Tag: caucaso

  • Viaggi sociali OTRA

    La nostra passione è viaggiare. Il nostro scopo è aggregare. Il nostro obiettivo è coinvolgere e condividere per far conoscere luoghi e situazioni.
    L’articolo 3 del nostro statuto riporta come scopo dell’Associazione la predisposizione a stimolare, favorire, approfondire la cultura del viaggio e a divulgare e rafforzare la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche di diverse aree del mondo.
    Oltre ad organizzare eventi culturali, ricreativi, conferenze, raduni generali e differenti iniziative, la nostra attività principale è ovviamente quella di viaggiare.
    L’Associazione è quindi per molti un bacino dove attingere per trovare compagni di viaggi sviluppando progetti ed idee diverse.
    Ma OTRA è anche il veicolo per poter viaggiare in compagnia in determinate località e vivere situazioni dettate dall’esperienza e dalla conoscenza dei luoghi in questione.
    Viaggiando comunque in una atmosfera totalmente amichevole e conviviale.
    Ed allora si parte…
    Per la primavera 2022 abbiamo programmato due partenze per due tipologie di viaggio differenti:

    RUSSIA: Caucaso del Nord
    La regione del Caucaso del Nord si estende dal mar Nero al mar Caspio e comprende dieci Repubbliche o Territori appartenenti alla Federazione Russa:
    Krasnodarskij kraj, Adighezia, Calmucchia, Stavropolskij Kraj, Karachaevo-Cerkassija, Kabardino-Balkaria, Ossezia del Nord-Alania, Inguscezia, Cecenia, Dagestan.
    Dopo precedenti diversi viaggi nell’area, nel 2017 OTRA è stata la prima in Italia a diffondere la conoscenza diretta del Caucaso del Nord tramite l’accompagnamento di viaggiatori in località sostanzialmente sconosciute ed in un’area considerata, a torto, da molti un tabù. Oltre i luoghi considerati di interesse più “classico”, OTRA, grazie alla sua integrazione nell’area, ha avuto l’opportunità di mostrare zone dove nessun viaggiatore si era spinto fino ad allora. Offrendo così la possibilità di vivere esperienze uniche. Dal 2017, con due anni di pandemia in mezzo che ha bloccato tutto, poco è cambiato. E le opportunità che ancora oggi offre OTRA sono rimaste tali.
    Un on the road unico tra natura, storia e tradizioni con un itinerario che ovviamente non potrà dipanarsi per tutta l’area ma che lascerà la voglia di tornare per visitare il resto.
    Come l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud , repubbliche de facto appartenenti geograficamente alla zona sud del Caucaso, e che OTRA conosce bene.

    PRIDNESTROVIE e MOLDOVA
    Da tutti conosciuta come Transnistria, da molti come “l’ultimo stato comunista”, la Repubblica Moldava di Pridnestrovie offre numerosi spunti che superano i clichè che si porta dietro sin dalla sua costituzione. Una repubblica de facto, non riconosciuta dalla comunità internazionale come tale ma densa di interesse per ogni viaggiatore.
    Un viaggio on the road seguendo il corso del fiume Dnestr che ci porterà ad effettuare delle tappe emozionanti anche in Moldova, la repubblica dalla quale la Pridnestrovie si è de facto separata e della quale ne reclama l’appartenenza. Grazie all’integrazione di OTRA nell’area, località particolari e situazioni esclusive non mancheranno.

    Le partenze sono previste per il mese di APRILE e non si accavalleranno lasciando quindi, a chi abbia voglia e possibilità, di poter vivere entrambe le esperienze.
    Due viaggi on the road , due viaggi unici per atmosfera e situazioni esclusive che si potranno vivere solo con OTRA.

    Caratteristiche richieste ai partecipanti:
    – Soci OTRA
    – Assetati di conoscenza, emozioni, nuove esperienze
    – Spirito di gruppo
    – Sapersi adeguare alle condizioni, seppur previsti livelli di comfort nella media, ed eventuali situazioni improvvise che determinano un cambio di programma
    – Accettare la discrezionalità degli accompagnatori basata sulla loro esperienza e lettura delle circostanze in essere

    Perchè viaggiare con OTRA:
    – Possibilità esclusiva di visitare e vivere anche luoghi situazioni altrimenti di difficile realizzazione
    – Programma flessibile in base alle circostanze in essere

    Numero partecipanti massimo:
    – 10

    Costi:
    – Stabiliti prima della partenza in base alla pianificazione definitiva del viaggio
    – Spese personali extra

    …ON THE ROAD AGAIN…

    Ricordiamo che OTRA non è un tour operator

    Informazioni ed aggiornamenti:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Beslan, una strage da non dimenticare

     

    L’auto sulla quale viaggiamo svolta a sinistra dopo aver percorso una trentina di chilometri dal nostro punto di partenza, Vladikavkaz la capitale dell’Ossezia del Nord – Alania, una delle Repubbliche facenti parte della Federazione Russa. Notiamo l’unica moschea presente in città ma non c’è il tempo di pensare ad eventuali barbare similitudini viste in altre zone del mondo in quanto il nostro breve viaggio si arresta giusto nelle vicinanze, davanti l’oramai ex Scuola numero 1 di Beslan.
    Giungo per la prima volta nella cittadina teatro del tragico evento il 1 settembre 2015, proprio nell’anniversario dell’undicesimo anno dalla strage che qui si consumò nel 2004.
    Era, infatti, il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di uomini armati assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano a celebrare l’inizio del nuovo anno scolastico tramite la tradizionale celebrazione del primo giorno di lezioni. Per l’occasione di festa, oltre a maestri e studenti era numerosa anche la presenza di madri, nonni, fratellini.
    Negli attimi iniziali dell’attacco non tutti si resero conto di quello che stava realmente accadendo e solo in pochi riuscirono a mettersi istintivamente in salvo. Si contarono però già le prime vittime.
    Le persone fatte prigioniere furono ammassate nella palestra della scuola tenuta sotto perenne controllo armato da parte degli assalitori. I prigionieri subirono continue vessazioni e vennero lasciati senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con le proprie deiezioni. I sequestratori non risparmiarono l’uccisione di qualche ostaggio durante i tre lunghi giorni in cui si sviluppò l’operazione terroristica, mentre fuori vigeva l’assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da quale evento, causarono la reazione di attentatori e la risposta delle squadre di sicurezza facendo così sfociare la situazione in un drammatico eccidio. Delle circa 1200 persone costrette nella palestra più di 300 delle quali 186 bambini persero la vita.
    La prima volta che mi recai alla scuola di Beslan era, come detto, un primo settembre. Giorno di celebrazione quindi ma il silenzio che si avvertiva per le strade della cittadina osseta nonostante la gente per strada, i bambini, i poliziotti addetti alla chiusura del traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti davano la sensazione di trovarsi in una atmosfera ovattata.
    Mi mossi taciturno nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’eccidio, e mesti pensieri mi assalirono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito erano e sono ancora oggi tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto, ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati od associazioni ed istituzioni giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, facevano e continuano a fare da cornice alle centinaia di candele poste al centro della palestra dove è stata eretta una grande croce ortodossa. Mazzi e corone di fiori completavano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangevano in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione fu stringente.
    Da allora mi reco a Beslan sistematicamente, anche più di una volta l’anno se capita, anche in compagnia di persone interessate a saperne di più di questa triste vicenda.
    Sentire gli eventi raccontati da altri, seguirli da lontano su giornali e tv, vedere foto e video di quei momenti ti lascia pensare ma resti sempre comunque distaccato.
    Camminare invece sul pavimento di legno della palestra con ancora presenti le buche causate dalle esplosioni, vedere la scuola oramai abbandonata, osservare una ad una le foto delle vittime, bambini e non, leggere i loro nomi e le date di nascita, respirare l’atmosfera rarefatta e di silenzio che si avverte nell’ex plesso scolastico ti fa avvertire davvero la portata di quella tragedia in tutta la sua violenza. La percepisci in maniera diretta. Ed ogni volta non è mai uguale a quella precedente.
    Sensazioni ancora più forti che si avvertono al “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’aeroporto. Lì, attraverso foto e data di nascita e di morte, le vittime le “vedi” tutte.
    Nel corso di questi ultimi anni ho ascoltato gli eventi dell’attacco terroristico dagli involontari protagonisti. Da coloro i quali prestarono alla causa comune i loro cortili adiacenti la palestra per essere utilizzati come base da militari e soccorritori durante i tre giorni dell’assedio o da coloro i quali abitavano e continuano ad abitare nei pressi della scuola o anche da cittadini qualunque.
    Ma le testimonianze più forti provengono dai familiari, dalle madri alle quali i figli sono stati portati via per sempre in maniera crudele:
    “Per chi ha perduto i propri cari ed i propri figli nel corso di quell’attentato, la vita non è più come prima. Ogni giorno i ricordi di quell’inizio di settembre 2004 ci assalgono con forza e le emozioni esplodono continuamente. Ma fa piacere che la gente, nel mondo, si ricordi. Allevia un poco il dolore vedere che gente arriva da lontano per mostrare la propria vicinanza ancora a distanza di anni. Ci fa sentire meno soli. Perché l’importante è non dimenticare. Affinchè fatti del genere non accadano più”.
    Ogni volta che torno ed ogni volta che ascolto la storia di quei giorni da chi ha tragicamente vissuto quei momenti vengo catapultato in un vortice di tristi emozioni.
    L’Italia tramite associazioni ed iniziative di alcuni gruppi è da sempre stata vicina a Beslan sia con progetti specifici sia con iniziative a ricordo.
    In qualche località anche la toponomastica cittadina è stata dedicata alla memoria di quella vicenda.
    Ma quello che tutti noi singolarmente possiamo continuare a fare è comunque non dimenticare la strage di Beslan e soprattutto le madri ed i parenti che ancora piangono i propri figli ed i propri congiunti.
    Morti per cosa?

    LUCA PINGITORE

  • Nagorno – Karabakh: uno sguardo sul conflitto in atto

    Tra l’agosto ed il dicembre del 1991 si consumò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    Uno ad uno tutti i Paesi facenti parte dell’Unione ma anche le regioni autonome inglobate all’interno di alcuni di questi Paesi, dichiararono la loro indipendenza dall’Urss. Il processo di dissoluzione era, in realtà, già iniziato un anno prima quando i Paesi Baltici ma in seguito anche la Georgia, l’Abkhazia e la Transnistria proclamarono la propria fuoriuscita. Il 2 settembre del 1991 toccò all’Oblast (Regione) Autonoma del Nagorno-Karabakh rendersi indipendente.
    Il Nagorno-Karabakh è una regione geografica del Caucaso del sud comprendente grosso modo gli antichi territori dell’Artsakh, storico regno di etnia armena e di tradizione cristiana, tanto che secondo la tradizione proprio in quell’area si diffuse per primo il cristianesimo e nacque l’alfabeto armeno.
    Dopo varie vicissitudini storiche e politiche il Nagorno-Karabakh venne inglobato da Stalin nella giurisdizione della Repubblica di Azerbaijan, nonostante la maggioranza della popolazione fosse di etnia armena e di religione cristiana, attribuendole comunque uno status di “Regione Autonoma”.
    E cosi in seguito alla proclamazione di fuoriuscita dall’Urss da parte dell’Azerbaijan che lo inglobava, si giunge alla dichiarazione di indipendenza del Nagorno-Karabakh del settembre 1991
    Fu l’evento scatenante di una drammatica guerra che durò tecnicamente due anni ma che in realtà iniziò molto prima, già nel 1987, con tragici episodi di violenza interetnici tra armeni ed azeri, alcuni dei quali assurti a livello di genocidio e martirio da parte di questi ultimi.
    Ricordiamo il “Gennaio Nero” del 1990 quando l’Armata Rossa fu costretta ad intervenire per le strade della capitale azera, Baku, ed al quale evento è stato poi dedicato un imponente memoriale e consacrata la giornata del 20 gennaio come “Giornata dei Martiri”. Oppure il “Massacro di Kojali” del febbraio del 1992 ricordato ogni anno in maniera ufficiale sempre dagli azeri. O ancora l’“Operazione Anello” che vide come vittime gli armeni.
    Nel 1994 alla fine della guerra tra Nagorno-Karabakh, Azerbaijan ed Armenia, sancita dagli accordi di Bishkek, la situazione vede nascere de facto la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Ma la situazione è sempre rimasta tesa, tanto che non sono mai mancati i momenti di attrito sul campo e la propaganda azera non ha mai smesso di promettere la “ripresa” dei territori persi. I rapporti diplomatici tra Armenia ed Azerbaijan non sono mai stati in essere e la cosa si è riflessa anche sui semplici viaggiatori: avere il visto azero sul passaporto non presenta grossi problemi a meno che non incappi in frontiera in uno zelante doganiere attivista ma avere un timbro armeno significa invece avere gravi conseguenze al confine azero o addirittura la non ammissione nel paese caspico.
    Soprattutto se è palese che hai messo piede nella Repubblica del Nagorno-Karabakh. Addirittura si finisce nella black list come “persona indesiderata” in Azerbaijan. Ne hanno fatto le spese sia semplici viaggiatori ma anche archeologi o giornalisti recatisi in Nagorno-Karabakh per lavoro. Sapere di esser stato in Armenia può essere accettato, seppur con difficoltà, ma aver attraversato il “corridoio di Lachin” per accedere al Nagorno-Karabakh non è ammissibile.
    Questo per ritorsione, ovviamente, ma soprattutto perché in base alle leggi azere il territorio in questione, seppur de facto indipendente, fa comunque sempre parte integrante della Repubblica di Azerbaijan. Il controllo azero sui viaggi in Nagorno-Karabakh è capillare e sovente le ambasciate azere sparse nel mondo, se ne hanno notizia in anteprima, intervengono in maniera preventiva facendo “consigliare” di non partire per presunti problemi di sicurezza oppure successivamente con “richiami” o inserimento nella già citata black list. E non mancano anche i controlli di stampa e televisioni straniere colpevoli di aver utilizzato termini o riportato fatti non “consoni”.
    Circa l’Armenia, invece, l’astio tra la popolazione nei confronti degli azeri è al massimo livello anche perché c’è da sempre una forte vicinanza dell’Azerbaijan alla Turchia la quale strappò i territori dell’Armenia storica, i luoghi sacri del monte Ararat dove la leggenda narra si fermò Noè con la sua Arca in seguito al Diluvio Universale. Il “Genocidio degli Armeni” è una drammatica ferita da sempre paragonato all’Olocausto degli Ebrei e a Erevan ricordato con un imponente memoriale.
    In seguito alla guerra la situazione territoriale è rimasta molto indefinita. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, divenuta ufficialmente Repubblica di Artsakh nel 2017, seppur del tutto autonoma avendo un proprio governo, proprie istituzioni, proprie leggi, una propria bandiera, frontiere, è possibile definirla, per una più facile comprensione di chi legge, una exclave etnica armena in territorio azero. La striscia di territorio che separa l’Armenia dall’Artsakh, la regione di Kalbajar e Lachin, sulla carta appartenente all’Azerbaijan, in realtà è rimasta sotto il controllo dell’Armenia. Lo stesso dicasi per la zona di Agdam, ad est dell’Artsakh de facto.
    Agdam è la città dove fu fondata la squadra di calcio del Qarabag, militante nel campionato azero, ma che in seguito all’arrivo degli armeni ha spostato la sua ubicazione a Baku. Negli ultimi anni, quasi a voler dare un segnale di forza e rivincita, il Qarabag è uscito dall’oblio ed è diventata una squadra di livello europeo altalenando partecipazioni alla Champions League ed all’Europa League.
    E proprio da Agdam verso l’interno dell’Azerbaijan una vasta porzione di territorio è dalla metà degli anni ‘90 militarizzato e reso sostanzialmente inaccessibile ai visitatori stranieri. Questo, secondo i proclami, per difendere eventuali azioni di invasione da parte armena ma molto più verosimilmente per prepararsi alla grande controffensiva azera della quale sono stati fatte delle prove generali nel 2016 quando gli azeri provarono a sfondare le linee armene cercando di invadere il territorio dell’Artsakh. Già allora la Turchia, come detto da sempre in rapporti stretti con l’Azerbaijan ed acerrima nemica dell’Armenia si schierò a supporto degli azeri. Anche tra Turchia ed Armenia non esistono ovviamente rapporti diplomatici e le frontiere sono chiuse. Ed anche in questo caso la “guerra dei timbri sul passaporto” è attiva.
    La fratellanza tra turchi ed azeri si palesa in vari modi. Uno dei tanti esempi sono le celebrazioni del “centenario della vittoria ottomana sugli armeni”, dove in particolar modo nell’edizione del 2018, a Baku fu un trionfo di bandiere azere e turche. Battaglioni di entrambi gli eserciti sfilarono congiuntamente durante la parata militare sotto gli applausi scroscianti dell’ospite d’onore, il presidente turco Erdogan e di molti appartenenti ai “Lupi Grigi” confusi tra il pubblico ai lati sulle strade. I “Lupi Grigi”, il gruppo ultranazionalista turco di cui, sembra, fu esponente Ali Agca l’attentatore di Giovanni Paolo II.
    E la Turchia ha dato un importante aiuto al presidente azero Alyev a mantenere la promessa che già suo padre, presidente ai tempi della guerra degli anni ‘90, aveva fatto al suo popolo: conquistare l’Artsakh.
    Il 27 settembre 2020 inizia la guerra, drammatica anche questa volta ma come lo sono d’altronde tutte le guerre, e questa volta gli armeni sono costretti alla sconfitta.
    In questi ultimi anni l’Azerbaijan si è dotata di moderno materiale bellico acquistato proprio dalla Turchia, come dei droni di ultima generazione che hanno fatto volgere le recenti operazioni militari a suo favore. Si vocifera che altri armamenti, invece, siano stati acquistati in Israele.
    E sempre la Turchia ha favorito il trasferimento in Azerbaijan di combattenti turchi, filoturchi, esponenti dei soliti “Lupi Grigi”, della “divisione Hamza” e di altre organizzazioni internazionali operanti in Siria, dove oramai il loro compito militare è quasi esaurito, con lo scopo di dare manforte all’esercito azero. Il quale esercito, poche settimane prima dell’inizio della nuova guerra di questo 2020, ha condotto esercitazioni congiunte con quello turco in previsione dell’inizio delle manovre ufficiali di qualche giorno dopo.
    La comunità internazionale non interviene, se non a parole, ed alla fine è la Russia a mediare l’ “accordo di pace” il 10 novembre. Mentre a Baku ed in tutto l’Azerbaijan la gente festeggia in strada per la vittoria contro gli acerrimi nemici armeni, a Erevan gli armeni protestano contro il proprio governo colpevole di aver perso la guerra in maniera disastrosa chiedendone le dimissioni. Nei territori dell’Artsakh la gente invece brucia le proprie abitazioni per non lasciarle in “eredita’ “ agli azeri che si insedieranno al loro posto nei territori in questione. In alcune zone la gente, invece di bruciarle le case, le smonta (quello che si può smontare come il tetto ed altro) e se le porta in Armenia, al di qua del confine, dove proverà a ricostruirsi una vita. Un accordo di “pace”doloroso per gli armeni che perdono sostanzialmente tutti i territori controllati fino ad ora, la regione di Kalbajar e Lachin, la zona di Zangilan a sud confinante con l’Iran e soprattutto la già piccola Repubblica di Artsakh viene territorialmente ridimensionata. Risulta pesante anche la perdita della cittadina di Shusha, località della tradizione per entrambi i popoli, divisa per etnia e significativa alla stregua di quello che rappresentò Mostar ai tempi della Jugoslavia e della guerra che la smembrò.
    I peacekeeper russi si installano nel “corridio di Lachin”, la stretta via d’accesso all’Artsakh venendo dall’Armenia. Controlleranno per almeno 5 anni che l’accesso all’Artsakh sia libero e senza problemi di sorta. Ma la Turchia pretende di far parte dell’accordo, vuole riconosciuto un ruolo nel processo di “pacificazione”, a differenza di quello circa una sua partecipazione diretta ed indiretta nella guerra. Per questo, insieme ai russi, anche personale turco sarà impiegato nel “centro di controllo di mantenimento della pace” in fase di costituzione, sembra, a Stepanakert, la piccola capitale dell’Artsakh.
    Gli accordi prevedono anche un collegamento stradale, diretto e con garanzia di nessun eventuale problematica a minarne la percorribilità, tra la regione di Zangilan, rientrata appunto sotto il controllo azero, e l’ exclave, sempre azera, di Nachicevan, lembo di terra racchiuso tra Armenia, Turchia ed Iran e collegato con l’Azerbaijan solo tramite via aerea.
    Ai tempi dell’Urss si viaggiava tra i vari stati senza problemi.
    Anche attraverso la ferrovia Transcaucasica che era una importante via di comunicazione e sviluppo e collegava Baku ed il mar Caspio con Poti ed il mar Nero in Georgia diramandosi anche verso l’Armenia e poi, tramite un tracciato abbandonato per via dei problemi già esposti, verso la Turchia. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la conseguente guerra la tratta armena è entrata in disuso ma pochi anni fa da Poti la ferrovia ha ripreso a funzionare fino a Kars in Turchia, stazione di congiunzione della tratta che arrivava dall’Armenia e quindi cosi aggirandola. Da Kars poi si può arrivare, sempre in treno, ad Istanbul e quindi in Europa.
    Il mar Caspio, il lago salato più grande al mondo, è un immenso pozzo petrolifero. I primi giacimenti di petrolio furono trovati e trivellati nei primi anni del 1800 sull’isola di Pirallahi / Artyom, staccata dalla punta della penisola di Absheron, la stessa dove più a sud sorge Baku e collegata da un ponte alla terraferma dove puoi ancora aggirarti tra le vecchie trivelle di epoca sovietica.
    Sul moderno lungomare di Baku, è possibile, avvertire l’odore del petrolio che giunge dal mar Caspio ed in lontananza scorgere navi petroliere che fanno la spola con le dirimpettaie Turkmenistan e Kazakhstan oppure con le confinanti Russia ed Iran. Al largo sorgono numerose piattaforme petrolifere addette all’estrazione tra le quali Neft Daslari, la città costruita in mezzo al mare dove furono girate anche alcune scene di un film della saga di James Bond.
    Ed è proprio da qui, dai dintorni di Baku che parte il progetto dello SCP, il gasdotto del Caucaso del sud, che dall’Azerbaijan attraversa poi la Georgia ed arriva in Turchia per poi collegarsi al progetto del TAP, il gasdotto che dalla Turchia transita per Grecia, Albania, Italia e si aggancia quindi all’Europa.
    Il progetto dei gasdotti ovviamente taglia fuori l’Armenia.

    LUCA PINGITORE

    Articolo apparso su ilquotidianoditalia.it del 27/11/20

  • Khaibakh, la città scomparsa

     

     

    Il nome Khaibakh non dice niente a nessuno e magari risulta anche non semplice da pronunciare. In realtà però è il nome di una località praticamente introvabile anche sulle mappe. Certamente, perché non esiste. O meglio, non esiste più dal 1944.

    La memoria di questo posto fu completamente cancellata e rimasta solo nella tradizione orale di qualche anziano.

    Anni fa in Ucraina furono ritrovati dei corpi di soldati dell’Armata Rossa uccisi nel corso della II° Grande Guerra Mondiale. Gli studiosi trovarono tra gli effetti personali di alcuni di essi delle lettere indirizzate a casa, ai propri familiari, ma che evidentemente non fecero in tempo ad esser spedite. Le lettere erano indirizzate al villaggio di Khaibakh. Nessuno, però, conosceva questo posto e di conseguenza partirono gli studi per capirci qualcosa, il mistero andava risolto.

    Si scoprì quindi che Khaibakh era un villaggio facente parte di un comprensorio di altri piccoli ed antiche frazioni ubicate sulle montagne selvagge del Caucaso e precisamente in Cecenia, in linea d’aria non lontano dalla frontiera con la Georgia. Khaibakh e gli altri villaggi non esistevano più e l’area dove una volta sorgevano era molto impervia da raggiungere. Non esistevano strade ma solo montagne, boschi, fiumi, cascate, un’area completamente disabitata e praticamente interdetta alla popolazione.

    Ma cosa era successo? Quale era la storia di questa zona?

    Con l’“operazione Lentil“, nel 1944, in Unione Sovietica fu deciso di deportare i ceceni nelle steppe del Kazakhastan o sulle montagne dell’Asia Centrale. Gli abitanti di questi antichi villaggi, detentori di una storica tradizione arcaica, iniziarono ad esser radunati con la forza e caricati su dei camion per esser portati alla stazione ferroviaria più vicina, molti chilometri a valle.

    Le operazioni risultarono però ovviamente lunghe e complicate. Trasportare su mulattiere di montagna e mezzi di trasporto degli anni ’40 circa 3000 persone controvoglia non era di certo una operazione semplice.

    Ad un certo punto allora a qualcuno venne l’”idea”.

    Gli ultimi circa 700 abitanti, ma qualcuno sostiene molti di più considerato che si tratta sostanzialmente di fonti orali, furono raccolti, fucilati, bruciati i corpi e sepolti in una larga fossa comune. Il sito fu poi ricoperto, risistemato e lasciato nel dimenticatoio, abbandonato nell’oblio degli isolati più di duemila metri di altezza del luogo.

    Questo narra la storia e la leggenda.

    L’area quindi restò completamente interdetta e dimenticata per circa 50 anni. Finchè appunto fu riscoperta a livello ufficiale dagli studiosi intorno gli anni ’90. Anche perché nel frattempo l’Urrs si era dissolta e le memorie delle leggende locali tramandate nel tempo riaffiorarono tra i capi-aul [capi villaggi, sorta di forma arcaica di sindaco. N.D.R.] di quell’angolo di Caucaso.

    Ma in Cecenia, proprio in quegli anni, scoppiò una nuova e drammatica guerra, suddivisa in due distinti momenti a breve distanza temporale, che fece restare la zona ancora interdetta per altri lunghi anni.

    Di Khaibakh e dei villaggi limitrofi restavano e restano oramai solo ruderi di pietra, un vecchio cimitero, antichi ceppi stradali nascosti dalla vegetazione, storiche grotte nelle pareti di alcune montagne dove vissero i primi antichissimi abitanti della zona.

    Dal 1944 solo una torre a Khaibakh restò in piedi. Fino ai primi anni 2000.  Quando per un evento fortuito, durante operazioni aeree militari della guerra che imperversava in quel momento in Cecenia, una bomba la colpì e la danneggiò.  

    Terminata la guerra e rimessasi in carreggiata la situazione, intorno il 2010, un privato e facoltoso cittadino ceceno decise di “riportare alla luce” l’intera area e fece creare, con fondi propri, una strada in terra battuta, un solco, una pista più che una via di comunicazione vera e propria, che si incunea tra le montagne e può essere attraversata solo tramite potenti fuoristrada. Quando le intemperie non la rovinano con frane, smottamenti, allagamenti, neve. Fitta vegetazione, paesaggi mozzafiato, orsi e cavalli allo stato brado sono gli unici padroni dell’area che resta ancora chiusa al visitatore ed accessibile da circa tre anni solo con speciali permessi. A qualche mandria di bovini con i loro allevatori-guardiani è concesso accamparsi in tende o vecchi vagoni ferroviari in legno trasposti su ruota nella parte più a valle per il periodo necessario al pascolo. Da quel punto in poi si ascolta solo il rumore della natura e del fuoristrada che ti conduce attraverso la pista in terra e pietre, in alcuni punti a picco sul baratro, verso l’unico punto di sosta attrezzato. Una piccola costruzione utilizzata come moschea e come luogo di riparo in caso di condizioni avverse del meteo che magari costringono coloro che si spingono fin li a dover trascorrere la notte in questo luogo amèno.  

    Ad oggi pochissimi sono coloro che hanno avuto la fortuna di addentrarsi nella zona e poter aggirarsi tra le rovine dei vari villaggi dell’area, soprattutto tra quelle della leggendaria Khaibakh con i segni della fossa comune. Storie diverse, tempi differenti, destino simile finito nel fuoco per alcuni versi avvicinano Khaibakh con Pompei.

    Ma nonostante la tragica storia che si conserva nella sua natura incontaminata, Khaibakh è un posto unico al mondo perso nel cuore delle montagne del Caucaso.

    Chi scrive questo articolo ha la fortuna di poter raccontare la storia ed i luoghi in questione per esperienza diretta essendo stato il primo viaggiatore straniero ad aver avuto la possibilità di addentrarsi per quelle montagne e l’unico visitatore forestiero ad essercisi recato più di una volta, accompagnando anche, in un paio di occasioni, degli sparuti italiani desiderosi di conoscere l’area.

    Per recarsi ai confini del mondo, vivere la storia e gustarsi la magia dell’isolamento e della bellezza della natura basta recarsi a Khaibakh.

    La città scomparsa.

    LUCA PINGITORE

    Articolo ripreso da ilquotidianoditalia.it del 22/02/2021

  • Azerbaijan: Khinalug

    Khinalug è una località che si trova in Azerbaijan a circa 90 km da Baku ma ci vuole tanto tempo per arrivarci. La strada che porta a Khinalug è completamente asfaltata ma nonostante ciò gli abitanti hanno comunque mantenuto la loro “arcaicità” alla quale sono legati e che gli consente anche una certa indipendenza da ciò che succede “a valle”. Siamo arrivati a Khinalug senza prenotazione e, come succede sempre nei paesi sperduti, abbiamo trovato ospitalità prima ancora di scendere dalla macchina. Il nostro ospite era una persona molto in vista nel paese, casa piena di ospiti, ed era sempre al telefono; la sua ospitalità si è rilevata poi propizia per le ragioni che spiegherò in seguito. Eravamo a conoscenza dell’esistenza nei pressi di Khinalug di un tempio zoroastriano, ovvero il luogo di culto della religione preislamica adoratrice del fuoco. I templi zoroastriani sono tutti costruiti intorno ad un braciere che arde in eterno. Il fuoco può essere alimentato da condotte o naturale, ovviamente quello del tempio zoroastriano di Khinalug è un fuoco naturale. l’Azerbaijan ha un sottosuolo che brucia ed in alcuni punti il fuoco riesce a trovare la strada e manifestarsi in superfice. Il tempio zoroastriano di Khinalug si trova a più di 2300 metri di altezza impossibile da raggiungere in autonomia perché non esiste un sentiero e la zona è protetta dalle guardie perché considerata da preservare. A questo punto arrivare a al tempio zoroastriano era diventato un obiettivo tanto importante quanto difficile.

    Così abbiamo provato a chiedere al nostro ospite se ci poteva aiutare e, dopo un’iniziale resistenza, ha accettato ad accompagnarci ed ha proceduto con le telefonate frenetiche. Abbiamo fatto quasi tutto il percorso su una Lada, tanto simile alle vecchie Fiat 128, che, senza paura, ha affrontato il percorso di montagna senza pista battuta. Impossibile descrivere la sensazione che si prova lassù era come essere a tu per tu con la divinità, in cima al mondo. Ora mi domando come è possibile che un fuoco naturale trovi la via d’uscita (e di conseguenza diventa oggetto di venerazione) in un punto che si raggiunge a fatica, solo per pochi, che si trova sul tetto del mondo, uno dei posti più lontani e remoti del mondo?

    ESTRATTO DA “FIGLI DI NOE’” DI MONIKA BULAY

    Sulla cima, tra le rovine, pascola una capra, un anziano rotola lentamente un grande masso per puntellare un vecchio sentiero e un bambino ci rovescia sopra della sabbia. Tutto intorno ragnatele di altri sentieri, ognuno dei quali appartiene ad una famiglia. “Se tutto fosse in comune” ti dicono a Khinalugil nostro villaggio sarebbe sparito”, e declinano un ordine antico e complesso, lo stesso che ritrovi nella loro grammatica. “Basta accendere una pipa e puoi attraversare centinaia di mondi diversi” dicevano i viaggiatori russi nel Caucaso. Narra una leggenda che Dio distribuendo a piccole manciate le lingue qua e là sulla terra, inciampò nel Caucaso e ne rovesciò un bel mucchio. La lingua di Khinalug, il Keshmitsl, è fatta di settantadue suoni. È l’alfabeto più ricco del mondo per un semplice motivo, è il villaggio più isolato, più alto e si trova alla fine di tutte le strade. Ma la lingua di Khinalug è solo un piccolo punto nelle pleiadi delle lingue caucasiche. Nei villaggi più prossimi, Alik, Djek e Gabut si parla in tutt’altro modo, in Kryc. Ancora una, due generazioni e sparirà anche questa straordinaria lingua, che mai è stata trascritta finora. Gente selvaggia che vive nella pioggia e nel fango, insieme al bestiame, e la loro lingua riflette il loro mondo come uno specchio. La nuvola è chiamata “gregge di pecore”, l’arcobaleno, “arco per cardare la lana”, la prima stella è la “capretta che marcia davanti al gregge”, la neve è la “lana”. La perfino il cielo appartiene agli animali.

    VALENTINA GALLEANO

  • A Piacenza per parlare di Caucaso

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    Piacenza “terra di passo“, scriveva Leonardo Da Vinci nel Codice Atlantico ed è proprio nel, capoluogo dell’omonima provincia dell’Emilia-Romagna, che si è svolto primo raduno generale annuale del 2020 dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA, per parlare di Caucaso. “Viaggiare nel Caucaso” è stato, infatti, il tema dell’incontro pubblico svoltosi sabato 11 gennaio proprio a Piacenza, nel corso del quale alcuni viaggiatori hanno descritto e raccontato la regione caucasica e le loro varie esperienze nell’’area. Il pubblico partecipante, interagendo con i relatori e con gli altri viaggiatori presenti in sala, è stato trasportato con descrizioni alla vecchia maniera su mappe cartaceesupporti video fotografici, esposizioni orali su località meno conosciute di Georgia, Azerbaijan ed Armenia ma anche su vaste zone delle quali poco si parla come l’intera area Caucaso del Nord. Ossezia del NordInguscezia, Cecenia, Dagestan tutte repubbliche facenti parte della Federazione Russa ma anche stati de facto e mete ambite da viaggiatori interessati all’area quali Abkhazia, Ossezia del Sud, Artsakh / Nagorno Karabakh,sono stati portati alla conoscenza dei presenti. L’Associazione OTRA, tramite il suo progetto operativo Italia-Caucaso, ha esperienza e conoscenza diretta della regione caucasica oramai da anni ed alcuni dei suoi viaggiatori sono stati tra i primi a frequentare in maniera anche assidua l’ancor semisconosciuto Caucaso del Nord e a diffonderne in Italia la sua atmosfera unica. Atmosfera che d’altronde impernia tutta la regione racchiusa tra il Mar Nero ed il mar Caspio. L’incontro, aperto al pubblico, non è stato quindi solo una esposizione di racconti di viaggio ma soprattutto l’ occasione per descrivere, spiegare e raccontare anche dettagli esclusivi dell’ area geografica in questione. A condurre il viaggio virtuale nel Caucaso sono stati Claudio Oberti, Valentina Galleano, Claudio Serafini e Luca Pingitore, Soci Esperti i primi tre e Presidente di OTRA il quarto, supportati da altri loro “colleghi” viaggiatori comunque presenti in sala. Come detto l’ evento, durato l’intero week end, era incluso nel raduno nazionale dei Viaggiatori Indipendenti che ha portato a Piacenza più di cinquanta persone, italiane e straniere, da varie parti d’Italia. I raduni nazionali di OTRAassociazione attiva di fatto da circa 15 anni, vengono organizzati in vari periodi dell’ anno ed in differenti zone d’ Italia con lo spirito di ritrovarsi ed aggregare nuovi appassionati viaggiatori. Il raduno svoltosi a Piacenza ha visto lanciare i nuovi progetti dell’associazione, anche tramite i suoi Progetti Operativi, come l’organizzazione di incontri pubblici sul Caucaso e su altre zone geografiche in varie località d’ Italia in una sorta di tour, come d’ altronde, già avviene per i propri raduni generali.

    * = Articolo pubblica da Eurasianews il 14/01/2020

  • Ochamchira. L’ Abkhazia nostalgica


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    Dall’ alto del quindicesimo piano il sole che tramonta all’ orizzonte sul mare ti porta in un’altra dimensione e ti fa avvertire un misto di emozioni: eccitazione, malinconia, gioia, quiete, distensione ed i pensieri ti si affollano nella mente.
    Come sarebbe stato questo posto se il corso della storia fosse andato in maniera diversa?
    E perché la storia è andata così?
    Come si è vissuto negli ultimi 30 anni circa?
    E come si svilupperà il futuro?
    Il rimbombare delle piccole onde all’ interno della vuota ed enorme costruzione, formate dal naturale movimento del mare sottostante, mi cullano per interminabili lunghi minuti.
    Mi trovo su quello che potrebbe esser considerato da molti un mostro architettonico ed ecologico, per altri, come il sottoscritto, un sensazionale e commovente monumento alla storia.
    Un imperioso palazzo completamente abbandonato, ridotto praticamente ad un gigantesco scheletro di cemento, nato come miglior hotel della città e rimasto in attività giusto una manciata di stagioni. Costruito a fine anni ’80, in piena Unione Sovietica, cessò la sua funzione in seguito alla guerra che sconvolse l’ intera regione, dalla costa fino alle alte montagne, tra il 1991 ed il 1993. Un gigante solitario e decaduto che domina questo lembo di mar Nero nel sud dell’ Abkhazia, repubblica de facto, situata geograficamente tra la Federazione Russa e la Georgia.
    La storia di questo hotel è l’ emblema di tutta la zona dell’ Abkhazia a sud della capitale Sukhum, da qui, ad Ochamchira sulla costa, fino a Tkuarchal ed Akarmara sulle impervie montagne caucasiche e giù fino a Gal praticamente sul confine con la Georgia, al di là del fiume Inguri. La guerra si svolse soprattutto in queste zone dell’ Abkhazia e portò questa vasta area tra morte, depredazioni ed esili volontari o forzati a restare quasi completamente abbandonata. Il susseguente embargo ventennale, del quale l’ intera Abkhazia è stata vittima, ha cristallizzato la situazione nell’ incuria e nell’ abbandono. Ochamchira oggi è una caratteristica cittadina di campagna adagiata sul mare. Calma e pacatezza la rendono un posto améno e rilassante. Siamo in pieno agosto, nel cuore della stagione estiva ma a differenza di poche decine di chilometri più nord, come a Sukhum, a Pitsunda o nella vivace Gagra, qui ad Ochamchira le persone in spiaggia si contano senza affanno. Una località che lascia poco al divertimento ma tanto al relax ed alle emozioni. Il posto ideale per riposarsi. Pochi sono i rumori ed i movimenti per strada o all’ esterno delle case a due piani con giardino proprio. Quelle abitate. Le altre, tante, risultano ancora in piedi nella loro piacevole architettura antica e magari signorile ma completamente vuote. Eleganti scalinate, terrazze, colonne, ampi balconi, quel che resta di soggiorni decorati, tutto oramai completamente inghiottito dalla vegetazione o ancora lì in vista: villini belli fuori ma vacanti dentro che restano ad attendere vecchi o nuovi padroni che le riporteranno ai fasti di un tempo.
    E’ suggestivo camminare tra le sterrate arterie cittadine, dove la presenza di mucche al pascolo solitario sostituisce la vista di automobili, dove il verde della campagna ti rilassa, dove il silenzio ti fa riflettere e dove ti senti catapultato indietro nel tempo tra semplicità, autenticità e storia.
    Ma Ochamchira è anche questo: le vecchie abbandonate costruzioni istituzionali e non del centro città; l’ antica ed elegante stazione ferroviaria rimasta ai tempi dell’ Urss; i pochi piccoli condomini popolari semidisabitati; il vecchio bar centrale, dove anziani e signori di mezza età giocano a domino; quel che resta degli storici pontili in cemento che si stagliano in mezzo al mare formando tante piccole calette artificiali; la spiaggia ghiaiosa; lo sguardo curioso della poca gente che incroci per strada o sul lungomare; le domande stupite di due signori circa la mia provenienza ed i motivi che mi hanno spinto in questa zona, a detta loro “impervia e praticamente un protettorato di Putin”, ed ai quali mi rivolgo poi io con domande ancor più interessate dopo essersi presentati come “georgiani d’ Abkhazia” e venendo a conoscenza del loro non comprensione della lingua russa * ; le vecchie signore dei negozietti di alimentari con le quali scambi due parole; le canzoni italiane di un’ artista (a me) sconosciuta che fuoriescono dall’ interno di un’ automobile; il sole che si attenua all’ orizzonte regalando uno splendido gioco di luce sul mare solitario. Una località emozionante e romantica per certi versi.
    Ma che sta lentamente cercando di uscire da questo anacronistico semi-isolamento nel quale versa oramai da troppo tempo. Qualche sparuto villeggiante russo, stanco della confusione di Gagra o di altre località in Russia stessa, si avventura fin qui in cerca ristoro e di conseguenza, oltre a qualche piccola familiare guest house, è da poco apparso un moderno hotel con ristorante alla moda realizzato direttamente sull’ arenile e con tanto di pontile per assaporare l’ ebbrezza dei venti marini.
    Forse in antitesi con lo scheletro del vecchio hotel di sovietica concezione ubicato a pochi metri dalla spiaggia.
    Il nuovo che riparte dal vecchio. Dal punto in cui si era rimasti prima della guerra?

    LUCA PINGITORE

    * = La particolarità dell’ incontro è stata data dal fatto di essermi imbattuto in due georgiani di mezza età, quindi giovani ai tempi dell’ Urss, residenti in Abkhazia, presumibilmente provenienti dalla zona di Gal dove vivono sia molti georgiani sia i mingreli ** ( etnia differente dai georgiani ed dagli abkhazi ) i quali, a quanto pare, non parlavano russo, lingua “internazionale” comune nelle zone dell’ ex Unione Sovietica. Sarebbe stato interessante approfondire ciò e soprattutto le loro opinioni, già comunque subito in parte svelate dalle loro prime parole come riportato nell’ articolo, ma la fugacità dell’ incontro ed una certa mia, stranamente anomala, diffidenza hanno impedito la mia indagine.

    ** = Già citati in questo mio precedente articolo: Tra Abkhazia e Georgia

  • Itinerari di viaggio Italia-Caucaso

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    Italia – Caucaso parte di frequente per vari itinerari nel Caucaso.
    Gli itinerari elencati  in questa pagina non sono comunque vincolanti ma, di volta in volta,  adattati alle esigenze di tempo e di interessi dei partecipanti e dei progetti che Italia – Caucaso persegue nell’intera area.
    Ogni itinerario è di conseguenza modificabile ed adeguabile nei limiti del possibile e tenendo sempre conto dell’ esperienza degli organizzatori.
    E’ possibile, su richiesta, organizzare altri itinerari nell’ area caucasica al momento non presenti nella lista essendo questa giusto una selezione delle decine di variabile possibili nell’ intero puzzle del Caucaso.
    I viaggi sono aperti a tutti gli associati OTRA.
    Italia-Caucaso annovera collaborazioni esclusive con rappresentanti locali a vario livello.
    Italia-Caucaso fornisce anche consulenza, assistenza ed accompagnamento in loco ad operatori che abbiano la necessità di interessarsi all’ area.

    Questi gli itinerari di Italia – Caucaso:

    ITINERARI:

    • MONTE ELBRUS – OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – CECENIA – INGUSCEZIA – DAGESTAN
    • OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – REPUBBLICA DELL’ OSSEZIA DEL SUD / ALANIA
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ABKHAZIA
    • CRIMEA
    • NAXCIVAN
    • AZERBAIJAN
    • AZERBAIJAN – DAGESTAN
    • STAVROPOLSKIJ KRAJ – KABARDINO / BALKARIA – MONTE ELBRUS – MONTE DOMBAI – KARACHEVO / CERKASSIJA
    • CALMICCHIA – OBLAST DI ASTRAKHAN
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ADIGEZIA

     

    Per itinerari dettagliati e tutte le ulteriori informazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Daghestan 2017

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    Le “ colonne d’ Ercole ” segnavano la fine del mondo conosciuto ad ovest; le “ porte di Alessandro ”, in un certo senso, la fine del mondo “civilizzato” ad est. Una immensa fortificazione che difendeva i territori conquistati da Alessandro Magno si estendeva quasi parallela alla catena montuosa del Caucaso arrivando fino alle rive del mar Caspio. E dopo secoli, i resti della fortezza che sovrasta il villaggio di Khuchni nel distretto dei Tabasarani e famosa per la leggenda dei “sette fratelli ed un sorella”, sono ancora lì a tramandarci tempi passati. Come la cittadella di Naryn-Kala, sopra la città di Derbent, che sovrasta il mar Caspio fino a perdersi all’ orizzonte nel Kazakhstan dall’ altra parte del mare-lago.
    Siamo in Dagestan, una delle repubbliche più interessanti dell’ intera regione del Caucaso.
    Una repubblica che ha vissuto guerre antiche ed eventi moderni di terrorismo . Proprio per questa difficile situazione politica il Dagestan è impropriamente tralasciato dai viaggiatori internazionali con la conseguenza di renderlo ancora più affascinante e piacevole da scoprirlo e viverlo.
    Una repubblica autonoma dove risiedono decine di etnie differenti con numerosi i villaggi incastonati nelle recondite montagne dove si vive ancora tradizionalmente come le rispettive tribù tramandano da decenni.
    E magari capita di recarti in una cittadina ubicata sull’ orlo di un canyon e sentirti catapultato indietro negli anni dell’ Unione Sovietica, dove sulla spaziosa e fredda piazza principale che ospita l’ unica scuola, ti imbatti nei bambini che escono per la ricreazione al seguito della vecchia maestra, l’ unica persona che parla inglese in tutta la città. Ed è anche per lei è una grande emozione incontrare, forse per la prima volta, degli stranieri e riuscire a scambiare qualche parola nella lingua che prova ad insegnare ma che ella stessa ha imparato moltissimi anni fa. Lenin, in una rara statua dove è ritratto in movimento, benedice l’ incontro internazionale che verrà celebrato in un sovietico negozio di generi alimentari. Per la grande occasione le babushki sfoderano la loro ottima tradizione culinaria e trasformano il piccolo negozietto, scarno come ai tempi dell’ Urss, in una sorta di trattoria per gli ospiti italiani. Tutti i piatti della tradizione vengono passati in rassegna dai nostri stomaci. Non si può e non si vuole, data la succulenza delle cibarie cucinate a mano, rifiutare. E’ tempo del caffè. Il caffè “alla turca” o “alla greca”, a seconda di quale zona d’ Europa ti trovi, ci viene preparato artigianalmente su di un focolare approntato nel vicino bosco. A pochi metri dallo strapiombo sul fiume dalle acque color smeraldo che scorre sottostante, incuneandosi nelle ramificazioni del canyon.
    E finalmente ci inoltriamo in queste gole navigando su un battello guidato da un vecchio capitano di lungo corso che riesce a farci godere tutta la bellezza del posto amèno nel quale ci troviamo.
    Numerose sono le gole, le grotte, le cascate che caratterizzano la parte dagestana del Caucaso. Scenari incredibili. Come quello che non ti aspetti in una zona montuosa. Le dune di sabbia. Uno spettacolo insolito che si può ammirare da queste parti percorrendo a piedi i binari dell’ antica ferrovia che muoveva merci e persone durante il periodo dei Soviet.
    Ma anche il mar Caspio stesso è particolare, questo gigantesco lago chiuso tra le terre ma così grande che è stato da sempre considerato alla stregua di un mare. Meno famoso del vacanziero e pietroso mar Nero che delimita il Caucaso ad ovest ma altrettanto accattivante. E te ne accorgi passeggiando sul lungomare di Kaspijnsk o sulla spiaggia di Makhachkala, la capitale del Dagestan. A Baku, poche centinaia di chilometri più a sud, in Azerbaijan, avverti l’ inebriante odore del petrolio, dell’ oro nero che viene estratto da qualche piattaforma invisibile ubicata al largo del mare, qui a Makhachkala avverti invece l’ aria tipicamente salmastra e marina.
    Makhachkala città di contrasti. Capitale di una delle repubbliche più islamiche della Russia ma allo stesso tempo città aperta dove la religione non si avverte in maniera così presente come avviene nella vicina Grozny.
    A Makhachkala siamo musulmani ma si può fare di tutto”, si azzarda a dirci qualcuno. Ed infatti non mancano gli esercizi commerciali dove l’ alcool è venduto regolarmente, la gente che seppur con moderazione si lascia andare, qualche locale con musica per ballare e cantare, molte donne senza hijab (il foulard che copre la testa).
    Russi, dagestani delle varie tribù ed altre etnie dell’ ex Unione Sovietica convivono. Certamente non mancano le madrasse (le scuole coraniche), le moschee, i muezzin, le preghiere, le tradizioni ma il vero fulcro dell’ islam, in Dagestan, si trova fuori città e soprattutto nelle montagne. O nella periferia, che lascia lo schema sovietico per quello mediorientale tipico dell’ hinterland di Istanbul od in maggior modo di quello dei Territori Palestinesi.
    Il flashback tipico del viaggiatore, nel caso di Makhachkala, della sua periferia per la precisione, ci riporta a Ramallah, la capitale amministrativa della Palestina. Enormi vialoni bloccati dal traffico con negozi di qualsiasi genere, caffè volgari, autolavaggi, confusione.
    Tutto questo non ci fa dimenticare, però, la storia recente fatta di guerra e soprattutto di attentati, azioni non ancora sopite. Una situazione difficile che crea numerose problematiche che spesso da qui si estendono poi in altre aree geografiche.
    Il Dagestan risulta per questo più isolato rispetto a tutte le altre repubbliche del Caucaso e la gente locale se ne rammarica. Solo negli ultimi tempi qualche vacanziero proveniente da altre parti della Federazione Russa inizia a recarcisi in maniera più assidua. Non è così, però, per i viaggiatori stranieri. La diffidenza verso questo lembo di Caucaso è ancora forte. I pochi “avventurieri” stranieri che si spingono fin qui vengono accolti dai popoli dagestani in maniera eccezionale, sono al corrente dei pregiudizi che versano nei loro confronti e sanno che una rinascita e la possibile uscita dal tunnel del terrore che ancora continua ad attanagliarli passa dal turismo e dalla loro reclamizzazione nei consessi internazionali.
    In altre parti del mondo poco toccate dal turismo, la gente mostra curiosità verso lo straniero in generale e l’ italiano in particolare. Qui in Dagestan la curiosità negli sguardi dei bambini che vedono per la prima volta degli stranieri, si confonde con gli inviti degli adulti a prendere un tè in casa propria. Sono contenti di farlo, anelano a che si inizi a parlare del Dagestan in maniera positiva. “Siamo brava gente, la guerra non c’è più. Parlate di noi e non ci dimenticate”, ci sentiamo più volte ripetere.

    LUCA PINGITORE

  • Tra Abkhazia e Georgia

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    Un branco di delfini sguazza spensierato nel mar Nero a pochi metri dalla riva costituita esclusivamente da blocchi di cemento frangiflutti nelle adiacenze del porto di Poti. Neanche dieci anni fa Poti ed il suo porto furono teatro di cruente operazioni belliche durante la guerra che vide contrapposta la piccola repubblica dell’ Abkhazia, coadiuvata in suo soccorso dalla Russia, contro la Georgia che non ne accettava, ancora dopo 18 anni, l ‘indipendenza. Dopo quei giorni di guerra, il confine tra i due stati si riattestò sull’ ubicazione originale poche decine di chilometri più a nord e sulla posizione naturale costituita dal fiume Ingur, anzi per la precisione, sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. E proprio in quelle poche centinaia di metri che partono dalla riva nord dell’ Ingur ed arrivano al confine abkhazo, nella località di Anaklia, hanno pensato di organizzare ogni estate uno dei più conosciuti festival di musica elettronica. Un’ area verde ricavata dal nulla, bella, pulita, ordinata su un lungomare moderno al quale si accede tramite un futuristico ponte in legno e plexiglass che sovrasta la foce del fiume. Il GEM Festival nasce sulle ceneri del più famoso Kazantip, festival che ogni estate si teneva nella zona di Evpatoria in Crimea. Quando la Crimea passò alla Russia, il festival, organizzato da ucràini, fu annullato e spostato nella “sorella” Georgia ma non ebbe lo stesso successo. L’ idea però piacque ad alcuni georgiani che si inventarono il GEM. In pochi metri quadrati migliaia di ragazzi ballano e fanno festa con alcuni dei migliori dj di caratura internazionale che vengono a proporre i loro esaltanti dj set in questo angolo sperduto del Caucaso. Si balla per un mese esattamente sotto la barriera di alluminio che si estende per chilometri verso l’ interno della Georgia e segna il confine con l’ Abkhazia. Si fa festa sotto lo sguardo attento dei militari abkhazi che controllano l’ aerea sottostante dalle torrette di avvistamento. Si accendono falò sulla spiaggia pietrosa dove il filo spinato delimita il territorio dei due stati. Un festival organizzato appositamente sul confine. Per sbattere in faccia il divertimento sfrenato, la “modernità”, il sogno tipico di “oltre confine”, che già andava tanto in voga nella Berlino divisa in due, ai giovani della popolazione abkhaza. Oppure in segno di pace, secondo la versione degli organizzatori, che estendono il loro invito con tanto di biglietti gratis ai ragazzi abkhazi ma che puntualmente essi non lo prendono neanche in considerazione. Sono ancora non emarginate le ferite della guerra e degli anni di vessazioni ed embargo che hanno dovuto subire. E che ancora oggi persistono.
    A circa 40 chilometri di distanza da Anaklia, nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’ unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia. Il ponte sul fiume Ingur. Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’ Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’ epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo se hai la documentazione necessaria e vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese. Qui sul confine georgiano l’ atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’ Urss ed alla indipendenza dell’ Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. E sono apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra Abkhazia e Georgia, col piede dell’ opportunismo in due staffe.
    Sostiamo per diverse ore, in giorni differenti, nei circa due chilometri e poco più che separano ufficialmente la Georgia e l’ Abkhazia. Da viaggiatori, nostro malgrado per una serie di imprevisti, diventiamo osservatori della frontiera. La cosiddetta “terra di nessuno” tra le due repubbliche, che terra di nessuno non è in quanto proprio una base militare georgiana è presente seminascosta sottostante l’ imbocco del ponte, proprio nelle adiacenze del check point armato e presenziato da svogliati giovanissimi militari che magari vorrebbero trovarsi altrove, diventa il nostro punto di osservazione. Diventiamo così “esperti” dell’ area in questione e finiamo per aiutare a livello di informazioni sulla frontiera e consigli sull’ Abkhazia, dove siamo già stati in un viaggio precedente , gruppetti di turisti ungheresi e tedeschi (alcuni dei quali anche un pò timorosi di quello che avrebbero trovato al di là della frontiera alludendo ad articoli di disinformazioni letti in patria. Scritti dall’ ufficio e non per esperienza diretta aggiungiamo noi) i quali dubitano sui reali motivi della nostra presenza in un luogo così particolare. Ma noi dobbiamo solo consegnare un pacco. Chi ci crede?
    Forse neanche i poliziotti georgiani che ci interrogano sulla storia della Juventus con tanto di quiz su risultati e giocatori degli anni passati o i colleghi sul lato abkhazo che assistiamo nello smistamento della fila di persone che si accingono a superare il loro controllo. Oramai conosciamo le procedure su entrambi i lati. Ed anche i georgiani ci assoldano gratis come interpreti inglese – russo considerato che alcuni di loro non leggono neanche i caratteri latini dei passaporti o comunque non comprendono la nazionalità degli avventori stranieri che si presentano alla frontiera.
    Assistiamo al passaggio di strani personaggi turchi ed a quello di presunti diplomatici giordani, come al controllo di routine di un team dell’ IOM, l’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, di cui comprendiamo il funzionamento e su cosa si basano i loro report. In pratica monìtorano solo il lato georgiano, ogni tanto fanno visite di routine al check point e se ne rientrano nello loro base dorata.
    Ci imbattiamo, anche qui in frontiera come in altre zone della Georgia, alla banca mobile. In alcune zone rurali non sei tu che vai in banca ma è la banca che viene da te con un furgone-ufficio.
    La gente si accalca ai finestrini- desk, un paio di impiegati ricevono le operazioni dall’ interno su dei tavolini-postazioni con computer e stampante mentre l’ autista dorme seduto sul lato guida e l’ agente di scorta, attrezzato di tutto punto, fa presenza all’ esterno.
    Non ci facciamo mancare niente e durante la spola tra i due lati, su quello abkhazo, ci imbattiamo anche in un assembramento funebre che attende tra gli strazi la salma in arrivo dall’ altra parte.
    La nostra esperienza in frontiera è terminata ma non il nostro giro che dopo le montagne dello Svaneti, dove apprendiamo di un progetto futuro di apertura di un percorso di trekking che attraverserebbe la catena montuosa del Caucaso dal mar Nero al mar Caspio, ci porta nella terza delle repubbliche indipendenti o in questo caso autonoma della Georgia: l’ Ajaria con capitale Batumi.
    Città dove i finanziamenti esteri ed europei, nel senso di Unione Europea, hanno trasformato il lungomare chilometrico in un polo di attrazione e divertimento estivo di tutto rispetto. Batumi, già rinomato posto di villeggiatura balneare ai tempi dell’ Urss, negli ultimi anni ha visto trasformare la sua fascia costiera, quella invasa da turisti stranieri, mentre il resto della città è rimasto sostanzialmente sotto la vecchia tradizione georgiana-sovietica. Solo le vecchie babushki che passano e ripassano vendendo pannocchie di mais calde ed altre leccornie della tradizione sovietica richiamano ad un passato non troppo lontano. Come in piccolo ad Anaklia qui a Batumi ordine, pulizia e verde la fanno da padrone con l’ aggiunta di decine di ristoranti turistici, qualche attrazione per bambini e più fontane danzanti in differenti punti dell’ immenso lungomare. E non possono mancare grattacieli sedi di hotel prestigiosi e residence ultramoderni. Batumi è una città divisa in due, quella centrale un pò trasandata e con la tipica confusione caucasica e quella costiera ad uso e consumo dei turisti, tantissimi finanche quelli iraniani, e finanziata dagli europei dell’ UE.
    Come il resto della Georgia, tanto diversa dal mio primo viaggio un pò di anni orsono. Come segnale sintomatico della globalizzazione non ci sfuggono le numerose sale del Regno dei Testimoni di Geova, finanche nelle campagne sperdute, facsimili esatti di quelle che si trovano in Italia od altrove.
    L’ inglese invece imperversa ovunque nelle scritte, persino polizia è scritto “police”. E sembra quasi di trovarsi non nel centro del Caucaso quando noti varie sedi dell’ agenzia statunitense USAID e dove ovunque sventolano le bandiere dell’ Unione Europea come se la Georgia ne facesse parte. Neanche in Italia o in altri paesi del’ Unione trovi tanti richiami al’ UE, quasi come se fosse un messaggio subliminale da inculcare alla popolazione. Ed alle volte si incappa anche in degli errori clamorosi, come il poster-mappa che saluta coloro che transitano nell’ aeroporto di Kutaisi e che sancisce la fratellanza tra Unione Europea e Georgia, salvo segnalare dentro l’ Unione appunto la repubblica del Caucaso e tenere invece fuori la Croazia che ne è membro ufficiale già da anni.

    LUCA PINGITORE