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  • Nagorno-Karabakh: cosa sta davvero accadendo?

    Breve disamina sulla situazione in essere.

    Tra l’agosto ed il dicembre del 1991 si consumò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    Uno ad uno tutti i Paesi facenti parte dell’Unione come anche varie regioni autonome inglobate all’interno di alcuni di essi, dichiararono la loro indipendenza dall’Urss. Il processo di dissoluzione era, in realtà, già iniziato un anno prima quando i Paesi Baltici seguiti poi da Georgia, Abkhazia e Transnistria, proclamarono la propria fuoriuscita dall’Unione Socialista Sovietica.
    Il 2 settembre del 1991 toccò all’Oblast (Regione) Autonoma del Nagorno-Karabakh promulgare la propria indipendenza.
    Il Nagorno-Karabakh è una regione geografica del Caucaso del sud comprendente grosso modo gli antichi territori dell’Artsakh, storico regno di etnia armena e di tradizione cristiana, tanto che secondo la tradizione proprio in quell’area si diffuse per primo il cristianesimo e nacque l’alfabeto armeno.
    Dopo varie vicissitudini storiche e politiche il Nagorno-Karabakh venne incorporato, in seguito all’avallo di Stalin, nella giurisdizione della Repubblica di Azerbaijan con lo status di “Regione Autonoma”, nonostante la maggioranza della popolazione fosse appunto di etnia armena e di religione cristiana.
    E così, in seguito alla proclamazione di fuoriuscita dall’Urss da parte dell’Azerbaijan, a sua volta anche il Nagorno-Karabakh nel settembre 1991 dichiarò la propria indipendenza da quest’ultima.
    Fu quello l’evento scatenante di una drammatica guerra lunga tecnicamente due anni ma durata in realtà più a lungo ed iniziata molto prima, già nel 1987, con tragici episodi di violenza interetnici tra azeri ed armeni, alcuni dei quali assurti a livello di genocidio e martirio.
    Da entrambe le parti infatti vengono ricordati tragici eventi quali il “Gennaio Nero” del 1990 quando l’Armata Rossa sovietica fu costretta ad intervenire per le strade della capitale azera, Baku. A quei giorni è stato poi dedicato un imponente memoriale collocato su una collina che domina la città e consacrata la giornata del 20 gennaio come “Giornata dei Martiri”.
    Ma gli azeri ricordano anche il “Massacro di Kojali” del febbraio del 1992 mentre gli armeni non dimenticano l’“Operazione Anello”. In entrambi i casi centinaia furono le vittime.
    Nel 1994, in seguito agli accordi di Bishkek, lo stop della guerra vide la perdita da parte azera di un’area più vasta rispetto a quella “contesa” e fu sancita la nascita della de facto Repubblica del Nagorno-Karabakh. Da allora la situazione è sempre rimasta tesa, tanto che non sono mai mancati i momenti di attrito sul campo e la propaganda azera non ha mai smesso di promettere la “ripresa” dei territori persi.
    I rapporti diplomatici tra Armenia ed Azerbaijan, di conseguenza, non sono mai stati in essere e la cosa si è riflessa anche sui semplici viaggiatori tramite la “guerra dei timbri”.
    Per entrare in Armenia avere il visto azero sul passaporto non presenta grossi problemi [ questo almeno fino alla nuova evoluzione del conflitto di questi giorni del 2023. N.D.R.] a meno che non si incappi in frontiera in uno zelante doganiere. Mostrare un timbro armeno significa invece avere gravi conseguenze al confine azero tali da comportare anche la non ammissione nel paese ubicato sulle sponde del mar Caspio. L’unico punto di ingresso nel Nagorno-Karabakh è attraverso l’Armenia, per questo se risulta palese aver messo piede anche nella Repubblica de facto, significa finire nella black list come “persona indesiderata” in Azerbaijan. Nel tempo ne hanno fatto le spese sia semplici viaggiatori sia archeologi sia anche giornalisti recatisi in Nagorno-Karabakh per lavoro. Sapere di esser stato in Armenia può al limite essere accettato seppur con difficoltà [almeno fino a settembre 2023. n.d.r.] ma esser stato nel Nagorno-Karabakh non è ammissibile da parte delle autorità azere.
    Questo per ritorsione, ovviamente, ma soprattutto perché in base alle leggi azere il territorio in questione, seppur de facto indipendente, ha comunque sempre fatto parte integrante della Repubblica di Azerbaijan. Il controllo da parte azero sui viaggi effettuati in Nagorno-Karabakh è capillare e sovente le ambasciate di Baku sparse nel mondo, se ne hanno notizia in anteprima, intervengono preventivamente “sconsigliando” di partire adducendo presunti problemi di sicurezza o si attivano successivamente con “richiami” o inserimenti nella già citata black list. E non mancano anche i monitoraggi di stampa e televisioni estere colpevoli di aver utilizzato termini o riportato fatti non “consoni”.
    Circa l’Armenia, invece, l’astio nei confronti del vicino caspico è da sempre alimentata anche dalla forte vicinanza politica e non solo dell’Azerbaijan alla Turchia la quale, ai tempi dell’Impero Ottomano, incamerò i territori dell’Armenia storica. I luoghi sacri del monte Ararat dove la leggenda narra si fermò Noè con la sua Arca in seguito al Diluvio Universale. Il “Genocidio degli Armeni” è una drammatica ferita da sempre paragonato all’Olocausto degli Ebrei e a Erevan ricordato con un imponente memoriale.
    Anche tra Turchia ed Armenia non esistono ovviamente rapporti diplomatici e le frontiere sono chiuse. Anche in questo caso la “guerra dei timbri sul passaporto” è attiva.
    La Repubblica del Nagorno-Karabakh, divenuta ufficialmente Repubblica di Artsakh solo nel 2017, seppur del tutto autonoma avendo frontiere, un proprio governo, proprie istituzioni, proprie leggi, una propria bandiera, è possibile definirla, per una più facile comprensione di chi legge, una exclave etnica armena in territorio azero. Dalla guerra degli anni ’90 la situazione territoriale è rimasta molto indefinita. La striscia di territorio che infatti avrebbe dovuto separare l’Armenia dall’Artsakh, la regione di Kalbajar e Lachin sulla carta appartenente all’Azerbaijan, in realtà è rimasta sotto il controllo dell’Armenia sin dal 1994. Lo stesso dicasi per la zona di Agdam, ad est dell’Artsakh de facto.
    Agdam è la città di origine della squadra di calcio del Qarabag, militante nel campionato azero ma che in seguito alle vicissitudini belliche dei primi anni ’90, ha spostato la sua ubicazione a Baku. Negli ultimi anni, quasi a voler dare un segnale di forza e rivincita, il Qarabag è uscito dall’oblio ed è diventata una squadra di livello europeo altalenando partecipazioni alla Champions League ed all’Europa League.
    E proprio da Agdam, spostandosi verso l’interno dell’Azerbaijan, una vasta porzione di territorio è, sempre dalla metà degli anni ’90, rimasto militarizzato e reso sostanzialmente inaccessibile ai visitatori stranieri. Questo, in via ufficiale, a difesa di eventuali azioni da parte avversa ma molto più verosimilmente è servito anche per prepararsi alla grande controffensiva. Controffensiva della quale si svolse una sorta di prova generale nel 2016 quando gli azeri provarono una prima volta a sfondare le linee nemiche cercando di invadere il territorio dell’Artsakh.
    Già allora la Turchia, come detto da sempre in rapporti stretti con l’Azerbaijan ed acerrima nemica dell’Armenia, si schierò a supporto degli azeri.
    La fratellanza tra turchi ed azeri si palesa in vari modi. Uno dei tanti esempi sono le celebrazioni del “centenario della vittoria ottomana sugli armeni” dove, a Baku, è un trionfo di bandiere azere e turche. Chi scrive ricorda in particolar modo l’edizione del 2018. Battaglioni di entrambi gli eserciti sfilarono congiuntamente durante la parata militare sotto gli applausi scroscianti dell’ospite d’onore, il presidente turco Erdogan e di molti appartenenti ai “Lupi Grigi” confusi tra il pubblico ai lati sulle strade. I “Lupi Grigi”, il gruppo ultranazionalista turco di cui, sembra, fu esponente Ali Agca dalla pubblica opinione italiana conosciuto come il presunto attentatore del Papa Giovanni Paolo II.
    L’esercito azero, poche settimane prima dell’inizio della guerra del 2020, condusse esercitazioni congiunte con quello turco in previsione dell’inizio delle manovre ufficiali avviate qualche giorno dopo. Il 27 settembre 2020 ricominciò infatti una nuova guerra, drammatica come d’altronde lo sono tutte, ma in questo caso con gli armeni costretti alla sconfitta. Sotto il quasi totale silenzio della comunità internazionale che a parte qualche parola spesa non pensò di intervenire. Fu la Russia a mediare l’“accordo di pace” il 10 novembre. Un accordo doloroso per gli armeni dell’Artsakh che persero sostanzialmente tutti i territori controllati fino ad allora. La regione di Kalbajar e Lachin, la zona di Zangilan e la piccola Repubblica di Artsakh vera e propria vennero territorialmente ridimensionati. Simbolo della sconfitta assurse la perdita della cittadina di Shusha, località della tradizione per entrambi i popoli, divisa per etnia e significativa alla stregua di quello che rappresentò Mostar ai tempi della Jugoslavia e della guerra che la smembrò.
    La Turchia negli ultimi tempi ha favorito il numeroso trasferimento in Azerbaijan di combattenti irregolari. Turchi, filoturchi, esponenti dei soliti “Lupi Grigi”, miliziani della “divisione Hamza” e di altre organizzazioni internazionali operanti in Siria, dove oramai il loro compito militare è quasi esaurito, con lo scopo di dare manforte all’esercito azero. Questo nella guerra del 2020 come nelle recenti operazioni del settembre 2023. E’ assodato il passaggio continuo di uomini, mezzi e rifornimenti tra la regione siriana di Idlib dove sono rimasti asserragliati i miliziani dell’Isis e la provincia turca di Hatay. Alcuni di questi combattenti sono naturalmente finiti a combattere anche in Ucraina nell’ultimo anno e mezzo.
    Negli ultimi anni l’Azerbaijan si è anche dotata di moderno materiale bellico proveniente proprio dalla Turchia, come dei droni di ultima generazione che hanno fatto volgere le recenti operazioni militari a suo favore. Altri sofisticati armamenti, invece, giungono regolarmente da Israele, altro attore dell’area nonostante sia geograficamente più defilato ma in buoni rapporti con l’Azerbaijan. Lo dimostra anche la solidarietà espressa dal governo azero in seguito alla nuova recrudescenza della guerra tra arabi ed israeliani in corso in questi giorni. Le cosiddette “Flame Towers”, oramai simbolo della Baku moderna, sono state repentinamente illuminate con i colori della bandiera israeliana.
    I peacekeeper russi installatisi dal 2020 nel “corridio di Lachin”, la stretta via d’accesso all’Artsakh provenendo dall’Armenia, hanno controllato per questi ultimi tre anni l’accesso alla piccola Repubblica cercando di mantenerlo libero e senza problemi di sorta. Gli episodi di guerriglia non sono però mancati.
    Difficile è rimasta la situazione anche a sud dove il governo azero ha previsto un collegamento stradale diretto tra la regione di Zangilan e la propria exclave di Nakhichevan lembo di terra racchiuso tra Armenia, Turchia ed Iran e collegato finora con l’Azerbaijan solo tramite via aerea.
    Il distretto di Zangilan dal 2020 è finito in una nebulosa situazione di controllo territoriale, con il progetto azero di unione al Nakhchivan in essere. In seguito alla guerra lampo dello scorso settembre 2023 Kovsakan, nome armeno della regione caratterizzata dai monti Zangezur, è tornato completamente sotto controllo azero. L’idea è quella di costituire un collegamento diretto e sicuro tra Azerbaijan e Turchia tramite la regione suddetta ed i pochissimi chilometri di contatto tra le frontiere turche ed azere al nord del Nakhichevan.
    Una zona quindi particolarmente strategica che ha messo in stato di allerta anche il confinante Iran.
    Religiosamente vicino all’Azerbaijan per via dello sciismo e con una percentuale di popolazione di etnia mista azero-iranica ma in tensione con esso per la sua citata vicinanza ad Israele ed alla Turchia. Con lo schieramento di una parte del suo esercito sulla frontiera l’Iran vuole prevenire un eventuale sconfinamento nel suo territorio ed un attacco a Jolfa, la cittadina ubicata proprio sul confine col Nakhichevan segnato dal corso del fiume Aras.
    Ai tempi dell’Urss si viaggiava tra i vari stati caucasici senza problemi.
    Anche attraverso la ferrovia Transcaucasica che era una importante via di comunicazione e sviluppo e collegava Baku ed il mar Caspio con Poti ed il mar Nero in Georgia diramandosi anche verso l’Armenia e poi, tramite un tracciato abbandonato per via dei problemi già esposti, verso la Turchia. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la conseguente guerra la tratta armena è entrata in disuso ma pochi anni fa da Poti la ferrovia ha ripreso a funzionare fino a Kars in Turchia, stazione di congiunzione della tratta che arrivava dall’Armenia. La stessa Armenia risulta così aggirata. Da Kars poi si può arrivare, sempre in treno, ad Istanbul e quindi in Europa.
    Lo scorso 19 settembre 2023 inizia una nuova escalation militare. Un’operazione decisa e fulminea che consente già la sera del 20 all’Azerbaijan di mantenere la promessa fatta al suo popolo sin dalla fine delle prime ostilità degli anni ’90: riconquistare l’Artsakh e gli altri territori persi.
    L’Armenia, come d’altronde già fatto nel 2020 non interviene. La Russia controlla ma lascia fare. La comunità internazionale cosiddetta “occidentale” ha come priorità unica ed esclusiva le sorti della guerra in Ucraina. La Repubblica di Artasakh / Nagorno-Karabakh cessa così di esistere. Ufficialmente lo sarà dal 1 gennaio 2024.
    Mentre a Baku ed in tutto l’Azerbaijan si è festeggiato in strada per la ripresa dei territori e la “vittoria contro gli acerrimi nemici armeni”, a Erevan gli armeni hanno protestato contro il proprio governo colpevole di aver abbandonato al loro destino i loro fratelli armeni di Artasakh e “perso la guerra in maniera disastrosa” chiedendo così le dimissioni delle istituzioni in carica.
    Nei territori dell’Artsakh la gente invece ha abbandonato e quando ha potuto bruciato le proprie abitazioni per non lasciarle in “eredita’ “ agli azeri in procinto di insediarsi al loro posto. In migliaia in questi giorni si stanno dirigendo a piedi o con mezzi di fortuna in Armenia dove proveranno a ricostruirsi una vita. Magari anche all’estero.
    La situazione resta comunque tesa ed in evoluzione nell’area del mar Caspio.
    Il mar Caspio, il lago salato più grande al mondo, è un immenso pozzo petrolifero. I primi giacimenti di petrolio furono trovati e trivellati nei primi anni del 1800 sull’isola di Pirallahi / Artyom, di poco distante dalla punta della penisola di Absheron e collegata ad essa da un ponte utilizzato dalla popolazione locale per dilettarsi nella pesca. Sull’isolotto puoi ancora aggirarti tra le vecchie trivelle di epoca sovietica.
    Nella parte sud della penisola di Absheron sorge Baku.
    Passeggiando sul moderno lungomare è possibile avvertire l’odore del petrolio che giunge dal mar Caspio ed in lontananza scorgere navi petroliere che fanno la spola con le dirimpettaie Turkmenistan e Kazakhstan o con le confinanti Russia e comunque in alcuni casi anche Iran. Al largo sorgono numerose piattaforme petrolifere addette all’estrazione tra le quali Neft Daslari, la città costruita in mezzo al mare dove furono girate alcune scene di un film della saga di James Bond.
    Ed è proprio da qui, dai dintorni di Baku, che parte il progetto dello SCP. Il gasdotto del Caucaso del sud dall’Azerbaijan attraversa la Georgia ed arriva fino in Turchia per poi collegarsi al progetto del TAP. Il gasdotto che dalla Turchia stessa transita poi per Grecia, Albania, Italia e si aggancia quindi all’Europa. Il progetto dei gasdotti ovviamente taglia fuori l’Armenia.
    Il petrolio è l’olio che unge gran parte dei meccanismi del mondo.

    Articolo di Luca Pingitore per ComeDonChisciotte.org del 12/10/23

     

  • Nagorno – Karabakh: uno sguardo sul conflitto in atto

    Tra l’agosto ed il dicembre del 1991 si consumò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    Uno ad uno tutti i Paesi facenti parte dell’Unione ma anche le regioni autonome inglobate all’interno di alcuni di questi Paesi, dichiararono la loro indipendenza dall’Urss. Il processo di dissoluzione era, in realtà, già iniziato un anno prima quando i Paesi Baltici ma in seguito anche la Georgia, l’Abkhazia e la Transnistria proclamarono la propria fuoriuscita. Il 2 settembre del 1991 toccò all’Oblast (Regione) Autonoma del Nagorno-Karabakh rendersi indipendente.
    Il Nagorno-Karabakh è una regione geografica del Caucaso del sud comprendente grosso modo gli antichi territori dell’Artsakh, storico regno di etnia armena e di tradizione cristiana, tanto che secondo la tradizione proprio in quell’area si diffuse per primo il cristianesimo e nacque l’alfabeto armeno.
    Dopo varie vicissitudini storiche e politiche il Nagorno-Karabakh venne inglobato da Stalin nella giurisdizione della Repubblica di Azerbaijan, nonostante la maggioranza della popolazione fosse di etnia armena e di religione cristiana, attribuendole comunque uno status di “Regione Autonoma”.
    E cosi in seguito alla proclamazione di fuoriuscita dall’Urss da parte dell’Azerbaijan che lo inglobava, si giunge alla dichiarazione di indipendenza del Nagorno-Karabakh del settembre 1991
    Fu l’evento scatenante di una drammatica guerra che durò tecnicamente due anni ma che in realtà iniziò molto prima, già nel 1987, con tragici episodi di violenza interetnici tra armeni ed azeri, alcuni dei quali assurti a livello di genocidio e martirio da parte di questi ultimi.
    Ricordiamo il “Gennaio Nero” del 1990 quando l’Armata Rossa fu costretta ad intervenire per le strade della capitale azera, Baku, ed al quale evento è stato poi dedicato un imponente memoriale e consacrata la giornata del 20 gennaio come “Giornata dei Martiri”. Oppure il “Massacro di Kojali” del febbraio del 1992 ricordato ogni anno in maniera ufficiale sempre dagli azeri. O ancora l’“Operazione Anello” che vide come vittime gli armeni.
    Nel 1994 alla fine della guerra tra Nagorno-Karabakh, Azerbaijan ed Armenia, sancita dagli accordi di Bishkek, la situazione vede nascere de facto la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Ma la situazione è sempre rimasta tesa, tanto che non sono mai mancati i momenti di attrito sul campo e la propaganda azera non ha mai smesso di promettere la “ripresa” dei territori persi. I rapporti diplomatici tra Armenia ed Azerbaijan non sono mai stati in essere e la cosa si è riflessa anche sui semplici viaggiatori: avere il visto azero sul passaporto non presenta grossi problemi a meno che non incappi in frontiera in uno zelante doganiere attivista ma avere un timbro armeno significa invece avere gravi conseguenze al confine azero o addirittura la non ammissione nel paese caspico.
    Soprattutto se è palese che hai messo piede nella Repubblica del Nagorno-Karabakh. Addirittura si finisce nella black list come “persona indesiderata” in Azerbaijan. Ne hanno fatto le spese sia semplici viaggiatori ma anche archeologi o giornalisti recatisi in Nagorno-Karabakh per lavoro. Sapere di esser stato in Armenia può essere accettato, seppur con difficoltà, ma aver attraversato il “corridoio di Lachin” per accedere al Nagorno-Karabakh non è ammissibile.
    Questo per ritorsione, ovviamente, ma soprattutto perché in base alle leggi azere il territorio in questione, seppur de facto indipendente, fa comunque sempre parte integrante della Repubblica di Azerbaijan. Il controllo azero sui viaggi in Nagorno-Karabakh è capillare e sovente le ambasciate azere sparse nel mondo, se ne hanno notizia in anteprima, intervengono in maniera preventiva facendo “consigliare” di non partire per presunti problemi di sicurezza oppure successivamente con “richiami” o inserimento nella già citata black list. E non mancano anche i controlli di stampa e televisioni straniere colpevoli di aver utilizzato termini o riportato fatti non “consoni”.
    Circa l’Armenia, invece, l’astio tra la popolazione nei confronti degli azeri è al massimo livello anche perché c’è da sempre una forte vicinanza dell’Azerbaijan alla Turchia la quale strappò i territori dell’Armenia storica, i luoghi sacri del monte Ararat dove la leggenda narra si fermò Noè con la sua Arca in seguito al Diluvio Universale. Il “Genocidio degli Armeni” è una drammatica ferita da sempre paragonato all’Olocausto degli Ebrei e a Erevan ricordato con un imponente memoriale.
    In seguito alla guerra la situazione territoriale è rimasta molto indefinita. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, divenuta ufficialmente Repubblica di Artsakh nel 2017, seppur del tutto autonoma avendo un proprio governo, proprie istituzioni, proprie leggi, una propria bandiera, frontiere, è possibile definirla, per una più facile comprensione di chi legge, una exclave etnica armena in territorio azero. La striscia di territorio che separa l’Armenia dall’Artsakh, la regione di Kalbajar e Lachin, sulla carta appartenente all’Azerbaijan, in realtà è rimasta sotto il controllo dell’Armenia. Lo stesso dicasi per la zona di Agdam, ad est dell’Artsakh de facto.
    Agdam è la città dove fu fondata la squadra di calcio del Qarabag, militante nel campionato azero, ma che in seguito all’arrivo degli armeni ha spostato la sua ubicazione a Baku. Negli ultimi anni, quasi a voler dare un segnale di forza e rivincita, il Qarabag è uscito dall’oblio ed è diventata una squadra di livello europeo altalenando partecipazioni alla Champions League ed all’Europa League.
    E proprio da Agdam verso l’interno dell’Azerbaijan una vasta porzione di territorio è dalla metà degli anni ‘90 militarizzato e reso sostanzialmente inaccessibile ai visitatori stranieri. Questo, secondo i proclami, per difendere eventuali azioni di invasione da parte armena ma molto più verosimilmente per prepararsi alla grande controffensiva azera della quale sono stati fatte delle prove generali nel 2016 quando gli azeri provarono a sfondare le linee armene cercando di invadere il territorio dell’Artsakh. Già allora la Turchia, come detto da sempre in rapporti stretti con l’Azerbaijan ed acerrima nemica dell’Armenia si schierò a supporto degli azeri. Anche tra Turchia ed Armenia non esistono ovviamente rapporti diplomatici e le frontiere sono chiuse. Ed anche in questo caso la “guerra dei timbri sul passaporto” è attiva.
    La fratellanza tra turchi ed azeri si palesa in vari modi. Uno dei tanti esempi sono le celebrazioni del “centenario della vittoria ottomana sugli armeni”, dove in particolar modo nell’edizione del 2018, a Baku fu un trionfo di bandiere azere e turche. Battaglioni di entrambi gli eserciti sfilarono congiuntamente durante la parata militare sotto gli applausi scroscianti dell’ospite d’onore, il presidente turco Erdogan e di molti appartenenti ai “Lupi Grigi” confusi tra il pubblico ai lati sulle strade. I “Lupi Grigi”, il gruppo ultranazionalista turco di cui, sembra, fu esponente Ali Agca l’attentatore di Giovanni Paolo II.
    E la Turchia ha dato un importante aiuto al presidente azero Alyev a mantenere la promessa che già suo padre, presidente ai tempi della guerra degli anni ‘90, aveva fatto al suo popolo: conquistare l’Artsakh.
    Il 27 settembre 2020 inizia la guerra, drammatica anche questa volta ma come lo sono d’altronde tutte le guerre, e questa volta gli armeni sono costretti alla sconfitta.
    In questi ultimi anni l’Azerbaijan si è dotata di moderno materiale bellico acquistato proprio dalla Turchia, come dei droni di ultima generazione che hanno fatto volgere le recenti operazioni militari a suo favore. Si vocifera che altri armamenti, invece, siano stati acquistati in Israele.
    E sempre la Turchia ha favorito il trasferimento in Azerbaijan di combattenti turchi, filoturchi, esponenti dei soliti “Lupi Grigi”, della “divisione Hamza” e di altre organizzazioni internazionali operanti in Siria, dove oramai il loro compito militare è quasi esaurito, con lo scopo di dare manforte all’esercito azero. Il quale esercito, poche settimane prima dell’inizio della nuova guerra di questo 2020, ha condotto esercitazioni congiunte con quello turco in previsione dell’inizio delle manovre ufficiali di qualche giorno dopo.
    La comunità internazionale non interviene, se non a parole, ed alla fine è la Russia a mediare l’ “accordo di pace” il 10 novembre. Mentre a Baku ed in tutto l’Azerbaijan la gente festeggia in strada per la vittoria contro gli acerrimi nemici armeni, a Erevan gli armeni protestano contro il proprio governo colpevole di aver perso la guerra in maniera disastrosa chiedendone le dimissioni. Nei territori dell’Artsakh la gente invece brucia le proprie abitazioni per non lasciarle in “eredita’ “ agli azeri che si insedieranno al loro posto nei territori in questione. In alcune zone la gente, invece di bruciarle le case, le smonta (quello che si può smontare come il tetto ed altro) e se le porta in Armenia, al di qua del confine, dove proverà a ricostruirsi una vita. Un accordo di “pace”doloroso per gli armeni che perdono sostanzialmente tutti i territori controllati fino ad ora, la regione di Kalbajar e Lachin, la zona di Zangilan a sud confinante con l’Iran e soprattutto la già piccola Repubblica di Artsakh viene territorialmente ridimensionata. Risulta pesante anche la perdita della cittadina di Shusha, località della tradizione per entrambi i popoli, divisa per etnia e significativa alla stregua di quello che rappresentò Mostar ai tempi della Jugoslavia e della guerra che la smembrò.
    I peacekeeper russi si installano nel “corridio di Lachin”, la stretta via d’accesso all’Artsakh venendo dall’Armenia. Controlleranno per almeno 5 anni che l’accesso all’Artsakh sia libero e senza problemi di sorta. Ma la Turchia pretende di far parte dell’accordo, vuole riconosciuto un ruolo nel processo di “pacificazione”, a differenza di quello circa una sua partecipazione diretta ed indiretta nella guerra. Per questo, insieme ai russi, anche personale turco sarà impiegato nel “centro di controllo di mantenimento della pace” in fase di costituzione, sembra, a Stepanakert, la piccola capitale dell’Artsakh.
    Gli accordi prevedono anche un collegamento stradale, diretto e con garanzia di nessun eventuale problematica a minarne la percorribilità, tra la regione di Zangilan, rientrata appunto sotto il controllo azero, e l’ exclave, sempre azera, di Nachicevan, lembo di terra racchiuso tra Armenia, Turchia ed Iran e collegato con l’Azerbaijan solo tramite via aerea.
    Ai tempi dell’Urss si viaggiava tra i vari stati senza problemi.
    Anche attraverso la ferrovia Transcaucasica che era una importante via di comunicazione e sviluppo e collegava Baku ed il mar Caspio con Poti ed il mar Nero in Georgia diramandosi anche verso l’Armenia e poi, tramite un tracciato abbandonato per via dei problemi già esposti, verso la Turchia. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la conseguente guerra la tratta armena è entrata in disuso ma pochi anni fa da Poti la ferrovia ha ripreso a funzionare fino a Kars in Turchia, stazione di congiunzione della tratta che arrivava dall’Armenia e quindi cosi aggirandola. Da Kars poi si può arrivare, sempre in treno, ad Istanbul e quindi in Europa.
    Il mar Caspio, il lago salato più grande al mondo, è un immenso pozzo petrolifero. I primi giacimenti di petrolio furono trovati e trivellati nei primi anni del 1800 sull’isola di Pirallahi / Artyom, staccata dalla punta della penisola di Absheron, la stessa dove più a sud sorge Baku e collegata da un ponte alla terraferma dove puoi ancora aggirarti tra le vecchie trivelle di epoca sovietica.
    Sul moderno lungomare di Baku, è possibile, avvertire l’odore del petrolio che giunge dal mar Caspio ed in lontananza scorgere navi petroliere che fanno la spola con le dirimpettaie Turkmenistan e Kazakhstan oppure con le confinanti Russia ed Iran. Al largo sorgono numerose piattaforme petrolifere addette all’estrazione tra le quali Neft Daslari, la città costruita in mezzo al mare dove furono girate anche alcune scene di un film della saga di James Bond.
    Ed è proprio da qui, dai dintorni di Baku che parte il progetto dello SCP, il gasdotto del Caucaso del sud, che dall’Azerbaijan attraversa poi la Georgia ed arriva in Turchia per poi collegarsi al progetto del TAP, il gasdotto che dalla Turchia transita per Grecia, Albania, Italia e si aggancia quindi all’Europa.
    Il progetto dei gasdotti ovviamente taglia fuori l’Armenia.

    LUCA PINGITORE

    Articolo apparso su ilquotidianoditalia.it del 27/11/20

  • A Piacenza per parlare di Caucaso

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    Piacenza “terra di passo“, scriveva Leonardo Da Vinci nel Codice Atlantico ed è proprio nel, capoluogo dell’omonima provincia dell’Emilia-Romagna, che si è svolto primo raduno generale annuale del 2020 dell’Associazione Viaggiatori Indipendenti OTRA, per parlare di Caucaso. “Viaggiare nel Caucaso” è stato, infatti, il tema dell’incontro pubblico svoltosi sabato 11 gennaio proprio a Piacenza, nel corso del quale alcuni viaggiatori hanno descritto e raccontato la regione caucasica e le loro varie esperienze nell’’area. Il pubblico partecipante, interagendo con i relatori e con gli altri viaggiatori presenti in sala, è stato trasportato con descrizioni alla vecchia maniera su mappe cartaceesupporti video fotografici, esposizioni orali su località meno conosciute di Georgia, Azerbaijan ed Armenia ma anche su vaste zone delle quali poco si parla come l’intera area Caucaso del Nord. Ossezia del NordInguscezia, Cecenia, Dagestan tutte repubbliche facenti parte della Federazione Russa ma anche stati de facto e mete ambite da viaggiatori interessati all’area quali Abkhazia, Ossezia del Sud, Artsakh / Nagorno Karabakh,sono stati portati alla conoscenza dei presenti. L’Associazione OTRA, tramite il suo progetto operativo Italia-Caucaso, ha esperienza e conoscenza diretta della regione caucasica oramai da anni ed alcuni dei suoi viaggiatori sono stati tra i primi a frequentare in maniera anche assidua l’ancor semisconosciuto Caucaso del Nord e a diffonderne in Italia la sua atmosfera unica. Atmosfera che d’altronde impernia tutta la regione racchiusa tra il Mar Nero ed il mar Caspio. L’incontro, aperto al pubblico, non è stato quindi solo una esposizione di racconti di viaggio ma soprattutto l’ occasione per descrivere, spiegare e raccontare anche dettagli esclusivi dell’ area geografica in questione. A condurre il viaggio virtuale nel Caucaso sono stati Claudio Oberti, Valentina Galleano, Claudio Serafini e Luca Pingitore, Soci Esperti i primi tre e Presidente di OTRA il quarto, supportati da altri loro “colleghi” viaggiatori comunque presenti in sala. Come detto l’ evento, durato l’intero week end, era incluso nel raduno nazionale dei Viaggiatori Indipendenti che ha portato a Piacenza più di cinquanta persone, italiane e straniere, da varie parti d’Italia. I raduni nazionali di OTRAassociazione attiva di fatto da circa 15 anni, vengono organizzati in vari periodi dell’ anno ed in differenti zone d’ Italia con lo spirito di ritrovarsi ed aggregare nuovi appassionati viaggiatori. Il raduno svoltosi a Piacenza ha visto lanciare i nuovi progetti dell’associazione, anche tramite i suoi Progetti Operativi, come l’organizzazione di incontri pubblici sul Caucaso e su altre zone geografiche in varie località d’ Italia in una sorta di tour, come d’ altronde, già avviene per i propri raduni generali.

    * = Articolo pubblica da Eurasianews il 14/01/2020

  • Itinerari di viaggio Italia-Caucaso

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    Italia – Caucaso parte di frequente per vari itinerari nel Caucaso.
    Gli itinerari elencati  in questa pagina non sono comunque vincolanti ma, di volta in volta,  adattati alle esigenze di tempo e di interessi dei partecipanti e dei progetti che Italia – Caucaso persegue nell’intera area.
    Ogni itinerario è di conseguenza modificabile ed adeguabile nei limiti del possibile e tenendo sempre conto dell’ esperienza degli organizzatori.
    E’ possibile, su richiesta, organizzare altri itinerari nell’ area caucasica al momento non presenti nella lista essendo questa giusto una selezione delle decine di variabile possibili nell’ intero puzzle del Caucaso.
    I viaggi sono aperti a tutti gli associati OTRA.
    Italia-Caucaso annovera collaborazioni esclusive con rappresentanti locali a vario livello.
    Italia-Caucaso fornisce anche consulenza, assistenza ed accompagnamento in loco ad operatori che abbiano la necessità di interessarsi all’ area.

    Questi gli itinerari di Italia – Caucaso:

    ITINERARI:

    • MONTE ELBRUS – OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – CECENIA – INGUSCEZIA – DAGESTAN
    • OSSEZIA DEL NORD / ALANIA – REPUBBLICA DELL’ OSSEZIA DEL SUD / ALANIA
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ABKHAZIA
    • CRIMEA
    • NAXCIVAN
    • AZERBAIJAN
    • AZERBAIJAN – DAGESTAN
    • STAVROPOLSKIJ KRAJ – KABARDINO / BALKARIA – MONTE ELBRUS – MONTE DOMBAI – KARACHEVO / CERKASSIJA
    • CALMICCHIA – OBLAST DI ASTRAKHAN
    • KRASNODARSKIJ KRAIJ – ADIGEZIA

     

    Per itinerari dettagliati e tutte le ulteriori informazioni:
    otra@viaggiatorindipendenti.it

  • Dalla Crimea al Caucaso. Una serata contro i pregiudizi

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    Si è svolto a Firenze, lo scorso 4 marzo, il primo evento tematico organizzato nell’ ambito di “ Italia – Caucaso “, uno dei Progetti Operativi dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti ( OTRA ).
    “ Dalla Crimea al Caucaso. Un itinerario tra turismo, relazioni, sviluppo, progetti sociali “ il titolo della serata che è partita dalla Crimea con le sue spiagge, le sue fortezze, le sue antiche rovine incastonate nel mar Nero che la rendono una terra tra le più affascinanti in Europa per fascino, clima e posizione ed è arrivata nel Caucaso, l’ intrigante ed impervia regione ricca di bellezze naturalistiche, di storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome, lambendo le coste del mar Nero e del Mar Caspio e toccando i confini con il Medio Oriente.
    Proprio in apertura della conferenza, il delegato di Otra per Italia – Caucaso, Paolo Poma, ha esposto quello che il Progetto si è prefissato come obiettivo della sua stessa esistenza: incrementare l’ amicizia e le connessioni tra le due aree geografiche, Italia e Caucaso appunto, e nel concreto promuovendo ed organizzando eventi volti ad incoraggiare, favorire, approfondire la cultura dei paesi in questione, divulgandone e rafforzandone la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche ed ambientali, provando altresì a stimolare un processo costruttivo che vada contro ogni pregiudizio avverso la regione e tra i paesi dell’ area stessa.
    Marcello Cella, conduttore sulla webradio RadioRoarr di un programma da lui stesso ideato, “ Balkania “, sostanzialmente un approfondimento e riflessione su tutto ciò che vive, si muove e si sviluppa a livello culturale, sociale e politico nell’ est Europa ma anche in quella parte di est europeo che già vive tra di noi in “occidente” , ha condotto la serata facendo attraversare al pubblico accorso, l’ itinerario proposto dal titolo della conferenza tramite gli interventi dei vari relatori.
    Non prima di un excursus storico effettuato dal professor Francesco Muratore, preparato consulente storico di Otra, sulla presenza degli italiani sulle coste del mar Nero dall’ antichità ad oggi passando per la marcata influenza genovese e la diaspora degli “ Italiani di Crimea “. Italiani di Crimea oggi uniti dentro l’ Associazione  Cerkio  che continua la tradizione delle proprie origini italiane seppur in una terra straniera dove sono comunque nati, dove vivono e dove sono parte attiva dello sviluppo economico e sociale essendo perfettamente integrati nella realtà locale oramai da decenni. Igor Fedorov Ferri, membro dell’ Associazione degli Italiani di Crimea e coordinatore della collaborazione tra Crimea ed Italia ( Crimea – Investment ) ha portato i saluti tramite Francesco Lo Iudice, uno degli ospiti di rilievo dell’ incontro, presidente della Camera di Commercio Maghrebina – Russa, che ha esposto la situazione dal punto di vista delle prospettive di sviluppo per la penisola crimeana stessa e di progetti di investimento, alcuni già in essere, per eventuali imprenditori italiani interessati alla zona. La Camera di Commercio Maghrebina – Russa, grazie anche all’ esperienza del suo presidente, aiuta a sviluppare progetti d’ investimento per le aziende verso i mercati russi in generale, in Crimea e nel Tatarstan in particolare, e quelli del Nord Africa, in Tunisia peculiarmente.
    L’ “itinerario” della serata è stato incanalato dai foto-racconti dei vari viaggi effettuati nelle zone geografiche in questione: Crimea, repubbliche del Caucaso russo, Ossetia del Sud, Abkhazia, Azerbaijan, Georgia, Armenia , da Luca Pingitore, presidente dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti e frequentatore da anni dell’ area, conditi da aneddoti ed esperienze dirette che hanno stimolato i presenti verso la scoperta di nuove mete, come l’ Elbrus la montagna più alta d’ Europa ad esempio, anche tramite la proiezione, ad inizio serata, di video-pillole sulle bellezze naturalistiche elaborate dalle guide escursionistiche Abdullah Bokov per la Cecenia e Georgi Tibilov per l’ Ossetia del Sud, due delle repubbliche meno conosciute ed anche più bistrattate dall’ opinione pubblica.
    La discussione, poi, si è soffermata sul tragico evento conosciuto come la “strage della scuola di Beslan”, avvenuta nel 2004, con l’ intervento dell’ autorevole ospite Ennio Bordato,presidente di Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus  ( AASIB ), associazione con lo scopo di sostenere e rendere possibili le cure di bambini particolarmente bisognosi della Federazione Russa e allo stesso tempo interessare l’opinione pubblica italiana sui problemi dell’infanzia russa.         L’ esposizione ha raccontato la sequenza dei drammatici giorni dell’ evento che ha avuto come conseguenza la morte di più di 300 persone (la maggior parte bambini) ed illustrato il lavoro che AASIB ha svolto e continua a svolgere a Beslan e per Beslan.
    A seguire Flavio De Marchi, il primo italiano ad investire in Abkhazia tramite un progetto che prevede l’ apertura di un ristorante italiano, unico nel piccolo stato a poter esser considerato davvero tale per via degli ingredienti originali utilizzati, dei piatti proposti e della gestione diretta, incastonato nel Centro di Cultura Italiano da egli stesso diretto e che diventerà il punto di riferimento per tutti i numerosi abkhazi amanti dell’ Italia e per gli italiani in transito da quelle parti. Il Centro di Cultura Italiano ed il ristorante “ Cristallo Raffaello “ saranno la Casa Italia in Abkhazia.
    La serata si è conclusa con un video-messaggio da Mosca da parte di Saverio Polizzi, presidente del Centro Studi Sviluppo e Societa’ ed ideatore e conduttore di ItaliaRussiaEuropa24, una veloce disamina della situazione attuale circa progetti di sviluppo con riferimento a ciò che di buono si sta facendo malgrado i tanti ostacoli ed un augurio a fare ancora di più sia sul piano economico ma anche e soprattutto in ambito culturale.
    Uno degli obiettivi principali di “ Italia – Caucaso “ è quello di squarciare i pregiudizi verso le zone oggetto del Progetto e la serata organizzata a Firenze è stata un’ ottima opportunità , per i presenti accorsi, di iniziare a conoscerle da un punto di vista differente.
    Quello di chi le frequenta per passione, lavoro, scelta di vita.

    ITALIA – CAUCASO

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  • Dalla Crimea al Caucaso 4/3/17 – Firenze

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    ITALIA – CAUCASO

    organizza

    Dalla Crimea al Caucaso

    Un itinerario tra
    turismo, relazioni, sviluppo, progetti sociali

    Le numerose esperienze di viaggio, culturali, sociali, relazionali di chi frequenta quest’ area geografica ragguaglieranno i presenti su queste zone d’ Europa ancora poco conosciute.

    Un territorio abitato da popolazioni diverse per origini e religioni, segnato anche per questo da numerose guerre ed attacchi terroristici – ancora oggi non del tutto sopiti – che lo rendono oggetto di errati pregiudizi da parte di chi non ci ha mai messo piede e non ha provato l’emozione di innamorarsene.

    Il Caucaso, una intrigante ed impervia regione ricca di bellezze naturalistiche, storia, cultura, tradizioni che imperniano le altissime montagne dalle quali la zona prende il nome, lambendo le coste del mar Nero e del Mar Caspio, toccando i confini con il Medio Oriente.

    La Crimea: spiagge, altopiani, vigneti, fortezze, castelli, rovine antiche che rendono la penisola incastonata nel mar Nero una terra tra le più affascinanti in Europa, per bellezza, clima e posizione.

    Con gli ospiti della serata:

    ENNIO BORDATO   presidente di Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus

    FLAVIO DE MARCHI  il primo imprenditore italiano ad investire in Abkhazia

    FRANCESCO LO IUDICE  presidente Camera di Commercio Maghrebina – Russa

    LUCA PINGITORE  Direttore Organizzativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti ( Otra )

    moderati da

    MARCELLO CELLA  ideatore e conduttore di Balkania su RadioRoarr

    – Viaggeremo attraverso l’ intera area con esperienze dirette e supporti visivi;
    – Discuteremo delle relazioni che intercorrono tra i diversi stati e le differenti repubbliche appartenenti alla regione, tra di loro e con paesi terzi;
    – Analizzeremo alcune prospettive di sviluppo già in essere e le imminenti possibilità;
    – Presenteremo progetti di solidarietà per i bambini vittime della tragedia di Beslan e non solo;
    – Ascolteremo interventi e proposte;

    Durante la serata interventi di:

    Abdullah Bokov  ( video exhibition )  guida escursionista in Cecenia

    Giancarlo Carloni   viaggiatore ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Igor Fedorov Ferri  (in collegamento video) dell’ Associazione Italiani di Crimea ( Cerkio) e coordinatore della collaborazione Crimea – Italia ( Crimea – Investment )

    Saverio Polizzi  (in collegamento video)  presidente Centro Studi Sviluppo e Societa’ ed ideatore e conduttore di ItaliaRussiaEuropa24

    Paolo Poma  delegato Italia – Caucaso

    Francesco Muratore  storico ( Associazione Viaggiatori Indipendenti )

    Gheorghi Tibilov  ( video exhibition ) guida escursionista in Ossezia del Sud

    SABATO 4 MARZO 2017
    ORE 17:30
    VIA FAENZA, 48
    FIRENZE

    Italia – Caucaso è un Progetto Operativo dell’ Associazione Viaggiatori Indipendenti che ha l’ obiettivo di creare amicizia ed interconnessioni tra le due aree geografiche.
    Italia – Caucaso promuove ed organizza eventi volti a incoraggiare, favorire, approfondire la cultura dei paesi appartenenti all’ intera area geografica del Caucaso divulgando e  rafforzando la conoscenza delle tematiche culturali, sociali, politiche ed ambientali dei paesi interessati provando a stimolare un processo costruttivo che vada contro ogni pregiudizio avverso la regione e tra i paesi dell’ area stessa.

    https://www.otrapress.com/oldsite/italia-caucaso/

  • Cento anni dal genocidio degli armeni

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    La capitale armena Yerevan supera il milione di abitanti ed ha uno degli sfondi naturali più belli che si possano immaginare : il mitico Monte Ararat, con le sue cime innevate tutto l’ anno, che si trova poco distante dai confini chiusi con la Turchia.
    Per vederlo meglio bisogna recarsi a Khor Virap, dove il bellissimo monastero regala splendidi panorami sul monte, che supera i 5000 metri e secondo la leggenda contiene i resti dell’arca di Noè.
    Non si può dire che il popolo armeno sia un popolo fortunato, la tragedia e la diaspora dovuta al genocidio da parte dei Giovani Turchi ha segnato indelebilmente il destino del popolo armeno, tra dominazioni, da ultimo quella sovietica fino al 1991 ( 70 anni ), terremoti tra cui quello terribile del 1988, 500.000 senzatetto, guerre con l’ Azerbajan per il controllo del Nagorno – Karabakh, che ha lasciato in eredità almeno 100.000 profughi, lo scorso secolo è stata una vera e propria ecatombe di momenti duri e terribili.
    Il ricordo della visita sulle colline di Yerevan del museo e dei monumenti che ricordano il genocidio degli armeni, anche per le crude testimonianze fotografiche, risulta particolarmente toccante e significativo.
    Il Genocidio degli armeni è una delle tragedie di cui si è sempre parlato meno e di cui esistono pochissimi film o libri a riguardo, probabilmente per varie ragioni
    In Occidente per non urtare la suscettibilità dell’alleato turco che lo ha sempre negato, sia sicuramente perché in fondo gli armeni non fanno gran notizia o hanno cassa di risonanza e rimane dimenticato come i genocidi africani o asiatici.
    Questa è la storia : durante la seconda guerra mondiale dopo il disfacimento dell’Impero Ottomano, il governo dei giovani turchi per paura di possibile alleanze con il nemico russo iniziò direttamente o con l’ ausilio di marce forzate nel deserto lo sterminio programmato di più di un milione di persone che vivevano in Anatolia, donne, vecchi, bambini.
    I numeri ovviamente variano gonfiati o sgonfiati a seconda di chi è l’ interlocutore ma del Genocidio di cui furono vittime gli armeni non ci sono dubbi.
    Ultimamente si sta segnalando qualche segno di disgelo da parte turca in chiave di una possibile entrata nell’Unione Europea, ma solo fino a poco tempo fa il solo parlarne e riconoscerlo portava in Turchia al carcere come atto non patriottico, ricordiamo che anche oggi, sebbene ci siano progetti di disgelo, i confini tra Turchia e Armenia restano chiusi ed è impossibile spostarsi direttamente via terra da un paese all’altro.
    Pensate che solo il 17 novembre del 2000 la camera dei deputati italiana, sulla scia del Parlamento Europeo e dello Stato Vaticano, ha votato una risoluzione che riconosce il genocidio armeno.
    Diaspora: è un termine di origine greca che descrive la migrazione forzata di un popolo costretto ad abbandonare la propria terra natale per disperdersi in diverse parti del mondo.
    Questo fu il destino degli armeni protagonisti del primo genocidio della storia del XX secolo, altri anche ben più terribili ne seguiranno fino ai giorni nostri.
    Gli armeni per salvarsi dovettero fuggire e si dispersero per il mondo
    Basti pensare che ora l’ Armenia non arriva a quattro milioni di abitanti e che quasi il doppio circa otto milioni sono ormai residenti all’estero, con una vasta comunità in Francia che raggiunge il mezzo milione di abitanti.
    Il collante della religione e la creazione di uno stato indipendente dopo il 1991, ha permesso che la cultura, l’ alfabeto e le tradizioni armene siano sopravvissute in maniera genuina anche grazie alle comunità estere e oggi molti armeni che vivono in patria sopravvivono principalmente grazie alle rimesse degli emigrati che hanno fatto fortuna o comunque hanno un tenore di vita migliore in Europa o America.
    Gli armeni non dimentichiamolo sono stato il primo popolo nel 301d.c. a convertirsi al Cristianesimo e questo è riconosciuto anche dalla Chiesa romana e non dimentichiamolo ovunque sono andati gli armeni si sono sempre integrati e hanno sempre contribuito a pieno titolo alla vita economica, culturale e sociale dello stato che li ospitava ne a mia memoria si sono mai macchiati salvo eccezioni di gravi episodi criminali come gruppo etnico o coinvolti in fatti gravi.
    L’ Armenia fin ora è sopravvissuta alla storia, delle repubbliche ex sovietiche è quella decisamente più democratica e nonostante l’ isolamento geografico ed economico bloccata da due lati e con gli unici confini aperti via terra quelli con la Georgia, ogni anno aumentano i turisti che vogliono visitarla anche attirati dagli splendidi paesaggi naturali e dalla tranquillità e sicurezza nel visitarla.
    Vorrei concludere citando una bellissima zona dell’Anatolia, oggi Turchia, dove si possono ancora vedere quello che resta delle testimonianze dell’antica Armenia medievale.
    La zona di Kars e di Ani, proprio ai confini odierni tra Turchia e Armenia, un tempo questi territori erano parte dell’antico regno armeno, ( vi giunse persino Tamerlano ), in un paesaggio spettrale si possono vedere resti di chiese, mura, fortificazioni, cittadelle.
    L’ ordine di distruggerle completamente dopo la conquista turca del 1921 non fu eseguito, furono lasciate in stato di abbandono e anche ultimamente praticamente ignorate nell’ambito del turismo turco.
    Nel 2015 saranno passati 100 anni dai fatti, speriamo che qualcuno se ne ricordi, nel mio piccolo ho voluto farlo in anticipo per rispetto di un popolo provato dalla storia, un popolo con una ricca cultura di cui si parla sempre poco o niente.

    LUCA TOCCO