Tag: georgia

  • A Piacenza per parlare di Caucaso

     OTRA-viaggiatori-indipendenti-Caucaso-Riunione-di-Piacenza-1

    Piacenza “terra di passo“, scriveva Leonardo Da Vinci nel Codice Atlantico ed è proprio nel, capoluogo dell’omonima provincia dell’Emilia-Romagna, che si è svolto primo raduno generale annuale del 2020 dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA, per parlare di Caucaso. “Viaggiare nel Caucaso” è stato, infatti, il tema dell’incontro pubblico svoltosi sabato 11 gennaio proprio a Piacenza, nel corso del quale alcuni viaggiatori hanno descritto e raccontato la regione caucasica e le loro varie esperienze nell’’area. Il pubblico partecipante, interagendo con i relatori e con gli altri viaggiatori presenti in sala, è stato trasportato con descrizioni alla vecchia maniera su mappe cartaceesupporti video fotografici, esposizioni orali su località meno conosciute di Georgia, Azerbaijan ed Armenia ma anche su vaste zone delle quali poco si parla come l’intera area Caucaso del Nord. Ossezia del NordInguscezia, Cecenia, Dagestan tutte repubbliche facenti parte della Federazione Russa ma anche stati de facto e mete ambite da viaggiatori interessati all’area quali Abkhazia, Ossezia del Sud, Artsakh / Nagorno Karabakh,sono stati portati alla conoscenza dei presenti. L’Associazione OTRA, tramite il suo progetto operativo Italia-Caucaso, ha esperienza e conoscenza diretta della regione caucasica oramai da anni ed alcuni dei suoi viaggiatori sono stati tra i primi a frequentare in maniera anche assidua l’ancor semisconosciuto Caucaso del Nord e a diffonderne in Italia la sua atmosfera unica. Atmosfera che d’altronde impernia tutta la regione racchiusa tra il Mar Nero ed il mar Caspio. L’incontro, aperto al pubblico, non è stato quindi solo una esposizione di racconti di viaggio ma soprattutto l’ occasione per descrivere, spiegare e raccontare anche dettagli esclusivi dell’ area geografica in questione. A condurre il viaggio virtuale nel Caucaso sono stati Claudio Oberti, Valentina Galleano, Claudio Serafini e Luca Pingitore, Soci Esperti i primi tre e Presidente di OTRA il quarto, supportati da altri loro “colleghi” viaggiatori comunque presenti in sala. Come detto l’ evento, durato l’intero week end, era incluso nel raduno nazionale dei Viaggiatori Indipendenti che ha portato a Piacenza più di cinquanta persone, italiane e straniere, da varie parti d’Italia. I raduni nazionali di OTRAassociazione attiva di fatto da circa 15 anni, vengono organizzati in vari periodi dell’ anno ed in differenti zone d’ Italia con lo spirito di ritrovarsi ed aggregare nuovi appassionati viaggiatori. Il raduno svoltosi a Piacenza ha visto lanciare i nuovi progetti dell’associazione, anche tramite i suoi Progetti Operativi, come l’organizzazione di incontri pubblici sul Caucaso e su altre zone geografiche in varie località d’ Italia in una sorta di tour, come d’ altronde, già avviene per i propri raduni generali.

    * = Articolo pubblica da Eurasianews il 14/01/2020

  • Ochamchira. L’ Abkhazia nostalgica


    69815728_507303500085813_816596570005831680_n

    Dall’ alto del quindicesimo piano il sole che tramonta all’ orizzonte sul mare ti porta in un’altra dimensione e ti fa avvertire un misto di emozioni: eccitazione, malinconia, gioia, quiete, distensione ed i pensieri ti si affollano nella mente.
    Come sarebbe stato questo posto se il corso della storia fosse andato in maniera diversa?
    E perché la storia è andata così?
    Come si è vissuto negli ultimi 30 anni circa?
    E come si svilupperà il futuro?
    Il rimbombare delle piccole onde all’ interno della vuota ed enorme costruzione, formate dal naturale movimento del mare sottostante, mi cullano per interminabili lunghi minuti.
    Mi trovo su quello che potrebbe esser considerato da molti un mostro architettonico ed ecologico, per altri, come il sottoscritto, un sensazionale e commovente monumento alla storia.
    Un imperioso palazzo completamente abbandonato, ridotto praticamente ad un gigantesco scheletro di cemento, nato come miglior hotel della città e rimasto in attività giusto una manciata di stagioni. Costruito a fine anni ’80, in piena Unione Sovietica, cessò la sua funzione in seguito alla guerra che sconvolse l’ intera regione, dalla costa fino alle alte montagne, tra il 1991 ed il 1993. Un gigante solitario e decaduto che domina questo lembo di mar Nero nel sud dell’ Abkhazia, repubblica de facto, situata geograficamente tra la Federazione Russa e la Georgia.
    La storia di questo hotel è l’ emblema di tutta la zona dell’ Abkhazia a sud della capitale Sukhum, da qui, ad Ochamchira sulla costa, fino a Tkuarchal ed Akarmara sulle impervie montagne caucasiche e giù fino a Gal praticamente sul confine con la Georgia, al di là del fiume Inguri. La guerra si svolse soprattutto in queste zone dell’ Abkhazia e portò questa vasta area tra morte, depredazioni ed esili volontari o forzati a restare quasi completamente abbandonata. Il susseguente embargo ventennale, del quale l’ intera Abkhazia è stata vittima, ha cristallizzato la situazione nell’ incuria e nell’ abbandono. Ochamchira oggi è una caratteristica cittadina di campagna adagiata sul mare. Calma e pacatezza la rendono un posto améno e rilassante. Siamo in pieno agosto, nel cuore della stagione estiva ma a differenza di poche decine di chilometri più nord, come a Sukhum, a Pitsunda o nella vivace Gagra, qui ad Ochamchira le persone in spiaggia si contano senza affanno. Una località che lascia poco al divertimento ma tanto al relax ed alle emozioni. Il posto ideale per riposarsi. Pochi sono i rumori ed i movimenti per strada o all’ esterno delle case a due piani con giardino proprio. Quelle abitate. Le altre, tante, risultano ancora in piedi nella loro piacevole architettura antica e magari signorile ma completamente vuote. Eleganti scalinate, terrazze, colonne, ampi balconi, quel che resta di soggiorni decorati, tutto oramai completamente inghiottito dalla vegetazione o ancora lì in vista: villini belli fuori ma vacanti dentro che restano ad attendere vecchi o nuovi padroni che le riporteranno ai fasti di un tempo.
    E’ suggestivo camminare tra le sterrate arterie cittadine, dove la presenza di mucche al pascolo solitario sostituisce la vista di automobili, dove il verde della campagna ti rilassa, dove il silenzio ti fa riflettere e dove ti senti catapultato indietro nel tempo tra semplicità, autenticità e storia.
    Ma Ochamchira è anche questo: le vecchie abbandonate costruzioni istituzionali e non del centro città; l’ antica ed elegante stazione ferroviaria rimasta ai tempi dell’ Urss; i pochi piccoli condomini popolari semidisabitati; il vecchio bar centrale, dove anziani e signori di mezza età giocano a domino; quel che resta degli storici pontili in cemento che si stagliano in mezzo al mare formando tante piccole calette artificiali; la spiaggia ghiaiosa; lo sguardo curioso della poca gente che incroci per strada o sul lungomare; le domande stupite di due signori circa la mia provenienza ed i motivi che mi hanno spinto in questa zona, a detta loro “impervia e praticamente un protettorato di Putin”, ed ai quali mi rivolgo poi io con domande ancor più interessate dopo essersi presentati come “georgiani d’ Abkhazia” e venendo a conoscenza del loro non comprensione della lingua russa * ; le vecchie signore dei negozietti di alimentari con le quali scambi due parole; le canzoni italiane di un’ artista (a me) sconosciuta che fuoriescono dall’ interno di un’ automobile; il sole che si attenua all’ orizzonte regalando uno splendido gioco di luce sul mare solitario. Una località emozionante e romantica per certi versi.
    Ma che sta lentamente cercando di uscire da questo anacronistico semi-isolamento nel quale versa oramai da troppo tempo. Qualche sparuto villeggiante russo, stanco della confusione di Gagra o di altre località in Russia stessa, si avventura fin qui in cerca ristoro e di conseguenza, oltre a qualche piccola familiare guest house, è da poco apparso un moderno hotel con ristorante alla moda realizzato direttamente sull’ arenile e con tanto di pontile per assaporare l’ ebbrezza dei venti marini.
    Forse in antitesi con lo scheletro del vecchio hotel di sovietica concezione ubicato a pochi metri dalla spiaggia.
    Il nuovo che riparte dal vecchio. Dal punto in cui si era rimasti prima della guerra?

    LUCA PINGITORE

    * = La particolarità dell’ incontro è stata data dal fatto di essermi imbattuto in due georgiani di mezza età, quindi giovani ai tempi dell’ Urss, residenti in Abkhazia, presumibilmente provenienti dalla zona di Gal dove vivono sia molti georgiani sia i mingreli ** ( etnia differente dai georgiani ed dagli abkhazi ) i quali, a quanto pare, non parlavano russo, lingua “internazionale” comune nelle zone dell’ ex Unione Sovietica. Sarebbe stato interessante approfondire ciò e soprattutto le loro opinioni, già comunque subito in parte svelate dalle loro prime parole come riportato nell’ articolo, ma la fugacità dell’ incontro ed una certa mia, stranamente anomala, diffidenza hanno impedito la mia indagine.

    ** = Già citati in questo mio precedente articolo: Tra Abkhazia e Georgia

  • Itinerari di viaggio Italia-Caucaso

    25287281_10156728163333357_671310846_n

    Italia – Caucaso parte di frequente per vari itinerari nel Caucaso.
    Gli itinerari elencati  in questa pagina non sono comunque vincolanti ma, di volta in volta,  adattati alle esigenze di tempo e di interessi dei partecipanti e dei progetti che Italia – Caucaso persegue nell’intera area.
    Ogni itinerario è di conseguenza modificabile ed adeguabile nei limiti del possibile e tenendo sempre conto dell’ esperienza degli organizzatori.
    E’ possibile, su richiesta, organizzare altri itinerari nell’ area caucasica al momento non presenti nella lista essendo questa giusto una selezione delle decine di variabile possibili nell’ intero puzzle del Caucaso.
    I viaggi sono aperti a tutti gli associati OTRA.
    Italia-Caucaso annovera collaborazioni esclusive con rappresentanti locali a vario livello.
    Italia-Caucaso fornisce anche consulenza, assistenza ed accompagnamento in loco ad operatori che abbiano la necessità di interessarsi all’ area.

    Questi gli itinerari di Italia – Caucaso:

    ITINERARI:

    • MONTE ELBRUS – OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – CECENIA – INGUSCEZIA – DAGESTAN
    • OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – REPUBBLICA DELL’ OSSEZIA DEL SUD / ALANIA
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ABKHAZIA
    • CRIMEA
    • NAXCIVAN
    • AZERBAIJAN
    • AZERBAIJAN – DAGESTAN
    • STAVROPOLSKIJ KRAJ – KABARDINO / BALKARIA – MONTE ELBRUS – MONTE DOMBAI – KARACHEVO / CERKASSIJA
    • CALMICCHIA – OBLAST DI ASTRAKHAN
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ADIGEZIA

     

    Per itinerari dettagliati e tutte le ulteriori informazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Un giorno in frontiera. Respinto

    IMG_1982

    Siamo in Georgia, precisamente in Ajaria ma abbiamo ancora voglia di frontiera dopo l’ esperienza prolungata di qualche giorno fa al confine con l’ Abkhazia. Ed allora decidiamo di dirigerci in Turchia, il tempo di sciacquarci nel lato turco del mar Nero e rientrare. D’ altronde siamo a pochissimi chilometri, sarebbe un peccato non testare anche questa frontiera, appassionati come siamo. La giornata è caldissima e non abbiamo bisogno di molti effetti personali considerato che dobbiamo restare tutto il giorno a mollo in acqua, per questo ci presentiamo in frontiera a Sarpi in abbigliamento da spiaggia. Io forse esagero in eleganza con maglietta bianca da pizzaiolo, costume colorato, occhiali da sole a goccia stile “CHiPs” (il telefilm) e tappine ai piedi. Per i pochi effetti personali al seguito opto per una soluzione geniale: una busta bianca del supermercato sotto casa.
    Giungiamo in frontiera intasata dal riversamento di decine di turisti iraniani che rientrano a casa transitando dalla Turchia. Forse siamo gli unici stranieri, nel senso di non iraniani. Folla che spinge e sole battente creano un mix esplosivo tanto che i poliziotti georgiani fanno fatica a contenere la gente. Tra spintoni e l’ incunearsi negli spazi stretti della calca riusciamo comunque ad inserirci alla dogana. Il nervosismo tra doganieri ed iraniani è tanto. Perdo di vista i miei compagni che comunque passano senza problemi.
    Io, per motivi di “studio di frontiera”, esibisco la carta d’ identità al posto del passaporto. Il poliziotto va in tilt. Mi fa attendere l’ arrivo di un superiore mentre tutti gli altri iraniani mi sfilano davanti. Il superiore sembra capirci qualcosa in quella strana situazione con la carta d’ identità e dà l’ assenso al mio passaggio. Riesco a ricongiungermi ai miei compagni ed affrontiamo il corridoio artificiale di pochi metri che separa la frontiera georgiana a quella turca. La massa spinge. Il nostro gruppetto finisce in due file separate. Quelli finiti di fianco passano senza problemi, noi al di quà no. Per il poliziotto turco, il compagno di viaggio davanti a me, non è quello della foto poiché non ha gli occhiali. Bisogna così fargli capire che oggi porta le lenti a contatto e si convince solo dopo avergli rivolto qualche domanda e solo dopo avergli fatto inforcare gli occhiali così da sembrare quindi uguale alla foto. Ora tocca a me. Da studioso di frontiere evito di dargli il passaporto e gli allungo la carta d’ identità. Non conosce questo documento, mi intima di consegnargli il passaporto. Cedo alle sue insistenze. Ma non sono quello della foto… anche io oggi porto le lenti a contatto. Anche con me trafila sul perché non porto gli occhiali ed obbligo di provino, indossandoli, per convincerlo. Ok, si passa.
    Ma no !
    Sfogliando il passaporto non trova il timbro d’ uscita dalla Georgia. E certo che non lo trova, non c’è. Cerco di spiegargli che è inutile che lo cerca e che nessuna pagina del passaporto si è attaccata, semplicemente il timbro d’ uscita non c’è in quanto ho utilizzato la carta d’ identità, il documento che gli ho consegnato prima e che ancora trattiene. Non capisce, in inglese stentato cerca ancora il timbro. Si innervosisce, si altera, chiama al telefono non so chi ma che comunque non arriva. La fila è bloccata e la gente dietro insiste a sbrigarsi. Il poliziotto continua a cercare il timbro, mi rovina una pagina del passaporto ed ora sono io che mi innervosisco. Chiama a raccolta un doganiere addetto a smistare la fila, non di certo un superiore, il quale ci capisce meno di lui. E’ sempre più nervoso, ora non vuole più il timbro ma mi chiede addirittura la carta d’ immigrazione, la stessa che devono compilare gli iraniani. Gli faccio presente che da cittadino dell’ Unione Europea non ho bisogno di carta d’ immigrazione. “Qui siamo in Turchia, non in Unione Europea ! “, grida ricordandomi dove siamo. Perde ancora tempo, esce dal suo gabbiotto e dall’ alto del suo scranno fa volare il mio passaporto e la carta d’ identità gridando come un forsennato: “Dishari ! Dishari ! “ o qualcosa di simile che in turco significa “vattene!”. Il clamore della folla è grande. La calca si zittisce nell’ intero hangar-dogana, raccolgo i miei documenti da terra e la folla dietro di me si apre come quando Mosè fece dividere il mar Rosso. Transito in senso contrario tra due ali di folla. Io italiano, respinto in frontiera tra tanti iraniani. Il poliziotto ha fatto bene. Paghiamo la Turchia due milioni di euro per non far passare i migranti e loro eseguono il lavoro in maniera eccelsa. Respingono proprio gli europei. Ora però sto tornando indietro, in Georgia, nel corridoi sbagliato, nel senso che va verso la Turchia. Come lo spiego ai doganieri georgiani? Noto al di la di un cancello dei soldati turchi intenti a fare la cosa che più gli piace: fumare. Ci provo, non ho alternative. Cerco di fargli capire che sono stato sbattuto fuori e devo tornare indietro. Ci riesco, mi aprono un altro cancello e mi fanno passare nel senso giusto verso la Georgia, ridacchiandomi e prendendomi un pò per il culo. Ora ho fretta però. I miei compagni di viaggio sono già in territorio turco e non hanno mie notizie. Mi muovo offuscato dalla fretta e mi dirigo verso il passaggio auto e camion. Un vecchio facchino che trasporta un carrello mi segnala l’ errore ed effettuo la deviazione in semicorsa. Un poliziotto mi nota e da lontano mi intima l’ alt con un fucile in mano pronto eventualmente ad esplodere qualche colpo. Mi blocco in tempo. Sono in tappine, con una busta, in costume. Un profugo è vestito meglio. Mi chiede spiegazioni, da dove arrivo ma il facchino testimonia a mio favore. Mi incanalo nell’ uscita giusta. Giungo alla dogana georgiana. Una piacente poliziotta mi controlla il passaporto ed in ottimo inglese mi chiede “Ma come? Sei uscito dalla Georgia pochi minuti fa e già ritorni?“… Mi consiglia comunque di rientrare in Georgia, riuscire con un timbro sul passaporto e cosi poter accedere in Turchia senza problemi .
    Mi metto a correre, i miei compagni mi aspettano senza notizie ma… alt di nuovo… Una doganiera mi chiede di controllare le valigie… “ma quali valigie? Non lo vedi che sono con una busta… ”, le rispondo in italiano ma lei capisce uguale.
    Sono di nuovo a Sarpi nel piazzale antistante la frontiera e mi accingo a riuscire dal territorio georgiano. Ma la fila è diventata clamorosa, orde di iraniani scesi dai bus si accalcano all’ uscita. Ci sarà più di un’ ora di attesa…
    Decido che oramai la mia gita in territorio turco è saltata definitivamente e devo avvisare i miei compagni oltreconfine. Ma come? Il mio telefono non prende la linea. Da profugo, credibile per l’ abbigliamento che indosso, chiedo ad un viandante di farmi usare il suo telefono. Mosso a compassione acconsente e riesco ad avvisare i miei compagni che resterò in Georgia e che ci vedremo poi la sera a casa a Batumi.
    Era una giornata da trascorrere in spiaggia ed è quello che farò, invece che in Turchia qui a Sarpi al confine. E per dispetto trascorrerò la giornata proprio sulla linea di confine. Scendo in spiaggia e mi attesto non molto lontano dal filo spinato che delimita i due stati e sotto l’ attento sguardo dei militari turchi che mi osservano dalla torretta d’ avvistamento. Prendo il sole con vista frontiera e sguazzo nelle acque del mar Nero nuotando fino a pochi metri da una motovedetta georgiana dotata di mitragliatrice ormeggiata a difesa marina della frontiera.
    Una emozione storica.
    Sono a metà tra Georgia e Turchia. Di qua c’è una grande chiesa, dall’ altro lato una grande moschea.
    Il tempo della spiaggia è terminato, il sole spacca. Vado ad osservare i giovani che si tuffano da un’ alta rupe, in uno scenario suggestivo. La giornata però non è ancora terminata e, forte dell’ esperienza in frontiera con l’ Abkhazia di qualche giorno precedente, mi metto a studiare anche questa di frontiera. Ed il modo migliore è quello di trascorrere il resto della giornata mescolato ai tassisti ed ai nullafacenti del posto. In fondo oggi sono un profugo. E se ne accorge anche un barbone che viene a chiedermi qualche spicciolo, al quale rispondo in italiano: “Ma non lo vedi in che condizioni sono? Sono in tappine e con una busta… sono messo peggio di te…

    LUCA PINGITORE

  • Tra Abkhazia e Georgia

    IMG_1746

     

    Un branco di delfini sguazza spensierato nel mar Nero a pochi metri dalla riva costituita esclusivamente da blocchi di cemento frangiflutti nelle adiacenze del porto di Poti. Neanche dieci anni fa Poti ed il suo porto furono teatro di cruente operazioni belliche durante la guerra che vide contrapposta la piccola repubblica dell’ Abkhazia, coadiuvata in suo soccorso dalla Russia, contro la Georgia che non ne accettava, ancora dopo 18 anni, l ‘indipendenza. Dopo quei giorni di guerra, il confine tra i due stati si riattestò sull’ ubicazione originale poche decine di chilometri più a nord e sulla posizione naturale costituita dal fiume Ingur, anzi per la precisione, sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. E proprio in quelle poche centinaia di metri che partono dalla riva nord dell’ Ingur ed arrivano al confine abkhazo, nella località di Anaklia, hanno pensato di organizzare ogni estate uno dei più conosciuti festival di musica elettronica. Un’ area verde ricavata dal nulla, bella, pulita, ordinata su un lungomare moderno al quale si accede tramite un futuristico ponte in legno e plexiglass che sovrasta la foce del fiume. Il GEM Festival nasce sulle ceneri del più famoso Kazantip, festival che ogni estate si teneva nella zona di Evpatoria in Crimea. Quando la Crimea passò alla Russia, il festival, organizzato da ucràini, fu annullato e spostato nella “sorella” Georgia ma non ebbe lo stesso successo. L’ idea però piacque ad alcuni georgiani che si inventarono il GEM. In pochi metri quadrati migliaia di ragazzi ballano e fanno festa con alcuni dei migliori dj di caratura internazionale che vengono a proporre i loro esaltanti dj set in questo angolo sperduto del Caucaso. Si balla per un mese esattamente sotto la barriera di alluminio che si estende per chilometri verso l’ interno della Georgia e segna il confine con l’ Abkhazia. Si fa festa sotto lo sguardo attento dei militari abkhazi che controllano l’ aerea sottostante dalle torrette di avvistamento. Si accendono falò sulla spiaggia pietrosa dove il filo spinato delimita il territorio dei due stati. Un festival organizzato appositamente sul confine. Per sbattere in faccia il divertimento sfrenato, la “modernità”, il sogno tipico di “oltre confine”, che già andava tanto in voga nella Berlino divisa in due, ai giovani della popolazione abkhaza. Oppure in segno di pace, secondo la versione degli organizzatori, che estendono il loro invito con tanto di biglietti gratis ai ragazzi abkhazi ma che puntualmente essi non lo prendono neanche in considerazione. Sono ancora non emarginate le ferite della guerra e degli anni di vessazioni ed embargo che hanno dovuto subire. E che ancora oggi persistono.
    A circa 40 chilometri di distanza da Anaklia, nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’ unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia. Il ponte sul fiume Ingur. Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’ Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’ epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo se hai la documentazione necessaria e vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese. Qui sul confine georgiano l’ atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’ Urss ed alla indipendenza dell’ Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. E sono apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra Abkhazia e Georgia, col piede dell’ opportunismo in due staffe.
    Sostiamo per diverse ore, in giorni differenti, nei circa due chilometri e poco più che separano ufficialmente la Georgia e l’ Abkhazia. Da viaggiatori, nostro malgrado per una serie di imprevisti, diventiamo osservatori della frontiera. La cosiddetta “terra di nessuno” tra le due repubbliche, che terra di nessuno non è in quanto proprio una base militare georgiana è presente seminascosta sottostante l’ imbocco del ponte, proprio nelle adiacenze del check point armato e presenziato da svogliati giovanissimi militari che magari vorrebbero trovarsi altrove, diventa il nostro punto di osservazione. Diventiamo così “esperti” dell’ area in questione e finiamo per aiutare a livello di informazioni sulla frontiera e consigli sull’ Abkhazia, dove siamo già stati in un viaggio precedente , gruppetti di turisti ungheresi e tedeschi (alcuni dei quali anche un pò timorosi di quello che avrebbero trovato al di là della frontiera alludendo ad articoli di disinformazioni letti in patria. Scritti dall’ ufficio e non per esperienza diretta aggiungiamo noi) i quali dubitano sui reali motivi della nostra presenza in un luogo così particolare. Ma noi dobbiamo solo consegnare un pacco. Chi ci crede?
    Forse neanche i poliziotti georgiani che ci interrogano sulla storia della Juventus con tanto di quiz su risultati e giocatori degli anni passati o i colleghi sul lato abkhazo che assistiamo nello smistamento della fila di persone che si accingono a superare il loro controllo. Oramai conosciamo le procedure su entrambi i lati. Ed anche i georgiani ci assoldano gratis come interpreti inglese – russo considerato che alcuni di loro non leggono neanche i caratteri latini dei passaporti o comunque non comprendono la nazionalità degli avventori stranieri che si presentano alla frontiera.
    Assistiamo al passaggio di strani personaggi turchi ed a quello di presunti diplomatici giordani, come al controllo di routine di un team dell’ IOM, l’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, di cui comprendiamo il funzionamento e su cosa si basano i loro report. In pratica monìtorano solo il lato georgiano, ogni tanto fanno visite di routine al check point e se ne rientrano nello loro base dorata.
    Ci imbattiamo, anche qui in frontiera come in altre zone della Georgia, alla banca mobile. In alcune zone rurali non sei tu che vai in banca ma è la banca che viene da te con un furgone-ufficio.
    La gente si accalca ai finestrini- desk, un paio di impiegati ricevono le operazioni dall’ interno su dei tavolini-postazioni con computer e stampante mentre l’ autista dorme seduto sul lato guida e l’ agente di scorta, attrezzato di tutto punto, fa presenza all’ esterno.
    Non ci facciamo mancare niente e durante la spola tra i due lati, su quello abkhazo, ci imbattiamo anche in un assembramento funebre che attende tra gli strazi la salma in arrivo dall’ altra parte.
    La nostra esperienza in frontiera è terminata ma non il nostro giro che dopo le montagne dello Svaneti, dove apprendiamo di un progetto futuro di apertura di un percorso di trekking che attraverserebbe la catena montuosa del Caucaso dal mar Nero al mar Caspio, ci porta nella terza delle repubbliche indipendenti o in questo caso autonoma della Georgia: l’ Ajaria con capitale Batumi.
    Città dove i finanziamenti esteri ed europei, nel senso di Unione Europea, hanno trasformato il lungomare chilometrico in un polo di attrazione e divertimento estivo di tutto rispetto. Batumi, già rinomato posto di villeggiatura balneare ai tempi dell’ Urss, negli ultimi anni ha visto trasformare la sua fascia costiera, quella invasa da turisti stranieri, mentre il resto della città è rimasto sostanzialmente sotto la vecchia tradizione georgiana-sovietica. Solo le vecchie babushki che passano e ripassano vendendo pannocchie di mais calde ed altre leccornie della tradizione sovietica richiamano ad un passato non troppo lontano. Come in piccolo ad Anaklia qui a Batumi ordine, pulizia e verde la fanno da padrone con l’ aggiunta di decine di ristoranti turistici, qualche attrazione per bambini e più fontane danzanti in differenti punti dell’ immenso lungomare. E non possono mancare grattacieli sedi di hotel prestigiosi e residence ultramoderni. Batumi è una città divisa in due, quella centrale un pò trasandata e con la tipica confusione caucasica e quella costiera ad uso e consumo dei turisti, tantissimi finanche quelli iraniani, e finanziata dagli europei dell’ UE.
    Come il resto della Georgia, tanto diversa dal mio primo viaggio un pò di anni orsono. Come segnale sintomatico della globalizzazione non ci sfuggono le numerose sale del Regno dei Testimoni di Geova, finanche nelle campagne sperdute, facsimili esatti di quelle che si trovano in Italia od altrove.
    L’ inglese invece imperversa ovunque nelle scritte, persino polizia è scritto “police”. E sembra quasi di trovarsi non nel centro del Caucaso quando noti varie sedi dell’ agenzia statunitense USAID e dove ovunque sventolano le bandiere dell’ Unione Europea come se la Georgia ne facesse parte. Neanche in Italia o in altri paesi del’ Unione trovi tanti richiami al’ UE, quasi come se fosse un messaggio subliminale da inculcare alla popolazione. Ed alle volte si incappa anche in degli errori clamorosi, come il poster-mappa che saluta coloro che transitano nell’ aeroporto di Kutaisi e che sancisce la fratellanza tra Unione Europea e Georgia, salvo segnalare dentro l’ Unione appunto la repubblica del Caucaso e tenere invece fuori la Croazia che ne è membro ufficiale già da anni.

    LUCA PINGITORE

  • Dalla Crimea al Caucaso. Una serata contro i pregiudizi

    IMG_8661

    Si è svolto a Firenze, lo scorso 4 marzo, il primo evento tematico organizzato nell’ ambito di “ Italia – Caucaso “, uno dei Progetti Operativi dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti ( OTRA ).
    “ Dalla Crimea al Caucaso. Un itinerario tra turismo, relazioni, sviluppo, progetti sociali “ il titolo della serata che è partita dalla Crimea con le sue spiagge, le sue fortezze, le sue antiche rovine incastonate nel mar Nero che la rendono una terra tra le più affascinanti in Europa per fascino, clima e posizione ed è arrivata nel Caucaso, l’ intrigante ed impervia regione ricca di bellezze naturalistiche, di storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome, lambendo le coste del mar Nero e del Mar Caspio e toccando i confini con il Medio Oriente.
    Proprio in apertura della conferenza, il delegato di Otra per Italia – Caucaso, Paolo Poma, ha esposto quello che il Progetto si è prefissato come obiettivo della sua stessa esistenza: incrementare l’ amicizia e le connessioni tra le due aree geografiche, Italia e Caucaso appunto, e nel concreto promuovendo ed organizzando eventi volti ad incoraggiare, favorire, approfondire la cultura dei paesi in questione, divulgandone e rafforzandone la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche ed ambientali, provando altresì a stimolare un processo costruttivo che vada contro ogni pregiudizio avverso la regione e tra i paesi dell’ area stessa.
    Marcello Cella, conduttore sulla webradio RadioRoarr di un programma da lui stesso ideato, “ Balkania “, sostanzialmente un approfondimento e riflessione su tutto ciò che vive, si muove e si sviluppa a livello culturale, sociale e politico nell’ est Europa ma anche in quella parte di est europeo che già vive tra di noi in “occidente” , ha condotto la serata facendo attraversare al pubblico accorso, l’ itinerario proposto dal titolo della conferenza tramite gli interventi dei vari relatori.
    Non prima di un excursus storico effettuato dal professor Francesco Muratore, preparato consulente storico di Otra, sulla presenza degli italiani sulle coste del mar Nero dall’ antichità ad oggi passando per la marcata influenza genovese e la diaspora degli “ Italiani di Crimea “. Italiani di Crimea oggi uniti dentro l’ Associazione  Cerkio  che continua la tradizione delle proprie origini italiane seppur in una terra straniera dove sono comunque nati, dove vivono e dove sono parte attiva dello sviluppo economico e sociale essendo perfettamente integrati nella realtà locale oramai da decenni. Igor Fedorov Ferri, membro dell’ Associazione degli Italiani di Crimea e coordinatore della collaborazione tra Crimea ed Italia ( Crimea – Investment ) ha portato i saluti tramite Francesco Lo Iudice, uno degli ospiti di rilievo dell’ incontro, presidente della Camera di Commercio Maghrebina – Russa, che ha esposto la situazione dal punto di vista delle prospettive di sviluppo per la penisola crimeana stessa e di progetti di investimento, alcuni già in essere, per eventuali imprenditori italiani interessati alla zona. La Camera di Commercio Maghrebina – Russa, grazie anche all’ esperienza del suo presidente, aiuta a sviluppare progetti d’ investimento per le aziende verso i mercati russi in generale, in Crimea e nel Tatarstan in particolare, e quelli del Nord Africa, in Tunisia peculiarmente.
    L’ “itinerario” della serata è stato incanalato dai foto-racconti dei vari viaggi effettuati nelle zone geografiche in questione: Crimea, repubbliche del Caucaso russo, Ossetia del Sud, Abkhazia, Azerbaijan, Georgia, Armenia , da Luca Pingitore, presidente dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti e frequentatore da anni dell’ area, conditi da aneddoti ed esperienze dirette che hanno stimolato i presenti verso la scoperta di nuove mete, come l’ Elbrus la montagna più alta d’ Europa ad esempio, anche tramite la proiezione, ad inizio serata, di video-pillole sulle bellezze naturalistiche elaborate dalle guide escursionistiche Abdullah Bokov per la Cecenia e Georgi Tibilov per l’ Ossetia del Sud, due delle repubbliche meno conosciute ed anche più bistrattate dall’ opinione pubblica.
    La discussione, poi, si è soffermata sul tragico evento conosciuto come la “strage della scuola di Beslan”, avvenuta nel 2004, con l’ intervento dell’ autorevole ospite Ennio Bordato,presidente di Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus  ( AASIB ), associazione con lo scopo di sostenere e rendere possibili le cure di bambini particolarmente bisognosi della Federazione Russa e allo stesso tempo interessare l’opinione pubblica italiana sui problemi dell’infanzia russa.         L’ esposizione ha raccontato la sequenza dei drammatici giorni dell’ evento che ha avuto come conseguenza la morte di più di 300 persone (la maggior parte bambini) ed illustrato il lavoro che AASIB ha svolto e continua a svolgere a Beslan e per Beslan.
    A seguire Flavio De Marchi, il primo italiano ad investire in Abkhazia tramite un progetto che prevede l’ apertura di un ristorante italiano, unico nel piccolo stato a poter esser considerato davvero tale per via degli ingredienti originali utilizzati, dei piatti proposti e della gestione diretta, incastonato nel Centro di Cultura Italiano da egli stesso diretto e che diventerà il punto di riferimento per tutti i numerosi abkhazi amanti dell’ Italia e per gli italiani in transito da quelle parti. Il Centro di Cultura Italiano ed il ristorante “ Cristallo Raffaello “ saranno la Casa Italia in Abkhazia.
    La serata si è conclusa con un video-messaggio da Mosca da parte di Saverio Polizzi, presidente del Centro Studi Sviluppo e Societa’ ed ideatore e conduttore di ItaliaRussiaEuropa24, una veloce disamina della situazione attuale circa progetti di sviluppo con riferimento a ciò che di buono si sta facendo malgrado i tanti ostacoli ed un augurio a fare ancora di più sia sul piano economico ma anche e soprattutto in ambito culturale.
    Uno degli obiettivi principali di “ Italia – Caucaso “ è quello di squarciare i pregiudizi verso le zone oggetto del Progetto e la serata organizzata a Firenze è stata un’ ottima opportunità , per i presenti accorsi, di iniziare a conoscerle da un punto di vista differente.
    Quello di chi le frequenta per passione, lavoro, scelta di vita.

    ITALIA – CAUCASO

    IMG_8592      IMG_8596   IMG_8633   IMG_8646   IMG_8701   IMG_8727   IMG_8747   IMG_8764   IMG_8585   IMG_8697

  • Dalla Crimea al Caucaso 4/3/17 – Firenze

    RIMG0096

    ITALIA – CAUCASO

    organizza

    Dalla Crimea al Caucaso

    Un itinerario tra
    turismo, relazioni, sviluppo, progetti sociali

    Le numerose esperienze di viaggio, culturali, sociali, relazionali di chi frequenta quest’ area geografica ragguaglieranno i presenti su queste zone d’ Europa ancora poco conosciute.

    Un territorio abitato da popolazioni diverse per origini e religioni, segnato anche per questo da numerose guerre ed attacchi terroristici – ancora oggi non del tutto sopiti – che lo rendono oggetto di errati pregiudizi da parte di chi non ci ha mai messo piede e non ha provato l’emozione di innamorarsene.

    Il Caucaso, una intrigante ed impervia regione ricca di bellezze naturalistiche, storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome, lambendo le coste del mar Nero e del Mar Caspio, toccando i confini con il Medio Oriente.

    La Crimea: spiagge, altopiani, vigneti, fortezze, castelli, rovine antiche che rendono la penisola incastonata nel mar Nero una terra tra le più affascinanti in Europa, per bellezza, clima e posizione.

    Con gli ospiti della serata:

    ENNIO BORDATO   presidente di Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus

    FLAVIO DE MARCHI  il primo imprenditore italiano ad investire in Abkhazia

    FRANCESCO LO IUDICE  presidente Camera di Commercio Maghrebina – Russa

    LUCA PINGITORE  Direttore Organizzativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti ( Otra )

    moderati da

    MARCELLO CELLA  ideatore e conduttore di Balkania su RadioRoarr

    – Viaggeremo attraverso l’ intera area con esperienze dirette e supporti visivi;
    – Discuteremo delle relazioni che intercorrono tra i diversi stati e le differenti repubbliche appartenenti alla regione, tra di loro e con paesi terzi;
    – Analizzeremo alcune prospettive di sviluppo già in essere e le imminenti possibilità;
    – Presenteremo progetti di solidarietà per i bambini vittime della tragedia di Beslan e non solo;
    – Ascolteremo interventi e proposte;

    Durante la serata interventi di:

    Abdullah Bokov  ( video exhibition )  guida escursionista in Cecenia

    Giancarlo Carloni   viaggiatore ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Igor Fedorov Ferri  (in collegamento video) dell’ Associazione Italiani di Crimea ( Cerkio) e coordinatore della collaborazione Crimea – Italia ( Crimea – Investment )

    Saverio Polizzi  (in collegamento video)  presidente Centro Studi Sviluppo e Societa’ ed ideatore e conduttore di ItaliaRussiaEuropa24

    Paolo Poma  delegato Italia – Caucaso

    Francesco Muratore  storico ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Gheorghi Tibilov  ( video exhibition ) guida escursionista in Ossezia del Sud

    SABATO 4 MARZO 2017
    ORE 17:30
    VIA FAENZA, 48
    FIRENZE

    Italia – Caucaso è un Progetto Operativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti che ha l’ obiettivo di creare amicizia ed interconnessioni tra le due aree geografiche.
    Italia – Caucaso promuove ed organizza eventi volti a incoraggiare, favorire, approfondire la cultura dei paesi appartenenti all’ intera area geografica del Caucaso divulgando e  rafforzando la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche ed ambientali dei paesi interessati provando a stimolare un processo costruttivo che vada contro ogni pregiudizio avverso la regione e tra i paesi dell’ area stessa.

    https://www.otrapress.com/oldsite/italia-caucaso/

  • Dalla Cecenia all’ Ossezia del Sud passando per Beslan. Caucaso 2015

    20150904_143554
    Ai primi bagliori solari di un nuovo giorno il pullman sul quale viaggiamo viene fermato facendoci ridestare all’ improvviso. Siamo su questo bus da più di 10 ore ma sostanzialmente siamo comodi. O comunque in condizioni migliori rispetto al pullman con i sedili sfondati o staccati ed appoggiati sulla loro sede che utilizzammo esattamente 6 anni fa sempre sulla stessa tratta. Quella volta però non ci spingemmo fin qui. Quella volta ci fermammo giusto 90 chilometri prima, a Nalchik, la capitale della Repubblica della Kabardino – Balkaria, dalla quale poi movemmo su fino a al villaggio di Terskol e quindi sul monte Elbrus.
    Provenivamo dalla Crimea, ai tempi ancora inquadrata nell’ Ukraijna, “passando” per Sochi e recandoci a Volgograd. Il monte Elbrus era “solo” una deviazione di qualche centinaio di chilometri a sud rispetto al nostro tragitto.
    Questa volta invece la nostra meta è il Caucaso vero e proprio, quello più profondo. Una terra di montagne, di tradizioni antiche, di succulente pietanze di carne e ricca di storia. Una storia anche recente, che si sta ancora scrivendo e che continuiamo a vivere in questi anni.
    Una storia fatta di sangue, di guerre, di sferragliare di mezzi militari, di attentati, di pianti, di luoghi adibiti da secoli a campi di battaglia.
    Dalla città di Armavir fino all’ Elbrus e poi di nuovo risalendo a Rostov na Don e poi verso Volgograd mi ricordavo decine di controlli di polizia in missione anti terrorismo. Era il 2009 e la situazione era ancora calda. Solo 1 anno prima c’ era stata anche l’ indipendenza dell’ Ossetia del Sud che aveva comportato una guerra lampo tra Georgia e Russia alla quale assistemmo, durante un altro nostro viaggio, quasi in diretta dalla città di Gori, ad una manciata di chilometri dalla nuova linea del confine georgiano che si andava delineando . I controlli nel 2009 erano numerosi ed alla lunga risultarono anche noiosi per noi stranieri in viaggio in quelle terre.
    Questa volta invece, a distanza di 6 anni, la situazione si presenta, almeno in superficie, meno oppressiva.
    Il nostro pullman si è però arrestato ora proprio per un controllo. Siamo fermi sul fiume Uruk, alla frontiera tra Kabardino – Balkaria ed Ossetia del Nord, due repubbliche comunque appartenenti alla Federazione Russa a tutti gli effetti. Soprattutto qui nel Caucaso però, le frontiere tra le varie repubbliche sono presidiate e controllate a campione. Il rischio e la paura di terroristi in libera uscita è forte.
    Siamo ovviamente gli unici 2 stranieri a bordo ed inevitabilmente i nostri passaporti vengono presi in consegna ed io invitato a seguire il militare. A volte in Russia militari ed impiegati pubblici si immedesimano nel loro ruolo istituzionale ragionando anche in maniera molto rigida e fortemente burocratica. Retaggi di una trentina e passa di anni fa che persiste ancora negli impiegati più attempati. Siano bidelli, poliziotti, bigliettari, capo- vagoni dei treni, impiegati di un qualsiasi ufficio, vestono i loro panni in maniera ufficiale ed a volte meccanica lasciando poco spazio alla logica ed al ragionamento. Quando hai una certa confidenza con questa mentalità, però, lo sai ed assecondi il gioco di dargli importanza con l’ unico cruccio, magari, di restare lì a perdere del tempo.
    Anche in questo caso i doganieri per un presunto stupido cavillo burocratico, inesistente tra l’ altro, fanno perdere 30 minuti circa a noi ed a tutto il bus. Gli spiego varie volte la situazione e solo dopo numerosi tentativi ad un poliziotto viene in mente un’ illuminazione: la stessa spiegazione che gli sto fornendo da svariati minuti.
    Bravo ! Che intuizione !
    Mi sembra di vivere una scena di “Fracchia la belva umana” dove l’ attendente De Simone proponeva la soluzione più immediata senza esser preso in considerazione, salvo pochi minuti dopo la stessa idea venir tirata fuori dal Commissario Auricchio e tutti a giubilarlo.
    “Liberato” dall’ ufficio risalgo sul bus tra l’ ovazione generale dei passeggeri e dell’ autista innervositi per la perdita di tempo ed il sospiro di sollievo del mio compagno di viaggio ansioso per le mie ( e sue) sorti.
    Da fine osservatore d’ esperienza, anche nei momenti più complicati e difficili, i dettagli mi risaltano agli occhi quasi preoccupandomi più di registrare questi che di risolvere la situazione nella quale eventualmente mi trovo.
    Un elemento che noto e’ la quasi totale presenza, in questo punto di frontiera, di militari russi ovviamente ma di etnia tagika, kirghiza, mongola, buriata, in pratica come se militari originari dal profondo oriente russo fossero stati trasferiti in questo angolo impervio d’ Europa. Sarà un caso o un fattore voluto strategicamente per gestire con più freddezza, rispetto alla popolazione locale, questi luoghi?
    Di certo, però, non mancano i superman di etnia più propriamente russa armati ed equipaggiati di tutto punto.

    BESLAN
    Era il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di terroristi assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano ad iniziare l’ anno scolastico durante la celebrazione del primo giorno di scuola. La gente fu ammassata nella palestra tenuta sotto perenne controllo armato da parte dei rapitori che vessavano di continuo i prigionieri costringendoli a restare senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con i propri escrementi. Molti di loro furono passati per le armi durante i 3 giorni di prigionia da parte dei terroristi e di assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da chi, diedero inizio ad un drammatico eccidio. Più di 300 persone delle quali 186 bambini persero la vita.
    Una tragedia che colpì duramente l’ opinione pubblica ed ancora oggi è sempre viva nei ricordi di molti.
    E’proprio per rimembrare questa tristissima pagina di storia e vedere con i nostri occhi tutta la drammaticità di questa tragedia che facciamo coincidere la nostra visita a Beslan il giorno dell ‘ undicesimo anniversario.
    Assoldiamo, fuori dal nostro hotel dove alloggiamo a Vladikavkaz, Ruslan un tassista il quale ci scorazzerà in altre escursioni nei giorni seguenti e con il quale si instaurerà comunque un rapporto di stima e confidenza che esulerà dal mero rapporto lavorativo. Percorriamo i circa 30km che separano la capitale dell’ Ossezia del Nord alla cittadina resa famosa dall’ eccidio. La cosa che ci colpisce del posto è il Silenzio. La poca gente per strada, i bambini, i poliziotti che chiudono il traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti, noi stessi restiamo in quasi totale silenzio.
    Sin dai primi passi che muoviamo a piedi in direzione della scuola avvertiamo un senso di disagio, un quasi avvertire di essere fuori luogo. Non perché qualcuno ci lancia sguardi o ci addita ma solo perché ci sentiamo dei “turisti del dramma”, estranei che, se anche certo con buone intenzioni di vedere con i propri occhi e sentire la tristezza con le proprie emozioni, quasi disturbano questa comunità chiusa da 11 anni nel proprio dolore. Anche il nostro accompagnatore si commuove davanti la scuola, anche lui ha avuto dei conoscenti colpiti dalla tragedia. Ci muoviamo taciturni nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’ eccidio, e mesti pensieri ci assalgono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito sono tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto – ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati o associazioni e istituzioni che sono giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, fanno da cornice alle centinaia di candele poste al centrocampo della palestra sotto una grande croce ortodossa. Mazzi di fiori e corone funebri completano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangono in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione è stringente. Usciamo fuori ma mi sento ancora scosso e ho voglia di rientrare. Per avvertire un ulteriore momento di raccoglimento interiore.
    Siamo sopraffatti dall’ emozione. Ma siamo qui anche per essere occhi ed amplificatori per il nostro piccolo spaccato di mondo in cui viviamo in Italia. Leggere, vedere dei video o delle foto non ti da la giusta dimensione della tragedia; essere qui, calcando questi stessi luoghi ed avvertendo determinate sensazioni, ti fa percepire la strage in una maniera molto più diretta.
    Incamminandoci verso la scuola siamo passati davanti la stazione della polizia locale ed abbiamo verificato con i nostri occhi quello che avevamo letto e quello che ci ripete Ruslan più volte: “come è potuto accadere con una stazione della polizia ubicata giusto dietro l’ angolo dell’ istituto scolastico?
    Ce lo chiediamo anche noi ma potrebbero esserci differenti spiegazioni. Dalla più stupida di schettiniana memoria a quella più dietrologa del “lasciar fare”.
    Lasciamo la palestra dove decine di giovani sostano nei pressi indossando una maglietta nera con stampata la scritta “antiterror”, dove il pope dispensa parole di conforto e dove tanta gente sosta in una sorta di meditazione e ci rechiamo verso il “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’ aeroporto e dove un paio di statue – memoriali sono erette ad imperituro ricordo.
    Girovaghiamo tra le lapidi accompagnate quasi tutte da un tavolino e due panchine in granito che servono ai familiari per sostare giornate intere sulle tombe dei lori bambini e proporre loro delle offerte in viveri. Diamo sguardo a molte incisioni dei nomi e dei volti delle vittime. Ci soffermiamo su un particolare: l’ anno di nascita di moltissime maestre. Il nostro… E non una o due ma tante…
    Rientriamo a Vladikavkaz e con il nostro autista e discutiamo di Beslan e della situazione generale del turbolento Caucaso. Ruslan ci dice che a Beslan a pianificare l’ attacco terroristico non sono state menti cecene, come ne è convinta la maggior parte dell’ opinione pubblica “occidentale”, ma bensì teste provenienti dall’ attigua Repubblica di Inguscezia.

    GROZNY
    L’ ultima discussione su temi geopolitici col nostro autista era terminata con la sua forte affermazione rivelatrice di assoluta certezza che la mano sanguinaria su Beslan non fu cecena ma inguscia.
    E siamo proprio diretti in Cecenia attraverso l’ Inguscezia quando riprendiamo la nostra conversazione.
    Le cosiddette frontiere, come quella dove venimmo fermati tra Kabardino – Balcaria ed Ossezia del Nord uno dei primi giorni del nostro viaggio, sono frequenti in questa zona geografica. Ruslan ci conduce attraverso strade secondarie per evitare il check point con la Repubblica d’ Inguscezia controllato dai militari russi. Meglio affrontare la frontiera dalla strada controllata dagli osseti, a suo dire. E cosi giungiamo ad un grande incrocio dove finalmente ci rendiamo conto delle parole del tassista. Se provieni da destra ti controllano i russi, se arrivi dalla nostra direzione ti controllano gli osseti, se giungi da sinistra sei in mano agli ingusci. Un po complicato se si pensa che siamo a tutti gli effetti in… Russia.
    Come previsto dal nostro amico alla guida, subiamo solo un rallentamento e tiriamo diritto in direzione Nazran la città capitale dell’ Inguscezia fino a pochi anni fa quando abdicò a favore dell’ attigua Magas.
    Lo scenario cambia. Piombiamo all’ istante in Medio Oriente e ce ne accorgiamo subito dalle donne ai margini della strada che sono coperte dal velo. Non ci sono estremismi visti in Giordania ma la differenza visiva con l’ ambiente prefrontaliero si nota. Attraversiamo l’ Inguscezia dove la strada principale che percorriamo e’ tutta costellata di pali elettrici su ognuno dei quali, e sono centinaia, sono alternativamente dipinti i colori bianco-verdi della Repubblica musulmana e quelli panslavi della Federazione Russa. Così per chilometri. Fino al punto d’ ingresso della famigerata Repubblica Cecena.
    La conversazione con il nostro guidatore di fiducia si fa sempre più stretta, oramai Ruslan è con noi da un paio di giorni e la confidenza inizia ad essere sempre più aperta.
    All’ inizio del tragitto, subito fuori Vladikavkaz, durante una delle nostre escursioni nella zona, ci mostra l’ area dove sorgeva una sorta di aeroporto militare off limits sul quale atterravano aerei dai quali venivano scaricati decine di mezzi militari, armamenti e soldati durante la guerra in Cecenia oltre che per il più recente conflitto in Ossezia del Sud e soprattutto durante la guerra tra Ossezia del nord ed Inguscezia.
    Più drammatica di quella cecena, sostiene lui. Forse, pensiamo noi, perché quella cecena seppur da molto vicino l’ ha solo ascoltata, quella osseto – inguscia l’ ha vissuta a casa sua. Dell’ aeroporto militare ora non resta niente altro che uno sterminato campo incolto mentre restano le montagne poco fuori Beslan da dove gl ingusci sparavano e detenevano in mano la situazione nei confronti dell’ Ossezia. Terre di guerra queste, scenari strategici anche durante la II° Guerra Mondiale quando proprio dalle valli a qualche decina di chilometri più a nord i nazisti furono ributtati indietro fino al monte Elbrus e poi fino a Volgograd dalla quale città iniziò poi l’ inesorabile ritirata fino a Berlino. Non ascoltiamo mai parole di ira o di rassegnazione dalla voce di Ruslan ma anzi riesce a farci un quadro della situazione quasi distaccato nonostante fosse stato attore di questi tragici accadimenti. Come quando ci racconta dello scoppio di una bomba ad una fermata del bus di fronte al mercato di Vladikavkaz. Era presente fisicamente in quei momenti disperati che ci racconta quasi come un cronista esterno. Gli ingusci, ancora loro. Come ingusci, incalza, sono gli attentatori che hanno attaccato Mosca più volte. Forse è di parte quando afferma queste cose essendo lui osseto o forse dice la verità come affiora anche da alcune versioni ufficiali.
    Ma stiamo per fare il nostro ingresso nella “temutissima” Cecenia. Un ritratto gigante di Kadirov figlio, l’ attuale Presidente della Repubblica ci da il benvenuto. E lo scenario cambia di nuovo. Da “mediorientale” con traffico, confusione nei villaggi, donne velate si passa ad un paesaggio più “kazako” con vasti campi inabitati attraversati dalla strada che percorriamo. La guerra era anche e soprattutto qui, in questi spazi enormi e quel poco che c’ era ovviamente non c’ è più. C è però una strada lineare, larga, ben asfaltata e veloce. Un altro segnale che ci indica che siamo in Cecenia, la Repubblica dove sono stati investiti milioni di rubli dopo la fine dell’ ultima guerra. Soprattutto per la ricostruzione della sua capitale Grozny. Città in cui, dopo più di 6 anni di attesa, riesco ad approdare. Ed a restare deluso per certi aspetti.
    Grozny, ma ne eravamo già al corrente, è una città completamente ricostruita dopo esser stata rasa al suolo. I fotogrammi, i video che abbiamo in mente circa quegli anni di terrore di guerra e distruzione sembrano svanire ed appartenere ora a film d’ azione. Non esiste più nessuna traccia della Grozny sotto le bombe di cui c’è l’ abitudine pensare. O meglio, della terribile Grozny capitale della pericolosissima Cecenia discarica dei pregiudizi più disparati. La sensazione che avverto sulla città è strana: mi sembra di provare l’ atmosfera di un governo che controlla tutto come a Tashkent ma incorniciato dall’ architettura a volte pacchiana come ad Astana. E come ad Astana convivono 2 anime cittadine, quella ultramoderna e quella più di tradizione russa.
    La pomposa università; i grattacieli sedi di centri finanziari, uffici vari ed hotel di lusso; il centro congressi che ricorda la Casa Bianca; la gigantesca Moschea frequentata a tutte le ore; la Residenza Presidenziale, forse disabitata a quanto ci dicono, immersa in un vasto parco che ricorda per molti aspetti la residenza del Presidente del Kazakhstan ad Astana appunto; l’ intero quartiere elegante preso in possesso da un ministro ed i suoi ciambellani; la sede della televisione dove solo qualche mese fa è scoppiata una bomba ed i danni subito fatti sparire; l’ enorme spiazzo del Memoriale dedicato a Kadirov padre, il genitore dell’ attuale Presidente, considerato dal governo russo il “nuovo Padre della Patria” cecena, assolato all’ inverosimile e che richiama il centro di Tashkent. Anche nella capitale uzbeka il caldo era asfissiante e per le strade non esistevano alberi o zone ombrose. Per evitare adunate sediziose ci sussurrarono. Forse a Grozny hanno utilizzato la stessa tecnica…
    Non si vedono militari per le strade, solo l’ accesso all’ aeroporto è controllato da mezzi militari corazzati, ma si avverte la propaganda politica. Le effigi dei Kadirov padre e figlio, spesso in compagnia di Putin, sono frequenti. Come le intitolazioni pubbliche a partire dallo stadio dedicato a Kadirov padre passando per la via principale della città dedicata a Putin stesso.
    A Grozny anche i vecchi enormi condomini vespai di architettura socialista degli anni di Krusciov, quelli che pur danneggiati gravemente erano rimasti in piedi, sono stati restaurati e rinnovati esteriormente, ricoperti di pannelli colorati che donano una nuova e più fresca espressione.
    Minutka, l’ accesso alla città, punto cruciale della guerra e dove si sono consumate le pagine più drammatiche per i cittadini di Grozny, è ora una moderna rotonda affannata dal traffico automobilistico di ogni giorno. Grozny ci appare, quindi, come una moderna città. Dalle 2 facce però dicevamo. Ed infatti dietro lo sfarzo c’è una popolazione che comunque non gode di tutti questi investimenti. Proviamo ad informarci tramite nostri contatti locali sull’ attuale situazione politica. A loro dire il governo russo non è amato ed il fuoco dell’ opposizione se non quello del separatismo è ancora sotto le ceneri che cova e può riaccendersi in maniera violenta da un momento all’ altro. Chiediamo conferma alla nostra supposizione circa l’ enorme flusso di danaro versato sulla città che noi intendiamo come una sorta di concessione, di patto non scritto: “vi diamo modernità e benessere” (non per tutti comunque, come detto) “e voi non create più conflitti e tensioni separatiste”, ci viene risposto che in realtà lo scintillio imposto alla città è un segnale di forza: “come vi abbiamo raso al suolo, così vi ricostruiamo”. Punto di vista di parte anche questo ovviamente, o forse una mezza verità completata dal nostro teorema.
    Tra i sentimenti di alcuni nostri interpellati ci imbattiamo in una 3° posizione in campo tra quella del governo russo ed i separatisti islamici: una indipendenza della Cecenia in chiave europeista ed “occidentale”. Una posizione di cui non si è mai letto o sentito parlare sui grossi media. E’ vero che la guerra è stata intrapresa in chiave islamica dai combattenti ma non mancano, quindi, gli interessi occidentali che si incuneano tra le crepe. A conferma di ciò anche il sentore di locali scuole “internazionali”. Sullo stile di quella in cui ci imbattemmo in Uzbekistan e dalla quale ricevemmo dei gentili messaggi di avvertimento. Certo, in Russia è vietata la presenza di agenzie, centri studi, organizzazioni di dubbia origine o mantenute con finanziamenti esteri non molto chiari ma niente vieta di aprire dei centri locali d’ ispirazione “occidentale” ufficialmente privati.

    OSSEZIA DEL SUD
    Il nostro viaggio prosegue a zonzo per la spettacolare catena montuosa del Caucaso che separa Russia e Georgia. Ed Ossezia del Sud. Un’ altra delle nostre tappe.
    Gli scorazzamenti in montagna ci regalano emozioni uniche e clamorose che ci portano alla scoperta di corsi d’ acqua, panorami mozzafiato, villaggi rurali, monasteri ortodossi, fonti d’ acqua termali e benefiche, uno dei rarissimi, se non oramai l’ unico, monumento dedicato a Stalin, antiche costruzioni dei primi abitanti della zona.
    E proprio curiosando in alcune di queste strane case in pietra, per molti aspetti simili ai nuraghi della Sardegna e con qualche richiamo ai trulli di Alberobello, che ci imbattiamo in una strana e macabra sorpresa. Diversi scheletri umani, ben conservati e perfettamente visibili, sono adagiati nelle costruzioni più piccole. Essendo terra di guerra e sangue ci balzano in mente sinistre proiezioni mentali. Ma ci sembra strano trovare resti umani in varie di queste casette e, soprattutto, l’ esser scheletro presuppone un data di morte molto più antecedente alle recenti guerre. Proviamo quindi ad informarci e intuiamo di trovarci davanti a niente altro che delle sorte di tombe di campagna. Invece di un cimitero e di una degna sepoltura, alcuni corpi venivano abbandonati all’ interno di queste piccole opere murarie. E lasciate alla mercè del tempo e di qualche animale.
    Ci rechiamo, come accennato, anche verso l’ Ossezia del Sud, lo stato nato nel 2008 dopo essersi reso indipendente dalla Georgia, stato alla quale era stato associato dopo il disciogliersi dell’ Unione Sovietica.
    Eravamo a Gori nel 2008 quando i movimenti militari arrivarono a lambire la periferia della città natale di Stalin. La curiosità di visitare l’ Ossezia del Sud quindi l’ avevamo dentro da allora. Finalmente, come per Beslan e Grozny, è arrivato anche il suo momento. San Giorgio in sella al suo cavallo nell’ atto di uccidere il drago con la sua lancia ci dà la sua benedizione, sospeso tra cielo e terra nella forma di una enorme ed imperiosa statua, che si staglia a picco da una parete di roccia.
    Dopo chilometri di paesaggio da farci girare la testa nelle varie direzioni, giungiamo alla frontiera russa. Ci apprestiamo ad uscire dalla Federazione e comunque da un’ uscita insolita per degli stranieri. Tanto più che poi dall’ Ossezia del Sud si può riuscire esclusivamente ripassando da questo varco doganale con la Russia stessa.
    Come altre volte alla frontiera con Kaliningrad, come quella volta, un po di anni fa, alla frontiera polacco – ucràina che fui scambiato, in seguito in uscita dal paese, per clandestino, come quell’ altra volta tra le isolate montagne dell’ Altaj kazako, come varie altre volte anche fuori dall’ area ex Urss, quando uno straniero si presenta a valichi frontalieri per niente comuni e fuori dalle tipiche tratte del turismo cosiddetto, anche questa il controllo dei passaporti risulta lungo e complesso.
    Oramai abbiamo una certa abitudine e lasciamo scorrere il tempo.
    Questa volta, però, ci scappa in più un vero e proprio interrogatorio. Lasciamogli il dubbio del sospetto. Che dissipiamo senza problema alcuno.
    Ci inoltriamo per la strada ed i tornanti dell’ Ossezia del Sud. Lo scenario si fa ancora più bello e siamo accompagnati da una luce solare che rende ancora più raggiante il verde dei prati di montagna che fanno da cornice al nostro procedere. Fino al check- point controllato dall’ esercito osseto del sud.
    Per alcuni metri la strada diventa sterrata ed una sorta di passaggio a livello interrompe il nostro cammino.
    I giovanissimi militari controllano i nostri documenti di viaggio. Siamo portatori di una vincolante irregolarità amministrativa che sapevamo mancasse ma che non ci ha impedito di provare comunque la sorte.
    Niente da fare. Siamo oramai a pochi chilometri da Tskhinval, la capitale del giovane stato, ma il nostro sogno di visitare il paese si infrange qui. Con estrema gentilezza i militari ci impongono il dietro-front, purtroppo non possono derogare ad i loro obblighi. Anche un’ altra signora, ci indicano, con il nostro stesso problema è stata respinta ed attende con pazienza un familiare che la riporterà indietro.
    Il tempo di dare un ulteriore sguardo e fissare per sempre questi momenti nella scatola nera della memoria. La foto inesistente più bella di tutto l’ intero viaggio. Immersi in mezzo ad una enorme vallata verde tra le altissime montagne del Caucaso, fermi in mezzo ad uno sterrato check point di una frontiera poco conosciuta e con garbati militari armati di tutto punto che ne controllano il passaggio. Vorrei restare qui ancora a lungo a gustarmi questa scena. Come quella volta che ci fermammo per più di un’ ora, come dei divertiti bambini, a guardare una piccola zattera in legno trasportare avanti e dietro, da una sponda all’ altra, uomini e mezzi nei pressi di Butrint, ultimo lembo di Albania prima della Grecia.
    Salutiamo l’ Ossezia del sud e ritorniamo indietro. Il nostro viaggio proseguirà ancora per giorni, toccando altre interessanti mete e prevedendo un emozionante ritorno, per me, sul monte Elbrus.
    Schernendo da parte nostra i commenti, frutti di ignoranza e pregiudizi, che hanno preceduto ed accompagnato il nostro viaggio ed i motivi dello stesso. Molta gente non arriva a comprendere che siamo spinti dalla sola passione di viaggiare, scoprire posti nuovi e combattere i pregiudizi stessi sentenziati nei confronti delle mete da noi battute.

    * L’ itinerario completo del viaggio:
    Krasnodar
    Vladikavkaz
    Beslan
    Fiagdon
    Grozny
    Ossetia del Sud
    monte Elbrus
    Pyatigorsk

    LUCA PINGITORE

     

  • Georgia: il conflitto del 2008 dagli inviati di OTRA

    DSCF3657

    Il 7 agosto 2008 esplode un conflitto interno alla Georgia alimentato dalle tensione di due regioni che vorrebbero dichiararsi indipendenti: l’Ossezia del sud e l’Abkhazia. La Russia scende in campo con la sue forze militari in difesa delle due regioni indipendentiste contro la Georgia che ne osteggia la separazione. Le ostilità militari cessano ufficialmente il 16 agosto dello stesso mese. Lo stato di guerra perdura, però, fino all’8 settembre. Il 29 agosto 2008, Jena Plissken ed il geometra Calboni in compagnia di Gc23 fanno tappa, durante il loro tuor del Caucaso , proprio in Georgia . Il 31 agosto sono a Gori, la città natale di Stalin ed ultima avanguardia del conflitto in territorio georgiano. Ecco quello che osservano della situazione in atto.
    Gori 31/8/2008.
    Si è letto tantissimo sulla guerra in Ossezia del Sud e sulle ripercussioni del conflitto in Georgia notizie allarmanti,precise, secche a prima vista ma ad uno sguardo più attento frammentarie, lacunose,devianti, come spesso accade c’è stata una manipolazione delle notizie e delle immagini a scopo propagandistico dall’una e dall’altra parte.
    Non è la prima volta che i morti veri o presunti tali servono a giustificare una causa, un intervento,una mossa politica. Tutti i dubbi,tutte le paure,tutte le incertezze che si erano incuneate in noi nell’imminenza del viaggio,tutte le immagini,tutte le notizie viste e lette su questa guerra durata circa dieci giorni si sono diradati come nebbia,non appena abbiamo messo piede sul marciapiede della stazione ferroviariadi T’bilisi.
    I venti di guerra,ancora parzialmente in corso,stando alle cronache,non li sentiamo soffiare;segnali di preoccupazione ed agitazione tra la popolazione non ne avvertiamo;straordinari dispiegamenti di forze militari e di polizia non se ne scorgono;neanche stuoli di troupe televisive e di giornalisti in genere,come sarebbe normale vista la situazione,si fanno notare.
    In Kosovo,dove,ufficialmente,la guerra è terminata da tempo,sembrava di essere al fronte;qui,invece,dove il conflitto dovrebbe essere reale,sembra che la guerra non sia mai esistita. Ma,allora,la televisione ci ha preso in giro? La guerra è una pura invenzione giornalistica?
    Come avremo modo di vedere e di ascoltare da testimonianze dirette,la guerra c’è ma quello che si è visto e detto in “occidente” è molto diverso dalla realtà. Ci ritorna in mente un nostro vecchio adagio:”bisogna vederli i posti prima di giudicare”.
    E per “fortuna”,siamo capitati in Georgia proprio durante questi sconvolgimenti,altrimenti non avremmo mai saputo della reale portata di questo conflitto quasi esclusivamente politico.
    E come ci sembrano preparati ad arte le numerose bandiere georgiane sparse in città,un paio di cartelloni ed alcuni adesivi con la scritta “stop Russia” ed il volantino,stranamente già stampato con solerte celerità e diffuso con immagini drammatiche,per sensibilizzare ad aiutare gli orfani di guerra causata dalla Russia. Torniamo alle bugie che è facile smascherare solo ovviamente per chi è stato a Gori di recente e ha visto la città con i propri occhi. Il presidente georgiano parla ed afferma alla Cnn che due aerei russi hanno bombardato il mercato di Gori e lui l’ ha visto con i propri occhi.
    Altre notizie danno anche lo stadio della città distrutto, altre ancora addirittura l’ intera città,compresa la casa di Stalin.
    Questo è quello che viene riportato dalla maggior parte dei media occidentali.
    Il 31 Agosto, Gori si presenta in maniera ben diversa da quello che ci si aspettava. Arriviamo in minibus alla stazione degli autobus,ubicata sotto il castello ed in piena zona mercato ma della guerra non scorgiamo alcun segno.Niente lascia pensare a bombardamenti e devastazioni,solo la solita animazione e confusione dei mercati dell’est Europa.
    Casualmente facciamo un salto allo stadio e addirittura il custode si scomoda per aprircelo e farci fare qualche fotografia.Altro che raso al suolo, il manto erboso è addirittura in perfette condizioni.
    La casa natale ed il museo di Stalin che sembravano esser andati persi per sempre sono anch’essi ancora lì,al proprio posto.Un poliziotto,di guardia alla struttura,ci viene a salutare e ad informarsi sulla nostra provenienza.Ci saluta in maniera amichevole. Cosa è successo allora a Gori ? La città sembra una delle tante sonnolente città di provincia, nella piazza del municipio con la statua di Stalin e nelle vie circostanti notiamo alcuni vetri rotti e segni di sparatorie su alcuni edifici e negozi.
    Nei giorni caldi milizie paramilitari hanno causato questi danni nonché si sono rese responsabili di furti e saccheggi, lo stesso hanno fatto forze sbandate dei vari schieramenti in campo. In mezzo a piazza Stalin si notano due buche sull’asfalto lasciato dai colpi dell’artiglieria e segni di probabili bombe a frammentazione. Filmati comparati ci faranno capire che quello è il punto in cui è stato ucciso il cameramen di una tv olandese colpito in macchina da una granata.A parte ciò,di per sé già grave comunque,in città non notiamo niente altro che ci faccia pensare che sia in corso una guerra.
    Se non fossimo stati a conoscenza di questa situazione,prima della nostra partenza dall’Italia,non avremmo forse mai compreso la situazione calda in cui versa questa area del Caucaso.Solo una certa animazione,è palpabile all’interno e nelle immediate adiacenze del municipio della città. Sulla piazza,dove campeggia imperiosa l’unica statua di Stalin al mondo ancora in piedi,sono parcheggiati numerosi mezzi della Croce rossa italiana arrivati il 29 agosto poco prima della nostra visita in città.Hanno allestito cucine da campo e una tendopoli per l’ accoglienza dei profughi dell’Ossezia e dei senza casa.
    Neanche nell’unico pub cittadino,in cui ci rechiamo per pranzare,il titolare ed i camerieri lasciano tradire una benché minima aria di guerra.Solo tre giornalisti,seduti al tavolo di fianco al nostro,ci riportano alla drammatica realtà.Dal castello situato in posizione panoramica si ha una visone a 360 gradi della città e,fortunatamente,della Gori completamente distrutta stile Sarajevo, Mostar o Vukovar non c’è traccia.
    Guardando bene le foto ingrandite però e trasferendosi,quindi, nella zona periferica a ridosso delle colline dove era situata il centro delle comunicazioni georgiane,nonché l’ artiglieria che martellava l’ Ossezia,appaiono ad una vista attenta alcuni palazzi anneriti colpiti dai bombardamenti russi.
    La stima di vittime civili a Gori si può attestare tra le 10/20 persone, una giornalista di una televisione di T’bilisi ci conferma che ha visto alcuni cadaveri con i propri occhi. In realtà,l’esercito russo si è limitato ad occupare un’importante base militare georgiana nei dintorni di Gori e gli unici scontri sono derivati dal passaggio dei convogli in città. Altre manipolazioni,difficilmente frutto di errori sono nei filmati e nelle foto di morti e devastazioni a Tskhinvali, queste sono state mischiate ad hoc e attribuite a Gori e ad altre località della Georgia, le notizie sono state filtrate o comunque gonfiate dall’ una e dall’ altra parte, in quest’ ottica si spera che i 2000 morti osseti sbandierati dalla Russia possano essere in realtà molti di meno.
    Le trasmissioni in lingua russa in Georgia sono state stoppate e i siti web russi sono stati vietati dal governo e resi inaccessibili ( ci è capitato per caso di scoprirlo personalmente ), la verità deve essere solo quella governativa. Come ci confessa la giovane giornalista di Rustavi tv,una delle principali emittenti di T’bilisi,questa guerra non appartiene ai georgiani.Il suo popolo si sente molto vicino ai russi ed alle loro tradizioni,i georgiani parlano meglio il russo che l’inglese ed i due popoli hanno vissuto per decenni fianco a fianco. Alla fine come sempre accade ci hanno rimesso gli abitanti che vivono in quelle zone calde, ancora una volta ha perso la verità, intanto gli affari occidentali e russi continuano sulle loro spalle.

    LUCA PINGITORE & LUCA TOCCO

  • Tbilisi – Mtskheta

    DSCF3551

    T’bilisi fu fondata su una sorgente di acqua sulfurea e il nome della città stessa significa in georgiano acqua calda, i bagni della città impressionarono anche il poeta Alexander Pushkin e lo scrittore Dumas quando visitò la città nel 1858. La zona dei bagni turchi vicina al fiume Mtkvari,rimane una delle più affascinanti della città. L’area dei bagni turchi ancora funzionanti e in parte in ristrutturazione,reca splendidi esempi di art nouveau che,ad inizio 900,hanno caratterizzato l’evoluzione artistica della città.
    Il bagno principale somiglia più ad una moschea ed è riccamente decorato in stile turco ovviamente,dove prevale il colore blu. T’bilisi somiglia alle città dell’Unione Sovietica di inizio anni’ 90. Una via sfavillante di edifici prestigiosi e bei negozi,per lo più deserti ,nella via Rustaveli,il cuore della città,mentre il resto è lasciato a se stesso. Strade non asfaltate e polverose;mendicanti che chiedono l’elemosina ai passanti;case con vistosi problemi strutturali;carcasse di antiche auto lasciate a svernare;bambini che giocano seminudi per strada;bancarelle improvvisate ad ogni angolo;panni stesi;buche;pietre disseminate per terra;piccoli negozietti di generi alimentari;vecchie venditrici di articoli pseudo religiosi;erbacce;marciapiedi dismessi. T’bilisi è così,è questa la sua caratteristica:la contraddizione che si vive a distanza di cento metri.
    Della T’bilisi sovietica restano gli edifici governativi in piazza Repubblica,in passato piazza Lenin,rinominata dopo l’ indipendenza del 1991.
    La statua del poeta Rustaveli ha sostituito quella del padre del socialismo.Anche la metropolitana ha chiaramente un aspetto sovietico sono sparite le falci e martello e non ha la grandeur e teatralità delle principali stazione sovietiche ma lo stile è quello. Il centro di T’bilisi è un enorme mercato all’aperto:calze;formaggi preparati in casa;pane;frutta,vestiti;giocattoli per bambini;arachidi di tutti i tipi sono solo alcuni dei prodotti messi in vendita da vecchie callarone e dai contadini provenienti dalla campagna circostante.I mercati principali,in realtà,si trovano presso le principali stazioni,quella degli autobus di Didube e quella ferroviaria.Sono i mercati in cui si trova di tutto,da ogni genere alimentare fino ad animali vivi, pesce,vegetali e frutta direttamente dalla campagna trasportati nel bagaglio delle vecchie auto;bancarelle improvvisante su vecchie cassette di legno;abbigliamento;ogni sorta di chincaglieria;attrezzi e oggetti per la casa;giocattoli.Veri centri commerciali d’ altri tempi in un mondo ancora non contaminato da quella parola ormai inflazionata che è globalizzazione. T’bilisi,capitale della Georgia supera i 1200000abitanti.Fu fondata nel V secolo dal re Vakhtang Gorgasali , detto “testa di lupo” per via dell’elmetto,ed una grossa statua di Gorgasali,appunto,si può ammirare accanto alla chiesa di Metekhi, sul lungofiume sotto la fortezza.La leggenda vuole che Gorgasali fondò la città nel luogo dove il suo falco si posò cioè nei pressi della sorgente di acqua calda che da il nome alla città. T’bilisi,in georgiano,significa appunto città della sorgente calda. T’bilisi è sconosciuta e marginale nelle rotte del turismo europeo eppure è una città da scoprire che riserva mille sorprese e conserva l’eleganza tipicamente europea della via Rustaveli, il salotto buono della città e di mille altri angoli che ricordano i tempi passati, ma chi si aspetta una città profondamente intaccata dall’urbanistica realista sovietica resterà deluso.Rimossi dopo l’ indipendenza i simboli e le icone,restano alcuni palazzi del passato potere che in fondo si armonizzano con la città e non ne modificano l’ atmosfera. Il continuo mercato all’aperto;le strade dismesse;i vicoli che ti proiettano in aperta campagna;le case di legno con i caratteristici balconi-veranda;i panni stesi ad asciugare;anziani che sostano agli angoli in attesa di qualche buon samaritano;le vecchie auto in sosta tutto rimanda ad una volgarità che nell’Europa della Comunità Europea non esiste più. Qualcosa si trova ancora nel nostro sud Italia ma oramai quasi dovunque questi valori sono andati persi man mano che l’Europa si è allargata. T’bilisi è la città dalle numerosissime chiese sparse nella città vecchia e sulle colline, chiese in maggioranza ortodosse , che dimostrano le radici profondamente cristiane del paese.Dopo aver ammirato i rituali ortodossi dei baci alle icone e le mille fiammelle delle candele di cera, si può salire alla grossa e recente chiesa di Sameba, la più grande costruzione religiosa dell’intero Caucaso nonchè la chiesa ortodossa più grande al mondo,che domina il panorama della città. La grande esplanada della cattedrale è architettonicamente imponente e vasta ma si nota la differenza con le altre chiese:questa è moderna in tutto e per tutto visto che la sua costruzione è terminata giusto 4 anni fa. San Giorgio è il patrono di T’bilisi .La Statua dorata di San Giorgio che uccide il dragone domina la piazza principale della città, piazza dell’Indipendenza,e sostituendo l’ ormai sorpassata dalla storia,statua di Lenin,dimostra i saldi legami della Georgia con la cristianità .La stessa bandiera georgiana bianca con una croce rossa deriva dallo stemma di San Giorgio, mentre le altre più piccole vennero aggiunte più tardi e riportano l’epoca medievale e crociata e simboleggerebbero le ferite di Cristo. T’bilisi e la Georgia sono famosi anche per l’ ottimo cibo ed il gustoso vino e la parte gastronomica della visita georgiana resterà tra gli aspetti positivi del viaggio,sia per la qualità del cibo sia che per l’ economicità.Anche la nightlife di T’bilisi può lasciare soddisfatti ,esistono,infatti,due zone principali di pub ristoranti e locali ubicate uno nella zona di Piazza Rustaveli,mentre l’altra è adagiata sul fiume Mtkvari. L’area in questione consta di alcune stradine pedonali,inserite in una serie di costruzioni completamente rinnovate,disseminate di locali come bar,ristoranti e piano bar.L’aria è elegante e promettente. Kartlis Deda,la grande statua della Madre Georgia sorveglia la città dall’alto.La Madre Georgia domina la collina della città ed è raggiungibile a piedi,dopo la visita di una antica chiesa fortificata,tramite una lunga passeggiata in salita.La statua reca una coppa di vino in una mano e una spada nell’altra e simboleggia l’ indomito spirito georgiano ospitale ed amichevole con lo straniero e l’ amico ma forte e risoluto con chi ne minaccia la libertà e la sopravvivenza. Da questa posizione si riesce ad osservare bene la città,quasi adagiata in una sorta di canyon scavato dal corso del fiume e spettacolari sono le costruzioni a picco sulle pareti del fiume Mtkvari. L’ alfabeto georgiano è uno degli scogli più grossi di un viaggio in Georgia,costituito da 33 lettere, sebbene presenti influenze greche,è un alfabeto antichissimo e attraverso ulteriori modifiche nel corso del tempo prese la forma attuale intorno al decimo secolo.

    Mtskheta, a circa 30 km da T’bilisi,immersa in splendidi panorami bucolici e situata alla confluenza dei fiumi Aragvi e Mtkvari,era la capitale dell’antico regno medievale georgiano,ancor oggi capitale spirituale della Georgia,essendo sede della chiesa ortodossa e apostolica georgiana.
    La zona di Mtskheta contiene due monasteri protetti dall’Unesco e resti di insediamenti a partire dal secondo secolo d.c. Il monastero di Jvari , la cattedrale di Svetitskhoveli del XI secolo usata per incoronare i re georgiani,la chiesa monastero di Samtavro e quella di Shio-Mgvime meritano una giornata di visita immersi in un atmosfera bucolica davvero suggestiva. La cattedrale di Svetitskhoveli,ricostruita varie volte nel corso del tempo,contiene la tomba di Santa Sidonia,nel sepolcro della quale,si dice sia contenuta la tunica di Gesù portata a Mshkheta dal fratello sacerdote ebreo.Anche i resti del castello di Armaztsikhe possono essere visitati nella zona per essere proiettati in quello che è stato il medioevo in Georgia.La zona è raggiungibile in minibus per pochi lari ma visto che la zona è ampia e le cose da vedere sono molte è consigliabile contrattare con un tassista una visita completa andata e ritorno da T’bilisi visto che i prezzi sono ampiamente abbordabili.

    LUCA PINGITORE & LUCA TOCCO