrovie. Per molti, magari, è anche la via più sicura e veloce per poi raggiungere parenti ed amici in Unione Europea. Come nel caso di Artiom, nostro compagno di viaggio sulla via del complicato ritorno verso l’Italia, il quale dopo un mese trascorso a Tiraspol si accinge a raggiungere la moglie in Germania. Lo incrociamo nella capitale moldava Chisinau e viaggiamo con lui fino in Romania. Il passaggio di frontiera tra Moldova e l’ Unione Europea è lento. Come d’altronde lo è sempre da queste parti ma paradossalmente se fino a pochi mesi fa il passaporto italiano era oggetto di curiosità, simpatia, battute, benevolenza e ricordi musicali degli anni ’80 ora l’esser italiano è divenuta una cittadinanza “normale”, tutte le attenzioni sono rivolte al nostro compagno di viaggio ucraino. Sia i doganieri moldavi che quelli rumeni come le babushke che viaggiano con noi in bus si premurano che Tyoma stia bene. Finanche l’autista, dove averci scaricato nella Moldavia rumena, riprende il viaggio solo dopo essersi assicurato che il ragazzone sia in buone mani, le nostre.
    I rifugiati ucraini in Pridnestrovie sono ospitati in maniera gratuita ed usufruiscono di diversi servizi quali i trasporti pubblici urbani come quello per i bambini ammessi ad anno scolastico in corso nelle scuole statali di Tiraspol e Bender, la seconda città per grandezza e l’unico lembo di territorio “al di qua del Dnestr”.
    Di contro al flusso di rifugiati composti da anonimi cittadini, l’altro lato della medaglia è rappresentato invece da un consistente numero di ucraini danarosi se non veri e propri piccoli oligarchi.
    E’ difficile trovare una stanza libera nei migliori hotel delle due città più importanti della Pridnestrovie come è facile imbattersi in avventori ucraini nei ristoranti o notare per strada automobili lussuose e sportive con targa extra-frontaliera. Alla guida ci sono spesso eleganti ragazze considerato che agli uomini è vietato espatriare ma non manca anche chi, forte del proprio potere economico, si è creato le condizioni per fuoriuscire dal paese in guerra. Notiamo questa situazione anche alla frontiera tra Moldova e Romania, dove una piccola fila composta da autovetture Jaguar, Mercedes, Lexus, Porsche cattura le attenzioni maggiori di entrambi i versanti delle due dogane. Il vecchio autobus sul quale viaggiano esclusivamente donne e bambini viene fatto transitare senza problemi di sorta, la Jaguar R-Type e la Porsche Taycan sono invece oggetto di commenti e richieste di visita interna da parte degli agenti in turno delle polizie di frontiera.
    Entrati in Romania dal confine di Sculeni e superato il grande cartello di benvenuto “Welcome / Bun Venit / Vitayemo refugee” il pullman viene accolto nel piccolo centro di primo aiuto approntato in un campo ai lati della strada, anche se oramai meno attivo rispetto alle prime settimane di afflusso, mentre i grandi macchinoni sfrecciano via verso le loro comode destinazioni finali.
    Prima di questo, durante la nostra breve tappa a Chisinau, noi nostalgici viaggiatori veniamo invece accolti da una particolare visione. Il grande e storico scheletro vuoto dell’hotel National, già Intourist hotel ai tempi dell’Unione Sovietica e simbolo di archeologia edile della capitale moldava, ci appare dipinto con i colori della bandiera ucraina sovrastato da una scritta in russo che rinnega la guerra. Fa un certo effetto ricordare la grigia carcassa del palazzone rivista per l’ultima volta solo lo scorso gennaio e rivederla ora colorata così da incunearsi in noi il triste pensiero di come sia cambiata l’Europa e forse il Mondo nel volger di un così breve lasso di tempo.
    Cambiamenti geopolitici che, secondo diversi analisti e commentatori, porterebbero nell’imminenza il conflitto anche nella Repubblica di Pridnestrovie oggetto sempre più insistente di attenzione mediatica in questo periodo storico. Da questo lembo di terra si potrebbe aprire un nuovo fronte militare con l’intento di schiacciare l’oblast di Odessa da ovest e permettere alla Repubblica transnistriana di raggiungere l’obiettivo ultimo di unirsi poi alla Federazione Russa.
    Opzione data assolutamente per certa da analisi e commenti. Accompagnati da servizi giornalistici che praticamente mai raccontano la Pridnestrovie dall’interno, limitandosi in realtà a riportare i soliti elementi politici sin dal primo articolo che lessi a riguardo e che mi fece scoprire questo territorio nel lontano 2005. Ma è scarsa la volontà di approfondire il paese spostandosi magari anche al di fuori della capitale, riducendo così la visita il più delle volte ad una escursione in giornata a Tiraspol.
    La capitale dove sorge un aerodromo in condizioni precarie che non è mai potuto diventare un aeroporto per il diniego all’utilizzo dei loro rispettivi spazi aerei da parte delle vicine Moldova ed Ucraina. Ed è li che, secondo vari esperti internazionali della materia, si starebbero ammassando le truppe aviotrasportate russe che già sarebbero presenti in Pridnestrovie da tempo. Gli stessi militari russi riempirebbero anche sia le caserme ufficiali transnistriane che le basi segrete russe.
    Dalla torre più alta della restaurata fortezza di Bender si gode di una ottima visuale sul sottostante fiume Dnestr da un lato e sull’interno di una delle casermette simbolo dell’esercito locale per via del fatto che fu utilizzata come quartier generale della guerra del 1992. L’impressione che ne ricaviamo è di un luogo dalla scarsa attività. La stessa sensazione che avvertiamo dalle parti di un altro paio di caserme militari dislocate non lontano da Tiraspol e da Bender stessa.
    Qualcuno ci lancia la battuta che invadere l’oblast di Odessa sarebbe auspicabile per avere finalmente uno sbocco sul mare e non doversi sorbire più lunghe code in estate la domenica alla frontiera ma, concludendo la spiritosaggine, “Date le nostre condizioni militari come combatteremo? Con l’arco e le frecce”.
    In Pridnestrovie tutti sono preoccupati per la guerra e l’escalation di tensione dei rapporti diplomatici che sta attanagliando l’Europa ma nessuno vuole rivivere i tragici giorni di trenta anni fa quando una guerra la ebbero in casa. Da allora tutti anelano a vivere in pace e contribuiscono a mantenere questo obiettivo: “Il paese ha bisogno di continuare a migliorarsi e progredire, non di un nuovo conflitto”.
    Non è di certo vivendo per qualche giorno la solita atmosfera pacifica già avvertita in precedenza da queste parti frequentando mercati, parchi, gente locale ma neanche visitando cantine locali, viaggiando tra varie località o trascorrendo piacevoli serate tra ristoranti e bar che si può avere la percezione esatta se un paese stia per entrare in guerra o meno.
    Di certo però, la Repubblica di Pridnestrovie additata come un “paese misterioso ed ostile” è forse l’ultimo esempio in Europa di convivenza pacifica tra russi, ucraini, moldavi, bulgari, ebrei ed altre varie etnie e religioni.
    Un esempio di convivenza pacifica tra i popoli dal sapore oramai antico.

    LUCA PINGITORE

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