Autore: Admin

  • Raduno generale OTRA Natale 2025

    Torna il consueto ritrovo di fine anno dall’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA, l’evento dove gli appassionati di viaggio scambiano esperienze, progettano itinerari, conoscono nuovi viaggiatori in allegra compagnia.
    Il raduno OTRA è l’evento imperdibile per tutti gli amanti del viaggio ed aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare e conoscere altri viaggiatori.
    L’unico evento dove conta solamente stare insieme e divertirsi.

    20 DICEMBRE 2025
    AULLA (MS)

    PROGRAMMA:

    – Ore 11:00 Ritrovo dei partecipanti ad Aulla (MS)
    – Visita siti a tematica culturale di interesse per i Viaggiatori
    – Trasferimento a Podenzana (MS)
    – Pranzo ufficiale dei viaggiatori
    – Presentazione viaggi & progetti anno 2026
    – Visita siti a tematica culturale di interesse per i Viaggiatori
    – Varie ed eventuali
    – Ore 17:00 Saluti

    Per dettagli e adesioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

    11 settembre 2025, ore 20:49 (+5GMT), cosmodromo di Baikonur, Kazakhstan.
    Il buio della sera viene squarciato da una fragorosa palla di fuoco che illumina il nostro orizzonte vicino. Veniamo pervasi da una forte non attesa emozione mentre il dardo infuocato si stacca dalla base della piattaforma di lancio e si staglia veloce verso l’universo. Uno strepito costante del gas che brucia accompagna la traiettoria del razzo che sempre più cerca di confondersi con le stelle incastonate nel cielo.
    Il silenzio di noi decine di osservatori presenti dura nove minuti. Il tempo che intercorre dal momento esatto della partenza alla comunicazione ufficiale che segnala l’attraversamento dell’atmosfera terrestre da parte del veicolo, la parte più critica del suo lungo tragitto.
    Urla di giubilo ed un lungo applauso accompagnano il puntino giallo fuoco andare fuori dalla visuale possibile ad occhio nudo. Il lancio è riuscito.
    Dal nostro punto di osservazione situato a poco più di 2 km di distanza dalla base di lancio n. 31 “Vostok” del cosmodromo di Baikonur abbiamo appena assistito alla messa in orbita del veicolo spaziale Progress MS-32.
    Una sonda che non prevede la presenza di cosmonauti a bordo trattandosi di una sorta di navicella cargo e per l’occasione caricata con circa tre tonnellate di cibo, carburante e rifornimenti diretti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
    Il Progress, nelle sue varie versioni aggiornate, è utilizzato per questo tipo di trasporti sin dal 1978 e viene lanciato per mezzo di un razzo di tipo Soyuz. Il modello scagliato questa sera, un Soyuz-U 2.1, dopo due giorni di navigazione attraccherà tramite un sistema di ancoraggio automatico Kours al modulo di servizio Zvezda del segmento russo della ISS.
    Questo di Baikonur, inaugurato nel 1957, è stato il primo cosmodromo al mondo.
    Da qui il 12 aprile 1961 Yurij Gagarin partì a bordo del Vostok-1 per la sua pioneristica esperienza in orbita nello spazio all’epoca sconosciuto.
    Il lancio avvenne dal Gagarin Start, la base di lancio rimasta attiva fino al 2019 e che continua a stagliarsi perentoria verso il cielo.
    Un mostro di ferro, una sostanziale impalcatura semovibile dotata di scale ed ascensori collocata sopra una fossa profonda 45 metri larga 100 ed utilizzata per il convoglio del combustibile il quale, bruciando, imprime potenza alla navicella pronta al decollo.
    Dal bunker sotterraneo della sala operativa, anche essa non più attiva, i lanci venivano monitorati da una serie di periscopi funzionanti tutt’oggi. La chiavetta di start che dava fuoco ai motori è anche essa ancora lì incorporata tra le varie apparecchiature elettroniche attinenti le operazioni. Diversi giornali di bordo e volumi con calcoli, progetti, annotazioni completano la scena dell’ambiente in cui ci troviamo.
    La Roscosmos, l’agenzia governativa che gestisce il programma spaziale russo e detiene sostanzialmente l’amministrazione non solo del cosmodromo ma anche dell’attigua cittadina di Baikonur, concede ad un numero limitato di visitatori, dietro rilascio di un burocratico e costoso permesso, l’opportunità di visitare una parte dell’area.
    Come lo sbalorditivo hangar dove sono ancora conservati due esemplari della navicella spaziale denominata Buran. Uno spazioplano che volò in assetto completo una sola volta nel 1988 una volta giunto quasi all’apice del suo programma di progettazione iniziato nei primi anni ‘80. La dissoluzione dell’Unione Sovietica causò il completo abbandono del progetto ed il Buran è rimasto parcheggiato nel proprio immenso e tecnologico capannone dove ancora oggi è possibile essere ammirato dai limitati fortunati visitatori.
    I quali restano strabiliati anche al cospetto del lanciatore Energhia, alto circa 60 metri e conservato anch’esso in un maestoso hangar. Come il Buran anche l’Energhia volò un paio di volte a fine anni ‘80 per poi seguirne le stesse sorti e restare chiuso semidimenticato.
    Quella dei progetti avveniristici già pronti ma costretti all’abbandono e all’oblio nel campo aeronautico, aereospaziale ed in numerosi altri ambiti è un fatto costante consequenziale alla caduta dell’Urss.
    Sulla spiaggia di Arablyar, in Daghestan, ad esempio si trova abbandonato l’ekranoplano Lun, un gigantesco aeromobile capace di volare a pelo d’acqua a velocità estrema.
    Il cosmo inizia dalla terra” è un motto di origine sovietica che campeggia su un muro sgretolato di una costruzione situata nell’area del cosmodromo di Baikonur. E come noto è proprio con la creazione dello spaziodromo che iniziò la cosiddetta “conquista dello spazio”. Da qui furono infatti lanciati in orbita il primo essere vivente, la cagnetta Laika, ed in seguito il primo essere umano Yurij Gagarin. Eroe dell’Unione Sovietica ricordato e festeggiato ovunque nei paesi costituenti l’ex Urss ma solo qui nel cosmodromo è avvertita fortemente la sua presenza. Sono rimasti infatti intatti il cottage n.1 dove egli trascorse la notte prima di salpare verso l’infinito, il gazebo sul quale si svolse la cerimonia ufficiale con la quale venne attestato il suo primato universale (è il caso di dirlo…), il supposto punto al lato della strada dove espletò l’ultima funzione fisiologica prima di esser sbalzato nello spazio.
    La costruzione di Baikonur che dalla sua nascita fino al 1995 si è chiamata Leninsk e del vicino cosmodromo iniziò nel 1955. Una distanza di circa sette chilometri separa la città dall’area del cosmodromo, grande più di seimila chilometri quadrati. Squadre di operai lavorarono alacremente ed in segreto. I lavori erano dediti ufficialmente alla costruzione di un aeroporto e di un sito di supporto ad una miniera. In realtà la vera Baikonur, un piccolo villaggio nella steppa, si trovava ad alcune centinaia di km di distanza ma, per mantenere il sito segreto, il governo centrale avallò la confusione tra la nuova LeninskBaikonur ed il vero villaggio minerario. La prima pietra posata per la costruzione dell’odierna Baikonur è esposta nelle pertinenze di quello che oggi è il locale Museo del Cosmodromo.
    Delimitata nella sua estensione territoriale da una lunga recinzione perimetrale che la separa dal Kazakhstan vero e proprio, la città Baikonur, insieme alla adiacente distesa del cosmodromo, è tecnicamente una exclave russa in affitto dal governo di Astana. Il contratto in essere prevede il pagamento di un canone di 115 milioni di dollari annui fino alla sua scadenza fissata, salvo proroghe, al 2050.
    Solo chi ha una motivazione plausibile e connessa con l’ambito aerospaziale o di servizi legati all’area può accedere al centro abitato. Ancor di più difficile è ovviamente entrare nel cosmodromo vero e proprio.
    Un posto di frontiera gestito dalla Federazione Russa controlla chi abbia titolo ad entrare in città. Serve un permesso. Ancor più burocratico per i turisti che ne fanno regolare richiesta mesi prima con la speranza che gli venga concesso. Anche se negli ultimi tempi le maglie della burocrazia si sono leggermente attenuate e per mezzo di tour operator autorizzati la procedura leggermente semplificata.
    L’amministrazione della cittadina a maggioranza russa presenta diversa particolarità. Il sindaco è espresso congiuntamente da Russia e Kazakhstan. Forze di polizia, uffici pubblici, tribunale, scuole sono a doppia giurisdizione, kazaka e russa. Anche le valute accettate sono due, il rublo ed il tenge.
    Qui tutto o quasi rimanda al cosmo. Passeggiando per la città possono essere ammirati numerosi originali e copie di razzi e mezzi spaziali disseminati come monumenti.
    Il nuovo museo all’aperto inaugurato meno di due anni fa è esso stesso un enorme parco cittadino. Come lo è anche quello in cui una stele commemorativa ricopre una fossa comune dove sono sepolti coloro che rimasero uccisi durante una esplosione avvenuta nel 1960, agli albori del sito spaziale. Tragedia che restò segreta per decenni e solo da pochi anni resa pubblica. Negli anni ’60 si era in piena guerra fredda ed un incidente con più di settanta morti poteva rappresentare un potente segnale di debolezza per l’avversario.
    La maggior parte della popolazione di Baikonur è ovviamente connessa con il vicino cosmodromo ma non mancano i caffè, ristoranti, alberghi dai nomi legati all’ambiente spaziale che sembrano all’apparenza comunque esser rimasti ancorati ad un tempo oramai andato. Lo stesso Lenin immortalato in una statua nella sua classica espressione in movimento verso la Rivoluzione ed il Futuro ti accoglie nella piazza principale, non lontano dallo stadio del “Decennale” e dalla cattedrale ortodossa.
    Visitare Baikonur ed il suo cosmodromo è un viaggio nel passato proiettati verso il futuro.

    Luca Pingitore

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 22/09/25
    Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

  • Raduno generale OTRA Natale 2024

    Torna il consueto ritrovo di fine anno dall’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA, l’evento dove gli appassionati di viaggio scambiano esperienze, progettano itinerari, conoscono nuovi viaggiatori in allegra compagnia.
    Il raduno OTRA è l’evento imperdibile per tutti gli amanti del viaggio ed aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare e conoscere altri viaggiatori.
    L’unico evento dove conta solamente stare insieme e divertirsi.

    15 DICEMBRE 2024
    REGGIO EMILIA & CAVRIAGO

    PROGRAMMA:

    – Ritrovo dei partecipanti a Reggio Emilia
    – Visita mostra su Giacomo Matteotti
    – Trasferimento a Cavriago
    – Pranzo ufficiale dei viaggiatori
    – Presentazione viaggi & progetti anno 2025
    – Visita Busto di Lenin
    – Varie ed eventuali
    – Saluti

     

    Dettagli & Prenotazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Appunti dal Kirghizistan 2024

    Il silenzio del lago Turpar Kol ti avvolge inebriandoti della sua placidità. Siamo a 3500 metri sul livello del mare.
    Sulla superficie delle sue acque piacevolmente fresche si riflette la figura della cima innevata del Peak Lenin.
    Il picco Ibn Sina, come è stato rinominato nel 2006, si staglia imperioso con i suoi 7134 metri di altezza praticamente segnando il confine tra Kirghizistan e Tadjikistan.
    Raggiungere le rive del lago a piedi, partendo dal campo base utilizzato da alpinisti ed escursionisti oppure da uno degli altri piccoli accampamenti sparsi nell’area, si rivela una camminata dagli aspetti inattesi.
    Pendii scoscesi e salite impervie ma praticabili si alternano regalando panorami unici.
    Distese verdi, corsi d’acqua da guadare, aquile che solcano il cielo, marmotte che alla vista del raro passante si rintanano velocemente, accampamenti di yurte dai quali bambini ed adulti fuoriescono a salutare il viandante.
    I nomadi si trasferiscono qui durante i mesi estivi per consentire a bovini e cavalli di nutrirsi con i migliori pascoli. Proprio i cavalli se non qualche inconsueta motoretta sono gli unici mezzi di trasporto. Anche se in diversi non disdegnano i resistenti fuoristrada UAZ o LADA di tradizione sovietica.
    Trascorrere la notte in una yurta ti fa avvicinare alla natura. Qui in Kirghizistan come d’altronde in tutte le altre regioni dell’Asia Centrale dove il suo utilizzo è tipico.
    La notte si va letto presto riscaldati dal tepore emanato dalla pechka, la stufa a legna. L’alba è uno spettacolo unico a queste latitudini ed altezze.
    Che sia la figura imperiosa del Peak Lenin o la luce tenue data dal riverbero delle acque del lago Son Kul, altro lago sempre a circa 3000 metri ma situato nel centro del paese dei kyrgyzi.
    Qui si vive l’abbandono. Il distacco dal resto del mondo. Basta inerpicarsi sulle vicine colline, sedersi nel punto più congeniale, magari vicino ad uno dei numerosi petroglifici rimasti su queste alture sin dall’antichità, e gustarsi lo spettacolo del nulla.
    In estate qui il colore del niente è il verde. Verde a perdita d’occhio. Fino al vicino orizzonte azzurro delle acque del lago.
    Una enorme distesa sconfinata dove solo il soffio del vento muove la corta erba che, in alcune zone distanti ma visibili, è ruminata da mucche e calpestata da cavalli appartenenti a qualche famiglia di nomadi.
    Il bianco delle yurte lontane si frappone tra il verde della natura e l’azzurro delle acque che se non riflettono il sole si confondono con il cielo.
    Per raggiungere i primi insediamenti abitati bisogna percorrere strade sterrate, superare alti passi di montagna, affrontare un tornante formato da 33 serpentine a strapiombo.
    Percorsi molto spesso accidentali sono quelli che ti permettono di girovagare per il paese incastonato nel centro dell’Asia.
    Strade caratterizzate da natura incontrastata e che in alcune zone costeggiano i paesi confinanti potendoli “vedere” a pochi metri di distanza e dove ti imbatti in mercati di merci e di animali.
    Strade costellate di punti di ristoro, alla stregua degli antichi caravanserragli dei quali è ancora possibile trovar traccia in Kirghizistan, dove saziarsi con Plov, Manti, Laghman, i piatti tradizionali del paese.
    Un paese che alterna la modernità della capitale Bishkek o della seconda città per importanza, Osh, alla semplicità delle cittadine di montagna.
    Dove l’ospitalità è sacra e il forestiero è accolto. Siamo d’altronde su una delle direttrici della cosiddetta “Via della Seta”, che si dipanava dalla Cina fino all’Europa.
    Un viaggio che nell’antichità durava mesi con numerose complicazioni e traversie ma che veniva ripagato, oltreché dalle preziose mercanzie rinvenute nei vari mercati, dalla straordinarietà di luoghi e popoli.
    Una esperienza dove ancora oggi natura e avventura creano un connubio straordinario.

    LUCA PINGITORE

    * Articolo redatto per www.mywandering.it pubblicato il 18/10/24
    Appunti dal Kirghizstan

  • Viaggio in Evenkia primavera 2025

     

    IL NOSTRO PARTNER SOLOSIBERIA CI SEGNALA:

    Viaggio sulle strade invernali (zimniki) nel cuore della Siberia. Da Krasnoyarsk a Krasnoyarsk attraverso le foreste e le paludi ghiacciate dell’Asia centro-settentrionale. Una zimnik è una pista temporanea che viene creata sulla neve e sul ghiaccio di terreni gelati e svolge la sua funzione indicativamente da gennaio ad aprile. Con il disgelo i territori in cui si inoltrano queste vie di comunicazione, affascinanti e selvagge, tornano ad essere inaccessibili se non per via aerea. Paludi, acquitrini, foreste, laghi, fiumi: una zimnik può sfruttare qualunque tipo di terreno per avventurarsi nel nord, là dove non esistono strade, aeroporti efficienti, ferrovie…

    In inverno la zimnik è fondamentale per chi vive isolato durante il resto dell’anno nei paesi lontani anche migliaia di chilometri dal sud della Siberia: gli spostamenti diventano possibili ed economicamente più vantaggiosi e si sfruttano le strade invernali per trasportare merci, persone, prodotti alimentari, carburante.

    L’Evenkia è una regione della Siberia centrale, nel territorio di Krasnoyarsk, grande quanto la Francia e l’Italia unite, ma con circa 12.000 abitanti. Si tratta del luogo con più presenza di evenki, popolazione locale indigena, presente da prima dell’arrivo dei russi e, in origine, nomade e legata indissolubilmente alla taigà, alla caccia, alla pesca e alle renne. È la zona del “meteorite” della Tunguska, delle renne e delle foreste vergini, dei grandi fiumi e dell’altopiano di Putorana, di immense solitudini e di gelide temperature.

    Descrizione del viaggio:

    Ci si muoverà su due fuoristrada appositamente preparati. Quattro persone per ogni auto. Saranno presenti due autisti e un viaggiatore esperto con funzioni di guida. Ci si sposterà lungo tre diverse zimniki (strade invernali) dell’Evenkia, lungo il seguente percorso:

    Krasnoyarsk – Severo Yenisejsk – Bajkit – Surinda – Tura – Chirinda – Yessej – Tura – Strelka Chunya – Vanavara – Krasnoyarsk

    Si supererà il circolo polare e si arriverà fino agli estremi confini settentrionali dell’Evenkia, per poi ritornare verso sud.

    Un aspetto interessante sarà la scoperta della cucina locale, semplice ma ricca di cibi esotici per i nostri palati: si proveranno tutte le varietà di ciò che deriva dalla renna: carne, lingua, fegato, midollo; frutti di bosco di ogni tipo, compresi i “lamponi arancioni”; pesci di assoluta qualità e freschezza.

    Gruppi attivi nel tramandare lingua, folklore, danze, conoscenze e costumi locali proporranno spettacoli ed intrattenimenti per regalare un approccio alla cultura degli Evenki.

    A Tura sarà possibile tuffarsi nella foresta provando l’adrenalinica corsa dei cani da slitta.

    A Surinda si conosceranno gli allevatori di renne, infatti questo villaggio è l’unico posto rimasto in cui trovare questi animali addomesticati.

    Percorso e giornate di viaggio:

    0)  arrivo a Krasnoyarsk, ci si conosce e si acquista il cibo.

    1)  Krasnoyarsk-Severo Yenisejsk

    2)  Severo Yenisejsk-Bajkit

    3)  Bajkit-Surinda (mezza giornata a Surinda)

    4)  Surinda-Tura (capoluogo dell’Evenkia)

    5)  sosta a Tura (visita al locale museo e corse con i cani da slitta)

    6)  da Tura verso nord (pernottamento per strada, nei mezzi o in capanne)

    7)  Arrivo ad Yessej (il paese più a nord dell’Evenkia)

    8)  Sosta ad Yessej. Conoscenza con la cultura degli yakuti di Yessej e degustazione dei prodotti locali (carne di renna, vari tipi di pesce, succhi di frutti di bosco, prodotti da forno tipici)

    9)  Da Yessej verso sud (pernottamento per strada)

    10)   Arrivo a Tura

    11)  Tura-Strelka Chunya

    12)  Strelka Chunya-Vanavara (mezza giornata a Vanavara, insediamento più vicino al punto della caduta del “meteorite” della Tunguska, visita del relativo museo)

    13)  Da Vanavara verso sud (pernottamento per strada)

    14)  Arrivo a Krasnoyarsk

    Costi:

    1000 euro (da Krasnoyarsk a Krasnoyarsk); sono escluse le spese per visti, assicurazioni, trasporto da e per Krasnoyarsk.

    Attenzione: il pagamento è anticipato nella sua interezza e in nessun caso verrà restituito l’importo versato.

    Non è un viaggio organizzato, non ci sono operatori turistici: si tratta di alcuni viaggiatori che uniscono le loro esperienze, i contatti diretti con la gente del posto, i loro mezzi e le loro capacità per realizzare questa avventura. Non ci sono alberghi dove soggiornare né comodità in cui crogiolarsi. Uno degli organizzatori parla spagnolo e un po’ di italiano.

    CI SONO POSTI PER DUE PERSONE. SI CONSIGLIA DI PRENOTARSI IL PRIMA POSSIBILE. PER OGNI DOMANDA RIVOLGERSI ESCLUSIVAMENTE A:

    info@solosiberia.it

    SUL POSTO E PER TUTTA LA DURATA DEL VIAGGIO NON SARà POSSIBILE, PER LE NOTE VICENDE POLITICHE, UTILIZZARE CARTE DI CREDITO COLLEGATE A CONTI EUROPEI. LUNGO TUTTO IL PERCORSO NON CI SARA’ COPERTURA DI TELEFONIA MOBILE, SE NON NEI PAESI INDICATI, MA A SECONDA DEGLI OPERATORI E DELLE CONDIZIONI ATMOSFERICHE. TEMPERATURE POSSIBILI: INDICATIVAMENTE DA -20° A -50°.

    INDICATIVAMENTE IL VIAGGIO SI SVOLGERA’ DALL’8 AL 23 MARZO.

    http://www.solosiberia.it/

     

     

  • Kosovo: il caro prezzo dell’indipendenza

    Il 17 febbraio 2008, da Lubiana dove io ed altri due compagni di viaggio ci trovavamo quel giorno, venimmo a conoscenza dalla radio slovena della proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo e Metochia dalla Serbia. Dal nord di un paese che comunque da una ventina di anni non esisteva già più, apprendemmo quindi dello sgretolamento definitivo di quella che era stata la Federazione Jugoslava.
    Avevamo girovagato in diverse occasioni gli stati che erano sorti da quello smembramento, di conseguenza sentimmo subito l’impulso di recarci in visita nell’ultimo lembo di terra che sostanzialmente se ne andava e che ancora non conoscevamo da vicino.
    Non trascorsero quindi neanche un paio di mesi che eravamo già in quello che in seguito ad un drammatico percorso storico caratterizzato da una cruenta guerra era oramai diventato Kosovo.
    Un processo di indipendenza che risulta tuttavia ancora oggi incompleto a causa del non riconoscimento, dalla Serbia ovviamente ma anche da una parte della comunità internazionale, della sua separazione che mantiene giocoforza la situazione nell’area ancora molto calda. Sia per le gravi contrapposizioni etniche tra i due popoli presenti sia per gli ovvi giochi geopolitici di diversi attori anche e forse soprattutto esterni.
    Nei giorni del quel nostro primo viaggio il paese era comunque ancora amministrato dalla missione UNMIK dell’Onu tanto che come timbro d’ingresso fu apposto sui nostri passaporti la sigla della missione stessa.
    Non c’erano turisti, l’energia elettrica saltava di continuo venendo così messi in funzione dove possibile i generatori, per le strade si incontravano plotoni o squadre di militari armati di varie nazionalità, diversi erano i check point sparsi per il paese ed a guardia dei monasteri ortodossi, in giro ci imbattevamo in camionette dei carabinieri, notavamo simpaticamente carri armati agli autolavaggi.
    Questa era la situazione che si presentò ai nostri occhi. Con la drammatica tensione tra albanesi e serbi più che palpabile.
    I primi sconsigliavano veementemente di recarsi nelle aree ancora abitate dai secondi per non mettere a rischio la nostra incolumità. I secondi eliminavano o occultavano dalle loro auto qualsiasi simbolo (targhe, insegne taxi, ciondoli) che potesse tradire la propria appartenenza etnica e con riluttanza si spingevano fino ai margini territoriali di propria influenza salvo scappare poi via nel minor tempo possibile.
    A metà del ponte sul fiume Ibar che separa la stessa città in due parti, Mitrovice lato albanese, Kosovska Mitrovica lato serbo, i soldati francesi addetti al controllo ci accolsero con grosso stupore misto a sospetto. Prima di lasciarci oltrepassare quel confine in un territorio già di frontiera ci pensarono alcuni minuti ma poi vollero credere al motivo dichiarato della nostra presenza. “Tourists… why not?…” e titubanti ci fecero transitare verso il lato serbo.
    Attraversata la seconda metà del ponte ci recammo diretti nel bar ubicato sullo slargo prospiciente. I tavolini del “Dolce Vita” erano, e lo sono tutt’ora, un ottimo punto d’ osservazione sul fiume e sul ponte.
    Ai tempi, secondo le nostre informazioni, il locale era una sorta di copertura, una “zona neutra”, un centro franco internazionale di incontri e affari. Respirammo quindi una atmosfera da Berlino divisa tra DDR e RDT durante gli anni della “guerra fredda”. Ci gustammo quello storico cappuccino con calma balcanica e riprendemmo poi il nostro peregrinare.
    Eravamo tra i primissimi viaggiatori nell’area e di conseguenza guardati spesso con incertezza.
    Era il 2008, era da poco Kosovo ma era ancora UNMIK.

    E’ il 2024. Il bus partito da Tirana attraversa la frontiera con il Kosovo dopo aver effettuato un unico controllo passaporti. Dalla “Terra delle Aquile” si transita nella “Piana dei Merli” praticamente senza soluzione di continuità. Per molti aspetti l’idea della Grande Albania che prevede l’unione del Kosovo all’Albania è già in atto. Ma questo lo si naturalmente evince dalla presenza etnica albanese nella quasi totalità del territorio, dalla lingua comune, dalle usanze uniche, dalle bandiere albanesi che quasi ovunque accompagnano quelle kosovare. Una bandiera, quella del Kosovo, molto simile a quella dell’altro stato balcanico assemblato sulla carta dalle ceneri di una guerra e che presenta diverse analogie in comune: la Bosnia Herzegovina. Entrambe le bandiere, decise anche queste a tavolino, nelle intenzioni simboleggerebbero le etnie presenti all’interno di un ideale europeista.
    Ed il Kosovo si trova già nello status di candidato all’ingresso nell’Unione Europea e con l’utilizzo sin da subito dell’euro come moneta in corso ma la sua ammissione resta una questione ovviamente ancora molto lunga e tortuosa nonostante comunque l’UE sia già presente con vari uffici tra i quali spiccano quelli dell’EULEX.
    D’altronde, sotto molti aspetti, è ancora una zona sostanzialmente in stato di guerra e per questo anche la presenza delle Nazione Unite è molto attiva tramite diversi progetti non ultimo quello che mantiene aperta in ambito militare la già citata missione UNMIK, seppur in maniera più ridotta rispetto a quella che fu.
    La presenza militare più consistente resta in ogni modo la missione KFOR della NATO. Patto Atlantico che ebbe un ruolo da protagonista nel cosiddetto “processo di balcanizzazione della Jugoslavia”. Sono tre le sue basi in Kosovo: Camp Film City ubicato alla periferia di Prishtina, Camp RC-West ed il “Villaggio Italia” per militari e carabinieri italiani situati nei pressi di Peje / Pec ed il più noto Camp Bondsteel collocato nelle vicinanze di Ferizaj / Uroshevaz. Soprattutto da questo ultimo, in coordinamento con le installazioni presenti nella vicina Macedonia del Nord, vengono gestite le operazioni nei Balcani e spesso anche in altre aree del Mediterraneo.
    In un contesto quindi dove operano diverse sigle ed organizzazioni internazionali ne consegue che migliaia sono i civili ed i militari stranieri che ruotano in Kosovo, centro nevralgico della geopolitica europea.
    A partire dalle organizzazioni statunitensi, dai Peace Corps all’American Hospital, per finire, al vertice del Triangolo, con la ultra-ramificata Usaid. l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale onnipresente appunto dai Balcani ai paesi della cosiddetta “ex Europa dell’est” passando per il Medio Oriente fino al Caucaso, solo per limitarsi a citare personali testimonianze oculari.
    Ma se gli States e l’UE sono operativi a livello sociale, politico e militare, paesi come la Turchia sono invece attivi in campo religioso. Sono turchi infatti molti finanziamenti rivolti alla costruzione, ricostruzione ed al mantenimento di numerose moschee. Un altro dettaglio questo in comune con la Bosnia.
    Il braccio armato dell’ideale di indipendenza del Kosovo dalla Jugoslavia prima e dalla Serbia poi e della anelata unione con l’Albania è stata l’organizzazione paramilitare conosciuta con l’acronimo di UCK, formazione ancora oggi non realmente scioltasi, acquietatasi “in sonno” ma nonostante tutto sempre in posizione predominante nel contesto politico e sociale locale ed in molti casi ancora punto di forza del potere seppur non in forma ufficiale. Nel frattempo, dal termine delle operazioni belliche vere e proprie, alcuni suoi squadroni si sono trasferiti a combattere in Siria e nel Vicino Oriente al fianco delle varie organizzazioni pro Califfato. Una sorta di scambio di favori considerato che negli anni ’90 in molti dal Medio Oriente accorsero a dare manforte, con motivazioni magari differenti ma in realtà con molti punti di contatto, alle spinte in atto tra Kosovo e Bosnia.
    Un esercito di guerriglieri quello dell’UCK nel quale, nel tempo, sono confluiti appunto uomini, mezzi e finanziamenti internazionali di diversa origine, provenienza ed estrazione: istituzionale, fondamentalista, criminale.
    Già inserita nelle liste delle organizzazioni cosiddette terroristiche mondiali con molti dei suoi dirigenti ancora oggi sotto processo per crimini vari, tra i quali spicca l’ex Primo Ministro, poi Ministro degli Esteri ed infine ex Presidente Hashim Thaci, fu ammessa da Stati Uniti e Gran Bretagna come parte in causa al tavolo degli Accordi di Rambouillet nel 1999. Accordi che sancirono l’amministrazione controllata del Kosovo da parte della Nato e che ebbero come conseguenza il violento bombardamento di alcune zone della Serbia e della capitale Belgrado in particolare. Tutto sotto l’egida dell’ “Operazione Allied Force” alla quale anche l’Italia partecipò con la concessione dell’utilizzo del proprio spazio aereo, dando quindi libertà d’azione agli aerei delle basi statunitensi in chiave Nato presenti sulla penisola. Il placet italiano prevedeva, a quanto pare, anche l’utilizzo di siti sconosciuti alla maggior parte della popolazione e di conseguenza alcune operazioni restarono quindi sostanzialmente celate all’opinione pubblica. Attive alla causa quindi risulterebbero la piccola e nascosta da occhi indiscreti “Pista Mattei” di Pisticci dalla quale sembrerebbe transitassero aerei leggeri della CIA o l’aviosuperficie ubicata nei dintorni di Salerno già comunque regolarmente votata ad uso militare.
    In realtà durante la guerra scoppiata nella oramai ex Jugoslavia sin dal 1991, furono numerosi i casi inerenti traffici aerei ma anche marittimi di armi per i quali fu utilizzata l’Italia come base di partenza verso i paesi nati dalla dissoluzione in atto nei Balcani, quali la Croazia, la solita Bosnia od il nascente Kosovo appunto, a volte utilizzando triangolazioni di paesi terzi come la stessa Albania e spesso coinvolgendo in vario modo anche diversi stati medio orientali.
    Tornando all’UCK, risulta singolare il fatto che il Tribunale dell’Aia abbia riconosciuto diversi misfatti perpetrati da suoi appartenenti ma la stessa organizzazione, dal congresso di Rambouillet in poi, non sia più paragonata ad organizzazione terroristica dai paesi della Nato e dai suoi alleati.
    Ma d’altronde è consuetudine tacciare o meno di terrorismo le organizzazioni paramilitari sulla base di quale parte dello schieramento geopolitico esse facciano parte.
    Ed in Kosovo l’UCK è celebrata ovunque. A partire dall’intitolazione dell’aeroporto della capitale Prishtina ad Adem Jashari, uno dei primissimi comandanti del gruppo paramilitare e la quale effigie si trova dovunque. Alla stregua del merchandising riproducente il volto del “Che”.
    Ma non mancano in ogni città strade intitolate all’UCK, scritte inneggianti al gruppo, arbre magique nelle auto, calamite per i turisti, riproduzioni delle divise, magliette, memoriali in onore dei caduti e dei comandanti del battaglione sul modello di quelli che si trovano disseminati nei paesi dell’ex Unione Sovietica in memoria dei caduti durante la II° Guerra Mondiale. Non da ultimo sventolano bandiere con il simbolo dell’organizzazione. Bandiere il più delle volte lasciate garrire al vento insieme a quelle degli Stati Uniti.
    E se le bandiere giubilanti all’UCK potrebbero avere un senso di orgoglio nella popolazione locale di etnia albanese molto meno senso dovrebbero avere le bandiere ed i simboli statunitensi dei quali il Kosovo è pieno.
    Già nel 2008 balzava ai nostri occhi l’enorme murales posizionato all’ingresso del centro di Prishtina proprio sul viale a lui dedicato raffigurante Bill Clinton in atto di salutare la popolazione albanese locale. Oltre allo storico murales ora campeggia anche una sua statua a figura intera. Come un Saddam Hussein nell’Iraq che fu o un Lenin nell’Urss di ieri o nella Russia di oggi. Non un paragone ma forse una contraddizione per chi da paladino combatterebbe regimi e culti della personalità.
    I kosovari albanesi avvertono una forte gratitudine verso gli Stati Uniti per l’aiuto più che concreto fornito loro nella lotta verso la, seppur ad ora ancora zoppa, indipendenza. Appoggio per il quale il prezzo in corso di pagamento presenta però la faccia non tanto nascosta di una forte influenza ed intensi vincoli di affidamento.
    D’altronde le istituzioni kosovare fanno ricorrere l’inizio del processo d’indipendenza alla visita del senatore statunitense Bob Dole a Prishtina alla fine di agosto del 1990. Il politico durante il suo discorso sentenziò: “La libertà sta arrivando, la democrazia sta arrivando”. Meno di un anno dopo la guerra iniziò a dilaniare la Jugoslavia giungendo poi più direttamente in Kosovo nel 1998.
    Sia Dole che la sua storica visita sono ricordati nella piccola capitale balcanica con monumenti, strade a lui intitolate e riproduzioni di foto storiche.
    Monumenti, bandiere, ringraziamenti. E’ l’ambiente locale stesso che qui ha trasformato in hard power la dottrina del soft power prevedente l’utilizzo di organizzazioni governative e paragovernative con succursali locali.
    Lo schema di operatività è classico: finanziare, aprire e seguire progetti in numerosi ambiti in modo da influenzare l’ambiente politico-sociale.
    Ed il Kosovo è uno dei territori dove si attesta una forte concentrazione di interessi internazionali.
    Puro nutrimento per il risentimento etnico.
    Come nel 2008, l’anno di quel primo viaggio da queste parti, sono ancora sotto protezione armata da parte di militari appartenenti alle varie missioni internazionali gli antichi monasteri ortodossi di Decani, Pec e Gracanica. Oasi religiose ortodosse dove insieme ai relativi Pope lavorano i serbi dei villaggi del nord o alcuni dei pochi rimasti nei dintorni della capitale. In turni lavorativi di più giorni consecutivi accolgono i pellegrini provenienti, con le dovute precauzioni, soprattutto dal confinante Monte Negro o dalla stessa Serbia. Vivono un po’ rassegnati ma non di certo assuefatti alla situazione. La tensione infatti si riversa in incidenti, manifestazioni o rappresaglie al minimo segno d’insofferenza tra le parti. E’ anche vero però che al di fuori del nord serbo del paese la doppia lingua esiste solo sulla carta. Il nord è in pratica staccato dal resto del centrosud completamente albanese ed al di fuori dei villaggi di “confine” la convivenza è improponibile. Si nasce e si cresce con questa contrapposizione che sfocia nell’odio. Ne abbiamo la percezione, per citare un caso, a Prizren dove dei ragazzini, incuriositi dall’incrociare viaggiatori stranieri, si interessano a noi ed all’Italia ma, prima di proseguire in una conversazione più approfondita, ci chiedono se per caso fossimo sostenitori della Juventus. Squadra dove gioca il serbo Dusan Vlahovic, il giocatore che durante una partita mostrò una maglia raffigurante il Kosovo come regione integrante della Serbia e raffigurando in contemporanea con le dita il simbolo cetnico, espressione della più forte identità serba. Una situazione che avrebbe potuto magari sfociare in risvolti diversi data l’insistenza mostrata dai giovanissimi. Memore di esperienze passate in altre zone d’Europa dove il forte sentimento identitario, vero o inculcato che fosse, passò velocemente dalla cordialità al sospetto fino alla aggressività.
    Per restare in ambito calcistico lo stesso campionato di calcio kosovaro è formato da formazioni albanesi e gli stessi supporters seguono, in alternativa alla decenne nazionale kosovara, quella albanese.
    Ma c’è un giorno, una volta l’anno, il giorno del “Vidovdan” durante il quale si ricorda il martirio di San Vito che decine di serbi di Serbia e del Kosovo oltrepassano il fiume Ibar per raggiungere il Gazimenstan.
    Il Gazimenstan, il monumento commemorativo, spomenik in lingua serba, che in questo caso ricorda la “Battaglia della Piana dei Merli”. La storica battaglia avvenuta nel 1389 poco fuori l’attuale città di Prishtina considerata sacra dal popolo serbo, nonostante la sconfitta subita, che vide l’esercito del Principe Lazar contrapporsi alle vittoriose forze ottomane di Murad I. Sia Lazar che Murad I perirono durante o nelle imminenze successive a quella battaglia. Ed è particolare come alcuni resti di Murad I siano conservati in un mausoleo a soli 2km di distanza dalla torre del Gazimenstan che ricorda anche la morte di Lazar custodendone, sembra, anche essa alcune sue reliquie. I due condottieri continuano quindi in questo luogo a “fronteggiarsi” da quel 28 giugno 1389.
    Da allora la regione del Kosovo e Metochia è ritenuta per la maggior parte dei serbi il cuore della loro patria. Proprio qui durante le celebrazioni per il “Vidovdan”del 1989, Slobodan Milosevic, allora Presidente della Repubblica Socialista di Serbia all’interno della Federazione Jugoslava, pronunciò quello che passò alla storia come “discorso del Gazimenstan” nel quale affermava l’importanza della regione per il popolo serbo.
    E’ quindi anche e soprattutto questa una delle forti ragioni che non permette alla Serbia di riconoscere che la Piana dei Merli venga nuovamente persa e passi sotto un popolo che, per certi aspetti soprattutto religiosi, è considerato come uno degli eredi di quegli ottomani che i propri antenati cercarono di fermare nell’avanzata verso il cuore dell’Europa.
    Ma forse una gran parte delle motivazioni dell’inizio di questa situazione vanno cercate anche altrove.
    Tra coloro a cui piace giocare per i propri interessi soffiando sulle debolezze dei popoli ed esulando dalle reali circostanze e contesti.

    Luca Pingitore

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 27/05/24
    Kosovo: il caro prezzo dell’indipendenza

  • Raduno generale OTRA Natale 2023

    Torna il consueto ritrovo di fine anno dall’Associazione Viaggiatori Indipendenti – OTRA, l’evento dove gli appassionati di viaggio scambiano esperienze, progettano itinerari, conoscono nuovi viaggiatori in allegra compagnia.
    Il raduno OTRA è l’evento imperdibile per tutti gli amanti del viaggio ed aperto a soci, appassionati, amici e chiunque sia interessato a viaggiare e conoscere altri viaggiatori.
    L’unico evento dove conta solamente stare insieme e divertirsi.

    17  DICEMBRE 2023
    PRANZO DEI VIAGGIATORI
    LANDRIANO (PV)

    Dettagli & Prenotazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • 20 anni di solosiberia.it

    Il festival “20 di Siberia” intende celebrare i venti anni di viaggi in Siberia di solosiberia.it.
    Un incontro attorno ai temi del viaggio e della progressiva scoperta delle infinite sfaccettature della Terra Addormentata, osservata, vissuta
    e interiorizzata sotto molteplici punti di vista in tutti questi anni, grazie a quasi venti viaggi diversi.
    Viaggiatori, curiosi, esperti e neofiti, tutti accomunati dall’attrazione verso il mare di terra ad est degli Urali si ritroveranno con
    proiezioni, dibattiti, idee, foto, confronti, libri, guide, culture, lingue, abitudini, cartine, aneddoti,
    obiettivi, progetti, testimonianze, strade, ferrovie, fiumi, canoe, barche, neve, freddo, elicotteri,
    aerei e 20 anni di scorribande ci accompagneranno in un viaggio di due giorni e infiniti orizzonti.

    28 / 29 ottobre 2023
    Tradate (VA)

    Informazioni e programma completo:
    info@solosiberia.it
    pagina Facebook: solosiberia.it
    www.solosiberia.it

    * = In collaborazione con OTRA – Associazione Viaggiatori Indipendenti

    ** = Solosiberia è uno dei soci fondatori di  OTRA – Associazione Viaggiatori Indipendenti

     

     

     

  • Nagorno-Karabakh: cosa sta davvero accadendo?

    Breve disamina sulla situazione in essere.

    Tra l’agosto ed il dicembre del 1991 si consumò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    Uno ad uno tutti i Paesi facenti parte dell’Unione come anche varie regioni autonome inglobate all’interno di alcuni di essi, dichiararono la loro indipendenza dall’Urss. Il processo di dissoluzione era, in realtà, già iniziato un anno prima quando i Paesi Baltici seguiti poi da Georgia, Abkhazia e Transnistria, proclamarono la propria fuoriuscita dall’Unione Socialista Sovietica.
    Il 2 settembre del 1991 toccò all’Oblast (Regione) Autonoma del Nagorno-Karabakh promulgare la propria indipendenza.
    Il Nagorno-Karabakh è una regione geografica del Caucaso del sud comprendente grosso modo gli antichi territori dell’Artsakh, storico regno di etnia armena e di tradizione cristiana, tanto che secondo la tradizione proprio in quell’area si diffuse per primo il cristianesimo e nacque l’alfabeto armeno.
    Dopo varie vicissitudini storiche e politiche il Nagorno-Karabakh venne incorporato, in seguito all’avallo di Stalin, nella giurisdizione della Repubblica di Azerbaijan con lo status di “Regione Autonoma”, nonostante la maggioranza della popolazione fosse appunto di etnia armena e di religione cristiana.
    E così, in seguito alla proclamazione di fuoriuscita dall’Urss da parte dell’Azerbaijan, a sua volta anche il Nagorno-Karabakh nel settembre 1991 dichiarò la propria indipendenza da quest’ultima.
    Fu quello l’evento scatenante di una drammatica guerra lunga tecnicamente due anni ma durata in realtà più a lungo ed iniziata molto prima, già nel 1987, con tragici episodi di violenza interetnici tra azeri ed armeni, alcuni dei quali assurti a livello di genocidio e martirio.
    Da entrambe le parti infatti vengono ricordati tragici eventi quali il “Gennaio Nero” del 1990 quando l’Armata Rossa sovietica fu costretta ad intervenire per le strade della capitale azera, Baku. A quei giorni è stato poi dedicato un imponente memoriale collocato su una collina che domina la città e consacrata la giornata del 20 gennaio come “Giornata dei Martiri”.
    Ma gli azeri ricordano anche il “Massacro di Kojali” del febbraio del 1992 mentre gli armeni non dimenticano l’“Operazione Anello”. In entrambi i casi centinaia furono le vittime.
    Nel 1994, in seguito agli accordi di Bishkek, lo stop della guerra vide la perdita da parte azera di un’area più vasta rispetto a quella “contesa” e fu sancita la nascita della de facto Repubblica del Nagorno-Karabakh. Da allora la situazione è sempre rimasta tesa, tanto che non sono mai mancati i momenti di attrito sul campo e la propaganda azera non ha mai smesso di promettere la “ripresa” dei territori persi.
    I rapporti diplomatici tra Armenia ed Azerbaijan, di conseguenza, non sono mai stati in essere e la cosa si è riflessa anche sui semplici viaggiatori tramite la “guerra dei timbri”.
    Per entrare in Armenia avere il visto azero sul passaporto non presenta grossi problemi [ questo almeno fino alla nuova evoluzione del conflitto di questi giorni del 2023. N.D.R.] a meno che non si incappi in frontiera in uno zelante doganiere. Mostrare un timbro armeno significa invece avere gravi conseguenze al confine azero tali da comportare anche la non ammissione nel paese ubicato sulle sponde del mar Caspio. L’unico punto di ingresso nel Nagorno-Karabakh è attraverso l’Armenia, per questo se risulta palese aver messo piede anche nella Repubblica de facto, significa finire nella black list come “persona indesiderata” in Azerbaijan. Nel tempo ne hanno fatto le spese sia semplici viaggiatori sia archeologi sia anche giornalisti recatisi in Nagorno-Karabakh per lavoro. Sapere di esser stato in Armenia può al limite essere accettato seppur con difficoltà [almeno fino a settembre 2023. n.d.r.] ma esser stato nel Nagorno-Karabakh non è ammissibile da parte delle autorità azere.
    Questo per ritorsione, ovviamente, ma soprattutto perché in base alle leggi azere il territorio in questione, seppur de facto indipendente, ha comunque sempre fatto parte integrante della Repubblica di Azerbaijan. Il controllo da parte azero sui viaggi effettuati in Nagorno-Karabakh è capillare e sovente le ambasciate di Baku sparse nel mondo, se ne hanno notizia in anteprima, intervengono preventivamente “sconsigliando” di partire adducendo presunti problemi di sicurezza o si attivano successivamente con “richiami” o inserimenti nella già citata black list. E non mancano anche i monitoraggi di stampa e televisioni estere colpevoli di aver utilizzato termini o riportato fatti non “consoni”.
    Circa l’Armenia, invece, l’astio nei confronti del vicino caspico è da sempre alimentata anche dalla forte vicinanza politica e non solo dell’Azerbaijan alla Turchia la quale, ai tempi dell’Impero Ottomano, incamerò i territori dell’Armenia storica. I luoghi sacri del monte Ararat dove la leggenda narra si fermò Noè con la sua Arca in seguito al Diluvio Universale. Il “Genocidio degli Armeni” è una drammatica ferita da sempre paragonato all’Olocausto degli Ebrei e a Erevan ricordato con un imponente memoriale.
    Anche tra Turchia ed Armenia non esistono ovviamente rapporti diplomatici e le frontiere sono chiuse. Anche in questo caso la “guerra dei timbri sul passaporto” è attiva.
    La Repubblica del Nagorno-Karabakh, divenuta ufficialmente Repubblica di Artsakh solo nel 2017, seppur del tutto autonoma avendo frontiere, un proprio governo, proprie istituzioni, proprie leggi, una propria bandiera, è possibile definirla, per una più facile comprensione di chi legge, una exclave etnica armena in territorio azero. Dalla guerra degli anni ’90 la situazione territoriale è rimasta molto indefinita. La striscia di territorio che infatti avrebbe dovuto separare l’Armenia dall’Artsakh, la regione di Kalbajar e Lachin sulla carta appartenente all’Azerbaijan, in realtà è rimasta sotto il controllo dell’Armenia sin dal 1994. Lo stesso dicasi per la zona di Agdam, ad est dell’Artsakh de facto.
    Agdam è la città di origine della squadra di calcio del Qarabag, militante nel campionato azero ma che in seguito alle vicissitudini belliche dei primi anni ’90, ha spostato la sua ubicazione a Baku. Negli ultimi anni, quasi a voler dare un segnale di forza e rivincita, il Qarabag è uscito dall’oblio ed è diventata una squadra di livello europeo altalenando partecipazioni alla Champions League ed all’Europa League.
    E proprio da Agdam, spostandosi verso l’interno dell’Azerbaijan, una vasta porzione di territorio è, sempre dalla metà degli anni ’90, rimasto militarizzato e reso sostanzialmente inaccessibile ai visitatori stranieri. Questo, in via ufficiale, a difesa di eventuali azioni da parte avversa ma molto più verosimilmente è servito anche per prepararsi alla grande controffensiva. Controffensiva della quale si svolse una sorta di prova generale nel 2016 quando gli azeri provarono una prima volta a sfondare le linee nemiche cercando di invadere il territorio dell’Artsakh.
    Già allora la Turchia, come detto da sempre in rapporti stretti con l’Azerbaijan ed acerrima nemica dell’Armenia, si schierò a supporto degli azeri.
    La fratellanza tra turchi ed azeri si palesa in vari modi. Uno dei tanti esempi sono le celebrazioni del “centenario della vittoria ottomana sugli armeni” dove, a Baku, è un trionfo di bandiere azere e turche. Chi scrive ricorda in particolar modo l’edizione del 2018. Battaglioni di entrambi gli eserciti sfilarono congiuntamente durante la parata militare sotto gli applausi scroscianti dell’ospite d’onore, il presidente turco Erdogan e di molti appartenenti ai “Lupi Grigi” confusi tra il pubblico ai lati sulle strade. I “Lupi Grigi”, il gruppo ultranazionalista turco di cui, sembra, fu esponente Ali Agca dalla pubblica opinione italiana conosciuto come il presunto attentatore del Papa Giovanni Paolo II.
    L’esercito azero, poche settimane prima dell’inizio della guerra del 2020, condusse esercitazioni congiunte con quello turco in previsione dell’inizio delle manovre ufficiali avviate qualche giorno dopo. Il 27 settembre 2020 ricominciò infatti una nuova guerra, drammatica come d’altronde lo sono tutte, ma in questo caso con gli armeni costretti alla sconfitta. Sotto il quasi totale silenzio della comunità internazionale che a parte qualche parola spesa non pensò di intervenire. Fu la Russia a mediare l’“accordo di pace” il 10 novembre. Un accordo doloroso per gli armeni dell’Artsakh che persero sostanzialmente tutti i territori controllati fino ad allora. La regione di Kalbajar e Lachin, la zona di Zangilan e la piccola Repubblica di Artsakh vera e propria vennero territorialmente ridimensionati. Simbolo della sconfitta assurse la perdita della cittadina di Shusha, località della tradizione per entrambi i popoli, divisa per etnia e significativa alla stregua di quello che rappresentò Mostar ai tempi della Jugoslavia e della guerra che la smembrò.
    La Turchia negli ultimi tempi ha favorito il numeroso trasferimento in Azerbaijan di combattenti irregolari. Turchi, filoturchi, esponenti dei soliti “Lupi Grigi”, miliziani della “divisione Hamza” e di altre organizzazioni internazionali operanti in Siria, dove oramai il loro compito militare è quasi esaurito, con lo scopo di dare manforte all’esercito azero. Questo nella guerra del 2020 come nelle recenti operazioni del settembre 2023. E’ assodato il passaggio continuo di uomini, mezzi e rifornimenti tra la regione siriana di Idlib dove sono rimasti asserragliati i miliziani dell’Isis e la provincia turca di Hatay. Alcuni di questi combattenti sono naturalmente finiti a combattere anche in Ucraina nell’ultimo anno e mezzo.
    Negli ultimi anni l’Azerbaijan si è anche dotata di moderno materiale bellico proveniente proprio dalla Turchia, come dei droni di ultima generazione che hanno fatto volgere le recenti operazioni militari a suo favore. Altri sofisticati armamenti, invece, giungono regolarmente da Israele, altro attore dell’area nonostante sia geograficamente più defilato ma in buoni rapporti con l’Azerbaijan. Lo dimostra anche la solidarietà espressa dal governo azero in seguito alla nuova recrudescenza della guerra tra arabi ed israeliani in corso in questi giorni. Le cosiddette “Flame Towers”, oramai simbolo della Baku moderna, sono state repentinamente illuminate con i colori della bandiera israeliana.
    I peacekeeper russi installatisi dal 2020 nel “corridio di Lachin”, la stretta via d’accesso all’Artsakh provenendo dall’Armenia, hanno controllato per questi ultimi tre anni l’accesso alla piccola Repubblica cercando di mantenerlo libero e senza problemi di sorta. Gli episodi di guerriglia non sono però mancati.
    Difficile è rimasta la situazione anche a sud dove il governo azero ha previsto un collegamento stradale diretto tra la regione di Zangilan e la propria exclave di Nakhichevan lembo di terra racchiuso tra Armenia, Turchia ed Iran e collegato finora con l’Azerbaijan solo tramite via aerea.
    Il distretto di Zangilan dal 2020 è finito in una nebulosa situazione di controllo territoriale, con il progetto azero di unione al Nakhchivan in essere. In seguito alla guerra lampo dello scorso settembre 2023 Kovsakan, nome armeno della regione caratterizzata dai monti Zangezur, è tornato completamente sotto controllo azero. L’idea è quella di costituire un collegamento diretto e sicuro tra Azerbaijan e Turchia tramite la regione suddetta ed i pochissimi chilometri di contatto tra le frontiere turche ed azere al nord del Nakhichevan.
    Una zona quindi particolarmente strategica che ha messo in stato di allerta anche il confinante Iran.
    Religiosamente vicino all’Azerbaijan per via dello sciismo e con una percentuale di popolazione di etnia mista azero-iranica ma in tensione con esso per la sua citata vicinanza ad Israele ed alla Turchia. Con lo schieramento di una parte del suo esercito sulla frontiera l’Iran vuole prevenire un eventuale sconfinamento nel suo territorio ed un attacco a Jolfa, la cittadina ubicata proprio sul confine col Nakhichevan segnato dal corso del fiume Aras.
    Ai tempi dell’Urss si viaggiava tra i vari stati caucasici senza problemi.
    Anche attraverso la ferrovia Transcaucasica che era una importante via di comunicazione e sviluppo e collegava Baku ed il mar Caspio con Poti ed il mar Nero in Georgia diramandosi anche verso l’Armenia e poi, tramite un tracciato abbandonato per via dei problemi già esposti, verso la Turchia. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la conseguente guerra la tratta armena è entrata in disuso ma pochi anni fa da Poti la ferrovia ha ripreso a funzionare fino a Kars in Turchia, stazione di congiunzione della tratta che arrivava dall’Armenia. La stessa Armenia risulta così aggirata. Da Kars poi si può arrivare, sempre in treno, ad Istanbul e quindi in Europa.
    Lo scorso 19 settembre 2023 inizia una nuova escalation militare. Un’operazione decisa e fulminea che consente già la sera del 20 all’Azerbaijan di mantenere la promessa fatta al suo popolo sin dalla fine delle prime ostilità degli anni ’90: riconquistare l’Artsakh e gli altri territori persi.
    L’Armenia, come d’altronde già fatto nel 2020 non interviene. La Russia controlla ma lascia fare. La comunità internazionale cosiddetta “occidentale” ha come priorità unica ed esclusiva le sorti della guerra in Ucraina. La Repubblica di Artasakh / Nagorno-Karabakh cessa così di esistere. Ufficialmente lo sarà dal 1 gennaio 2024.
    Mentre a Baku ed in tutto l’Azerbaijan si è festeggiato in strada per la ripresa dei territori e la “vittoria contro gli acerrimi nemici armeni”, a Erevan gli armeni hanno protestato contro il proprio governo colpevole di aver abbandonato al loro destino i loro fratelli armeni di Artasakh e “perso la guerra in maniera disastrosa” chiedendo così le dimissioni delle istituzioni in carica.
    Nei territori dell’Artsakh la gente invece ha abbandonato e quando ha potuto bruciato le proprie abitazioni per non lasciarle in “eredita’ “ agli azeri in procinto di insediarsi al loro posto. In migliaia in questi giorni si stanno dirigendo a piedi o con mezzi di fortuna in Armenia dove proveranno a ricostruirsi una vita. Magari anche all’estero.
    La situazione resta comunque tesa ed in evoluzione nell’area del mar Caspio.
    Il mar Caspio, il lago salato più grande al mondo, è un immenso pozzo petrolifero. I primi giacimenti di petrolio furono trovati e trivellati nei primi anni del 1800 sull’isola di Pirallahi / Artyom, di poco distante dalla punta della penisola di Absheron e collegata ad essa da un ponte utilizzato dalla popolazione locale per dilettarsi nella pesca. Sull’isolotto puoi ancora aggirarti tra le vecchie trivelle di epoca sovietica.
    Nella parte sud della penisola di Absheron sorge Baku.
    Passeggiando sul moderno lungomare è possibile avvertire l’odore del petrolio che giunge dal mar Caspio ed in lontananza scorgere navi petroliere che fanno la spola con le dirimpettaie Turkmenistan e Kazakhstan o con le confinanti Russia e comunque in alcuni casi anche Iran. Al largo sorgono numerose piattaforme petrolifere addette all’estrazione tra le quali Neft Daslari, la città costruita in mezzo al mare dove furono girate alcune scene di un film della saga di James Bond.
    Ed è proprio da qui, dai dintorni di Baku, che parte il progetto dello SCP. Il gasdotto del Caucaso del sud dall’Azerbaijan attraversa la Georgia ed arriva fino in Turchia per poi collegarsi al progetto del TAP. Il gasdotto che dalla Turchia stessa transita poi per Grecia, Albania, Italia e si aggancia quindi all’Europa. Il progetto dei gasdotti ovviamente taglia fuori l’Armenia.
    Il petrolio è l’olio che unge gran parte dei meccanismi del mondo.

    Articolo di Luca Pingitore per ComeDonChisciotte.org del 12/10/23

     

  • Viaggio in Transnistria novembre 2023

    TRANSNISTRIA / PRIDNESTROVIE

    31 OTTOBRE – 5 NOVEMBRE

     

    La nostra passione è viaggiare.
    Il nostro scopo è aggregare.
    Il nostro obiettivo è coinvolgere e condividere per far conoscere luoghi e situazioni.

     

    Da tutti conosciuta come Transnistria, da molti come “l’ultimo stato comunista”, da noi come Repubblica Moldava di Pridnestrovie.
    Un paese che offre numerosi elementi che oltrepassano i clichè che si porta dietro sin dalla sua costituzione.
    Una repubblica de facto, non riconosciuta come tale dalla comunità internazionale ma densa di spunti di interesse per ogni viaggiatore e per gli appassionati di geopolitica.
    Un viaggio tra storia ed attualità mirata alla conoscenza diretta del paese sul fiume Dnestr.
    Ci avvicineremo dall’interno alla realtà delle cose ed alle considerazioni della gente senza comunque perderci il lato più turistico e quello legato alle tradizioni.
    Soffermandoci soprattutto sul vero obiettivo del nostro viaggio: avvicinarsi al contesto locale senza intermediazioni indirette.
    Una esperienza alla scoperta della Transnistria, oggi più che mai terra di confine, dove non mancheranno occasioni e situazioni in esclusiva grazie all’integrazione che OTRA vanta nell’area.

    Il costo di viaggio include:

    • Alloggio in hotel 3 / 4 stelle
    • Transfer aeroportuali privati
    • Trasporto privato in minibus dove previsto
    • Trasporti pubblici dove previsto
    • Guida accompagnatore OTRA dall’Italia esperto dell’area
    • Guida locale professionale in inglese e italiano dove previsto
    • Degustazione cantina vinicola
    • Pranzi rurali secondo programma
    • Biglietti di ingresso dove previsto

    Il prezzo NON include:

    • Pranzi e cene liberi secondo programma
    • Extra personali
    • Biglietti aerei Italia – Chisinau andata e ritorno
    • Assicurazione di viaggio
    • Tessera OTRA

    Per informazioni ed iscrizioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

     

    * Viaggio organizzato in collaborazione con il CeSem – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo

     

    Ci sono cose conosciute e cose sconosciute. In mezzo c’è il Viaggio.

    …ON THE ROAD AGAIN…

    * Viaggio organizzato ex Art. 3 Statuto Associativo Associazione Viaggiatori Indipendenti