Categoria: Georgia

  • I fiumi sono la storia

    “I fiumi mi han sempre attirato. Il fascino è forse in quel loro continuo passare rimanendo immutati, in quell’andarsene restando, in quel loro essere una sorta di rappresentazione fisica della storia, che è, in quanto passa. I fiumi sono la Storia.“
    Scriveva Tiziano Terzani nel suo celebre “Buonanotte, signor Lenin” mentre, proprio nei giorni in cui l’Unione Sovietica stava dissolvendosi, si trovava in navigazione sul fiume Amur che per migliaia di chilometri segna il confine tra Russia (Urss all’epoca del viaggio di Terzani) e Cina. Giusto mentre si compiva la Storia.
    E la storia a volte è capitata anche a me di assaporarla. Alcune di queste proprio attraversando dei corsi d’acqua protagonisti di storia e geopolitica.

    L’attraversamento del fiume Bug occidentale è una delle frontiere visivamente distinguibili nel proprio essere.
    Dalla città di Brest in Bielorussia rientravo in Polonia, quella volta da pochi mesi entrata nell’Unione Europea.
    Il fiume Bug occidentale era stata già la vecchia linea di demarcazione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica e per questo la fortezza che sorge sull’odierna riva bielorussa si fregia di essere località “Eroina dell’Urss” in quanto baluardo della resistenza alle divisioni di Hitler.
    Un vecchio treno di tradizione sovietica con le panche in legno, per certi aspetti l’omologo della nostra storica littorina con sedili in finta pelle che operava sulla tratta Cosenza – Paola, attendeva me e gli anziani frontalieri carichi di stecche di sigarette e bottiglie di vodka sul binario dedicato. Controlli serrati da parte delle autorità bielorusse che infine ci lasciarono partire per, appunto, l’Unione Europea.
    Circa otto minuti di viaggio. Un viaggio non solo fisico guadando il fiume attraverso un ponte ma anche temporale indietro nel tempo. Un’ora di differenza di fuso orario tra i due paesi dirimpettai. Parti ad esempio alle 11:00, le lancette dell’orologio scorrono per otto minuti mentre attraversi il fiume, arrivi a destinazione alle 10:08. Uno strano effetto. Come quello di scorgere torrette di avvistamento e militari nella vegetazione sulla riva bielorussa del fiume. Una vecchia babushka mi chiese se gentilmente avrei potuto trasportare nel mio bagaglio un paio di stecche delle sue sigarette ed un paio di bottiglie della sua vodka. Accettai volentieri. Quella gente praticava il contrabbando sociale, acquistava a prezzi irrisori in Bielorussia e rivendeva a prezzi modici in Polonia riuscendo a vivere con il più che modesto guadagno. Prima di poter scendere dall’ “elektrichka”, il termine russo che identifica il treno regionale, la polizia di frontiera polacca fermò uno ad uno i passeggeri chiedendogli cosa portassero nei loro semplici borsoni. Tutti i passeggeri risposero “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka” sorridendo ai doganieri e scendendo così dal vagone. Arrivò il mio turno, unico straniero ed unico con vero bagaglio da viaggio. Questa volta a sorridere furono i poliziotti ponendomi la stessa domanda rivolta precedentemente a tutti. E per la quale non attesero risposta ripetendomi loro stessi “una stecca di sigarette ed una bottiglia di vodka. Benvenuto in Polonia” .

    Il fiume Ibar separa la città di Kosovska-Mitrovica / Mitrovice in due tra serbi ed albanesi.
    Siamo in Kosovo. Nel 2008, l’anno di quel mio viaggio effettuato con un amico, il paese era ancora sotto l’egida della missione UNMIK della Nato. Non erano trascorsi neanche due mesi dalla sua dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia avvenuta in seguito ad un drammatico procedimento caratterizzato da una cruenta guerra. Un processo di indipendenza non ancora del tutto completato in quanto una parte della comunità internazionale, Serbia in primis, non ne riconosce la separazione e la situazione nell’area resta ancora molto calda per via delle forti contrapposizioni etniche. Ai tempi di quella mia visita non c’erano quindi turisti, mancava l’energia elettrica ed erano la norma i militari armati o i nostri carabinieri in giro come i check point sulle strade. Quel giorno a Mitrovica passammo dal lato albanese a quello serbo nell’unico modo possibile, attraversando appunto il ponte sul fiume Ibar. Suscitando grosso stupore misto a sospetto da parte dei militari che controllavano il “confine”.
    Dal lato sud, quello albanese del ponte, i militari francesi addetti al controllo del passaggio (un vero e proprio check point) ci controllarono i documenti e si interrogarono su chi fossimo e sul motivo del nostro esser li. Rispondemmo candidamente di essere semplici turisti. Il comandante, dopo averci pensato un po’ e comunque titubante, ci riconsegnò i passaporti sospirando: “Tourists… why not?…“, ancora fortemente dubbioso circa la nostra risposta…
    Transitati sul ponte, non senza aver rubato qualche scatto fotografico di soppiatto, ci concedemmo un cappuccino al “Dolce Vita”, il bar a ridosso del ponte, lato serbo, centro franco internazionale di incontri e affari. Ottimo punto d’ osservazione sul fiume e sul ponte, il bar, secondo le nostre informazioni era una sorta di copertura, una “zona neutra”. Respirammo una atmosfera da Berlino divisa tra DDR e RDT durante gli anni della “guerra fredda”. Ci gustammo quello storico cappuccino con calma balcanica e riprendemmo poi il nostro peregrinare. Ai tempi, probabile, fummo forse i primi turisti in Kosovo e di conseguenza guardati spesso con sospetto. Era il 2008, era da poco Kosovo ma era ancora UNMIK.

    Sempre nel territorio di quella che una volta era la Jugoslavia, un altro corso d’acqua segna ai nostri giorni un confine. Il fiume Sava che nasce in Italia prima di buttarsi nel Danubio e creare nella città di Belgrado una delle confluenze più belle e famose al mondo, oggi divide per chilometri Croazia e Bosnia e la Serbia dalla stessa Bosnia. Ma c’è un punto in cui i tre stati pressoché si toccano, Brcko.
    Nella quasi totalità dell’opinione comune, la Bosnia è costituita da due entità: la Federazione di Bosnia ed Herzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia. Ma ciò non è del tutto corretto. Esiste, infatti, anche una terza piccola entità, il Distretto di Brcko appunto. Partendo dall’Italia si arriva a Brcko dalla Croazia attraversando un ponte sul fiume Sava. Su questa sponda sei in Unione Europea, sull’ altra sei in Bosnia.
    Uscendo dalla cittadina ed attraversando poi i pochi chilometri per i quali si estende il territorio del Distretto, ritrovi il fiume e la frontiera. Passi quest’altro ponte e questa volta sei però in Serbia.
    Brcko, con la sua piccola cittadina dalle molte anime comprendente musulmani, ortodossi e cattolici, nacque come distretto autonomo verso la fine della guerra dei Balcani degli anni ’90. Ufficialmente fu costituita per gestire un piccolissimo territorio che era rimasto fuori dagli Accordi di Dayton (in maniera semplicistica quelli che sancirono la nascita della Bosnia – Herzegovina) e nel quale furono insediate alcune forze internazionali di peacekeeping, istituzioni politiche ed un grande base militare americana. In realtà, Brcko città soprattutto, per la sua posizione molto favorevole ubicata sulla sponda bosniaca del fiume Sava e per essere al centro tra Croazia, Bosnia stessa e Serbia ha da subito svolto un’altra funzione. Quella di porto franco, in pratica un territorio “neutrale”. “Arizona market” è stato uno degli appellativi di Brcko, un posto dove tutti o quasi i tipi di traffici erano permessi. Fino a qualche anno fa, quando si è deciso di normalizzare la situazione a livello amministrativo integrandola ufficialmente nella Bosnia con la conseguente chiusura anche della base americana. I traffici però, non è detto che siano terminati o magari non del tutto.

    Pochi mesi prima dell’inizio della distruzione della Jugoslavia si palesò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
    In entrambi i casi non senza drammatici conflitti bellici e tragici contrasti tra etnie attigue. Precedentemente ma in analogia con la situazione del Kosovo anche in alcuni ex paesi dell’Urss estrinsecarono la loro indipendenza territori abitati da popoli che anelavano la propria autonomia.
    Le guerre portarono alla formalizzazione di repubbliche indipendenti de facto. Queste però riconosciute solo dalla Russia e da una manciata di altri stati tra i quali il Venezuela, il Nicaragua, la Siria.
    Ed anche qui alcuni corsi d’acqua sono diventati protagonisti della Storia. Anche qui sono infatti sorti nuovi confini. Come i due fiumi che segnano i confini dell’Abkhazia, il fiume Psou con la Federazione Russa ed il fiume Ingur che la separa dalla Georgia, da questa de facto indipendente. La Colchide è la terra mitologica in cui Giasone e gli Argonauti andarono a conquistare il vello d’oro e dove Prometeo fu incatenato dopo aver dato all’umanità il segreto del fuoco. Oggi l’Abkhazia, regione situata sul Mar Nero, raccoglie l’eredità storica di quei miti.
    Dopo la recrudescenza di operazioni belliche dell’estate del 2008 la frontiera con la Georgia si attestò definitivamente sul fiume Ingur, anche se per la precisione sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. Nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia: il ponte sul fiume Ingur.
    Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, appunto con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo e se hai la documentazione necessaria vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese ubicato sull’altro fiume, il Psou. Lì ad una manciata di chilometri si dipana il grande Parco Olimpico di Sochi, “capitale dello sport in Russia”, costruito per le Olimpiadi invernali del 2014 ed una parte del quale riconvertito a circuito di Formula 1 e ad uno stadio dei Mondiali di calcio del 2018. A sud sul fiume Ingur al confine georgiano invece l’atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’Urss ed alla indipendenza dell’Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. Apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra i due paesi, col “piede dell’opportunismo in due staffe”.

    Il fiume Dnestr, dai monti Carpazi scivola verso il mar Nero. Nella sua lunga serpentina verso sud incrocia tre paesi diversi divenendo portatore delle diverse ma contigue tradizioni di differenti popoli che fino ai primissimi anni novanta erano parte, seppur in maniera federata, di un unico vasto paese.
    Ufficialmente dal 1990, il Dnestr attraversa l’Ucraina, la Moldova e si interseca per i suoi circa duecentocinquanta chilometri finali con la Repubblica Moldava di Pridnestrovie segnandone praticamente il suo confine. Da un lato la Moldova, dall’altro, prima di sfociare nuovamente sulle rive ucràine del Mar Nero, la Pridnestrovie. Repubblica de facto anche questa nata come l’Abkhazia dopo una guerra in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nella sua discesa verso il versante ucraino il fiume si dipana anche in un tortuoso canyon. In alcuni punti il Dnestr è lì, proprio ai tuoi piedi e volendo puoi anche assaggiarlo da piccoli anfratti nei quali sono state ricavate alcune spiaggette. ll confine è quindi visibile, percettibile, praticamente toccabile nuotando nelle acque del Dnestr.
    Il quale non è solo un fiume di confine ma svolge anche una funzione attiva allo sviluppo della società locale generando dalle sue acque energia elettrica che serve il fabbisogno del paese transnistriano. La grande diga con annessa centrale idroelettrica a Dubossari, la città più antica dello stato sul Dnestr, insieme a quella di Dnestrovsk, sono allo stesso tempo siti energetici e luoghi degni di interesse turistico dato dal loro fascino architettonico, dalla loro storia e la loro ubicazione su due punti di confini differenti. A sud, il Dnestr si dirama in un altro bacino idrografico dove dalla sponda sinistra dell’invaso del fiume Cuciurgan, l’Ucraina si tocca quasi. Basterebbe una piccola imbarcazione od una possente nuotata per attraversare il bacino lacustre e raggiungere l’oblast di Odessa, la sponda opposta. Siamo a circa 60 km dalla città simbolo della Rivoluzione Russa del 1905 resa nonché celebre dall’iconografia cinematografica mondiale attraverso il film muto “La corazzata Potemkin” e da quella italiana con “Il secondo tragico Fantozzi”. Dopo poco più di cento anni Odessa in questi mesi è tornata ad essere un nuovo emblema della storia divenendo anche essa protagonista, suo malgrado, delle tragiche operazioni belliche in corso sul suolo ucraino. Dnestrovsk, il punto geografico praticamente più a sud della Repubblica Moldava di Pridnestrovie e dove la sua centrale termoelettrica annovera il camino industriale più alto d’Europa arrivando a superare di una quindicina di metri finanche la Torre Eiffel. La striscia di terra stretta tra il fiume Dnestr ed il confine ucraino mai come in questi giorni è divenuta oggetto di teorie ed analisi geopolitiche che la indicano come probabile nuovo territorio in causa del conflitto che si sta consumando nel cuore dell’Europa.

    Non sempre la storia, nel suo proseguire, trasforma l’acqua in una frontiera. A volte quell’acqua che prima era un confine diviene bacino dello stesso paese. Come la porzione di mare che passa nello stretto di Kerc.
    La Crimea è una penisola caratterizzata dal mare e dalle montagne ma è anche una terra ricca di storia con numerose pagine legate direttamente all’Italia.
    Si parte dagli antichi romani, si prosegue con le Repubbliche Marinare di Genova e Venezia, continua con la partecipazione del Regno di Sardegna alla Guerra di Crimea, si conclude con gli “italiani di Crimea”. Sono stato in Crimea più di una volta, sia prima del 2014 anno del passaggio alla Federazione Russa che poi in seguito. Tutte le volte, insieme ai miei compagni di viaggi, siamo sempre entrati od usciti dalla penisola via mare, in traghetto. Il ponte, oggi uno dei nodi principali legati al conflitto in Ucraina, ancora non esisteva o sarebbe stato inaugurato da li a poco. Fino al 2014 c’era una frontiera da attraversare. La mia prima volta dall’Ucraina passavo in Russia. Alla stregua del guado dello Stretto di Messina, si passava qui peròi da uno stato verso un altro.
    Il controllo dei passaporti, un timbro rosso sull’ ultima pagina, l’imbarco sul traghetto e circa trenta minuti di navigazione. Un viaggio per noi viaggiatori emozionale di circa mezzora con i gabbiani che accompagnavano il percorso della motonave. Poi l’attracco, un altro controllo passaporti, un altro timbro, accanto al visto russo questa volta ed il proseguimento del viaggio all’ interno di un altro stato. Nei viaggi effettuati dopo il 2014, invece, il controllo passaporti è stato sostituito da un controllo di sicurezza in stile aeroporto a garanzia dell’accesso al traghetto mentre vari punti ristoro e persino un piccolo hotel sono sorti a riempimento degli spazi che una volta servivano da dogana. Ora non c’è più nessuna frontiera a sbarrare il passo. Russia alla partenza, Russia anche all’ arrivo. Fluttuando per circa trenta minuti sulle onde provocate dai motori della turbonave quel paio di volte in cui sono tornato post 2014 volgevo lo sguardo alla ricerca dei cantieri del ponte che avrebbe presto collegato i due estremi dello stretto. La mia prossima volta le cose saranno nuovamente cambiate. Il battello, come la frontiera, è già diventato anch’ esso un romantico ricordo. Come il timbro rosso sull’ ultima pagina del passaporto dell’epoca che registrava l’uscita da un paese prima dell’ingresso in un altro. Il ponte di circa 16 km che collega la Crimea alla Russia è oramai operativo. La prima volta che presi il traghetto per attraversare lo stretto di Kerc passando da uno stato all’altro l’emozione era tanta. Lo è stata anche la mia ultima volta. Forse l’ultima mia traversata dello stretto in traghetto.

    Luca Pingitore

    * = Articolo pubblicato su Coessenza LaRivista

  • Un giorno in frontiera. Respinto

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    Siamo in Georgia, precisamente in Ajaria ma abbiamo ancora voglia di frontiera dopo l’ esperienza prolungata di qualche giorno fa al confine con l’ Abkhazia. Ed allora decidiamo di dirigerci in Turchia, il tempo di sciacquarci nel lato turco del mar Nero e rientrare. D’ altronde siamo a pochissimi chilometri, sarebbe un peccato non testare anche questa frontiera, appassionati come siamo. La giornata è caldissima e non abbiamo bisogno di molti effetti personali considerato che dobbiamo restare tutto il giorno a mollo in acqua, per questo ci presentiamo in frontiera a Sarpi in abbigliamento da spiaggia. Io forse esagero in eleganza con maglietta bianca da pizzaiolo, costume colorato, occhiali da sole a goccia stile “CHiPs” (il telefilm) e tappine ai piedi. Per i pochi effetti personali al seguito opto per una soluzione geniale: una busta bianca del supermercato sotto casa.
    Giungiamo in frontiera intasata dal riversamento di decine di turisti iraniani che rientrano a casa transitando dalla Turchia. Forse siamo gli unici stranieri, nel senso di non iraniani. Folla che spinge e sole battente creano un mix esplosivo tanto che i poliziotti georgiani fanno fatica a contenere la gente. Tra spintoni e l’ incunearsi negli spazi stretti della calca riusciamo comunque ad inserirci alla dogana. Il nervosismo tra doganieri ed iraniani è tanto. Perdo di vista i miei compagni che comunque passano senza problemi.
    Io, per motivi di “studio di frontiera”, esibisco la carta d’ identità al posto del passaporto. Il poliziotto va in tilt. Mi fa attendere l’ arrivo di un superiore mentre tutti gli altri iraniani mi sfilano davanti. Il superiore sembra capirci qualcosa in quella strana situazione con la carta d’ identità e dà l’ assenso al mio passaggio. Riesco a ricongiungermi ai miei compagni ed affrontiamo il corridoio artificiale di pochi metri che separa la frontiera georgiana a quella turca. La massa spinge. Il nostro gruppetto finisce in due file separate. Quelli finiti di fianco passano senza problemi, noi al di quà no. Per il poliziotto turco, il compagno di viaggio davanti a me, non è quello della foto poiché non ha gli occhiali. Bisogna così fargli capire che oggi porta le lenti a contatto e si convince solo dopo avergli rivolto qualche domanda e solo dopo avergli fatto inforcare gli occhiali così da sembrare quindi uguale alla foto. Ora tocca a me. Da studioso di frontiere evito di dargli il passaporto e gli allungo la carta d’ identità. Non conosce questo documento, mi intima di consegnargli il passaporto. Cedo alle sue insistenze. Ma non sono quello della foto… anche io oggi porto le lenti a contatto. Anche con me trafila sul perché non porto gli occhiali ed obbligo di provino, indossandoli, per convincerlo. Ok, si passa.
    Ma no !
    Sfogliando il passaporto non trova il timbro d’ uscita dalla Georgia. E certo che non lo trova, non c’è. Cerco di spiegargli che è inutile che lo cerca e che nessuna pagina del passaporto si è attaccata, semplicemente il timbro d’ uscita non c’è in quanto ho utilizzato la carta d’ identità, il documento che gli ho consegnato prima e che ancora trattiene. Non capisce, in inglese stentato cerca ancora il timbro. Si innervosisce, si altera, chiama al telefono non so chi ma che comunque non arriva. La fila è bloccata e la gente dietro insiste a sbrigarsi. Il poliziotto continua a cercare il timbro, mi rovina una pagina del passaporto ed ora sono io che mi innervosisco. Chiama a raccolta un doganiere addetto a smistare la fila, non di certo un superiore, il quale ci capisce meno di lui. E’ sempre più nervoso, ora non vuole più il timbro ma mi chiede addirittura la carta d’ immigrazione, la stessa che devono compilare gli iraniani. Gli faccio presente che da cittadino dell’ Unione Europea non ho bisogno di carta d’ immigrazione. “Qui siamo in Turchia, non in Unione Europea ! “, grida ricordandomi dove siamo. Perde ancora tempo, esce dal suo gabbiotto e dall’ alto del suo scranno fa volare il mio passaporto e la carta d’ identità gridando come un forsennato: “Dishari ! Dishari ! “ o qualcosa di simile che in turco significa “vattene!”. Il clamore della folla è grande. La calca si zittisce nell’ intero hangar-dogana, raccolgo i miei documenti da terra e la folla dietro di me si apre come quando Mosè fece dividere il mar Rosso. Transito in senso contrario tra due ali di folla. Io italiano, respinto in frontiera tra tanti iraniani. Il poliziotto ha fatto bene. Paghiamo la Turchia due milioni di euro per non far passare i migranti e loro eseguono il lavoro in maniera eccelsa. Respingono proprio gli europei. Ora però sto tornando indietro, in Georgia, nel corridoi sbagliato, nel senso che va verso la Turchia. Come lo spiego ai doganieri georgiani? Noto al di la di un cancello dei soldati turchi intenti a fare la cosa che più gli piace: fumare. Ci provo, non ho alternative. Cerco di fargli capire che sono stato sbattuto fuori e devo tornare indietro. Ci riesco, mi aprono un altro cancello e mi fanno passare nel senso giusto verso la Georgia, ridacchiandomi e prendendomi un pò per il culo. Ora ho fretta però. I miei compagni di viaggio sono già in territorio turco e non hanno mie notizie. Mi muovo offuscato dalla fretta e mi dirigo verso il passaggio auto e camion. Un vecchio facchino che trasporta un carrello mi segnala l’ errore ed effettuo la deviazione in semicorsa. Un poliziotto mi nota e da lontano mi intima l’ alt con un fucile in mano pronto eventualmente ad esplodere qualche colpo. Mi blocco in tempo. Sono in tappine, con una busta, in costume. Un profugo è vestito meglio. Mi chiede spiegazioni, da dove arrivo ma il facchino testimonia a mio favore. Mi incanalo nell’ uscita giusta. Giungo alla dogana georgiana. Una piacente poliziotta mi controlla il passaporto ed in ottimo inglese mi chiede “Ma come? Sei uscito dalla Georgia pochi minuti fa e già ritorni?“… Mi consiglia comunque di rientrare in Georgia, riuscire con un timbro sul passaporto e cosi poter accedere in Turchia senza problemi .
    Mi metto a correre, i miei compagni mi aspettano senza notizie ma… alt di nuovo… Una doganiera mi chiede di controllare le valigie… “ma quali valigie? Non lo vedi che sono con una busta… ”, le rispondo in italiano ma lei capisce uguale.
    Sono di nuovo a Sarpi nel piazzale antistante la frontiera e mi accingo a riuscire dal territorio georgiano. Ma la fila è diventata clamorosa, orde di iraniani scesi dai bus si accalcano all’ uscita. Ci sarà più di un’ ora di attesa…
    Decido che oramai la mia gita in territorio turco è saltata definitivamente e devo avvisare i miei compagni oltreconfine. Ma come? Il mio telefono non prende la linea. Da profugo, credibile per l’ abbigliamento che indosso, chiedo ad un viandante di farmi usare il suo telefono. Mosso a compassione acconsente e riesco ad avvisare i miei compagni che resterò in Georgia e che ci vedremo poi la sera a casa a Batumi.
    Era una giornata da trascorrere in spiaggia ed è quello che farò, invece che in Turchia qui a Sarpi al confine. E per dispetto trascorrerò la giornata proprio sulla linea di confine. Scendo in spiaggia e mi attesto non molto lontano dal filo spinato che delimita i due stati e sotto l’ attento sguardo dei militari turchi che mi osservano dalla torretta d’ avvistamento. Prendo il sole con vista frontiera e sguazzo nelle acque del mar Nero nuotando fino a pochi metri da una motovedetta georgiana dotata di mitragliatrice ormeggiata a difesa marina della frontiera.
    Una emozione storica.
    Sono a metà tra Georgia e Turchia. Di qua c’è una grande chiesa, dall’ altro lato una grande moschea.
    Il tempo della spiaggia è terminato, il sole spacca. Vado ad osservare i giovani che si tuffano da un’ alta rupe, in uno scenario suggestivo. La giornata però non è ancora terminata e, forte dell’ esperienza in frontiera con l’ Abkhazia di qualche giorno precedente, mi metto a studiare anche questa di frontiera. Ed il modo migliore è quello di trascorrere il resto della giornata mescolato ai tassisti ed ai nullafacenti del posto. In fondo oggi sono un profugo. E se ne accorge anche un barbone che viene a chiedermi qualche spicciolo, al quale rispondo in italiano: “Ma non lo vedi in che condizioni sono? Sono in tappine e con una busta… sono messo peggio di te…

    LUCA PINGITORE

  • Tra Abkhazia e Georgia

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    Un branco di delfini sguazza spensierato nel mar Nero a pochi metri dalla riva costituita esclusivamente da blocchi di cemento frangiflutti nelle adiacenze del porto di Poti. Neanche dieci anni fa Poti ed il suo porto furono teatro di cruente operazioni belliche durante la guerra che vide contrapposta la piccola repubblica dell’ Abkhazia, coadiuvata in suo soccorso dalla Russia, contro la Georgia che non ne accettava, ancora dopo 18 anni, l ‘indipendenza. Dopo quei giorni di guerra, il confine tra i due stati si riattestò sull’ ubicazione originale poche decine di chilometri più a nord e sulla posizione naturale costituita dal fiume Ingur, anzi per la precisione, sulla zona costiera la foce del fiume ricade interamente nella repubblica georgiana. E proprio in quelle poche centinaia di metri che partono dalla riva nord dell’ Ingur ed arrivano al confine abkhazo, nella località di Anaklia, hanno pensato di organizzare ogni estate uno dei più conosciuti festival di musica elettronica. Un’ area verde ricavata dal nulla, bella, pulita, ordinata su un lungomare moderno al quale si accede tramite un futuristico ponte in legno e plexiglass che sovrasta la foce del fiume. Il GEM Festival nasce sulle ceneri del più famoso Kazantip, festival che ogni estate si teneva nella zona di Evpatoria in Crimea. Quando la Crimea passò alla Russia, il festival, organizzato da ucràini, fu annullato e spostato nella “sorella” Georgia ma non ebbe lo stesso successo. L’ idea però piacque ad alcuni georgiani che si inventarono il GEM. In pochi metri quadrati migliaia di ragazzi ballano e fanno festa con alcuni dei migliori dj di caratura internazionale che vengono a proporre i loro esaltanti dj set in questo angolo sperduto del Caucaso. Si balla per un mese esattamente sotto la barriera di alluminio che si estende per chilometri verso l’ interno della Georgia e segna il confine con l’ Abkhazia. Si fa festa sotto lo sguardo attento dei militari abkhazi che controllano l’ aerea sottostante dalle torrette di avvistamento. Si accendono falò sulla spiaggia pietrosa dove il filo spinato delimita il territorio dei due stati. Un festival organizzato appositamente sul confine. Per sbattere in faccia il divertimento sfrenato, la “modernità”, il sogno tipico di “oltre confine”, che già andava tanto in voga nella Berlino divisa in due, ai giovani della popolazione abkhaza. Oppure in segno di pace, secondo la versione degli organizzatori, che estendono il loro invito con tanto di biglietti gratis ai ragazzi abkhazi ma che puntualmente essi non lo prendono neanche in considerazione. Sono ancora non emarginate le ferite della guerra e degli anni di vessazioni ed embargo che hanno dovuto subire. E che ancora oggi persistono.
    A circa 40 chilometri di distanza da Anaklia, nel villaggio di Rukhi, è ubicato l’ unico punto di passaggio aperto tra Georgia ed Abkhazia. Il ponte sul fiume Ingur. Costruito nel 1948 dalle squadre del Ministero degli Interni dell’ Unione Sovietica, come recitano le targhe originali dell’ epoca in lingua russa e georgiana, collega la città di Zugdidi, qualche chilometro più a sud e capoluogo della regione della Mingrelia, con l’ Abkhazia. Passi il controllo di frontiera georgiano, cammini a zig zag davanti un ulteriore check-point militare a pochi metri dal ponte, lo percorri, superi il controllo di ammissione sul lato abkhazo se hai la documentazione necessaria e vieni poi ammesso alla frontiera vera e propria. Scenario completamente differente rispetto all’ ingresso in Abkhazia da Adler, sul confine russo a nord del paese. Qui sul confine georgiano l’ atmosfera è molto più rurale con i carretti stile “western” trainati da cavalli che a richiesta ti aiutano a percorrere la distanza tra i due punti di controllo ed il via vai dei mingreli, la popolazione locale, che al discioglimento dell’ Urss ed alla indipendenza dell’ Abkhazia sono rimasti divisi tra i due stati. Sono gli unici georgiani e gli unici abkhazi che passano regolarmente la frontiera. E sono apostrofati come “traditori” da entrambi, poichè sono gli unici che sono rimasti a metà tra Abkhazia e Georgia, col piede dell’ opportunismo in due staffe.
    Sostiamo per diverse ore, in giorni differenti, nei circa due chilometri e poco più che separano ufficialmente la Georgia e l’ Abkhazia. Da viaggiatori, nostro malgrado per una serie di imprevisti, diventiamo osservatori della frontiera. La cosiddetta “terra di nessuno” tra le due repubbliche, che terra di nessuno non è in quanto proprio una base militare georgiana è presente seminascosta sottostante l’ imbocco del ponte, proprio nelle adiacenze del check point armato e presenziato da svogliati giovanissimi militari che magari vorrebbero trovarsi altrove, diventa il nostro punto di osservazione. Diventiamo così “esperti” dell’ area in questione e finiamo per aiutare a livello di informazioni sulla frontiera e consigli sull’ Abkhazia, dove siamo già stati in un viaggio precedente , gruppetti di turisti ungheresi e tedeschi (alcuni dei quali anche un pò timorosi di quello che avrebbero trovato al di là della frontiera alludendo ad articoli di disinformazioni letti in patria. Scritti dall’ ufficio e non per esperienza diretta aggiungiamo noi) i quali dubitano sui reali motivi della nostra presenza in un luogo così particolare. Ma noi dobbiamo solo consegnare un pacco. Chi ci crede?
    Forse neanche i poliziotti georgiani che ci interrogano sulla storia della Juventus con tanto di quiz su risultati e giocatori degli anni passati o i colleghi sul lato abkhazo che assistiamo nello smistamento della fila di persone che si accingono a superare il loro controllo. Oramai conosciamo le procedure su entrambi i lati. Ed anche i georgiani ci assoldano gratis come interpreti inglese – russo considerato che alcuni di loro non leggono neanche i caratteri latini dei passaporti o comunque non comprendono la nazionalità degli avventori stranieri che si presentano alla frontiera.
    Assistiamo al passaggio di strani personaggi turchi ed a quello di presunti diplomatici giordani, come al controllo di routine di un team dell’ IOM, l’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, di cui comprendiamo il funzionamento e su cosa si basano i loro report. In pratica monìtorano solo il lato georgiano, ogni tanto fanno visite di routine al check point e se ne rientrano nello loro base dorata.
    Ci imbattiamo, anche qui in frontiera come in altre zone della Georgia, alla banca mobile. In alcune zone rurali non sei tu che vai in banca ma è la banca che viene da te con un furgone-ufficio.
    La gente si accalca ai finestrini- desk, un paio di impiegati ricevono le operazioni dall’ interno su dei tavolini-postazioni con computer e stampante mentre l’ autista dorme seduto sul lato guida e l’ agente di scorta, attrezzato di tutto punto, fa presenza all’ esterno.
    Non ci facciamo mancare niente e durante la spola tra i due lati, su quello abkhazo, ci imbattiamo anche in un assembramento funebre che attende tra gli strazi la salma in arrivo dall’ altra parte.
    La nostra esperienza in frontiera è terminata ma non il nostro giro che dopo le montagne dello Svaneti, dove apprendiamo di un progetto futuro di apertura di un percorso di trekking che attraverserebbe la catena montuosa del Caucaso dal mar Nero al mar Caspio, ci porta nella terza delle repubbliche indipendenti o in questo caso autonoma della Georgia: l’ Ajaria con capitale Batumi.
    Città dove i finanziamenti esteri ed europei, nel senso di Unione Europea, hanno trasformato il lungomare chilometrico in un polo di attrazione e divertimento estivo di tutto rispetto. Batumi, già rinomato posto di villeggiatura balneare ai tempi dell’ Urss, negli ultimi anni ha visto trasformare la sua fascia costiera, quella invasa da turisti stranieri, mentre il resto della città è rimasto sostanzialmente sotto la vecchia tradizione georgiana-sovietica. Solo le vecchie babushki che passano e ripassano vendendo pannocchie di mais calde ed altre leccornie della tradizione sovietica richiamano ad un passato non troppo lontano. Come in piccolo ad Anaklia qui a Batumi ordine, pulizia e verde la fanno da padrone con l’ aggiunta di decine di ristoranti turistici, qualche attrazione per bambini e più fontane danzanti in differenti punti dell’ immenso lungomare. E non possono mancare grattacieli sedi di hotel prestigiosi e residence ultramoderni. Batumi è una città divisa in due, quella centrale un pò trasandata e con la tipica confusione caucasica e quella costiera ad uso e consumo dei turisti, tantissimi finanche quelli iraniani, e finanziata dagli europei dell’ UE.
    Come il resto della Georgia, tanto diversa dal mio primo viaggio un pò di anni orsono. Come segnale sintomatico della globalizzazione non ci sfuggono le numerose sale del Regno dei Testimoni di Geova, finanche nelle campagne sperdute, facsimili esatti di quelle che si trovano in Italia od altrove.
    L’ inglese invece imperversa ovunque nelle scritte, persino polizia è scritto “police”. E sembra quasi di trovarsi non nel centro del Caucaso quando noti varie sedi dell’ agenzia statunitense USAID e dove ovunque sventolano le bandiere dell’ Unione Europea come se la Georgia ne facesse parte. Neanche in Italia o in altri paesi del’ Unione trovi tanti richiami al’ UE, quasi come se fosse un messaggio subliminale da inculcare alla popolazione. Ed alle volte si incappa anche in degli errori clamorosi, come il poster-mappa che saluta coloro che transitano nell’ aeroporto di Kutaisi e che sancisce la fratellanza tra Unione Europea e Georgia, salvo segnalare dentro l’ Unione appunto la repubblica del Caucaso e tenere invece fuori la Croazia che ne è membro ufficiale già da anni.

    LUCA PINGITORE

  • Georgia: il conflitto del 2008 dagli inviati di OTRA

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    Il 7 agosto 2008 esplode un conflitto interno alla Georgia alimentato dalle tensione di due regioni che vorrebbero dichiararsi indipendenti: l’Ossezia del sud e l’Abkhazia. La Russia scende in campo con la sue forze militari in difesa delle due regioni indipendentiste contro la Georgia che ne osteggia la separazione. Le ostilità militari cessano ufficialmente il 16 agosto dello stesso mese. Lo stato di guerra perdura, però, fino all’8 settembre. Il 29 agosto 2008, Jena Plissken ed il geometra Calboni in compagnia di Gc23 fanno tappa, durante il loro tuor del Caucaso , proprio in Georgia . Il 31 agosto sono a Gori, la città natale di Stalin ed ultima avanguardia del conflitto in territorio georgiano. Ecco quello che osservano della situazione in atto.
    Gori 31/8/2008.
    Si è letto tantissimo sulla guerra in Ossezia del Sud e sulle ripercussioni del conflitto in Georgia notizie allarmanti,precise, secche a prima vista ma ad uno sguardo più attento frammentarie, lacunose,devianti, come spesso accade c’è stata una manipolazione delle notizie e delle immagini a scopo propagandistico dall’una e dall’altra parte.
    Non è la prima volta che i morti veri o presunti tali servono a giustificare una causa, un intervento,una mossa politica. Tutti i dubbi,tutte le paure,tutte le incertezze che si erano incuneate in noi nell’imminenza del viaggio,tutte le immagini,tutte le notizie viste e lette su questa guerra durata circa dieci giorni si sono diradati come nebbia,non appena abbiamo messo piede sul marciapiede della stazione ferroviariadi T’bilisi.
    I venti di guerra,ancora parzialmente in corso,stando alle cronache,non li sentiamo soffiare;segnali di preoccupazione ed agitazione tra la popolazione non ne avvertiamo;straordinari dispiegamenti di forze militari e di polizia non se ne scorgono;neanche stuoli di troupe televisive e di giornalisti in genere,come sarebbe normale vista la situazione,si fanno notare.
    In Kosovo,dove,ufficialmente,la guerra è terminata da tempo,sembrava di essere al fronte;qui,invece,dove il conflitto dovrebbe essere reale,sembra che la guerra non sia mai esistita. Ma,allora,la televisione ci ha preso in giro? La guerra è una pura invenzione giornalistica?
    Come avremo modo di vedere e di ascoltare da testimonianze dirette,la guerra c’è ma quello che si è visto e detto in “occidente” è molto diverso dalla realtà. Ci ritorna in mente un nostro vecchio adagio:”bisogna vederli i posti prima di giudicare”.
    E per “fortuna”,siamo capitati in Georgia proprio durante questi sconvolgimenti,altrimenti non avremmo mai saputo della reale portata di questo conflitto quasi esclusivamente politico.
    E come ci sembrano preparati ad arte le numerose bandiere georgiane sparse in città,un paio di cartelloni ed alcuni adesivi con la scritta “stop Russia” ed il volantino,stranamente già stampato con solerte celerità e diffuso con immagini drammatiche,per sensibilizzare ad aiutare gli orfani di guerra causata dalla Russia. Torniamo alle bugie che è facile smascherare solo ovviamente per chi è stato a Gori di recente e ha visto la città con i propri occhi. Il presidente georgiano parla ed afferma alla Cnn che due aerei russi hanno bombardato il mercato di Gori e lui l’ ha visto con i propri occhi.
    Altre notizie danno anche lo stadio della città distrutto, altre ancora addirittura l’ intera città,compresa la casa di Stalin.
    Questo è quello che viene riportato dalla maggior parte dei media occidentali.
    Il 31 Agosto, Gori si presenta in maniera ben diversa da quello che ci si aspettava. Arriviamo in minibus alla stazione degli autobus,ubicata sotto il castello ed in piena zona mercato ma della guerra non scorgiamo alcun segno.Niente lascia pensare a bombardamenti e devastazioni,solo la solita animazione e confusione dei mercati dell’est Europa.
    Casualmente facciamo un salto allo stadio e addirittura il custode si scomoda per aprircelo e farci fare qualche fotografia.Altro che raso al suolo, il manto erboso è addirittura in perfette condizioni.
    La casa natale ed il museo di Stalin che sembravano esser andati persi per sempre sono anch’essi ancora lì,al proprio posto.Un poliziotto,di guardia alla struttura,ci viene a salutare e ad informarsi sulla nostra provenienza.Ci saluta in maniera amichevole. Cosa è successo allora a Gori ? La città sembra una delle tante sonnolente città di provincia, nella piazza del municipio con la statua di Stalin e nelle vie circostanti notiamo alcuni vetri rotti e segni di sparatorie su alcuni edifici e negozi.
    Nei giorni caldi milizie paramilitari hanno causato questi danni nonché si sono rese responsabili di furti e saccheggi, lo stesso hanno fatto forze sbandate dei vari schieramenti in campo. In mezzo a piazza Stalin si notano due buche sull’asfalto lasciato dai colpi dell’artiglieria e segni di probabili bombe a frammentazione. Filmati comparati ci faranno capire che quello è il punto in cui è stato ucciso il cameramen di una tv olandese colpito in macchina da una granata.A parte ciò,di per sé già grave comunque,in città non notiamo niente altro che ci faccia pensare che sia in corso una guerra.
    Se non fossimo stati a conoscenza di questa situazione,prima della nostra partenza dall’Italia,non avremmo forse mai compreso la situazione calda in cui versa questa area del Caucaso.Solo una certa animazione,è palpabile all’interno e nelle immediate adiacenze del municipio della città. Sulla piazza,dove campeggia imperiosa l’unica statua di Stalin al mondo ancora in piedi,sono parcheggiati numerosi mezzi della Croce rossa italiana arrivati il 29 agosto poco prima della nostra visita in città.Hanno allestito cucine da campo e una tendopoli per l’ accoglienza dei profughi dell’Ossezia e dei senza casa.
    Neanche nell’unico pub cittadino,in cui ci rechiamo per pranzare,il titolare ed i camerieri lasciano tradire una benché minima aria di guerra.Solo tre giornalisti,seduti al tavolo di fianco al nostro,ci riportano alla drammatica realtà.Dal castello situato in posizione panoramica si ha una visone a 360 gradi della città e,fortunatamente,della Gori completamente distrutta stile Sarajevo, Mostar o Vukovar non c’è traccia.
    Guardando bene le foto ingrandite però e trasferendosi,quindi, nella zona periferica a ridosso delle colline dove era situata il centro delle comunicazioni georgiane,nonché l’ artiglieria che martellava l’ Ossezia,appaiono ad una vista attenta alcuni palazzi anneriti colpiti dai bombardamenti russi.
    La stima di vittime civili a Gori si può attestare tra le 10/20 persone, una giornalista di una televisione di T’bilisi ci conferma che ha visto alcuni cadaveri con i propri occhi. In realtà,l’esercito russo si è limitato ad occupare un’importante base militare georgiana nei dintorni di Gori e gli unici scontri sono derivati dal passaggio dei convogli in città. Altre manipolazioni,difficilmente frutto di errori sono nei filmati e nelle foto di morti e devastazioni a Tskhinvali, queste sono state mischiate ad hoc e attribuite a Gori e ad altre località della Georgia, le notizie sono state filtrate o comunque gonfiate dall’ una e dall’ altra parte, in quest’ ottica si spera che i 2000 morti osseti sbandierati dalla Russia possano essere in realtà molti di meno.
    Le trasmissioni in lingua russa in Georgia sono state stoppate e i siti web russi sono stati vietati dal governo e resi inaccessibili ( ci è capitato per caso di scoprirlo personalmente ), la verità deve essere solo quella governativa. Come ci confessa la giovane giornalista di Rustavi tv,una delle principali emittenti di T’bilisi,questa guerra non appartiene ai georgiani.Il suo popolo si sente molto vicino ai russi ed alle loro tradizioni,i georgiani parlano meglio il russo che l’inglese ed i due popoli hanno vissuto per decenni fianco a fianco. Alla fine come sempre accade ci hanno rimesso gli abitanti che vivono in quelle zone calde, ancora una volta ha perso la verità, intanto gli affari occidentali e russi continuano sulle loro spalle.

    LUCA PINGITORE & LUCA TOCCO

  • Tbilisi – Mtskheta

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    T’bilisi fu fondata su una sorgente di acqua sulfurea e il nome della città stessa significa in georgiano acqua calda, i bagni della città impressionarono anche il poeta Alexander Pushkin e lo scrittore Dumas quando visitò la città nel 1858. La zona dei bagni turchi vicina al fiume Mtkvari,rimane una delle più affascinanti della città. L’area dei bagni turchi ancora funzionanti e in parte in ristrutturazione,reca splendidi esempi di art nouveau che,ad inizio 900,hanno caratterizzato l’evoluzione artistica della città.
    Il bagno principale somiglia più ad una moschea ed è riccamente decorato in stile turco ovviamente,dove prevale il colore blu. T’bilisi somiglia alle città dell’Unione Sovietica di inizio anni’ 90. Una via sfavillante di edifici prestigiosi e bei negozi,per lo più deserti ,nella via Rustaveli,il cuore della città,mentre il resto è lasciato a se stesso. Strade non asfaltate e polverose;mendicanti che chiedono l’elemosina ai passanti;case con vistosi problemi strutturali;carcasse di antiche auto lasciate a svernare;bambini che giocano seminudi per strada;bancarelle improvvisate ad ogni angolo;panni stesi;buche;pietre disseminate per terra;piccoli negozietti di generi alimentari;vecchie venditrici di articoli pseudo religiosi;erbacce;marciapiedi dismessi. T’bilisi è così,è questa la sua caratteristica:la contraddizione che si vive a distanza di cento metri.
    Della T’bilisi sovietica restano gli edifici governativi in piazza Repubblica,in passato piazza Lenin,rinominata dopo l’ indipendenza del 1991.
    La statua del poeta Rustaveli ha sostituito quella del padre del socialismo.Anche la metropolitana ha chiaramente un aspetto sovietico sono sparite le falci e martello e non ha la grandeur e teatralità delle principali stazione sovietiche ma lo stile è quello. Il centro di T’bilisi è un enorme mercato all’aperto:calze;formaggi preparati in casa;pane;frutta,vestiti;giocattoli per bambini;arachidi di tutti i tipi sono solo alcuni dei prodotti messi in vendita da vecchie callarone e dai contadini provenienti dalla campagna circostante.I mercati principali,in realtà,si trovano presso le principali stazioni,quella degli autobus di Didube e quella ferroviaria.Sono i mercati in cui si trova di tutto,da ogni genere alimentare fino ad animali vivi, pesce,vegetali e frutta direttamente dalla campagna trasportati nel bagaglio delle vecchie auto;bancarelle improvvisante su vecchie cassette di legno;abbigliamento;ogni sorta di chincaglieria;attrezzi e oggetti per la casa;giocattoli.Veri centri commerciali d’ altri tempi in un mondo ancora non contaminato da quella parola ormai inflazionata che è globalizzazione. T’bilisi,capitale della Georgia supera i 1200000abitanti.Fu fondata nel V secolo dal re Vakhtang Gorgasali , detto “testa di lupo” per via dell’elmetto,ed una grossa statua di Gorgasali,appunto,si può ammirare accanto alla chiesa di Metekhi, sul lungofiume sotto la fortezza.La leggenda vuole che Gorgasali fondò la città nel luogo dove il suo falco si posò cioè nei pressi della sorgente di acqua calda che da il nome alla città. T’bilisi,in georgiano,significa appunto città della sorgente calda. T’bilisi è sconosciuta e marginale nelle rotte del turismo europeo eppure è una città da scoprire che riserva mille sorprese e conserva l’eleganza tipicamente europea della via Rustaveli, il salotto buono della città e di mille altri angoli che ricordano i tempi passati, ma chi si aspetta una città profondamente intaccata dall’urbanistica realista sovietica resterà deluso.Rimossi dopo l’ indipendenza i simboli e le icone,restano alcuni palazzi del passato potere che in fondo si armonizzano con la città e non ne modificano l’ atmosfera. Il continuo mercato all’aperto;le strade dismesse;i vicoli che ti proiettano in aperta campagna;le case di legno con i caratteristici balconi-veranda;i panni stesi ad asciugare;anziani che sostano agli angoli in attesa di qualche buon samaritano;le vecchie auto in sosta tutto rimanda ad una volgarità che nell’Europa della Comunità Europea non esiste più. Qualcosa si trova ancora nel nostro sud Italia ma oramai quasi dovunque questi valori sono andati persi man mano che l’Europa si è allargata. T’bilisi è la città dalle numerosissime chiese sparse nella città vecchia e sulle colline, chiese in maggioranza ortodosse , che dimostrano le radici profondamente cristiane del paese.Dopo aver ammirato i rituali ortodossi dei baci alle icone e le mille fiammelle delle candele di cera, si può salire alla grossa e recente chiesa di Sameba, la più grande costruzione religiosa dell’intero Caucaso nonchè la chiesa ortodossa più grande al mondo,che domina il panorama della città. La grande esplanada della cattedrale è architettonicamente imponente e vasta ma si nota la differenza con le altre chiese:questa è moderna in tutto e per tutto visto che la sua costruzione è terminata giusto 4 anni fa. San Giorgio è il patrono di T’bilisi .La Statua dorata di San Giorgio che uccide il dragone domina la piazza principale della città, piazza dell’Indipendenza,e sostituendo l’ ormai sorpassata dalla storia,statua di Lenin,dimostra i saldi legami della Georgia con la cristianità .La stessa bandiera georgiana bianca con una croce rossa deriva dallo stemma di San Giorgio, mentre le altre più piccole vennero aggiunte più tardi e riportano l’epoca medievale e crociata e simboleggerebbero le ferite di Cristo. T’bilisi e la Georgia sono famosi anche per l’ ottimo cibo ed il gustoso vino e la parte gastronomica della visita georgiana resterà tra gli aspetti positivi del viaggio,sia per la qualità del cibo sia che per l’ economicità.Anche la nightlife di T’bilisi può lasciare soddisfatti ,esistono,infatti,due zone principali di pub ristoranti e locali ubicate uno nella zona di Piazza Rustaveli,mentre l’altra è adagiata sul fiume Mtkvari. L’area in questione consta di alcune stradine pedonali,inserite in una serie di costruzioni completamente rinnovate,disseminate di locali come bar,ristoranti e piano bar.L’aria è elegante e promettente. Kartlis Deda,la grande statua della Madre Georgia sorveglia la città dall’alto.La Madre Georgia domina la collina della città ed è raggiungibile a piedi,dopo la visita di una antica chiesa fortificata,tramite una lunga passeggiata in salita.La statua reca una coppa di vino in una mano e una spada nell’altra e simboleggia l’ indomito spirito georgiano ospitale ed amichevole con lo straniero e l’ amico ma forte e risoluto con chi ne minaccia la libertà e la sopravvivenza. Da questa posizione si riesce ad osservare bene la città,quasi adagiata in una sorta di canyon scavato dal corso del fiume e spettacolari sono le costruzioni a picco sulle pareti del fiume Mtkvari. L’ alfabeto georgiano è uno degli scogli più grossi di un viaggio in Georgia,costituito da 33 lettere, sebbene presenti influenze greche,è un alfabeto antichissimo e attraverso ulteriori modifiche nel corso del tempo prese la forma attuale intorno al decimo secolo.

    Mtskheta, a circa 30 km da T’bilisi,immersa in splendidi panorami bucolici e situata alla confluenza dei fiumi Aragvi e Mtkvari,era la capitale dell’antico regno medievale georgiano,ancor oggi capitale spirituale della Georgia,essendo sede della chiesa ortodossa e apostolica georgiana.
    La zona di Mtskheta contiene due monasteri protetti dall’Unesco e resti di insediamenti a partire dal secondo secolo d.c. Il monastero di Jvari , la cattedrale di Svetitskhoveli del XI secolo usata per incoronare i re georgiani,la chiesa monastero di Samtavro e quella di Shio-Mgvime meritano una giornata di visita immersi in un atmosfera bucolica davvero suggestiva. La cattedrale di Svetitskhoveli,ricostruita varie volte nel corso del tempo,contiene la tomba di Santa Sidonia,nel sepolcro della quale,si dice sia contenuta la tunica di Gesù portata a Mshkheta dal fratello sacerdote ebreo.Anche i resti del castello di Armaztsikhe possono essere visitati nella zona per essere proiettati in quello che è stato il medioevo in Georgia.La zona è raggiungibile in minibus per pochi lari ma visto che la zona è ampia e le cose da vedere sono molte è consigliabile contrattare con un tassista una visita completa andata e ritorno da T’bilisi visto che i prezzi sono ampiamente abbordabili.

    LUCA PINGITORE & LUCA TOCCO

  • La regina del Caucaso: viaggio nella Georgia medievale e sotterranea.

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    La piccola Georgia ha un’ antica storia .
    Nel complesso monastico del Monte Athos troviamo un monastero georgiano costruito nel 980 che contiene un’ immensa biblioteca, il Santo Monastero di Iviron, nel XII secolo esistevano anche ben otto monasteri georgiani ortodossi nella Gerusalemme del tempo delle crociate .
    Sotto il regno della regina Tamara ( 1160 – 1212 ) la Georgia raggiunse l’ apice della sua potenza politica, economica e culturale, una vera età dell’oro, nonostante un’ iniziale opposizione alla sua incoronazione in quanto prima donna regina Tamara dimostrò forza e carisma nonostante alcune concessioni a quei nobili che cercavano di manipolarla in quanto giovane e donna.
    Il nome Tamara è di origine biblica e significa palma da dattero.
    La Georgia occupava al tempo della sua massima espansione alcuni territori dell’attuale Azerbaijan , il Caucaso russo, l’Armenia, oltre ad una vasta influenza sull’ attuale Turchia, regno di Trebisonda e sulla Crimea, ergendosi a baluardo cristiano di contenimento all’islam.
    Tamara morì nel 1212 e dopo la sua morte fu canonizzata dalla chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana, e più tardi celebrata in canti, leggende, opere sia nella cultura popolare che nell’ arte , il grande poeta e artista georgiano Rustaveli ancor oggi ricordato con vie, accademie e statue a Tbilisi visse e operò sotto il suo regno.
    Il nostro viaggio nella Georgia medievale inizia a Khakhuli, l’ attuale Haho, in Turchia a sud di Erzurum dove troviamo un monastero georgiano del XX secolo più tardi trasformato in moschea, faceva parte di un centro di cultura e teologia della chiesa ortodossa georgiana medievale.
    Dal nome del monastero prende anche il nome la preziosa icona della madonna di Khakhuli che ai giorni nostri è conservata dopo diverse vicissitudini
    all’ Hermitage di San Pietroburgo, altre testimonianze di Khakhuli di possono vedere nel museo dell’ arte della capitale georgiana.
    Da Khakhuli ci spostiamo nei dintorni di Kutaisi dove troviamo la cattedrale di Bagrati e il monastero di Gelati ( patrimoni Unesco ) la zona era uno dei centri culturali più importanti del periodo del “ Rinascimento “ georgiano sotto Tamara, il monastero funge da tomba per il re David il costruttore colui che costruì chiese e monasteri ortodossi prima del regno di Tamara e contiene mirabili affreschi.
    La cattedrale è uno dei simboli di Kutaisi ora in rovina a causa di un terremoto e delle diverse incursioni ottomane nel corso del tempo Intorno a Kutaisi a Geguti sono visibili alcune rovine del palazzo reale della Regina.
    L’architettura di questi edifici visto che sono stati costruiti nello stesso periodo ricorda molto quella da noi vista in Georgia nell‘ex capitale Mtskheta, non lontana da Tbilisi che abbiamo visitato nel settembre 2008.
    Mtskheta è uno dei luoghi spirituali più importanti dei georgiani che divennero cristiani intorno al 317, oltre ad essere sede di incoronazione e sepoltura dei re georgiani fino al XIX secolo e offre al visitatore oltre ad una splendida valle la chiesa dell’ XI secolo, il monastero di Jvari del VI secolo, una fortezza e vari resti di diverse epoche, anch’ esso è patrimonio Unesco.
    Altro luogo storico della Georgia sono le chiese rupestri di Vardzia ( a sud ovest di Tbilisi verso il confine armeno ) che fondato dalla regina contengono affreschi di Tamara, la zona costruita con molteplici stanze nascoste, sotterranei e tunnel scavati nella montagna serviva da riparo contro le incursioni del mongoli, più tardi la città fu distrutta da una terremoto e saccheggiato dai Persiani.
    Attualmente il monastero è ancora gestito da monaci e parecchie stanze sono visitabili.
    Finiamo il nostro viaggio virtuale nei dintorni di Gori ( 10 km ) con Uplistsikhe oggi Shida Kartli ( fortezza del signore ) contiene un antica basilica cristiana, grotte e molte strutture in rovina, fu il primo nucleo insieme a Mtskheta della nascita dell’ iniziale regno georgiano, qui fu incoronata la nostra regina Tamara.
    Consiglio di visitare la verde Georgia un luogo fuori da qualsiasi rotta turistica ma pieno di autentiche piccole gemme nascoste e dimenticate, prima o poi mi piacerebbe tornarci di nuovo.
    LUCA TOCCO