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  • Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

    11 settembre 2025, ore 20:49 (+5GMT), cosmodromo di Baikonur, Kazakhstan.
    Il buio della sera viene squarciato da una fragorosa palla di fuoco che illumina il nostro orizzonte vicino. Veniamo pervasi da una forte non attesa emozione mentre il dardo infuocato si stacca dalla base della piattaforma di lancio e si staglia veloce verso l’universo. Uno strepito costante del gas che brucia accompagna la traiettoria del razzo che sempre più cerca di confondersi con le stelle incastonate nel cielo.
    Il silenzio di noi decine di osservatori presenti dura nove minuti. Il tempo che intercorre dal momento esatto della partenza alla comunicazione ufficiale che segnala l’attraversamento dell’atmosfera terrestre da parte del veicolo, la parte più critica del suo lungo tragitto.
    Urla di giubilo ed un lungo applauso accompagnano il puntino giallo fuoco andare fuori dalla visuale possibile ad occhio nudo. Il lancio è riuscito.
    Dal nostro punto di osservazione situato a poco più di 2 km di distanza dalla base di lancio n. 31 “Vostok” del cosmodromo di Baikonur abbiamo appena assistito alla messa in orbita del veicolo spaziale Progress MS-32.
    Una sonda che non prevede la presenza di cosmonauti a bordo trattandosi di una sorta di navicella cargo e per l’occasione caricata con circa tre tonnellate di cibo, carburante e rifornimenti diretti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
    Il Progress, nelle sue varie versioni aggiornate, è utilizzato per questo tipo di trasporti sin dal 1978 e viene lanciato per mezzo di un razzo di tipo Soyuz. Il modello scagliato questa sera, un Soyuz-U 2.1, dopo due giorni di navigazione attraccherà tramite un sistema di ancoraggio automatico Kours al modulo di servizio Zvezda del segmento russo della ISS.
    Questo di Baikonur, inaugurato nel 1957, è stato il primo cosmodromo al mondo.
    Da qui il 12 aprile 1961 Yurij Gagarin partì a bordo del Vostok-1 per la sua pioneristica esperienza in orbita nello spazio all’epoca sconosciuto.
    Il lancio avvenne dal Gagarin Start, la base di lancio rimasta attiva fino al 2019 e che continua a stagliarsi perentoria verso il cielo.
    Un mostro di ferro, una sostanziale impalcatura semovibile dotata di scale ed ascensori collocata sopra una fossa profonda 45 metri larga 100 ed utilizzata per il convoglio del combustibile il quale, bruciando, imprime potenza alla navicella pronta al decollo.
    Dal bunker sotterraneo della sala operativa, anche essa non più attiva, i lanci venivano monitorati da una serie di periscopi funzionanti tutt’oggi. La chiavetta di start che dava fuoco ai motori è anche essa ancora lì incorporata tra le varie apparecchiature elettroniche attinenti le operazioni. Diversi giornali di bordo e volumi con calcoli, progetti, annotazioni completano la scena dell’ambiente in cui ci troviamo.
    La Roscosmos, l’agenzia governativa che gestisce il programma spaziale russo e detiene sostanzialmente l’amministrazione non solo del cosmodromo ma anche dell’attigua cittadina di Baikonur, concede ad un numero limitato di visitatori, dietro rilascio di un burocratico e costoso permesso, l’opportunità di visitare una parte dell’area.
    Come lo sbalorditivo hangar dove sono ancora conservati due esemplari della navicella spaziale denominata Buran. Uno spazioplano che volò in assetto completo una sola volta nel 1988 una volta giunto quasi all’apice del suo programma di progettazione iniziato nei primi anni ‘80. La dissoluzione dell’Unione Sovietica causò il completo abbandono del progetto ed il Buran è rimasto parcheggiato nel proprio immenso e tecnologico capannone dove ancora oggi è possibile essere ammirato dai limitati fortunati visitatori.
    I quali restano strabiliati anche al cospetto del lanciatore Energhia, alto circa 60 metri e conservato anch’esso in un maestoso hangar. Come il Buran anche l’Energhia volò un paio di volte a fine anni ‘80 per poi seguirne le stesse sorti e restare chiuso semidimenticato.
    Quella dei progetti avveniristici già pronti ma costretti all’abbandono e all’oblio nel campo aeronautico, aereospaziale ed in numerosi altri ambiti è un fatto costante consequenziale alla caduta dell’Urss.
    Sulla spiaggia di Arablyar, in Daghestan, ad esempio si trova abbandonato l’ekranoplano Lun, un gigantesco aeromobile capace di volare a pelo d’acqua a velocità estrema.
    Il cosmo inizia dalla terra” è un motto di origine sovietica che campeggia su un muro sgretolato di una costruzione situata nell’area del cosmodromo di Baikonur. E come noto è proprio con la creazione dello spaziodromo che iniziò la cosiddetta “conquista dello spazio”. Da qui furono infatti lanciati in orbita il primo essere vivente, la cagnetta Laika, ed in seguito il primo essere umano Yurij Gagarin. Eroe dell’Unione Sovietica ricordato e festeggiato ovunque nei paesi costituenti l’ex Urss ma solo qui nel cosmodromo è avvertita fortemente la sua presenza. Sono rimasti infatti intatti il cottage n.1 dove egli trascorse la notte prima di salpare verso l’infinito, il gazebo sul quale si svolse la cerimonia ufficiale con la quale venne attestato il suo primato universale (è il caso di dirlo…), il supposto punto al lato della strada dove espletò l’ultima funzione fisiologica prima di esser sbalzato nello spazio.
    La costruzione di Baikonur che dalla sua nascita fino al 1995 si è chiamata Leninsk e del vicino cosmodromo iniziò nel 1955. Una distanza di circa sette chilometri separa la città dall’area del cosmodromo, grande più di seimila chilometri quadrati. Squadre di operai lavorarono alacremente ed in segreto. I lavori erano dediti ufficialmente alla costruzione di un aeroporto e di un sito di supporto ad una miniera. In realtà la vera Baikonur, un piccolo villaggio nella steppa, si trovava ad alcune centinaia di km di distanza ma, per mantenere il sito segreto, il governo centrale avallò la confusione tra la nuova LeninskBaikonur ed il vero villaggio minerario. La prima pietra posata per la costruzione dell’odierna Baikonur è esposta nelle pertinenze di quello che oggi è il locale Museo del Cosmodromo.
    Delimitata nella sua estensione territoriale da una lunga recinzione perimetrale che la separa dal Kazakhstan vero e proprio, la città Baikonur, insieme alla adiacente distesa del cosmodromo, è tecnicamente una exclave russa in affitto dal governo di Astana. Il contratto in essere prevede il pagamento di un canone di 115 milioni di dollari annui fino alla sua scadenza fissata, salvo proroghe, al 2050.
    Solo chi ha una motivazione plausibile e connessa con l’ambito aerospaziale o di servizi legati all’area può accedere al centro abitato. Ancor di più difficile è ovviamente entrare nel cosmodromo vero e proprio.
    Un posto di frontiera gestito dalla Federazione Russa controlla chi abbia titolo ad entrare in città. Serve un permesso. Ancor più burocratico per i turisti che ne fanno regolare richiesta mesi prima con la speranza che gli venga concesso. Anche se negli ultimi tempi le maglie della burocrazia si sono leggermente attenuate e per mezzo di tour operator autorizzati la procedura leggermente semplificata.
    L’amministrazione della cittadina a maggioranza russa presenta diversa particolarità. Il sindaco è espresso congiuntamente da Russia e Kazakhstan. Forze di polizia, uffici pubblici, tribunale, scuole sono a doppia giurisdizione, kazaka e russa. Anche le valute accettate sono due, il rublo ed il tenge.
    Qui tutto o quasi rimanda al cosmo. Passeggiando per la città possono essere ammirati numerosi originali e copie di razzi e mezzi spaziali disseminati come monumenti.
    Il nuovo museo all’aperto inaugurato meno di due anni fa è esso stesso un enorme parco cittadino. Come lo è anche quello in cui una stele commemorativa ricopre una fossa comune dove sono sepolti coloro che rimasero uccisi durante una esplosione avvenuta nel 1960, agli albori del sito spaziale. Tragedia che restò segreta per decenni e solo da pochi anni resa pubblica. Negli anni ’60 si era in piena guerra fredda ed un incidente con più di settanta morti poteva rappresentare un potente segnale di debolezza per l’avversario.
    La maggior parte della popolazione di Baikonur è ovviamente connessa con il vicino cosmodromo ma non mancano i caffè, ristoranti, alberghi dai nomi legati all’ambiente spaziale che sembrano all’apparenza comunque esser rimasti ancorati ad un tempo oramai andato. Lo stesso Lenin immortalato in una statua nella sua classica espressione in movimento verso la Rivoluzione ed il Futuro ti accoglie nella piazza principale, non lontano dallo stadio del “Decennale” e dalla cattedrale ortodossa.
    Visitare Baikonur ed il suo cosmodromo è un viaggio nel passato proiettati verso il futuro.

    Luca Pingitore

    * Articolo redatto per il CeSEM Centro Studi Eurasia-Mediterraneo pubblicato il 22/09/25
    Cosmodromo di Baikonur, un viaggio tra passato e futuro

  • Un giorno nella steppa kazaka (parte 2)

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    Mi ritrovo di nuovo da solo in un luogo desolato disperso nell’Asia Centrale, come quando sono sceso dal treno poche ore fa a Sary-Shagan. Mi guardo attorno incuriosito e un po’ spaesato, tranquillo e concitato allo stesso tempo. Nonostante mi trovi in una cittadina che conta già un discreto numero di abitanti (a differenza della minuscola Sary-Shagan), nei pressi non c’è quasi anima viva. I palazzi che passo in rassegna con lo sguardo sono tutti parallelepipedi di 3-5 piani grigi o marroni chiari, in prefabbricato o in mattone senza intonaco, non fatiscenti ma pesantemente impolverati. In giro sono poche anche le insegne. Vorrei prendere confidenza con il nuovo posto con la dovuta calma ma il tempo incalza: sono già le cinque del pomeriggio e tra non molto farà buio.
    Mi avvio lungo il viale principale battuto da un manto d’asfalto piuttosto sdrucciolato e delimitato ai bordi da cordoli di pietra tinteggiati di bianco e nero, come in ogni paese ex-sovietico che si rispetti. Ogni tanto passa in solitaria qualche macchina, di cui quelle fabbricate nel millennio corrente si contano sulle dita delle mani. Pochi anche i pedoni che si trascinano con manifesta pigrizia. A lato della strada corre come sempre il serpentone grigio del gasdotto che ogni tanto fa dei zig-zag e si dirama, avvolto nella sua guaina di spugna e nastro isolante, a tratti sfasciata se non completamente sbrindellata.
    Priozërsk, insomma, può ritenersi a pieno titolo un luogo da “far east” post-sovietico, ultimo avamposto di una civiltà sospesa tra passato e presente e oltre il quale c’è solo la steppa selvaggia. Si ha quasi la sensazione che qui, a Priozërsk, persino la dimensione spaziotemporale sia alterata…
    Come già rilevato, la poca gente che si incontra per strada sembra avere un’aria un po’ assonnata, come la città stessa. Le persone sono vestite in modo semplice, con vestiti poco accesi e talvolta consumati. Eppure dai volti non sembra trasparire tristezza quanto più – a mio avviso – rassegnata placidità, o placida rassegnazione. Traspare la condizione di chi è abituato da decenni a vedere i giorni trascorrere allo stesso modo, di chi non si aspetta nulla di ché dal domani perché comunque vadano le cose Priozërsk sarà sempre alla periferia della modernità, e di chi ha visto persino le cose “andar meglio anche quando si stava peggio”. Priozërsk è del resto una di quelle tante città di provincia che si potevano dire relativamente sviluppate al tempo del comunismo ma che dopo il crollo dell’ URSS sono cadute in rovina perdendo produzione e abitanti, salvo essersi rimesse un po’ in sesto solo recentemente e comunque con poche prospettive per il futuro.
    Arrivo in quello che sembra essere il centro cittadino: uno spiazzo cementato rettangolare con una statua di marmo raffigurante un qualche personaggio emerito locale eretta a ridosso della strada. Sulla facciata di un palazzo è appeso invece un grande manifesto colorato che celebra i venticinque anni di amicizia tra Kazakistan e Russia, con le rispettive bandiere ai lati e al centro – ovviamente – i due presidenti Nazarbayev e Putin ritratti a mo’ di gigantografia. Mi sembra tra l’altro che ci sia un discreto numero di abitanti etnicamente russi qui a Priozërsk, probabilmente per via del poligono militare attivo in epoca sovietica. Alla mia sinistra c’è una piccola scalinata dove siedono alcune persone e un piccolo ristorante segnalato da un’insegna luminosa, forse la più appariscente vista finora. Mi fermo qui soltanto un momento giusto per riallacciarmi le scarpe e dare una veloce occhiata; il posto non merita in fondo troppe attenzioni. Comincio tuttavia a sentire una certa fame e il ristorante che sta a pochi passi è un’opzione che mi attira. Però la sera sta ormai pian piano calando e decido di passarci più tardi per cena, al ritorno.
    Proseguo quindi il cammino e ad un certo punto incrocio un gruppetto di ragazzini con lo zaino in spalla che con tutta probabilità stanno tornando a casa da scuola. Scherzano spensieratamente tra di loro disegnando splendidi sorrisi sui loro volti… Qui non posso esimermi dall’osservare che il sorriso di queste genti asiatiche dagli occhi un po’ a mandorla e gli zigomi pronunciati è di una bellezza e naturalità che lascia incantati, capace di trasmettere una profonda serenità anche qui a Priozërsk (questo è solo un mio giudizio ma credo possa essere universalmente condiviso)… Chissà però se questi ragazzini sono consci di abitare in un posto che ha ben poco da offrire e proporre loro, tagliato fuori dalla modernità globalizzata con le sue opportunità e le sue (spesso false) lusinghe. L’interrogativo quindi che si pone intorno a questi ragazzi è se in futuro rimarranno qui a vivere o se ne andranno, e se rimarranno, fino a quando… Poco più avanti, ad un incrocio, scorgo all’interno di un anonimo edificio in mattoni dall’altra parte della strada una vetrina con paste e altri prodotti da forno. Penso che una capatina lì dentro faccia giusto al caso mio, giusto per mitigare il languorino allo stomaco e addentare qualcosa del posto. Quindi attraverso l’incrocio e mi avvicino all’entrata dove non è presente la minima insegna. Spingo il portone di ferro tutto arrugginito ed entro. Subito l’odore sfizioso, pregnante, leggermente acre della pasta appena fatta e dei vari ripieni mi avvolge e mi stuzzica l’olfatto, e assieme ad esso l’appetito. Dietro il bancone sta una grossa signora in grembiule e copricapelli azzurri, un’autentica babushka kazaka anch’ella dai tratti grezzi e con rughe profonde sul viso. Scendo i tre gradini dell’entrata (il locale è seminterrato). Dentro c’è un’altra signora che attende il suo ordine scambiando nel frattempo qualche parola con l’anziana fornaia. Questa mi rivolge una veloce occhiata indagatrice col suo sguardo senz’altro buono ma penetrante. Io accenno uno zdraste! appena percettibile. Me ne rimango lì defilato e compassato e con lo sguardo vagante. Questi sono luoghi dove solitamente di stranieri non se ne vedono e il mio aspetto marcatamente europeo insieme al giubbino Woolrich che indosso, del tutto alieno al vestire locale, mi mettono immediatamente in posizione di manifesta estraneità. Ciononostante capita spesso da alcune parti che mi scambino per uno del Caucaso, data l’affinità somatica e la barbetta che porto, specie quando vedono che parlo russo. Cosa che probabilmente starà pensando anche questa nonna kazaka.
    Scandaglio con lo sguardo la vetrina non proprio lucente di pulito per capire innanzitutto cosa viene offerto. Diversi sono i tipi di sfornati già pronti, dalle pizzette (o presunte tali) a forma circolare agli immancabili chebureki, ma molti di questi impasti non ho in realtà idea di cosa siano né tanto meno so come si chiamino. Non intendo chiedere delucidazioni in proposito, piuttosto cerco di scegliere tra i prodotti più freschi e meno unti (dal momento che in questi luoghi il rischio di intossicazione alimentare è sempre in agguato), quindi opto per tre manty, specie di ravioloni tradizionali bolliti e ripieni di carne macinata molto diffusi in Asia centrale.
    Mi domanda se li voglio mangiare subito. Rispondo di sì e li mette a riscaldare. Un minuto dopo me li allunga in un sacchetto. Pago quei pochi tenghé – se non ricordo male poco più di un euro – e mi siedo al tavolino attaccato al muro. Do prima una fugace annusatina di nascosto per sincerarmi della commestibilità di ciò che ho appena preso, quindi mi metto a mangiare lentamente per meglio assaporare e allo stesso tempo non sovraccaricare lo stomaco. I manty che ho appena preso sono davvero saporiti e cucinati a regola d’arte, ripieni di carne di montone che ha il sapore forte e selvatico della steppa… E che verosimilmente mi rimarranno sullo stomaco per tre giorni!
    Rimango lì una decina di minuti a consumare lo spuntino ma anche a riscaldarmi. Esco soddisfatto benché sensibilmente appesantito e decido di proseguire la passeggiata per la via laterale perpendicolare alla strada principale, rigorosamente non asfaltata. Mi inoltro in un reticolo di vie una più desolata dell’altra ai cui margini si susseguono file di staccionate sghembe e cancelli sgangherati a schermare isbe di legno e qualche casa di pietra in stile tradizionale. Gli unici o quasi rumori che si sentono sono i guaiti dei tanti cani che abitano il paese, tra cui molti randagi. Qua e là c’è almeno qualche albero a rendere un po’ meno spente queste vie. Ogni tanto comunque, girando l’occhio, si ha modo di rilevare anche la presenza umana: una donna che passa di sfuggita nel giardino con in mano dei panni o delle verdure, o un uomo che fuma vicino alla porta di casa. Questa insomma è la provincia kazaka, praticamente uguale a quella russa: povera, malmessa e malinconica, ma dal vivere quieto, semplice, in una certa misura anche armonico, in un certo senso comunque dignitoso.
    In alcuni punti adombrati noto che è presente della neve in piccoli cumuli non sciolti, mentre ormai quasi ovunque lo sterrato, a tratti più simile a poltiglia, va irrigidendosi e ghiacciandosi in superficie: la temperatura si sta abbassando allo zero. Oltre al gelo però sta calando anche il buio. Meglio quindi che torni verso il viale principale, ché di lampioni qui intorno non se ne vedono né sembra ci sia altro da vedere.
    Nel giro di un quarto d’ora faccio ritorno, orientandomi a naso, sul viale principale, illuminato a tratti da sparuti lampioni. Presto sono di nuovo nella piazzetta con la statua di marmo e il ristorante dall’insegna luminosa. Lungo quella che è la strada principale della cittadina non c’è quasi più nessuno; anche di svaghi serali pare non ce ne siano qui a Priozërsk.
    Come già mi proponevo di fare, opto per un salto nel piccolo ristorante della piazzetta: i gustosi manty di tre quarti d’ora fa non hanno saziato il mio appetito e prima di ripartire ho bisogno di una rifocillata come si deve. Mi sistemo il giubbino ed entro nel locale. Il posto dà l’impressione di essere, più che un ristorante kazako, un comune ristorante russo, e infatti dalla cucina esce una donna russa in grembiule viola che rimane lì a guardarmi senza sprecarsi in saluti o sorrisi di cortesia. Ma va bene comunque, decido di rimanere. Intanto così approfitto per prendermi un borsch, la tipica minestra russa di barbabietole con pezzi di carne lessa, che non mangio da parecchio tempo e che senz’altro saprà aiutare il mio stomaco nella dura lotta contro i manty e la loro carne di montone! Per rimanere in tema ordino da bere un bicchiere di kvas, la tipica bevanda russa ottenuta dalla fermentazione del grano (al gusto una via di mezzo tra coca-cola e birra), anche questa da tempo latitante al mio palato.
    Persino gli unici clienti, setto o otto uomini raccolti ad un unico tavolo, sono chiaramente russi. Mangiano abbondantemente discorrendo tra loro, e a giudicare dai loro discorsi fanno parte del personale militare o tecnico russo di stanza al poligono di Sary-Shagan. Fanno sì un po’ di chiasso ma nulla di eccessivo né fastidioso, almeno non ci si annoia. In sottofondo, infine, si alternano allegre e malinconiche canzoni russe anni ‘90 a rendere ancor più caratteristica l’atmosfera. Nel ristorante c’è il wifi e colgo l’occasione anche per riprendere un attimo “contatto con il resto del mondo”…
    In pochi minuti arrivano kvas e borsch. Che dire: consumo questa cena fuori dal comune cercando di assaporarne tutto l’agrodolce ma intenso gusto post-sovietico!
    Verso fine pasto ricevo la telefonata di Erlan che mi dice che a breve passa a prendermi.
    Pago quel poco che devo lasciando una piccola mancia. Ho il tempo di uscire per una boccata d’aria e un mezzo sigaro rimasto da quelli portati dall’Italia. Fuori è completamente buio, il freddo umido si fa sentire sulla pelle e il silenzio è rotto solo da alcuni soliti guaiti di cani. Sfrutto il momento per riprendere nella mia mente pensieri personali avulsi da questi luoghi…
    Arriva cinque minuti dopo Erlan a bordo della sua macchina-taxi in mezza derapata sulla ghiaia e con musica tradizionale a gran volume. Sono solo le otto, manca ancora un’ora e mezza alla partenza in treno. “Pazienza, vorrà dire che mi toccherà aspettare un po’ in stazione” – penso. Ripartiamo per Sary-Shagan.
    Sulla strada per il piccolo villaggio della ferrovia d’un tratto Erlan mi domanda:
    Lorenzo, che ne dici di un tè a casa nostra? Di tempo ce n’è… Sarai ospite gradito.
    Rimango sorpreso dalla gentile e inaspettata proposta, che non posso non accettare. Un assaggio di ospitalità kazaka da queste parti è esattamente ciò che mancava per concludere in bellezza la giornata!
    Lasciando la strada principale Erlan svolta in una stradina sterrata e piena di buche immersa nel buio. Dopo pochi minuti arriviamo. Scendo dalla macchina lasciandovi su lo zaino. Erlan apre un cancelletto di legno tutto cigolante e sussurra due parole all’animale che vaga lì nel prato, che risponde qualche attimo dopo con un flebile belato. Al di là della bassa staccionata intravedo la sagoma di una casetta bianca con un piccola finestra illuminata e fumo grigio che esce dal tetto.
    Erlan mi accompagna verso l’entrata. Ci tiene a dirmi (ad avvisarmi in un certo senso) che la sua casa è umile e semplice… Apre la porta, l’ingresso della casa è illuminato solamente dalla luce che arriva dalla cucina. Entro chiedendo il permesso.
    Zahodì! Zahodì! – mi invita ad entrare Erlan.
    L’interno è un amalgama di odori rustici, forse leggermente acre ma tutto sommato gradevole: si distinguono l’odore della pietra, del fumo, della carne stufata, delle spezie e delle erbe aromatiche, presenti un po’ in tutti i piatti, ma anche un certo sentore di umido e stantio.
    Erlan annuncia il nostro arrivo a chi è dentro. Si toglie le scarpe e io faccio altrettanto, come è d’uso se non d’obbligo fare da queste parti. Un grosso tappeto rosso scuro copre tutto il pavimento all’ingresso. Erlan mi fa cenno di passare nella stanza a fianco insieme a lui. Mi ritrovo così nella cucina-salotto della casa dove sono presenti la moglie, seduta in tutta la sua stazza al piccolo tavolo tondeggiante, e alla mia destra un ragazzo sui trent’anni appoggiato a gambe incrociate al bancone della cucina, accanto alla stufa: dev’essere il figlio o uno dei figli di Erlan. Nel vedermi si apre in un largo sorriso quasi entusiastico, si rizza in piedi e si allunga verso di me con entrambe le braccia per stringermi la mano. Si presenta:
    Molto piacere. Saken.
    Gli stringo la mano e mi presento a mia volta, sorridendo persino un po’ imbarazzato.
    Lui è uno dei nostri tre figli, quello più giovane – precisa Erlan.
    Poi dice qualcosa di conciso alla moglie in kazako. Distinguo solo la parola chaj e tanto mi basta per capire.
    Siediti, preparo il tè – mi dice allora la moglie di Erlan con benevolo e paffuto sorriso, e subito si alza dalla seggiola per andare a mettere un pentolotto cilindrico sulla stufa. Lì di fianco è adagiata un’elegante teiera nera di ceramica con arzigogolati motivi floreali color oro.
    L’ambiente è effettivamente ristretto e un po’ modesto; le poche mobilia lasciano per lo più scoperto il bianco delle pareti; oltre al tavolo, alla stufa e ai basilari accessori della cucina c’è un vecchio televisore collocato nell’angolo di fronte e un piccolo basso divano dalla parte, sopra il quale è appeso il classico tappeto rosso da parete di gusto sovietico. Ma l’atmosfera è genuina e l’accoglienza è calorosa, ed è questo ciò che ovviamente conta!

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    Mi siedo su uno degli sgabelli intorno al tavolo, anche Saken ed Erlan si siedono e iniziamo una gioviale conversazione sostenuta soprattutto dalle numerose e incuriosite domande di Saken. Mi chiede come si sta in Italia, come è messa l’Europa, quali sono le maggiori differenze che noto stando in Kazakistan, ma anche domande più terra-terra come quella solita su quale squadra di calcio tifo, e lui si sorprende parecchio quando gli dico che l’interesse per il calcio è più vivo qui che da noi in Europa (lui è un fervido tifoso del Real Madrid e di Cristiano Ronaldo). Saken è in tutto e per tutto un ragazzo del mondo d’oggi, è ben istruito e vestito con abiti più da città che da campagna, anche se ora sta in casa. Dice infatti che ha studiato ad Almaty dove lavora più o meno stabilmente. Torna ogni tanto a casa degli anziani genitori se non altro per dare loro una mano con le faccende più incombenti così come fanno, sembra, anche il fratello e la sorella che vivono altrove con le loro famiglie. È stato diverse volte anche in Russia ma vorrebbe un giorno andare in Europa alla ricerca di un miglior guadagno.
    Quello che adesso ti offriamo è tè di Tashkent – ci tiene a precisarmi Erlan mentre la moglie mette al centro del tavolo un’altina di ceramica dal bordo ondulato e tinto di blu con dentro biscotti, arachidi e frutta secca. Il tutto assume una vena spiccatamente orientale.
    Subito dopo Erlan mi spiega che in realtà lui e Madina sono sì kazaki ma cresciuti e vissuti per buona parte della loro vita in Uzbekistan, non lontano proprio da Tashkent. Sono venuti ad abitare qui sulle rive del Balkhash solo venticinque anni fa aderendo alle politiche di rimpatrio del governo kazako successive l’indipendenza. Sono dunque dei “rimpatriati”. Per questo nella loro famiglia continuano a essere sentite le usanze e le abitudini uzbeche (cosa che, a dire il vero, andavo già sospettando).
    Tra una chiacchiera e l’altra spizzico qualche pistacchio e uvetta secca. Il tè è già in infusione nella teiera. Nel mentre che la bevanda si prepara, Erlan tira fuori per mostrarmelo anche una specie di mandolino tradizionale kazako, molto suonato in Kazakistan e considerato strumento nazionale, il quale presenta un manico lungo e stretto e una “pancia” di forma ovale apparentemente senza buco né cassa interna (la mia ignoranza in fatto di musica non mi permette di darne una descrizione più accurata). Ai primi pizzichi di corda emette un suono delicato ma più basso e più spuntato di quello del mandolino o della chitarra; un suono che evoca una dimensione tribale.
    Si mette poi a suonare (o meglio a strimpellare) con questo dombyrà intonando un canto della tradizione, tutto sommato gradevole, con una vena malinconica. Così mi perdo tra l’ascolto di questa musica cantilenante e il tentativo di rispondere alle domande in successione di Saken.
    Poco dopo la grossa padrona di casa distribuisce sul tavolo le tazze per il tè: sono in completo con la teiera, di ceramica nere con motivi dorati, e sono simili a piccole scodelle, basse e senza manico, come vuole la tradizione. Porta la teiera vicino alla tavola e versa quindi il tè a ognuno nella sua tazza, riempiendone non più di metà, con una cura ed esattezza che esprimono la forza di un rito. Il tè è a sorpresa di color giallognolo ed emana un fine aroma di menta.
    Dentro ci sono già limone e miele – mi fa presente Saken che durante la mescita del tè si è persino azzittito un attimo.
    Beh, al nostro cordiale incontro! Che questo tè possa rafforzare la tua salute, Lorenzo, ché la strada che ti aspetta è lunga! – è il discorso e l’augurio che rivolge Erlan a tutti e a me in particolare, quindi possiamo metterci a sorseggiare il tè dalle tazze.
    Il tè di Tashkent che mi è servito ha un gusto veramente intenso e avvolgente, è una miscela armoniosa di aromi erbati e di differenti tipi di tè, un infuso rigenerante fatto con la sapienza della tradizione.
    Rimaniamo così a bere, mangiucchiare e discorrere per una ventina di minuti durante i quali il tè mi viene versato nella tazza altre tre o quattro volte. Da quanto capisco, dev’essere sempre e solo il padrone di casa a versare il tè ai convitati, e se all’ospite non viene riempita interamente la tazza significa che questi è benaccetto e ci si vuole intrattenere ancora con lui.
    C’è tempo anche per un bicchiere di kumys di capra che mi viene offerto sempre con molta gentilezza e che a detta di Erlan è prodotto fresco di alcuni amici del villaggio. (Per chi non lo sapesse, il kumys è una bevanda tradizionale molto consumata in Asia Centrale e che consiste in latte di giumenta – in questo caso di capra – fermentato, a bassa gradazione alcolica e leggermente gassata). A dire il vero non sono un amante del kumys classico ma assaggio lo stesso questo kumys di capra, per curiosità ma anche per rispetto, e non me ne pento affatto: pur sempre di sapore acidulo, è una bomba di rustica freschezza e genuinità! Svuoto il bicchiere di kumys senza farmi pregare per poi berci su necessariamente un’ultima mezza tazza di tè di Tashkent, altrimenti il sapore di campagna kazaka mi rimane in bocca per un bel pezzo.
    Dopo tè e kumys niente ti fermerà lungo la strada! – scherza Erlan intanto che ci alziamo da tavola.
    Sono passate le nove e mancano meno di venti minuti alla mia prevista partenza in treno. Ho il biglietto già acquistato ma prima di partire devo lo stesso ritirare il titolo di viaggio cartaceo. È veramente ora dunque di avviarci alla stazione. Mi congedo con Madina e Saken, scambiandomi con lui i contatti (metti caso un giorno…) e ringraziando sentitamente dell’ospitalità.
    Risalgo con Erlan sulla sua macchina-taxi controllando di non aver dimenticato nulla, cuffia inclusa, e in cinque minuti arriviamo alla stazione. Gli allungo i mille tenghé più qualche altro spicciolo e ci salutiamo cordialmente scambiandoci i migliori auguri.
    Passo dentro in stazione a ritirare il biglietto cartaceo. Alcune persone sono già in sala d’attesa. Viene dato l’annuncio del treno in arrivo da Kyzylorda. Mi sposto fuori sulla banchina del binario numero due.
    Rimango qui a ripercorrere nella mente i momenti più salienti di questa giornata trascorsa sul lago Balkhash mentre una brezza umida e gelida mi pizzica le guance. Mi reputo ampiamente soddisfatto di questa scampagnata nel cuore del Kazakistan e di questa giornata unica che non so se e quando avrò più modo di ripetere. Poi il pensiero spontaneamente si spinge più in là, lungo la linea ferroviaria che mi accingo a percorrere e che punta verso nord: cerco di immaginarmi i paesaggi selvaggi della steppa profonda e la vita austera di chi riesce ad abitarla, e allora un fremito mi attraversa il corpo… Dall’altoparlante viene di nuovo annunciato l’arrivo del treno; sulla mia sinistra due fari si fanno avanti tremolando nel buio pesto. La gente affluisce con ordine sulla banchina. È già ora di ripartire, destinazione Astana.

    LORENZO BARATTI

  • Un giorno nella steppa kazaka (parte 1)

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    È da poco passato mezzogiorno nella steppa kazaka. Ormai da parecchie ore sono in viaggio sul treno partito all’alba da Almaty (o Alma-Ata in kazako), la città più popolosa del Kazakistan e vecchia capitale di questo enorme Paese grande come mezza Europa. Direzione Astana [ora Nur-Sultan, ndr], la nuova capitale, moderna e un po’ pacchiana, cattedrale nella steppa sorta dal nulla nel bel mezzo del nulla. Le alte montagne sullo sfondo di Almaty, che dividono a metà l’Asia e oltre le quali si stende la grande Cina, sono ancora vivide nella mia mente ma ormai lontane nello spazio…
    Appoggiato al corrimano accanto alla finestra del treno, guardo un po’ assonnato la sterminata radura di brughiera giallognola che si dispiega a perdita d’occhio fino all’orizzonte leggermente ondulato. Sopra si apre un cielo straordinariamente terso, tinto di un blu vivissimo e intenso: è la bandiera del Kazakistan che si materializza davanti ai miei occhi, manca solo l’aquila che vola alta e leggiadra sulla steppa!
    Preso da una leggera frenesia mi volto. Nel piccolo ripostiglio destinato al personale di bordo è adagiato, rovesciato all’insù, un colbacco da ufficiale ferroviario che, come tutto ciò che attiene al vestiario e agli accessori delle autorità post-sovietiche, non può che attirare integralmente la mia attenzione. Di colore blu scuro, sulla parte frontale del copricapo è apposta l’immancabile coccarda dorata con impresso il simbolo di due martelli intersecati tra loro a croce su sfondo azzurro. Il rimando ovvio e inconfondibile è alla falce e martello che fino a non molto tempo fa figurava su tutti i copricapi ufficiali, con ben poche eccezioni.
    Prendo in mano lo smartphone per scattare alcune foto sia al colbacco che al paesaggio circostante. Riaccendo lo schermo e vedo ancora impresso l’ultimo messaggio di Arman, l’amico kazako che ho rincontrato ad Almaty.
    Nu chto, Lorenzo, udachi tebje!” (in cirillico).
    Appena più su il mio ultimo messaggio inviatogli:
    Arman, non si può sempre rimanere dove è pieno di gente. E voi qui in Kazakistan non vi accalcate di certo!” (tradotto) – con una faccina sorridente a fine messaggio.
    Ancora compiaciuto dell’arguta osservazione, mi metto a fare un rapido calcolo estemporaneo. A fronte di una superficie di quasi 3 milioni di chilometri quadrati, il Kazakistan conta solo 17 milioni di abitanti: una densità di circa 6 abitanti per chilometro quadrato, ancor più scarsa di quella della vicina Federazione Russa!
    Leggo in successione anche il penultimo messaggio di Arman.
    Ma che vai a fare a Sary-Shagan?! Lì non ci sta nessuno!”.
    E ha ragione” – penso io. Per spezzare il lungo viaggio verso Astana e renderlo un po’ più avventuroso ho deciso, infatti, di compiere una sosta a circa metà del tragitto, sul lago Balkhash. Una decisione che ho preso all’ultimo prima di partire, motivo per cui il mio messaggio ha tanto stupito e sconcertato il mio amico Arman.
    Sary-Shagan, la fermata, è un minuscolo villaggio segnato appena sulla mappa di Google. A compensare la ristrettezza fisica della località è però la vastità del lago Balkhash: una macchia ben distinta nel cuore del Kazakistan, una mezzaluna d’acqua lunga a occhio e croce 600 chilometri e paragonabile per dimensioni e forma alla Puglia!
    Il senso di una fermata ferroviaria proprio in un luogo all’apparenza tanto isolato e insignificante quale è Sary-Shagan, situato su una tratta nevralgica, lunga e già di per sé scevra di stazioni come la linea AlmatyAstana, è in realtà facile da intendersi per chi ha una qualche conoscenza del “fantastico” mondo post-sovietico: il sito ha rilevanza militare. Nei pressi di Sary-Shagan infatti si trova un grande poligono militare che – come accade il più delle volte – è stato attivo in periodo sovietico ma oggi è pressoché abbandonato.
    Torno con lo sguardo a scrutare la grande pianura giallognola davanti a me solcata e quasi disturbata nella sua quiete dall’ombra nera del nostro treno e dei tralicci ferroviari. Sposto lo sguardo verso sinistra e al margine del finestrino, in lontananza, distinguo una sottile lingua azzurra, quasi del medesimo colore del cielo. La vedo avanzare a lenta velocità, insinuandosi nella pianura e inghiottendo a mano a mano dentro di sé la linea dell’orizzonte. Non c’è dubbio: quello è il lago Balkhash. Significa che a breve sarò giunto a destinazione!

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    Dopo circa mezz’ora il treno si ferma alla detta stazione di Sary-Shagan. Dai finestrini, un po’ nascosto tra le tende blu dai motivi arabeggianti, s’intravede l’edificio della stazione: giallo ocra, spoglio e con qualche crepa, esattamente come il terreno ora già brullo che lo circonda. Lo zaino da viaggio è ben sistemato sulle mie spalle e attendo che i passeggeri che mi precedono scendano dalla carrozza. Con prudenza, voltato di schiena, scendo anch’io i ripidi scalini del vagone atterrando sulla banchina con balzo obbligato di mezzo metro.
    La sensazione che mi pervade appena inizio a guardarmi intorno è quella di essere un perfetto pesce fuor d’acqua, un forestiero in tutto e per tutto, a partire dall’aspetto e dall’abbigliamento. Mi ritrovo nell’Asia profonda e rurale in mezzo a gente con cui non ho praticamente nulla in comune, forse nemmeno più una lingua, dal momento che il russo sembra esser stato scalzato dal kazako. Il mio ingombrante zaino (guarda caso anch’esso azzurro con sagomature gialle, proprio come il Kazakistan!) segnala ancor più – come se ce ne fosse bisogno! – l’avvento dell’insolito straniero. Un imbarazzo che però dentro di me si accompagna ad una certa eccitazione, del resto appositamente cercata: quella di essere in un posto nuovo, remoto e tutto da scoprire.
    Mi incammino verso l’uscita seguendo la folla scesa dal treno, composta per lo più di donne attempate dai tratti grezzi e rustici con i volti segnati da profonde rughe. Cerco di mettere un po’ in moto il mio corpo, anche perché la temperatura qui è prossima allo zero e il freddo mi sembra essere più fastidioso del solito. Mi ricordo così di essere in prossimità di un lago grande quasi come un intero mare, dove quindi l’umidità sta di casa, e realizzo con un filo di preoccupazione che i jeans di tela mezzi sgualciti che ho indosso non sono esattamente l’indumento più adatto al posto in cui sono appena giunto.
    Passo attraverso una sfilza di bancarelle e baracchini dove solerti donne vendono disparati prodotti e alimenti, tra cui pesce fresco appeso a robusti appendiabiti. Invitano con solerzia e talvolta con qualche lieve schiamazzo i passanti ad acquistare la loro merce, ma sempre mantenendo un compostezza di fondo e senza mai assalirli. Del resto qui la clientela (o supposta tale) è tutt’altro che facoltosa e per di più ha l’aria alquanto sorniona. Anche in questi momenti di quotidiano incontro e mescolanza affiora tutta la placidità, la temperanza e la gentilezza d’animo di cui sono portatori i kazaki. Un’indole e un contegno, i loro, che non posso non ammirare, foggiati dalla vita nella steppa: un vivere duro e austero ma anche semplice, calmo, essenziale.
    Mi avvio verso l’uscita della stazione prendendomela comoda, facendo più volte avanti e indietro sullo stesso tratto della banchina e cercando di raccapezzarmi sul da farsi. Già mi aspetto il solito stuolo di tassisti improvvisati assaltarmi all’uscita e a ciò devo prepararmi… D’un tratto il treno riparte (cinque minuti sono passati in un lampo) e rimango solo sul binario seguito solamente dagli sguardi incuriositi ma discreti dei venditori. Mi guardo intorno ancora un attimo alla ricerca di qualcosa che possa attirare la mia attenzione, ma al di là del lungo terrapieno che costeggia i binari c’è solo il cielo vuoto. L’aria che respiro è un po’ salmastra ma la si tira dentro a pieni polmoni. Non mi rimane a questo punto che andare verso la piazzola d’uscita adiacente al disadorno edificio della stazione. Quasi tutti coloro che erano passeggeri con me sul treno se ne sono già andati.
    Giro l’angolo e compare l’uscita, delimitata da una malmessa recinzione di ferro. Cerco di guardare attraverso il reticolato e scorgo, immancabile, una nutrita schiera di uomini in piedi a fianco delle loro vetture. So già che non sarà possibile eluderli e che lì mi toccherà lasciare un po’ della mia pazienza, ma a questo tipo di impiccio sono ormai abituato; so come glissarli. Dunque me ne esco dalla stazione in tutta calma come se nulla fosse.
    Anche loro mi hanno già adocchiato. Qualcuno comincia ad avvicinarsi a me, ma la loro prontezza nel circondarmi mi lascia spiazzato. Presto mi rendo conto di avere sottostimato anche il loro numero: di fatti ne vedo saltar fuori altri dai catorci posteggiati poco più in là. In un attimo mi ritrovo serratamente accerchiato, sommerso da saluti plateali, esclamazioni gergali le più varie e grossolane, offerte di passaggio urlate in russo sgangherato e denti d’oro digrignati ai quattro venti. La folla che mi sta ora intorno a una spanna di distanza è così pittoresca e stracciona che comincio a corrispondere con qualche leggero sorriso accompagnato però da un secco diniego. Non intendo infatti in alcun modo intrattenermi né prendere da loro un passaggio. Quindi cerco di smarcarmi con repentini movimenti di gamba ma lo stuolo di pseudo-tassisti, come normale che sia, prende a seguirmi a ruota e a farsi ancora più pressante. Con la visuale coperta in tutte le direzioni e le orecchie assillate delle loro domande insistenti mi vedo costretto a fermarmi e a dispensare conte risposte, tra cui quella circa la mia provenienza, ovvero la più fatale.
    Divenuto ormai oggetto unico della loro curiosità allo stesso tempo interessata e disinteressata, rimango diversi minuti a stemperare la loro petulanza e a farli desistere dalle loro offerte di passaggio. L’unica mia intenzione è infatti quella di farmi una semplice passeggiata per il villaggio, arrivando fino al lago Balkhash per poi tornare indietro e prendere in serata il treno notturno per Astana. Nonostante ciò, il continuo suggerimento dei tassisti a recarmi nella città più vicina, Priozërsk, mi fa sorgere qualche indecisione e interrogativo. “Qui a Sary-Shagan non c’è niente da fare né da vedere” – mi ripetono più volte…
    Liberatomi dall’assalto dei tassisti straccioni (in fin dei conti quasi gentili e simpatici se paragonati ai loro compari incattiviti di città), proseguo il mio cammino un po’ errante lungo la strada principale, la quale si presenta già da subito mezza sterrata. Mi rendo conto presto che Sary-Shagan è effettivamente un villaggio miserevole, costituito solo da alcune case per lo più di legno sparse su un reticolo di tre stradine completamente impolverate; un solo misero negozietto di alimentari, non una costruzione di rilievo al di fuori della stazione che mi sono lasciato alle spalle. Si palesa un’arretratezza da millennio passato che però merita di essere indagata e suscita un qualche interesse, oltre che emozioni da straniamento. E dire che poco distante da qui, fino a pochi decenni fa, lanciavano i missili in orbita!
    Tiro dritto senza incontrare praticamente nessuno sapendo che la strada porta in direzione del lago, che stranamente non vedo più. Lievi avvallamenti del terreno, evidentemente, riescono qui in Kazakistan a nascondere laghi grandi come interi mari!
    Avanzo di alcune centinaia di metri e mi ritrovo all’improvviso con i piedi quasi immersi nell’acqua, o meglio nel fango, giacché la strada sterrata si perde direttamente nella fanga che lambisce il lago. Davanti a me c’è solamente una passerella di legno marcescente adagiata sulla riva e ai lati una distesa di canneti… Insomma, passeggiata e panorama un filo deludenti, “ma è stato comunque interessante” – dico tra me e me, chiedendomi ora come impegnare le ore successive.
    A questo punto sento il rumore sordo e singhiozzante di una marmitta provenire da dietro le mie spalle. Mi giro e vedo avvicinarsi a lenta velocità una vecchia macchina color grigio metallizzato col finestrino davanti semiabbassato. Si ferma a poca distanza da me sollevando un grande polverio dietro, e dal finestrino s’affaccia un signore attempato con l’avambraccio proteso verso di me che mi fa:
    Ma cosa stai a fare qua? Forza, andiamo a Priozërsk
    Rimango un po’ spiazzato dall’improvviso incontro e, già titubante sull’opportunità di rimanere qui a Sary-Shagan, mi metto a riflettere un momento sull’inatteso invito guardandomi smarritamente attorno. Penso al fatto che di tempo ne ho abbastanza e che se questo è tutto ciò che c’è da vedere a Sary-Shagan allora, forse, vale la pena fare un giro un po’ più in là, sebbene sappia che Priozërsk si trova a una decina di chilometri buoni di distanza. Domando quindi l’informazione principale:
    Quanto viene?
    Mille tenghé, duemila andata e ritorno – risponde l’uomo.
    La cifra mi sembra a primo acchito più che buona. Calcolo velocemente il corrispettivo in euro: 5 euro e mezzo soltanto in totale! Il prezzo mi spinge ad accettare il passaggio per Priozërsk. Anzi, la decisione è presa.
    L’uomo sulla macchina ha un’espressione benevola che ispira fiducia nonostante non sia proprio di bell’aspetto: pochi denti, tante rughe, capelli canuti rimasti per lo più solo sui lati, maglione grigio dello stesso colore della macchina e con vistose macchie di unto sopra. Accenna un sorriso, genuino e non antipatico. Sul sedile al suo fianco intravedo la sagoma ingombrante di una donna che deve essere la moglie. Evidentemente l’improvvisato tassista è solito, frattanto che scarrozza qua e là gli sparuti clienti, occuparsi anche delle varie faccende quotidiane.
    Superata l’ultima riluttanza, accetto il passaggio e salgo in macchina sedendomi sui sedili posteriori dopo averci riposto anche lo zaino. Riparte, si gira leggermente verso di me e in modo affabile mi domanda:
    Italiano, vero? Come ti chiami?
    Gli dico il mio nome e anche lui si presenta:
    Sono Erlan, piacere… Lei è mia moglie… Cosa ti porta da queste parti? Lavoro?
    Rispondo che sono arrivato in questo posto per semplice turismo, per spirito di avventura. Che sono in Kazakistan per la prima volta e che provengo da Almaty. Mi chiede se mi trovo bene e come trovo il Kazakistan. Domande semplici, quasi ovvie, che servono ad ingranare un po’ la conversazione. Certo non sono molti i punti in comune tra di noi ma avverto una certa intesa e mi sento a mio agio.
    Presto il discorso ricade, quasi inevitabilmente, sull’enorme differenza che in Kazakistan esiste tra città e campagna (o meglio, tra Almaty e Astana ed il resto del Paese). Erlan conferma le mie impressioni e rincara con qualche apostrofe nei confronti dei governanti a suo giudizio incapaci, corrotti e ladroni. Unica eccezione il presidente ormai quasi-eterno, Nursultan Nazarbayev, la cui aura semi-sacra lo mette al riparo da eccessive colpe. Insomma, stesse situazioni e stessi discorsi che si incontrano e si sentono diffusamente in quasi tutto lo spazio ex-sovietico.
    Mentre viaggiamo e chiacchieriamo in macchina non posso che guardare con trasporto al paesaggio circostante: il terreno è tutto ondeggiante e cangiante di tinte giallo-scure, rossicce e verdastre, spesso amalgamate tra loro. Lungo la strada, tutta dritta e in condizioni d’asfalto più che discrete (già, all’improvviso è ricomparso l’asfalto), lievi colline si susseguono mostrando prima quasi unicamente il cielo, ora rannuvolato, poi l’intera steppa per centinaia e centinaia di chilometri di incontrastata desolazione. Anche il lago Balkhash, sulla nostra sinistra, appare e scompare a intermittenza senza che si riesca a capire chiaramente a che distanza si trovi da noi.
    Il viaggio dura circa venti minuti. Al primo gruppetto di case che si incontra si è già alle porte di Priozërsk. L’ingresso nella città è fieramente annunciato da un aereo militare in scala ridotta, grigio metallizzato e recante una stella rossa sulla scocca. È piantato su un piedistallo e puntato verso il cielo a ricordare il contributo dato in passato dalla città nella corsa allo spazio, nonché la presenza in zona del sito militare ed aerospaziale di Sary-Shagan. Cominciano a vedersi in lontananza anche alcuni palazzi, rigorosamente uguali fra di loro e di spiccato gusto sovietico, tutti ricoperti di parabole satellitari. Di fianco a noi, sul ciglio della strada, sbuca un gasdotto che inizia a farci compagnia. Il paesaggio si fa lentamente più urbano ma il legame con l’ambiente circostante rimane forte e inscindibile e lo si riscontra adesso nella pronunciata sbiaditezza cromatica e polverosità di tutto ciò che ci sta attorno. Si fa anche ripetitiva la visione di monumenti, immagini e simboli che rimandano alla sfera aerospaziale.
    Priozërsk in russo significa “città in riva al lago”. È una di quelle tante cittadine nel cui nome sono già racchiuse la loro storia e identità, e pure il loro destino: in questo caso, quelli di cittadina costruita dal nulla in epoca sovietica (il che equivale a dire dai russi) appositamente su questo lago onde assolvere a funzioni stabilite di volta in volta dalle sole autorità.
    A un certo punto riappare il lago Balkhash oltre il ciglio d’una scogliera. Poco più avanti appare un grosso edificio recintato, quasi elegante e ben tenuto se confrontato con tutti gli altri circostanti, sulla cui facciata si distingue nitidamente un rilievo con impressi falce e martello e una stella sovietica rossa sgargiante.
    Questo è il quartier generale per il poligono di Sary-Shagan. È rimasto così dai tempi dell’ URSS. La falce e martello non l’hanno tolta: conferisce maggiore importanza… Meglio che non fotografi, è comunque un obiettivo militare… – mi avverte Erlan vedendo che sto intentando una fotografia dal parabrezza col cellulare. Mi spiega anche che il poligono di Sary-Shagan è in concessione all’esercito russo, per quanto rimanga lo stesso sostanzialmente inattivo.
    Ci addentriamo nell’area cittadina propriamente detta e raggiungiamo velocemente una piazzola cementata assolutamente anonima in cui Erlan parcheggia la macchina.
    Arrivati – dice. Mi fa segno di guardare a sinistra. Avanti cinquanta metri si erge a monumento un altro aereo da guerra sovietico grigio metallizzato proteso verso il cielo e con stella rossa impressa sulla coda. Stavolta è di dimensioni quasi reali ed è posato sopra un blocco trapezoidale di marmo. Si affaccia proprio in riva al lago sul punto più avanzato di un sporgenza della costa.
    Usciamo dall’auto. Il vento si è fatto impetuoso e rende il freddo più pungente. Andiamo incontro al monumento celebrativo aeronautico-militare che dà l’impressione di essere anche un punto panoramico. Arrivati in prossimità di esso, infatti, il lago Balkhash si apre in tutta la sua vastità. La sua riva è una scogliera alta una decina di metri, rocciosa e frastagliata, dove spunta solamente qualche sparuto albero spoglio e nodoso tra la ghiaia lambita dalle onde. Più che la riva di un lago sembra essere la costa di un oceano: nulla pare poter abbracciare il lago Balkhash. Le sue acque si presentano di color blu cenere, sono piuttosto agitate, non molto trasparenti ma nemmeno torbide. Mi chiedo se il lago sia normalmente balneabile d’estate, e nel dubbio rivolgo la domanda direttamente a Erlan.

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    Certamente” – è la sua risposta, – in molti ci fanno il bagno qui d’estate, e l’acqua è pure tiepida. Solamente in quest’area non è il massimo fare il bagno per via dell’inquinamento provocato dai vicini impianti industriali: l’acqua purtroppo non è molto pulita. In più qui la scogliera è ripida e non lascia spazio a spiagge dove potersi riposare con un po’ di agio – aggiunge con un filo di amarezza.
    Ciò che ha di particolare questo lago è che per metà è dolce e per metà è salato: è percorso da due correnti che non si mischiano tra di loro. Qui, nella parte occidentale, l’acqua è dolce, mentre nella parte orientale è salata. Inoltre il lago, nonostante la sua grande estensione, non supera mai i venti metri di profondità – mi spiega Erlan lasciandomi stupito per questi interessanti particolari di cui prima non ero minimamente a conoscenza.
    All’orizzonte il sole, velato dalle nuvole, è già basso sopra al lago e tinge il cielo di un rossiccio tenue più o meno del colore della terra che ci è intorno. La vista è suggestiva e nel suo complesso il Balkhash lascia un’impressione di mitezza e insieme di austerità; infonde – mi verrebbe da dire – una sorta di romanticismo selvaggio.
    Decido che possiamo andarcene, anche perché le folate di vento gelido cominciano a dare un certo fastidio. Tornando alla macchina Erlan mi fa intendere che posso pure rimanere qui e da qui cominciare il mio giro a piedi della città. Basta solo seguire la strada principale che diparte da questa piazzola e orientarsi in base ad essa.
    Dammi il tuo numero di telefono – mi dice. – Quando sei pronto per tornare mi chiami. Io sono qui in zona, accompagno mia moglie per una faccenda… Hai a disposizione due ore e mezzo, tre. Chiama non più tardi delle otto, mi raccomando. Lo zaino lo puoi pure lasciare qui in macchina, lo riprendi dopo al ritorno.
    Non ho alcun motivo per non fidarmi e ringrazio Erlan per la cortesia. Lascio quindi lo zaino sulla sua macchina-taxi, il che agevolerà di molto la mia passeggiata, e prendo su con me solo il borsello. Ricerco in rubrica il numero kazako che sto utilizzando, ci scambiamo i numeri di telefono e ci salutiamo. Erlan sale in macchina e riparte.

    LORENZO BARATTI

  • Kazakhstan 2010

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    La Repubblica del Kazakhstan, è una delle ex quindici Repubbliche Socialiste Sovietiche, facenti parte dell’URSS, ed oramai divenute autonome ed indipendenti. Lo stato in questione è un’immensa distesa di terra sperduta nella cosiddetta Asia centrale, stato indipendente vasto quasi come l’intera Europa che si estende dal mar Caspio sino alla Cina. La nostra esplorazione prevede un ampio giro della parte centro-orientale del paese, concordando soste nelle città e tappe in campagna che dovranno culminare in una estrema camminata sulle pendici dei monti Altai, verso la sommità del monte Beluha, la cima più alta della Siberia, ubicata giusto sul confine tra quattro stati: Kazakhstan, Russia, Mongolia e Cina.
    La prima tappa del nostro viaggio comincia inevitabilmente dalla sua capitale Almaty, o meglio, ex capitale.
    Nel 1997, infatti, il presidentissimo Nazarbayev, in carica sin dal 1990, decide di approvare un mastodontico progetto architettonico che porterà alla graduale costruzione di una nuova capitale, ubicata nel cuore dello stato: Astana.
    La terra viene estirpata al deserto ed imponenti e futuristiche costruzioni iniziano a sorgere, sulla base di piani ed idee affidati ad i più grandi architetti mondiali, tra i quali l’inglese Norman Foster, i quali prestano la loro opera d’ingegno alla realizzazione di una clamorosa cattedrale nel deserto, la città fantasma di Astana, appunto.
    Le imponenti costruzioni che compongono la nuova città, sulla falsariga di Dubai, Brasilia, Las Vegas richiamano tutte a simboli della tradizione kazakha e musulmana. Palazzi ministeriali, uffici, moderne residenze e poi altisonanti centri commerciali con piste di pattinaggio ed attrazioni varie nei suoi interni, il gigantesco Palazzo Presidenziale, sorvegliato dall’esercito armato tramite un sottile canale di mimetizzazioni e videocamere, l’enorme Viale con i monumenti che richiamano all’Islam ed ai miti delle prime tribù kazakhe, Le Porte dell’Oriente, i ponti in stile San Francisco che collegano le varie sponde dei canali deviati dal letto originario del fiume Ishim, la futuristica Università eretta a forma di anfiteatro, la Piramide sede della Casa Mondiale delle Religioni, tutto emana fascino e lusso.
    Anche il Bayterek, la Torre che si staglia imperiosa per 105 metri nel centro città, ed assunto a simbolo dell’intero Kazakhstan emana un fascino particolare. Più lo osservi, più ti senti catturato da una forza misteriosa che te lo fa apprezzare di giorno e di notte quando un gioco di luci lo ricopre dei colori dell’arcobaleno. Sarà la sua inutilità, sarà l’energia che promana dal calco della mano del Presidente Nazarbayev, la cui leggenda vuole regali desideri e vigore a colui poggi la propria di mano nel solco tracciato ma l’effetto è ipnotico.
    Passeggiando per questa sintesi di modernità assoluta nel cuore dell’Asia Centrale, ci si accorge ben presto che i lustrini e le faraoniche costruzioni in realtà, ben poco custodiscono al suo interno. Sembra di trovarsi in una località apocalittica, dove rare sono le forme di vita ma dove ancora sono conservati gli sfarzi materiali di un tempo oramai passato. Tutta la nuova Astana esula completamente dalla vecchia Astana, città di concezione socialista con le sue utopie e contraddizioni ma soprattutto risulta altamente in contrasto con il resto del paese asiatico dove mancano quasi per intero le infrastrutture nonostante la città sia presentata come fiore all’occhiello e rappresentante di un benessere generale della Repubblica che spesso resta solo espresso sulla carta o sulle fotografie turistiche della sua capitale.
    Astana rappresenta per noi, per il nostro giro, la tappa finale di un viaggio che resterà per sempre indelebile nelle nostre memorie.
    L’affabilità della gente, mossa dalla curiosità verso noi rarissimi turisti, le continue espressioni di amicizia, gli inviti benevoli a bere della vodka, a danzare con ottuagenarie signore nei ristoranti tradizionali, a colloquiare per strada con gentili fanciulle dai tratti somatici finemente piacevoli, le attenzioni alla nostra sicurezza da parte di solerti agenti della milizia che, in barba alle tradizioni di altri paesi di area ex Urss, si mostrano in tutta la loro gentilezza, rendono l’atmosfera di questi luoghi indimenticabile.
    Come le note di Toto Cutugno, di Adriano Celentano o i frammenti video del Commissario Cattani che lotta contra la Piovra e ci sono da tutti ricordati non appena viene tradita la nostra italianità.
    Il nostro viaggio comincia da Alma-Ata, dicevamo.
    Il tempo ed il mutare della situazione politica del paese ha mutato molte cose ma non tutte. Anzi, forse l’unica cosa davvero differente, oltre all’inevitabile ondata di modernità che ovviamente è soffiato fin quaggiù, è il nome della città, trasposto in un più kazako Almaty, considerato la linea politica e culturale di far diventare la Repubblica sempre meno russofona e sempre più in linea con le antiche origini kazake. Il passo sarà molto lungo e si spera indolore.
    Almaty si presenta come una trafficata e caotica città a metà tra il socialismo che fu ed il moderno che incombe. Classici condomini uniformi si alternano a nuovi grattacieli creando, osservata dall’alto della collina panoramica, una sorta di effetto misto. Le chiese ortodosse, l’immancabile Memoriale ai caduti della Grande Guerra riportano alla cultura russa ed alla tradizione sovietica. L’enorme distesa in cui si dipana il mercato, invece, richiama alla classica confusione asiatica mista alla solita volgarità popolare che è presente comunque anche nelle campagne dell’Est Europa in generale. Lo struscio pomeridiano sull’Arbat, la via pedonale, ed il tour nelle decine di locali notturni, aperti a tutte le ore, per giovani e meno giovani, è il chiaro esempio che ci troviamo assolutamente in una località in linea con le tendenze europee.
    Nel nostro itinerario verso gli Altai, dopo un lungo viaggio notturno in treno, giungiamo alla stazione di Ayagoz una sorta di villaggio in mezzo al niente e non la cittadina che pensavamo. Nel polveroso spazio che si apre fuori la stazione, numerose Moskvitch, le vecchie automobili sovietiche del tutto simili a degli antichi modelli di Fiat, si caricano all’inverosimile di persone e bagagli e sgommano via lasciando una folta coltre di nebbia. Prendiamo un bus che, partito da Almaty, viaggia alla volta di Ust-Kamenogorsk.
    Le strade non esistono, solo terra battuta e polverosa. Vecchie case di concezione sovietica a tre piani si alternano a case di legno con piccoli giardini. Le mucche ruminano la polvere liberamente. I cavalli selvaggi galoppano verso l’infinito. Non c’è una costruzione, una persona, un qualche segno di passaggio umano per chilometri a perdita d’occhio. Solo steppa e sterpaglie. Ogni tanto qualche collina all’orizzonte. Il bus prosegue sempre diritto verso il nulla. Se non fosse per l’erba secca sembrerebbe una strada che scorre in mezzo al deserto. Regna la libertà assoluta. Perdersi con la vista in quegli enormi spazi aperti e sconfinati fa respirare l’ebbrezza della libertà. Osservare i cavalli sbizzarrirsi senza legami, fa provare l’idea di poter fare qualsiasi cose in quelle lande, correre all’impazzata, cavalcare,respirare la solitudine.
    Sosta all’autogrill.
    Una casa in mattoni con un prolungamento adattato da un vecchio vagone ferroviario. La cucina sforna prelibatezze fatte in casa: Mahnti, Plov, Shashlik. La cucina che propongono è ottima ed è un sacrilegio non approfittarne ad ogni sosta. I bagni, come ad ogni autogrill da queste parti, sono all’esterno. Una piccola baracca con due vani monopersona su disegno delle cabine balneari dove ci si cambiava negli anni ’50 sulla spiaggia, dotate di un buco al centro. Per lavarsi le mani, se non si vuole adoperare il lavandino nella casa, sono disponibili una serie di bottiglie di plastica agganciate a testa in giù, riempiete dal fondo e stappate al bisogno facendo fuoriuscire l’acqua alla stregua di un rubinetto.
    Da Ust Kamenogorsk, costeggiando un ramo estremo del lago Zaysan, giungiamo a Katon-Karagaj. Da ora in poi sarà l’ignoto per noi. Non sappiamo assolutamente cosa troveremo, se troveremo ed in che modo troveremo qualcosa, mossi solo dall’avido desiderio di raggiungere la nostra meta agognata: il monte Beluha al confine tra Kazakhstan, Russia, Mongolia e Cina.
    Le cime sempre innevate delle montagne nascondono gli ultimi raggi di un tiepido sole, un padre accompagna il figlio a fare la spesa a cavallo, lascia il figlio in sella a badare all’animale ed entra in uno dei rari magazin, una mucca rumina beata a pochi passi da noi, il freddo inizia a pungere. Ci aggiriamo tra le baracche che ospitano il bazaar del paese.
    Muoviamo in direzione monte Beluha. La strada, cosiddetta, scorre verso l’estremo est, inerpicandosi per le montagne, perdendosi tra le campagne, attraversando la steppa solitaria, rallentando alla vista di mandrie di bovini, greggi di capre, branchi di liberi cavalli selvaggi.
    Le strade non esistono, le case sono capanne di legno, mucche, capre, cavalli, bambini sguazzano all’unisono, la gente si muove in sella ai cavalli o a piedi, inermi zappatori si riposano dalle prime fatiche odierne. Persino il termine “volgarità” qui limita il suo significato fino ad un certo punto.
    Ci inerpichiamo arrancando su per il sentiero di montagna, tortuoso, denso di voragini, massi, arbusti, sobbalzando sul sedile per gli scossoni e sbattendo le nostre teste sulla capotte del vecchio ma possente mezzo che ci trasporta, superando blocco militare, il posto di frontiera dei “quattro stati” ubicato dove il mondo viene fatto convenzionalmente finire, qui all’inizio della salita verso la vetta. Mitragliatori in mano, i miliziani ci controllano i documenti. Ricomincia la salita off road. Giungiamo finalmente a Rahmanovskie Kluchi, estremo villaggio con qualche forma di vita e sede di un famoso sanatorium, già in voga ai tempi dell’Urss, dove venire a svecchiare a e rilassarsi fuori dal mondo.
    Il sanatorium si presenta moderno con le sue dacie indipendenti, la sua pulizia, il suo bellissimo lago che si estende cristallino tra le cime delle montagne. L’aria pura e fresca, ci fa rendere conto che siamo lontani dal mondo, siamo un altro mondo, un mondo totalmente differente da quello cui siamo abituati quotidianamente. La sensazione di benessere ci pervade, molte ore di viaggio in condizioni estreme ma restiamo appagati dalle emozioni forti e dalle montagne spettacolari che attraversiamo. E dalla vista dell’imperiosa cima del monte Beluha.

    LUCA PINGITORE & ANDREA SABATINI

  • Kazakhstan 2010. Una giornata sugli Altai

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    Bebegul è in ritardo. L’appuntamento con lei era fissato per le 8 ma sono quasi le 9 e non si è ancora fatta viva. L’avevamo conosciuta il giorno precedente cercando un alloggio a Katon Karagaj, l’ultima cittadina lungo la strada per l’Altai kazako. Io, Pingo ed il geom.Calboni, non volendo soggiornare nell’unico e desolatamente vuoto albergo della località, ci eravamo messi a fermare la gente per strada chiedendo un alloggio qualunque, una stanza o un appartamento. Nessuno parlava una parola di inglese, ma con il nostro russo di base riuscivamo comunque a farci capire.
    Bebegul, una donna di circa 45 anni, occhiali tondi da miope e capelli neri a caschetto, stava andando chissà dove accompagnata dal figlio, si era fermata e ci aveva detto che saremmo potuti stare nella casa di una sua amica, e per 10000 tenge totali, 50 euro, avremmo avuto vitto e alloggio per due giorni. L’amica abitava poco lontano, in una palazzina di stampo sovietico, e il suo appartamento, molto accogliente, era composto da una camera da letto, una sala e una cucina, oltre al consueto e inutilmente ampio ingresso ruba spazio che caratterizza sempre le abitazioni costruite alcune decine di anni fa nei paesi dell’ex URSS.
    Assem, questo il suo nome, una trentacinquenne con sul volto molti più anni di Bebegul, si era dimostrata fin da subito molto ospitale e la serata era trascorsa piacevole, con le due donne a cucinare e poi cenare con noi, cercando di intavolare una qualche discussione nonostante l’evidente barriera linguistica che ci impediva di approfondire degnamente ogni argomento trattato.
    Prima di andarsene le donne ci avevano dato appuntamento per la mattina seguente: la padrona di casa, che avrebbe dormito in casa della madre, sarebbe venuta alle sette per prepararci la colazione, Bebegul sarebbe invece arrivata alle otto per accompagnarci all’ufficio del parco dove avremmo potuto registrarci e prendere l’auto che ci avrebbe condotto a Rakhmanovskie Klyuchi, nel cuore dell’Altai Kazako.
    Finalmente Bebegul appare in fondo alla strada e con passo rapido ci conduce nella stanza dove si trova Alexander, un militare suo amico che ci aiuta con le pratiche burocratiche. In pochi minuti siamo pronti, sulla strada una Uaz ci aspetta, l’autista si chiama Rogi, noi ci accomodiamo nel sedile posteriore, Alexander ci accompagna e si siede davanti. Alexander ha 27 anni, è un russo alto e biondiccio con gli occhi celeste chiaro che paiono quasi trasparenti e la faccia timida, è silenzioso e gentile. Rogi invece è un kazako esplosivo, moro, occhi scuri, barba incolta. Ha 23 anni e parla a raffica anche se solo di due argomenti, le donne e il sesso, e adora farlo mentre guida, accompagnando le parole con gesti di entrambe le mani a simulare vari atti sessuali. Il suo preferito, che ripeterà di continuo, è il battere velocemente come uno stantuffo il palmo della mano sinistra sull’incavo formato da pollice e indice della mano destra chiusa a pugno, ululando e ridendo, guardandoci complice in cerca di approvazione, con l’auto che nella strada dissestata spesso sbanda e Alexander che, impassibile, afferra il volante senza controllo impedendoci di finire nei campi.
    Abbiamo circa 130 chilometri di strada davanti noi e sono previste 4 ore di viaggio.
    Dopo 20 minuti c’è la prima sosta sigaretta, noi ne approfittiamo per fare delle foto. Poi un controllo di polizia, registrazione dei documenti e via. Dopo circa un’ora, arriviamo a Berel, i due si fermano a fare spesa, comprano del pane del salame, una bottiglia di aranciata e una di vodka, noi passeggiamo per il paese. Gli abitanti sono incuriositi e ci chiedono da dove veniamo. Ripartiamo ma appena fuori dal piccolo centro abitato ci rifermiamo.
    Rogi è sovraeccitato, si volta verso di noi e con il tipico segno dell’indice sbattutto sul collo ci fa segno che è tempo di una bevuta. Tre bicchierini di vodka a testa buttati giu di un sorso, risate, mi gira già la testa. Rogi, pur essendo l’autista, vorrebbe continuare a bere, ma visto che è il solo a volerlo fare alla fine rinuncia. Riprende allora il suo argomento preferito e chiede informazioni su quanto costi andare con una prostituta in Italia, spariamo 100 euro.
    Lui comincia a ridere e gridare, saltellando qua e là dice che con quella cifra ne potremmo avere venti di prostitute in Kazakhstan.
    Continua sull’argomento e ci chiede se siamo interessati a quel tipo di merce. Noi diciamo di no e lui insiste, ma visto che noi non cediamo cambia discorso e ci chiede la traduzione in inglese e italiano di molte parti del corpo femminile che ci descrive a gesti eloquenti dicendone il corrispondente nome russo e kazako. Evidentemente regge poco la vodka perchè adesso si lascia andare in fragorosissime risate accompagnate da gesti con mani, bocca e bacino a simulare vari atti erotici, molto più spinti di quelli che già faceva da sobrio.
    Ripartiamo, e visto lo stato in cui è non mi sento troppo tranquillo. Alexander nel frattempo sta armeggiano con il suo walkie-talkie, cerca di parlare con qualcuno ma nella gola stretta in cui ci troviamo non pare esserci molto segnale. Finalmente ci riesce, sembra comunicare la sua posizione e segnalare il nostro arrivo. Probabilmente ci stiamo avvicinando ad un posto di blocco militare.
    La strada per Rakhmanovskie Klyuchi prosegue dritta, ma l’auto svolta a sinistra, attraversa un ponte e sale su ripida. Rogi ci guarda, ride, lascia il volante e batte la mano sinistra su quella destra nel suo gesto ormai diventato tipico, ulula e dice “Prostitut! Prostitut” e altre parole in kazako che, pur non ricordando la lezione di lingua impartita pochi minuti prima, immagino possano essere tradotte letteralmente con “Scopare, fica, culo” visti i gesti inequivocabili che le accompagnano.
    Arriviamo in un piccolo villaggio composto da una decina di abitazioni e ci fermiamo di fronte ad una casa di legno ben curata, le pareti sono bianche, porte e finestre colorate di celeste. Appena fuori l’ingresso, in piedi, c’è una ragazza, è alta e attraente, avrà circa 25 anni. Alexander scende e va a salutarla, si salutano molto calorosamente. Nel frattempo Rogi, come in trance, riprende il suo turpiloquio kazako intervallato da risate, ululati, gesti e parole in russo che lasciano pochi dubbi su cosa stia per succedere. Nello stesso istante arriva una camionetta, parcheggia di fianco a noi e ne scendono quattro militari che vanno verso la coppia, ma la ragazza dice loro qualcosa e li indirizza verso l’abitazione adiacente da dove sbucano immediatamente due giovani donne vestite entrambe di rosso. Ormai tutto è chiaro, ed è pure chiaro a chi Alexander stesse segnalando il nostro arrivo. Il geom. Calboni scoppia a ridere e sbotta sarcastico “Siamo finiti nel villaggio delle puttane!!!” e visto che ci siamo accordati per pagare l’utilizzo di auto e autista a ore aggiunge ‘Speriamo che almeno questo tempo ce lo scalino dal totale!!’
    Alexander e la ragazza si appartano, Rogi ci fa accomodare su un divanetto in una specie di sala dentro la casa, ci offre del the e continua a chiederci se pure noi vogliamo usufruire dei servizi della donna. Visto che finchè Alexander non ha finito non se ne parla di ripartire e che di stare in quella stanzetta ben curata ne ho poca voglia propongo al geom.Calboni e a Pingo di fare un giro per il villaggio. Tutti gli altri abitanti sembrano semplici contadini e pastori, ci sono famiglie e donne anziane, uomini e bambini, e forte indizio del fatto che questi abbiano lavori più normali è il parco auto di tutto il paese, composto da due sole automobili, due belle bmw piuttosto nuove, e mi pare superfluo aggiungere nei giardini di quali case le autovetture siano parcheggiate.
    Dopo un’ora, stanchi di aspettare, diciamo a Rogi che vogliamo andare via, lui annuisce, accende il motore della UAZ e comincia a suonare il clacson. Poichè dalla casa nessuno si muove, decide finalmente di scendere dall’auto ed entrare, lento e circospetto. Non passano due secondi dal momento in cui la porta si chiude dietro le sue spalle che questa si spalanca di colpo verso l’esterno, con il giovane kazako che ne esce come sbalzato fuori, correndo, ridendo, gridando e facendo cenni inequivocabili su cosa stiano facendo Alexander e la ragazza. Ancora pochi minuti e finalmente anche il biondo militare esce, rosso in volto e tutto sudato. In mano ha un’altra bottiglia di vodka, piena.
    La strada sale ed è in condizioni disastrose, ci mettiamo un’ora per percorrere i primi dieci chilometri. L’auto però ha dei problemi, pare si sia forato il serbatoio del liquido dei freni. Non una bella notizia visto la pendenza della strada e lo stato decisamente alticcio di Rogi. Il ragazzo risolve mettendo una bottiglia di plastica vuota sotto il buco per recuperare il liquido che esce e riabboccando di tanto in tanto il serbatoio con quello nel frattempo accumulatosi in quell’improvvisato recipiente di recupero. Pingo, l’unico tra noi che ci capisce qualcosa di meccanica non pare troppo convinto della procedura, anche perchè la bottiglia non riesce a raccogliere tutto il liquido e buona parte di questo finisce per terra, e forse anche per questo è l’unico di noi ad accettare il nuovo invito di Rogi a bere vodka. Il nostro amico butta giù tutto d’un fiato il bicchierino ma storce la bocca, la vodka della prostituta è di bassa qualità e brucia la gola. Rogi ride fragoroso e gli grida “I love you!”. Vorrebbe fare bere pure me, ma rifiuto, gli prometto però che berremo insieme la sera, tornati a Katon. Mi dà la mano e solennemente mi chiede di rispettare questa promessa.
    Ci mettiamo un’altra ora per percorrere gli ultimi dieci chilometri, procedendo lentissimi tra le buche. La strada adesso è in pari e scorre tra foreste di abeti, purtroppo un incendio ha devastato buona parte degli alberi e di questi in molte zone sono rimasti solo degli scheletri abbrustoliti. Scorgiamo il Belukha, il monte più alto della Siberia, ma purtroppo la vetta è celata dalle nuvole e non riusciamo a vederla.
    Un’altra sosta è necessaria per riabboccare il serbatorio del liquido dei freni con la bottiglia di raccolta, Rogi e Alexander ne approfittano per un’altro paio brindisi, già oltre metà della seconda bottiglia di vodka se n’è andata. Finalmente il cartello Rakhmanovskie Klyuchi ci accoglie, ci sono dei bungalow, un lago, una specie di caserma della polizia. Attorno a noi montagne e foreste, facciamo due passi ma non troppi che si sta facendo tardi e molto lunga è la via del ritorno. Fa effetto pensarmi in quel luogo a pochi chilometri dal quale ci sono Russia, Cina e Mongolia, probabilmente potremmo raggiungerle tutte a piedi nell’arco di una giornata.
    Il rientro è più tranquillo nonostante le fermate necessarie per riabboccare il serbatoio dei freni, pure Rogi beve meno, solo un paio di volte nelle quattro ore di viaggio. Arriviamo a Katon che è completamente buio. Ci riaccompagnano alla palazzina di Assem e lasciamo loro un paio di euro in più di mancia per una vodka. Rogi mi ricorda che in ballo c’era una promessa, mi dice di aspettarlo perchè la vodka la berremo insieme, il tempo di andarla a comprare e in pochi minuti sarà di ritorno.
    Saliamo e Assem sta preparando la cena, non facciamo in tempo a posare la roba che Rogi è già tornato e sta suonando il clacson, dobbiamo di scendere. Apriamo la porta e incrociamo un uomo alto e robusto che sta entrando nell’appartamento. Sgrana gli occhi quando ci vede, diventa rosso e pare che la faccia gli si riempia di rabbia. Noi non gli diamo troppo peso e lo salutiamo allegri, lui non risponde in alcun modo e, senza muovere un muscolo del viso, ci fissa mentre gli scorriamo di fianco. Al pianerottolo del primo piano incontriamo Rogi, si dirige verso la prima porta a sinistra, la apre ed entra, è casa sua, anche lui abita in quel palazzo. Ha una bottiglia di vodka, del salamino e del pane, prende dei bicchieri e ci accomodiamo al tavolo. Facciamo brindisi alla sua salute, alla nostra, all’amicizia tra Italia a Kazakhstan e ovvio alle donne, suo argomento preferito. Non finirebbe mai di bere, vorrebbe aprire un’altra bottiglia di vodka, ma cerchiamo di spiegargli che siamo a cena da Assem e che non sarebbe educato rimanere con lui. Ci prega di tornare dopo cena, per una bevuta, ci promette donne, alcol, di tutto, ma siamo stanchi e gli diciamo che ci rivedremo per un altro brindisi un’altra volta, magari in Italia. Ride, ci chiede delle donne italiane, quando ci rivedremo vuole che gli presentiamo un sacco di donne italiane.
    Barcollanti di alcol saliamo al piano di Assem ed entriamo nell’appartamento con la chiave che la donna ci aveva consegnato. L’uomo di prima è seduto su una sedia di fronte alla porta, ci fissa in silenzio, l’aria è pesantissima e ci rendiamo subito conto che c’è qualcosa che non va. Lo salutiamo sorridendo e lui con la faccia più incazzata che abbia mai visto si alza e senza dire una parola ci viene incontro. Letteralmente ci ordina di andare nell’altra stanza e di sedere sul divano, noi ubbidienti e non sapendo cosa altro fare lo facciamo. In russo ci dice che dobbiamo andare via immediatamente e che ci accompagnerà in hotel. Poi tira fuori una mazzetta di soldi e fa discorsi che non riusciamo a capire.
    Dall’altra stanza si affaccia una poliziotta, non l’avevamo notata, non sappiamo chi l’abbia chiamata, se lui o la moglie o se sia capitata lì per caso.
    Assem quasi non la vediamo, è chiusa in cucina. In pochi minuti siamo pronti per uscire. Il geom.Calboni, l’uomo e la poliziotta scendono per primi, io e Pingo ci attardiamo per salutare Assem che ci chiede i soldi per la prima notte, per non complicare la situazione glieli diamo, lei sorride e dice di non preoccuparci perchè la poliziotta è una sua amica. Mettiamo gli zaini nel portabagagli dell’auto dell’uomo, la poliziotta siede davanti, noi tre dietro.
    Ci portano alla caserma. Provo ad aprire il portabagagli ma è chiuso, l’uomo fa cenno di seguire la donna, i bagagli li prenderemo dopo, lui ci aspetterà fuori. Non abbiamo ben chiaro cosa ci faranno e se siamo accusati di qualcosa, siamo certi di non avere commesso alcun reato ma ci troviamo pur sempre nella zona più remota del Kazakhstan e potrebbe succedere di tutto. Il fatto di essere in tre e non da solo in quella situazione mi conforta solo in parte e comincio ad essere pervaso da un po’ di preoccupazione. Neppure il geom.Calboni e Pingo hanno i lineamenti rilassati.
    A complicare le cose ci sono le difficoltà linguistiche, il nostro russo è davvero scarso, sufficiente per viaggiare ma non abbastanza buono per tirarci fuori dai guai, il loro inglese è assolutamente inesistente. Appena entriamo nell’edificio l’atmosfera si fa però più leggera, la poliziotta sorride e ci porta nel suo ufficio, altri uomini in divisa vengono a vederci e ci fanno domande sull’Italia. Il cellulare di uno di loro squilla e parte una suoneria, Calboni ne riconosce il motivo, è una canzone russa, tutti ridiamo. Ci guardano i passaporti, la carta di immigrazione, i visti, il permesso per l’Altai, so che tutto è perfettamente in regola e comincio a tranquillizzarmi. Loro fanno le fotocopie di ogni cosa, ci chiedono però un documento di colore verde di cui non sappiamo l’esistenza, probabilmente il modulo dove in passato facevano le registrazioni e che adesso non si usa più (in Kazakhstan, al contrario di ciò che accade in Russia, adesso ci si registra in automatico all’arrivo in aeroporto ad Almaty), ma forse loro non lo sanno, o forse fingono di non saperlo. La poliziotta esce dalla stanza, probabilmente va a telefonare a qualche ufficio centrale per informarsi meglio sulla procedura da seguire, quindi rientra e sorridendo ci dice che tutto è a posto ma che avremmo dovuto passare in questura all’arrivo per dichiarare la nostra presenza. Nel frattempo è arrivato pure Rogi scortato da un poliziotto, forse volevano verificare che ci conoscesse e che era stato tutto il giorno con noi. Lui continua a ridere e barcolla da quanto è ubriaco, e tra me e me penso che il fatto di conoscerlo non porti acqua alla nostra causa. Siamo comunque liberi di andare.
    Prima di uscire il poliziotto della suoneria si avvicina a Calboni e gli consiglia di stare alla larga da Rogi, gli fa capire che beve troppo e che porta sempre guai, bell’autista avevamo scelto!
    Intanto l’uomo, dallo sguardo sempre più arrabbiato ci aspetta fuori. L’hotel è a cento metri, non ha senso andare in auto ed è certo più saggio andare a piedi, ma il portabagagli è chiuso. Lui fa cenno di salire, ci vuole accompagnare. Visto che siamo di fronte alla caserma della polizia, che tutti ci vedono andare via con lui e il suo aspetto fondamentalmente da grosso coglione, riteniamo che la cosa non sia troppo rischiosa e saliamo. Appena parte mi rendo subito conto della grossa cazzata fatta perchè l’uomo, invece di prendere la via dell’hotel, si dirige nella direzione opposta.
    Io gli dico ‘Gastiniza!! Gastiniza!!’ e gli indico la direzione giusta. Lui non si scompone, prosegue per un centinaio di metri, accosta in un punto buio e inizia a cercare roba sotto il sedile anteriore.
    Una pistola! Penso subito che abbia una pistola sotto il sedile e che siamo decisamente fottuti!
    Cerca per qualche secondo ma non trova nulla, allora si volta e accende la luce interna, ci guarda minaccioso e quasi gridando dice di avere due mogli, che le deve mantenere e che ha bisogno di soldi per mantenerle. Vuole soldi, vuole dollari. Con il senno di poi uno avrebbe potuto dirgli “Ma chi cazzo te lo ha ordinato di prendere due mogli, coglione???” ma in quel momento la voglia di scherzare era poca.
    Provo ad uscire ma il mio sportello è bloccato e non potendo far altro continuo a far finta di non capire cosa ci dice e a ripetergli con la faccia più innocente possibile ‘Ia ne panimaio! Ia ne panimaio!’ e ‘Gastiniza! Gastiniza!’ indicandogli la direzione dell’hotel. Pare cedere, spenge la luce, si volta in avanti e riparte, stavolta nella direzione giusta. Ma non è ancora finita perchè invece di andare davanti all’albergo va sul retro, in un cortile buio, dal punto dove siamo per arrivare all’hotel a piedi dovremmo attraversare un campo recintato. Lui minaccioso riprende le sue richieste. Io non posso uscire ma la porta di Calboni non è bloccata e in due secondi siamo tutti fuori, pure il portabagagli adesso è aperto e prendiamo gli zaini. L’uomo è vicino a noi in piedi, pare enorme adesso, buio totale, lui grida ‘Sto dollar! Sto dollar!’, vuole cento dollari. Il geometra ha già superato la prima staccionata ed è già nel campo, io e Pingo siamo ancora vicini all’uomo che grida ancora più forte ‘Sto dollar’, pure io e Pingo superiamo la staccionata, lui ci viene incontro, afferra un palo di legno verticale del recinto e lo spezza come un fuscello cominciando a rotearlo minaccioso verso di noi. Dei cani abbaiano, si accendono le luci dall’hotel, lui getta il bastone e noi approfittiamo del momento per correre via attraverso il campo.
    Sotto gli occhi divertiti e sopresi degli impiegati dell’hotel superiamo la seconda staccionata, alta almeno un paio di metri, e affannati, forse anche un po’ ridicoli, come se nulla fosse, facciamo il check-in.
    Entrati nella stanza mi accorgo di avere ancora in tasca la chiave dell’appartamento di Assem. Dopo rapida discussione decidiamo di liberarcene buttandola nel campo adiacente l’hotel la mattina seguente, prima di prendere il bus per Ust Kamenogorsk.
    E proprio a Ust Kamenogorsk incontreremo per caso il figlio di Bebegul che ci chiederà notizie della chiave, e noi, cadendo dalle nuvole: ‘La chiave? La chiave l’abbiamo lasciata sul tavolo del salotto!’.

    ANDREA SABATINI

  • Kazakhstan 2010. Da Almaty agli Altai

    kazak 071
    “Bisogna vederli i posti, prima di giudicare”.
    E noi, infatti, li visitiamo ed esprimiamo giudizi. Il più delle volte positivi.
    Il Kazakhstan, immensa distesa di terra sperduta nella cosiddetta Asia centrale, stato indipendente vasto quasi come l’intera Europa, oggetto dei più semplici pregiudizi da parte della schiera di gente che ama la presunta sicurezza delle mete di viaggio classiche e che emette sentenze ed anatemi senza quasi mai muoversi da casa, è oggetto della nostra ultima missione esplorativa che insegue l’utopia di viaggiare a macchia d’olio per “ritornare in Europa passando da est”.

    Dopo anni e decine di viaggi effettuati in coppia col fido Jena, alla stregua di Cochi&Renato, Boldi&De Sica, Al Bano&Romina Power, decidiamo di tentare, per una volta, la carriera solista ed organizzare due differenti viaggi, seppur con la stessa destinazione ma in tempi leggermente diversi, con distinti programmi ed una diversa compagnia.
    A differenza della guerra dei “cinepanettoni”, però, nessuno dei due viaggi deve decretare il successo mediatico del’uno o dell’altro. Si tratta solo di provare esperienze diverse e vedere lo stesso luogo da due punti di vista differenti. Magari si avrà un ritratto più completo della meta in questione.
    La missione che mi vede partecipe, è prodotta dal nostro Andrea S., viaggiatore di lungo corso in giro per il mondo ed annovera con noi il sempreverde Pingo, già più volte attore dei viaggi in coppia con Jena e non solo.
    La meta, come rivelato, è la Repubblica del Kazakhstan, una delle ex quindici Repubbliche Socialiste Sovietiche oramai divenute autonome ed indipendenti.
    I piani di viaggio prevedono un ampio giro della parte centro-orientale del paese, concordando soste nelle città e tappe in campagna che dovranno culminare in una estrema camminata sulle pendici dei monti Altai, verso la sommità del monte Beluha, la cima più alta della Siberia, ubicata giusto sul confine tra quattro stati: Kazakhstan, Rossija, Mongolia e Cina.
    Per me e Pingo, il monte Beluha, fa il paio col monte Elbrus, situato nel Caucaso e considerata la vetta più alta d’Europa, sul quale abbiamo passeggiato giusto un anno fa.

    Proprio sulla traversata del Kazakhstan, da sud (Almaty) a nord-est (monte Beluha) e durata ben quattro giorni, si concentrano le più alte emozioni del viaggio che mi appresto a tentare di esprimere in questo brano diviso in più parti.

    Alle 18:30 di domenica 12 settembre 2010 è prevista la nostra partenza dalla città di Almaty, vecchia capitale della Repubblica del Kazakhstan fino al 1997, per raggiungere la regione dei monti Altai a circa 1500km di distanza da essa.
    Con un normale bus cittadino copriamo il lungo percorso che dalla nostra gostinitsa (albergo) intercorre fino alla voksal (stazione ferroviaria) di Almaty 1, terminale dei treni in partenza per qualsiasi angolo remoto dello stato ed ubicata in periferia. La stazione 1 è più moderna e nuova rispetto alla 2, ubicata in pieno centro città e relegata oramai ad un ruolo più marginale. La zona circostante è tutto un via vai di gente con pesanti bagagli di ogni sorta, automobili, taxi, bus.Il traffico la fa da padrone.
    Abbiamo ancora uno scarto di tempo prima che il nostro treno salpi e lo dedichiamo allo shopping culinario che dovrà alleviare il nostro lungo viaggio il quale, come prima tappa, prevede circa quindici ore. Una delle prime cose che ci salta agli occhi è quella che nessuno dei numerosi magazin (negozi alimentari) intorno la stazione vende delle birre in confezione da viaggio cioè in bottiglie di plastica, come è tradizione nelle varie repubbliche sovietiche. Soprattutto Pingo comincia ad andare in escandescenze e svariona in numerosi ed affrettati paragoni con la Madrepatria Russia esaltandola in fattore di civiltà. Solo in seguito apprenderemo che in Kazakhstan è vietato bere in pubblico, come in strade o sui treni, a causa della lotta all’alcoolismo perpetrata dal governo.
    Mi perdo a perlustrare la zona antistante la stazione e a scattare qualche fotografia allontanandomi per qualche minuto dai miei due compagni di viaggio. Li cerco all’interno della stazione e… li intercetto al centro di un drappello di poliziotti kazakhi che li hanno fatti prigionieri e li scortano nei meandri segreti della stazione stessa.
    Memore di esperienze passate negli stadi di tutta Italia ed in viaggi in altre repubbliche ex sovietiche, mi guardo bene dal costituirmi e seguo il drappello a debita distanza.
    E’ buona norma che almeno uno della spedizione non incappi nella prigionia, in modo così da tessere una strategia per la liberazione degli altri e comunque per dirigere le operazioni stesse.
    I due, insieme a tutto il corpo della milizia, spariscono dietro una porta.
    I minuti trascorrono tra i timori di quello che potrebbe stare accadendo in quelle stanze segrete e la tensione di essere scoperto io stesso tramite un qualche particolare che potrebbe tradire anche la mia presenza.
    Di solito, quando la milizia ferma per strada, se è tutto regolare lascia subito andare i prigionieri, altrimenti, se è in cerca di facile denaro, li trattiene ma evita di portarli in postazioni ufficiali in quanto essi stesso in torto con la “giustizia”. Questa volta, però, essendo stati deportati direttamente in un ufficio regolare, i dubbi e le ansie aumentano.
    Trascorrono circa trenta lenti minuti per chi attende fuori, con l’ulteriore incombenza dell’imminente partenza del nostro treno.
    Mi decido per un’azione estrema: contattare l’ambasciata italiana ad Astana. Il funzionario di turno mi afferma che l’unica azione possibile è quella che egli dialoghi con gli ufficiali tramite telefono. Ciò significherebbe però costituirmi io stesso.
    Il tempo di decidere il da farsi e la porta si riapre.
    I miei due compagni di viaggio vengono liberati.
    Sono stati oggetto di una lunga perquisizione personale e di bagaglio ma alla fine rilasciati con tutti i soldi nel portafoglio.
    Le stazione ferroviarie o le autostazioni di queste repubbliche sono note come ricettacolo di miliziani e per questo occorre sostarci il meno possibile e fare comunque sempre la massima attenzione. Spesse volte si è vittima di controlli inappropriati con come unico obiettivo accaparrarsi qualche spicciolo.
    In Kazakhstan però, ci ricrederemo prestissimo, la milizia locale ci apparirà totalmente sotto un’altra veste, tale da non farci più quasi attenzione ma senza mai abbassare la guardia ovviamente.
    Muoviamo verso il nostro vagone e ci appropriamo dei nostri posti. Viaggeremo in platskart, la classe meglio conosciuta come “ostello viaggiante”, costituita da pancacci in pelle su cui adagiarsi per la notte in un unico grande scompartimento costituito dal vagone stesso. Una sorta di open-space ferroviario: se uno scorreggia a monte la pernacchia è sentita a valle da colui il quale emana la puzza dei piedi che si è diffusa nell’aria di quello che sta vivacemente russando.
    Avevo già provato questa emozione in Bielorussia.
    I nostri vicini di posto più prossimi sono due vecchie callarone di qualche centinaio di chili ciascuna che cercano di abbordarci, curiose della nostra presenza e della nostra provenienza, aggangiandoci in russo stretto. In pochi minuti tutto il vagone ci conosce e le citazioni a Toto Cutugno, Adriano Celentano ed al commissario Cattani si sprecano tra i kazakhi.
    Perviene l’orario della cena, tiriamo fuori i nostri poveri tozzi di pane mentre il resto del vagone banchetta con zuppe, salami, pesci secchi, insalate, yogurt vari.
    Gli odori dei cibi caldi che si mischiano in maniera nauseabonda ai profumi umani che fuoriescono da ogni singolo personaggio del vagone costituiscono l’ebbrezza tipica del viaggio in questa classe.
    Il konduktor, uno dei più potenti ruoli che si possa ricoprire a queste latitudini, cerca di effettuare l’affare con noi stranieri. Ad un prezzo per lui esiguo, cerca di affittarci il suo stanzino da uno come stanza privata da tre. Traffica con materassi, sgabelli, tavolacci di legno e ci offre la sua mercanzia: un letto matrimoniale per metà adagiato su una sorta di rete metallica tramite una specie di tavolo ed un lettino singolo, in alto, adattato dallo scompartimento per il bagaglio. Dopo una lunga trattativa non cediamo alle sue avances e ci accomodiamo nei nostri più comodi loculi di pelle.
    Passa la milizia per controlli. Per un fortuito caso me la scampo anche questa volta ma i miliziani si dimostrano gentili e sorpresi di trovare degli stranieri su questo tragitto e su questo treno. Toto Cutugno, Adriano Celentano ed il commissario Cattani sono le uniche parole d’italiano che conoscono. Addirittura, durante la notte, ripassano più volte per assicurare la serenità del viaggio e, notando un vuoto al posto della valigia di Andrea, si allarmano pensando ad un furto. Andrea l’aveva semplicemente spostata.
    Sulle rotaie traballanti da far sobbalzare di continuo il treno come ad una giostra di un luna park, emozione già vissuta in Azerbaijan, riusciamo grosso modo a dormire se non fosse per un clamoroso rumore di una mototrebbiatrice che segue il nostro convoglio ferroviario a breve distanza.
    Ridestatomi, penso a Pingo quale emanatore di un così forte ronzio metallico e chiedo ad Andrea di redarguirlo per evitare che al risveglio del vagone, gli interi occupanti, lancino dei rimproveri verso noi rumorosi italiani.
    “Ma quale Pingo?”, Mi risponde Andrea.
    “E’ la callarona di fianco che sta gracchiando in maniera abominevole…”.
    Pettinatici negli eleganti bagni, puliti e di pura porcellana finissima di cui il vagone è dotato, siamo pronti a scendere alla nostra prima destinazione designata: Ayagoz.
    Dopo circa quindici ore di viaggio essendo intorno le 09:00 di mattina di lunedi 13 settembre 2010.
    La città di Ayagoz si trova circa 500km a nord di Almaty.
    In fase preparatoria del viaggio, Andrea è stato nominato all’unanimità Direttore degli Itinerari e, in veste di questa sua carica, ha personalmente stabilito il tragitto che ci condurrà direttamente e senza problemi sul monte Beluha. Notizie su come raggiungere gli Altai non ne sono state trovate molte in fase organizzativa, anzi praticamente niente. Solo qualche sporadico richiamo a raggiungere la città di Ust-Kamegorsk e poi da lì arrangiarsi in qualche modo.
    Il nostro Direttore decide, quindi, di optare per strade alternative e tutt’altro che verificate.
    Io e Pingo lo assecondiamo entusiasti perché l’operazione ci potrebbe condurre a raggiungere gli Altai per strade mai battute da un qualsiasi viaggiatore. Si tratterebbe in pratica di attraversare piccoli villaggi mal collegati tra di loro, guadare l’immenso lago Zaysan, inerpicarsi per gli altipiani al confine con la Cina. L’unico limite che ci poniamo è il tempo, visto che i nostri piani prevedono la visita anche di altre località del Kazakhstan centro-orientale.
    Scesi dal treno ad Ayagoz, intuiamo che è tutto diverso da come avevamo previsto.
    Ayaguz non è altro che una sorta di villaggio in mezzo al niente e non la cittadina che pensavamo.
    I soliti nullafacenti tassisti abusivi in compagnia dei loro colleghi regolari ci assalgono come le cavallette facendosi la guerra tra di loro e cercando di spuntare un noleggio da parte nostra.
    Cerchiamo di evitarli e fuoriusciamo dalla piccola stazione per cercare di mettere in ordine le idee. Anche perché non abbiamo una meta precisa ma solo un’idea di quello che vogliamo fare.
    Nel polveroso spazio che si apre fuori la stazione, numerose Moskvitch, le vecchie automobili sovietiche del tutto simili a degli antichi modelli di Fiat, si caricano all’inverosimile di persone e bagagli e sgommano via lasciando una folta coltre di nebbia.
    Con una mappa del Kazakhstan, acquistata ad un’edicola di Almaty, cerchiamo di far comprendere ai tassisti e ai nullafacenti le nostre intenzioni.
    In molti si ritirano, intuendo la caducità del nostro itinerario.
    Ripariamo nella dirimpettaia stazione dei bus per cercare di trovare un appiglio alle nostre teorie su come raggiungere gli Altai. Nessun bus parte per qualcuno dei villaggi che abbiamo preso in considerazione.
    Un paio di tassisti perseguono nei loro tentativi ma alla fine anche essi desistono: il nostro piano è inattuabile anche a cifre spropositate.
    Ci rendiamo conto del nostro errore di valutazione o comunque che inabissandoci per quella direzione da noi scelta, ci sarebbe voluta almeno una settimana se non più con il rischio di dover dormire eventualmente anche all’aperto e cambiamo i nostri piani al volo.
    In soccorso ci viene il bus che, partito da Almaty, viaggia alla volta di Ust-Kamenogorsk.
    Saliamo al volo e ci imbarchiamo in questo lungo viaggio di altri circa 500km su strade inesistenti.
    Il pullman appare molto migliore rispetto a quelli da noi utilizzati in giro per il Caucaso russo la volta scorsa.
    Ci accomodiamo sul nostro pullmanaccio di origine danese intorno le 10:00am.
    Attraversiamo Ayagoz. Le strade non esistono, solo terra battuta e polverosa. Vecchie case di concezione sovietica a tre piani si alternano a case di legno con piccoli giardini. Le mucche ruminano la polvere libere come in India. I cavalli selvaggi galoppano verso l’infinito.
    Usciamo fuori dal paese ma lo scenario non cambia. Anzi, si.
    Non c’è una costruzione, una persona, un qualche segno di passaggio umano per chilometri a perdita d’occhio. Solo steppa e sterpaglie. Ogni tanto qualche collina all’orizzonte.
    Il bus prosegue sempre diritto verso il nulla. Se non fosse per l’erba secca sembrerebbe una strada che scorre in mezzo al deserto.
    Strada? Quale strada? In Kazakhstan, o almeno nella parte centro-orientale da Astana alla Cina, non esistono.
    Anche l’Albania, paese con un sistema viario non altamente sviluppato, può fregiarsi di avere vie di comunicazione migliori del Kazakhstan.
    Molti anni fa è stata asfaltata una striscia di terra e non è più mai stata risistemata. Il grigio scolorito dei vecchi tratti di asfalto si confonde col giallognolo- marrone della steppa. Procedere sulla “retta via” o lateralmente fuori pista non è differente, tant’è che alcuni mezzi trovano migliore incamminarsi all’esterno ed aprire nuove rotte.
    In Italia come in molti altri posti siamo abituati a vedere qualcosa ai lati di una strada, una recinzione, una casa, una proprietà privata.
    Qui, invece, regna la libertà assoluta. Perdersi con la vista in quegli enormi spazi aperti e sconfinati fa respirare l’ebbrezza della libertà. Osservare i cavalli sbizzarrirsi senza legami, provare l’idea di poter fare qualsiasi cose in quelle lande, correre all’impazzata, cavalcare, giocare a calcio, respirare la solitudine.
    All’orizzonte vedo la nube di una possente cavalcata infinita dei cosacchi o degli eserciti mongoli. E’ un’allucinazione che mi apre le porte oniriche.
    Mi risveglio nel bel mezzo di un autogrill.
    Una casa in mattoni con un prolungamento adattato da un vecchio vagone ferroviario. La cucina sforna prelibatezze fatte in casa: Mahnti, Plov, Shashlik.
    I bagni, come ad ogni autogrill da queste parti, sono all’esterno. Una piccola baracca con due vani monopersona su disegno delle cabine balneari dove ci si cambiava negli anni ’50 sulla spiaggia, dotate di un buco al centro. Sotto il buco una fossa contenente tutti gli escrementi solidi, semisolidi e liquidi da decenni a questa parte. Il forte odore di ammoniaca misto a merda ti attanaglia la gola. Mi immagino se mai dovesse cadere il telefono, il portafogli o qualcos’altro di valore in quella buca. Sarebbe dura scegliere se recuperare la merce o lasciarla in quella melma putriforme.
    Per lavarsi le mani, se non si vuole adoperare il lavandino nella casa, sono disponibili una serie di bottiglie di plastica agganciate a testa in giù, riempiete dal fondo e stappate al bisogno facendo fuoriuscire l’acqua alla stregua di un rubinetto.
    Questa sorta di autogrill in mezzo al nulla sono tipici del Kazakhstan ma qualcosa di simile si trovano anche in Armenia, nel Caucaso russo, nei Balcani. La cucina che propongono è ottima ed è un sacrilegio non approfittarne ad ogni sosta.
    Il nostro viaggio nel nulla prosegue per circa sette ore, fermandoci di tanto in tanto in qualche sperduto villaggio che si materializza all’improvviso.
    Alle 17:00 circa siamo nell’autostazione di Ust-Kamegorsk, conosciuta tra la popolazione di etnia kazakha come Oskemen.
    Ventiquattro ore di viaggio da Almaty.
    Il nostro Direttore attiva un suo canale internazionale il quale ci vende ad una coppia di giovanotti locali.
    I due giovini, vengono a recuperarci alla stazione personalmente e ci conducono nella dimora di quello con il look alla Ivan Drago. L’altro, dai lineamenti tipicamente kazakhi, invece, si dimostra interessato a noi ed è sempre prodigo di domande e curiosità nei nostri confronti. Non ha mai visto degli italiani ed è allegramente esaltato. Il padrone di casa invece, si dimostra silenzioso e strano nella sua buona dimora cosparsa di Bibbie, foglietti con i Salmi, massime religiose in ogni angolo: dalla tazza del cesso al lavandino della cucina.
    Per alcuni di noi trattasi di un pretino, per altri semplicemente di un ragazzo dai gusti sessuali particolari.
    Per ricambiare l’ospitalità e per assecondare la fame di sapere del giovane kazakho, Andrea e Pingo si propongono di cucinare italiano.
    Veloce spesa con ingredienti di fortuna al magazin sotto casa e via di pasta annaffiata da ottima birra locale.
    Con nostra grossa sorpresa, i due si offrono, nonostante sia un anonimo lunedi sera ad Ust, di portarci in giro per la città in notturna. Il giro si dimostra molto deludente in quanto il duo non dimostra ampie conoscenze della città in cui vivono e, su nostre insistenze, ci conducono in una sorta di multisala con cinema, teatro, self service, caffè, unico locale aperto a loro dire ma completamente deserto. Al ritorno dagli Altai, qualche giorno dopo, mi fregerò di essere titolare della membership card di questo luogo esclusivo nel nord del Kazakhstan.
    I ragazzi ci introducono una loro amica e dopo qualche chiacchierata soporifera, attraverso una lunga camminata in cui abbiamo un’idea più precisa della città, rientriamo a casa.
    A votazione, io e Pingo ci accaparriamo lo strettissimo divano matrimoniale in una stanza appartata solo per noi due mentre il nostro Andrea vince un posto in camera con il pretino e non si saprà mai cosa accadrà nelle rispettive stanze.

    Come da copione dei nostri viaggi, al canto del gallo, ci solleviamo dai nostri giacigli notturni, pronti a recarci all’autostazione, per poter salpare da Ust e veleggiare verso i monti Altai. Uno sguardo mattiniero dalla finestra. Il cielo è terso, il grigiore di una delle ultime albe estive irradia il condominio di classica architettura sovietica in cui alloggiamo. Il cortile sottostante adibito per metà a parcheggio, per metà a giardino per bambini, attende il nostro passaggio. Ma non è il solo ad attenderci. Un poliziotto fuma una sigaretta, passeggiando avanti e indietro, in attesa di qualcuno giusto davanti il nostro portone. L’atmosfera composta dal cielo, dall’architettura, dalla fine nebbiolina, dal silenzio dell’orario, ci cala immediatamente nella realtà di Bucarest governata dalla Securitate.
    E’ chiaro, nella nostra illusione deviata, che il poliziotto attende noi. Di sicuro qualche condòmino attiguo al pretino ha tradito ed ha denunciato la presenza di stranieri in quell’appartamento. Ci accomiatiamo dal pretino dalle tendenze piuttosto spiccate e, con grande circospezione, ci buttiamo giù dalle scale cercando di sgattaiolare da una uscita secondaria ed evitare il posto di blocco. Fuoriusciti all’aria aperta, notiamo l’assenza del poliziotto e, con essa, lo svanire del nostro sogno. Quella del miliziano era giusto una nostra allucinazione o la sua presenza, per motivi totalmente differenti da quelli da noi supposti, era stata reale?
    All’autostazione il torpedone con cui muoveremo in direzione delle “quattro frontiere” ci attende. E con esso tutto il suo carico di personaggi locali quali studenti, vecchie, callarone, uomini provati da decenni di fatiche, campagnoli, bagagli di tela, bustoni da far invidia al Professionista, scatoloni, cestini della spese, frutta, verdura, ortaggi. Uno sopra l’altro ma riusciamo ad occupare qualche centimetro di spazio tutto per noi. Lasciamo la polverosa stazione di Ust e scarrozziamo verso l’estremo oriente del Kazakhstan, in direzione dell’ultimo centro abitato collegato da una via di comunicazione, se così può definirsi, con il resto del paese: Katon-Karagaj.
    Da ora in poi sarà l’ignoto per noi. Non sappiamo assolutamente cosa troveremo, se troveremo ed in che modo troveremo qualcosa, mossi solo dall’avido desiderio di raggiungere la nostra meta agognata: il monte Beluha al confine tra Kazakhstan, Russia, Mongolia e Cina.
    Leviamo le ancore alle 8:30 di martedi 14 settembre 2010.
    La strada, cosiddetta, scorre verso est, inerpicandosi per le montagne, costeggiando un ramo estremo del lago Zaysan, perdendosi tra le campagne, attraversando la steppa solitaria, rallentando alla vista di mandrie di bovini, greggi di capre, branchi di liberi cavalli selvaggi.
    La sosta all’autogrill, la masticata tipica, la pisciata nella cabina all’aperto, l’accogliere nuovi passeggeri e pacchi durante il cammino, l’abbandonare alcuni degli stessi nel nulla, la splendida natura circostante, completano il nostro lungo viaggio. Otto ore e mezza per circa trecentocinquanta chilometri. Intorno le 17:00, con gli ultimi passeggeri e l’ultima paccottiglia rimasta a bordo, veniamo scaricati dall’autista e dalla giovane bigliettara all’autostazione di Katon-Karagaj.
    Lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi è volgare ma di una volgarità mai vista prima, non per intensità come i mercati di Skopje, i vicoli di T’bilisi, il centro di Armavir ma volgare per qualità. Una volgarità densamente di campagna, avendone respirato qualcosa di simile tra le lande del Kosovo o in terra d’Albania.
    L’autostazione è una bassa e piccola casa che si affaccia su una strada male asfaltata. Le rare costruzioni nei dintorni sono case di legno. Mucche transitano per la strada. Nullafacenti pseudo tassisti perdono il loro tempo nelle adiacenze. Un rigagnolo alpestre taglia la strada. Le montagne imperiose si stagliano su di noi, sul piccolo paese, sui suoi abitanti,nascondendo le ultime luci della sera e regalando una nostalgica atmosfera alla situazione in cui ci troviamo. Fin dalla partenza del torpedone, ad Ust, nessuno parla inglese o parola diversa dal russo o dal kazako.
    Cerchiamo di informarci attraverso la bigliettara di un albergo o di una qualsiasi accomodazione in zona. La bigliettara del torpedone ci vende ad una vecchia la quale inizia a disquisire neanche in russo ma direttamente in dialetto autoctono. Questa volta capiamo davvero poco di cosa ci vogliono dire la vecchia, la bigliettara del torpedone ed una schiera di curiosi che si sono radunati per l’occasione intorno a noi. Un turista straniero, da queste parti, se lo ricorda forse solo il più vecchio del villaggio.
    A fatica riusciamo a carpire che da qui non c’è nessun collegamento diretto per qualsiasi altro posto, Ust a parte, e per questa ragione i villani ci parlano di un fantomatico villaggio di nome Berel a circa un’ora di distanza da qui. Forse lì troveremo accoglienza e saremo comunque sulla via per il monte Beluha. Un loro conoscente, tassista per l’occasione, si offre di accompagnarci a Berel per una cifra oscena. Siamo ad un bivio essendo praticamente bloccati nell’estremo est kazako: fidarci dei paesani e rischiare di arrivare in notturna a Berel con i rischi che ne conseguono o restare a Katon con gli altrettanti rischi che ne conseguono visto che, a quanto intuiamo, non esistono alloggi per stranieri?
    Andrea, il nostro Direttore degli Itinerari, opta per rischiare la carta Katon. Io e Pingo già ci vediamo ospiti per la notte di qualche coppia di buoi in una stalla locale. Inermi in mezzo al paese con le nostre valigie muoviamo a compassione i tassisti abusivi che, in gran segreto, ci indicano la retta via: un qualcosa di simile ad un albergaccio si trova nelle nostre adiacenze, anche perché la località in cui ci troviamo non è poi così grande.
    Ci immergiamo tra lo sterrato stercato in mezzo a delle baracche che ospitano il bazaar del paese. La stessa architettura con cui si presentò ai nostri occhi il mercatino di Cheget, a Terskol sulle pendici del monte Elbrus. Attraversiamo un campo e ci presentiamo all’albergo. Come L’Ippopotamo di fantozziana memoria, così l’hotel non annovera ospiti forse dal lontano 1989. La stanza che ci viene offerta è a cifre impensabili a queste latitudini. Io e Pingo stiamo per capitolare, Andrea diniega il visto. La sua proposta è quella di cercare di installarci, dietro compenso, in casa di qualche paesanotto.
    Al calar del sole, in uno slargo polveroso, traccheggiamo in cerca di qualche buon samaritano. I primi tentativi vanno a vuoto. La lingua, soprattutto, diventa un ostacolo. Non è facile farsi capire da tutti col nostro livello infimo di russo. La Dea Bendata, però, ci arride ben presto nelle figure di una giovane signora e di suo figlio. A stento mostriamo le nostre intenzioni e la signora sembra approvare conducendoci dinanzi l’unica palazzina in cemento ed a tre piani dell’intero paese. Madre e figlio ci consigliano di attendere e spariscono in casa. Le cime sempre innevate delle montagne nascondono gli ultimi raggi di un tiepido sole, un padre accompagna il figlio a fare la spesa a cavallo, lascia il figlio in sella a badare all’animale ed entra in uno dei rari magazin, una mucca rumina beata a pochi passi da noi, il freddo inizia a pungere, la signora si affaccia fuori il palazzo e ci concede il pass per l’abitazione. Ad una cifra esigua, un’amica della signora, ci offre spazio nella sua dimora. Non riusciremo a provare l’ebbrezza di accomodarci in una stalla ma la supposizione di Andrea era esatta, risparmieremo denari ed entreremo in stretto contatto con la popolazione locale.
    L’offerta comprende anche una lauta cena su di una tavola altamente imbandita di cibarie ed innaffiata dalla solita vodka.
    La signora della strada, riesce pure ad organizzarci l’escursione sul monte Beluha per l’indomani con un’auto privata.
    Prima di partire non sapevamo a cosa saremmo andati incontro, avevamo il profondo ignoto dinanzi. Ora, invece, tutto volge per il meglio.
    Anche l’incontro con uno pseudo maestro di inglese di circa vent’anni, convocato dai nostri ospiti ed intervenuto direttamente dai campi che si trascina dietro uno stuolo di giovanotti curiosi, i suoi alunni li definisce, e che parla un inglese ai livelli del nostro russo. Dopo alcuni minuti, intuìto che è più facile comunicare in lingua slava, ci accomiatiamo dal giovanotto.
    E’ mercoledi 15 settembre 2010.
    Le greggi sono già uscite al pascolo e giunge il tempo di levarci in piedi. L’agognato monte Beluha ci attende. Giù per strada incontriamo la nostra signora mentore e la seguiamo nel silenzio mattutino tra le stradine del paese. Raggiungiamo una caserma. Per ataviche ragioni, diffido dell’operazione e resto guardingo. Un piccolo ufficio con due impiegate ed il Superiore della caserma ci accolgono. Intuiamo trattarsi di una qualche istituzione equipollente alla nostra Guardia Forestale. Le solerti e giovani impiegate ci fanno compilare dei moduli, si fanno pagare una minima tassa e ci lasciano firmare il registro delle presenze. L’ultimo turista precedente la nostra visita risale a giugno, circa tre mesi prima, ed a vista i nomi segnati sull’intero registro sono comunque tutti di origine russa o kazaka. Espletate le formalità di rito, la nostra signora intercede presso il suo amico Superiore forestale e costui ci apre le porte del piccolo museo di montagna. Poster, animali impagliati, rami secchi riempiono la stanza adibita ad esposizione.
    Una jeep, un vecchio fuoristrada Uaz color verde militare strombazza all’esterno. E’ il nostro autista, Rogi un giovanissimo kazako di Neanderthal, che attende galvanizzato la giornata fuori dall’ordinario che andremo a vivere. Siamo pronti a salpare, noi tre dietro, Rogi alla guida, nientemeno che il Superiore a latere.
    Sgasiamo tra le stradacce del paese verso l’infinito. Ci lasciamo il polveroso abitato alle spalle e corriamo verso le cime delle montagne. La strada corre nel nulla tra buche, steppa, animali ed il rumore del motore sotto sforzo. Lunghi minuti di silenzio accompagnano il nostro viaggio.Trascorre un’ora circa attraverso la natura semi incontaminata, Rogi accosta in una sorta di piazzola e carica il mezzo sopra un piedistallo di cemento. Lui ed il Superiore annaffiano di acqua il radiatore ed innescano le marce da off road. Ci chiediamo il perché ma la risposta non si farà attendere. La guida riprende e dopo pochi minuti ci imbattiamo in un passaggio a livello, dopo il quale la strada o quello che le assomiglia, termina improvvisamente. Sostiamo davanti il passaggio al livello che si rivela in realtà un posto di blocco militare, è il posto di frontiera dei “quattro stati”.
    Da questo punto in poi la strada ed il mondo civile sono solo un lontano ricordo e, essendoci l’impossibilità oggettiva di organizzare un punto di dogana sulla cima delle montagne, il mondo viene fatto convenzionalmente finire qui all’inizio della salita. Mitragliatori in mano, i miliziani ci controllano i documenti ma è pura formalità visto l’alto spessore della personalità che ci accompagna. La sbarra si alza, l’Uaz sgomma verso il camel trophy a cui sin da bambino sognavo di partecipare. Sullo sterrato affrontiamo i pochi chilometri che ci separano dal fantomatico villaggio di Berel. Le zone rurali dell’Albania o della Romania sono un miraggio a confronto. Le strade non esistono, le case sono capanne di legno, mucche, capre, cavalli, bambini sguazzano all’unisono, la gente si muove in sella ai cavalli o a piedi, inermi zappatori si riposano dalle prime fatiche odierne. Persino il termine “volgarità” qui limita il suo significato fino ad un certo punto.
    Le nostre due guide fanno rifornimento di vodka nell’unico magazin del villaggio e siamo pronti a ripartire. E pensare che la sera precedente, a Katon, c’era chi insisteva per farci trascorrere la notte qui a Berel. Ma dove? Le stalle sarebbero state un lusso.
    Annaspando ci fermiamo in mezzo al nulla, giusto una mandria di cavalli si sollazza nelle adiacenze ed un toro ci osserva da qualche metro.
    Le nostre due guide ci iniziano alla vodka alle 10:00 di mattina. E’ sconvenevole non accettare. I fumi dell’alcool sgomberano le timidezze ed anche gli ostacoli delle lingue differenti. In pochi minuti, tra brindisi e risate, il clima diviene altamente amichevole. Tanto che i due nostri anfitrioni ci preparano una sorpresa.
    Sconquassiamo tra la foresta, viriamo a sinistra fuori dal sentiero maestro, guadiamo un fiume su un pontaccio amatoriale di assi di legno e ci imbattiamo in cinque, contate, case di legno ubicate nel posto più sperduto dell’intero pianeta. Almeno per le nostre esperienze.
    Non c’è mappa o indicazione che identifichi la frazione. A parte un cartello che indica la scritta: Kara Ajryk. Si provi ad immettere il nome su internet, si veda cosa ne esce fuori.
    La jeep accosta davanti lo steccato della prima baracca ed una giovane donna dai tratti tipicamente kazaki, esce sulla soglia della capanna.
    Ci accoglie gentilmente nella sua umile dimora composta da due stanze: una cucina-soggiorno-sala da pranzo ed una cemeretta da letto.
    Sui muri poster di paesi esotici ingannano la posizione geografica in cui siamo ubicati. Una stufa in muratura funzionante a legna riscalda il tè che ci viene offerto corretto con l’immancabile vodka. Davanti il letto, una console con numerosi prodotti femminili per la bellezza e la cura del corpo.
    Vanità o lavoro? Il dubbio ci sorge quando, il Superiore, ci invita ad allontanarci da casa ed attenderlo per una mezz’ora circa.
    Possibile che si tratti di una puttana a queste latitudini? Il dubbio persiste quando anche Rogi ci chiede se siamo interessati all’articolo.
    Ci accomiatiamo dalla casa e ci incamminiamo in visita alle restanti quattro case.
    Due donne fanno il bucato nel lavandino situato all’esterno dei loro tuguri visto che nessuna casetta possiede il bagno all’interno.
    Ora è estate ma a -40° in inverno come si fa?
    Alcuni bambini giocano sgomitando nell’erba mentre alcuni abitanti ci spiano dalla finestre chiedendosi chi mai saranno e da dove arrivano questi tre marziani catapultati in un simile scenario bucolico?
    L’aria pura e fresca, mescolata alle fragranze tipicamente rurali delle vacche presenti sull’unico sentiero calpestabile ci fa rendere conto che siamo lontani dal mondo, siamo un altro mondo, un mondo totalmente differente da quello cui siamo abituati quotidianamente. La sensazione di benessere ci pervade, resterei fermo in questo posto isolato per un’altra settimana. Ed invece Rogi ed il Superiore strombazzano dal fuoristrada già in moto e ci riportano alla nostra gita. Ci inerpichiamo arrancando su per il sentiero di montagna, tortuoso, denso di voragini, massi, arbusti, sobbalzando sul sedile per gli scossoni e sbattendo le nostre teste sulla capotte del vecchio ma possente mezzo che ci trasporta.
    Il Camel Trophy in terra kazaka resterà per sempre indelebile nei nostri ricordi. 100 chilometri, cinque ore di viaggio in condizioni estreme ma restiamo appagati dalle emozioni forti e dalle montagne spettacolari che attraversiamo.
    Nelle prime ore del pomeriggio raggiungiamo finalmente Rahmanovskie Kluchi, estremo villaggio con qualche forma di vita e inspiegabilmente sede di un famoso sanatorium, già in voga ai tempi dell’Urss, dove venire a svecchiare a e rilassarsi fuori dal mondo. Il sanatorium si presenta moderno con le sue dacie indipendenti, la sua pulizia, il suo bellissimo lago che si estende cristallino tra le cime delle montagne. Il tutto si contrappone alle adiacenti pochissime casette di legno del villaggio che lo ospita e lascia esterrefatti su come da tutte le parti dell’Unione Sovietica ieri e dal Kazakhstan oggi, la gente riesca a raggiungere questo posto ai confini della realtà.
    Salutiamo l’orso catturato nei boschi ed oramai mascotte del sanatorium e ridiscendiamo verso Katon Karagaj.
    Altre cinque ore di Camel Trophy in discesa sterrata e col buio non ce le leva nessuno. Rogi è esaltato dalla vodka che continua a scolarsi dalla mattina e guida all’impazzata, dando quasi l’impressione di farlo ad occhi chiusi a volte. Evitiamo mucche, cavali, alberi, macigni, saltiamo su gradini di pietra, superiamo il bivio per la puttana, non incontriamo anima viva fino a Berel, anzi neanche lì visto che i pochi abitanti sono tutti chiusi in casa con le fioche luci, spolveriamo tra le bettole, non ci fermiamo neanche al posto di controllo della milizia, una chiamata con la radiotrasmittente e le sbarre si alzano a vista, sosta al volo sul piedistallo per togliere le marce da off road e via verso Katon.
    Siamo sotto la nostra abitazione alle 20:00 circa di sera. Dodici ore dalle forti emozioni.
    Il Superiore ci saluta e si accomiata dalla compagnia, Rogi è su di giri e ci invita a bere a casa sua. Non gli capiterà forse mai più di imbattersi in degli stranieri nel suo paesino. Accettiamo di buon grado l’invito ma prima dobbiamo avvisare la signora che ci ospita e che ci attende per la cena.
    La tavola è già imbandita alacremente. “Dieci minuti e torniamo, padzjialusta”, la avvisiamo. Tanto Rogi, scopriamo, abita al piano di sotto.
    Ci incamminiamo per le scale, un signore dai tratti tipici di questi luoghi ci incrocia in senso opposto, alza lo sguardo, ci osserva, resta sbigottito nel vederci uscire da quell’appartamento. Rogi ci aspetta e non facciamo tanto caso a questo incontro casuale.
    In casa del nostro autista una bottiglia di vodka viene scolata, una marea di cazzate in italrusskij vengono sparate. Ma la signora ci aspetta.
    Salutiamo calorosamente Rogi e risaliamo le scale. La porta è socchiusa. Entriamo. La tavola è stranamente dismessa e della nostra signora nessuna traccia. L’uomo kazako della scala si materializza davanti a noi con il viso completamente smosso dal nervosismo. La situazione è tesa, intuiamo il pericolo. L’uomo attacca in russo, facendoci accomodare allineati sul divano ed apre con una ramanzina dalla quale riusciamo ad estrapolarne l’essenza. Quella è casa sua, quella è sua moglie e noi chi cazzo siamo e soprattutto cosa facciamo lì?
    Le nostre valigie devono essere pronte all’istante, egli stesso si premurerà di accompagnarci nell’unico albergo presente.
    Il copione della serata però presenta numerosi colpi di scena.
    Appare una donna che si rivela essere una poliziotta. Altro che stanza d’albergo, questa notte dormiremo in galera nel recondito villaggio di Katon Karagaj. Veniamo introdotti nella locale caserma e portati in uno stanzino. La situazione è calma ma potrebbe volgere al peggio. Ci vengono fatte domande e controllati i documenti mentre un via vai di poliziotti sfila a vedere gli animali da circo appena catturati. Nessuno di loro ha mai visto uno straniero.
    La tensione si accumula ma, con un nuovo colpo di scena, DJ Smash la stempera. Dal cellulare di un poliziotto parte la suoneria di una delle mie canzoni russe preferite, la riconosco alla prima nota ed il miliziano, altamente stupito, inizia a guardarci con occhi benevoli.
    Nonostante ciò siamo ancora trattenuti nella stanza senza un reale motivo. Ma un ulteriore colpo di scena è dietro l’angolo.
    All’improvviso ecco apparire Rogi, il nostro autista. E’ stato prelevato direttamente a casa dai miliziani e, in una specie di confronto visivo, con la sua testimonianza non si sa su che cosa, ci scagiona. Rogi firma dei documenti e viene fatto sparire di nuovo. A questo punto anche noi siamo liberi ora ma per non avere ulteriori guai, la poliziotta ci ammonisce non di fare comunella con Rogi l’ubriacone. Per fortuna non sa che, insieme a lui, oggi abbiamo già dato…
    Fuoriusciamo dalla stazione di polizia e nel buio ritroviamo il marito che, con i nostri bagagli nella sua auto, insiste per accompagnarci nell’albergo adiacente. Proviamo a rifiutare il passaggio, essendo oltretutto l’hotel a pochi metri ma intuiamo che è meglio soprassedere. Il marito, come supposto, inforca invece una strada scura e comincia a fare un discorso con una richiesta finale di danaro. Iniziamo a preoccuparci seriamente essendo suoi prigionieri in auto. Cerchiamo di confutare le sue richieste ma ci conduce in un campo aperto e senza luci. Solo il flebile chiarore della luna ci illumina. La situazione potrebbe evolversi in senso drammatico: in un campo isolato, di notte, senza luce, in culo al mondo, con un marito incazzato che potrebbe tirar fuori chissà quale arma. Schizziamo repentinamente fuori dall’auto e cerchiamo di riappropriarci dei nostri bagagli rinchiusi nel cofano. Ci riusciamo mentre il marito fruga nella sua auto alla ricerca di qualcosa, una pistola forse? Non trova quello che cerca ma prende in mano un possente bastone, “o la borsa o la vita”.
    Gli attimi sono convulsi ma riusciamo a mantenere la calma. Iniziamo a scappare alla cieca nei campi, sul terreno sconnesso e tra gli arbusti, il buio è totale. Pingo cade in una fossa si rialza ma raggiunge una staccionata, lancia il bagaglio dall’altra parte e si inerpica sul muro di legno. Lo stesso fa Andrea ma i due si impigliano, il marito arriva.
    Ma…il colpo di scena è dietro l’angolo.
    Alcuni cani, sentiti i rumori, iniziano ad abbaiare e, dalla vicina gostinitsa, fuoriescono i guardiani che, non possono vederci ma sentono le voci. Il marito lancia via il bastone, ritorna sui suoi passi, e scappa via in auto. Noi riusciamo, finalmente, a superare la staccionata e a ritrovarci davanti il cancello laterale dell’hotel. Scavalchiamo anche quello con i guardiani che ci guardano esterrefatti. Temiamo una loro reazione verso tre “ladri” ma invece si limitano a chiederci: “Ma perché entrate in questo modo? L’ingresso è quello”. “Scusateci, non l’avevamo visto”, risponde un serafico Pingo.
    Una risata liberatoria ci pervade.
    E’ circa mezzanotte. Ci appropriamo della nostra stanza. Abbiamo vissuto una giornata dalle tinte forti: il Camel Trophy, la natura incontrastata, il confine dei “quattro stati”, il Superiore, l’autista ubriacone, la vodka, la puttana, la moglie, il marito incazzato,la sosta in caserma, l’inseguimento nei campo, i numerosi colpi di scena che si susseguono.
    Tutto come un film. O forse davvero ci siamo immaginati tutto?
    Sul tavolino della nostra stanza, una chiave ci riporta alla realtà. E’ la chiave di casa della signora. Nella confusione ce la siamo portata dietro.
    E’ tutto vero quello che abbiamo vissuto.
    L’indomani mattina, alle 6:00 di giovedi 16 settembre, ci imbarchiamo sul bus che ci riporta ad Ust.
    Presa oramai confidenza, effettuiamo un giro più largo attraverso i campi per evitare la furia omicida del marito e per abbandonare la chiave della sua casa, che il nostro Direttore degli Itininerari, Andrea in persona, si premura di seppellire nella terra.
    Addio Katon. Il luogo che ha regalato le più intense emozioni di qualsiasi altro mio viaggio.

    LUCA PINGITORE