Categoria: Caucaso del Nord (Russia)

  • Beslan, una strage da non dimenticare

     

    L’auto sulla quale viaggiamo svolta a sinistra dopo aver percorso una trentina di chilometri dal nostro punto di partenza, Vladikavkaz la capitale dell’Ossezia del Nord – Alania, una delle Repubbliche facenti parte della Federazione Russa. Notiamo l’unica moschea presente in città ma non c’è il tempo di pensare ad eventuali barbare similitudini viste in altre zone del mondo in quanto il nostro breve viaggio si arresta giusto nelle vicinanze, davanti l’oramai ex Scuola numero 1 di Beslan.
    Giungo per la prima volta nella cittadina teatro del tragico evento il 1 settembre 2015, proprio nell’anniversario dell’undicesimo anno dalla strage che qui si consumò nel 2004.
    Era, infatti, il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di uomini armati assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano a celebrare l’inizio del nuovo anno scolastico tramite la tradizionale celebrazione del primo giorno di lezioni. Per l’occasione di festa, oltre a maestri e studenti era numerosa anche la presenza di madri, nonni, fratellini.
    Negli attimi iniziali dell’attacco non tutti si resero conto di quello che stava realmente accadendo e solo in pochi riuscirono a mettersi istintivamente in salvo. Si contarono però già le prime vittime.
    Le persone fatte prigioniere furono ammassate nella palestra della scuola tenuta sotto perenne controllo armato da parte degli assalitori. I prigionieri subirono continue vessazioni e vennero lasciati senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con le proprie deiezioni. I sequestratori non risparmiarono l’uccisione di qualche ostaggio durante i tre lunghi giorni in cui si sviluppò l’operazione terroristica, mentre fuori vigeva l’assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da quale evento, causarono la reazione di attentatori e la risposta delle squadre di sicurezza facendo così sfociare la situazione in un drammatico eccidio. Delle circa 1200 persone costrette nella palestra più di 300 delle quali 186 bambini persero la vita.
    La prima volta che mi recai alla scuola di Beslan era, come detto, un primo settembre. Giorno di celebrazione quindi ma il silenzio che si avvertiva per le strade della cittadina osseta nonostante la gente per strada, i bambini, i poliziotti addetti alla chiusura del traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti davano la sensazione di trovarsi in una atmosfera ovattata.
    Mi mossi taciturno nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’eccidio, e mesti pensieri mi assalirono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito erano e sono ancora oggi tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto, ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati od associazioni ed istituzioni giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, facevano e continuano a fare da cornice alle centinaia di candele poste al centro della palestra dove è stata eretta una grande croce ortodossa. Mazzi e corone di fiori completavano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangevano in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione fu stringente.
    Da allora mi reco a Beslan sistematicamente, anche più di una volta l’anno se capita, anche in compagnia di persone interessate a saperne di più di questa triste vicenda.
    Sentire gli eventi raccontati da altri, seguirli da lontano su giornali e tv, vedere foto e video di quei momenti ti lascia pensare ma resti sempre comunque distaccato.
    Camminare invece sul pavimento di legno della palestra con ancora presenti le buche causate dalle esplosioni, vedere la scuola oramai abbandonata, osservare una ad una le foto delle vittime, bambini e non, leggere i loro nomi e le date di nascita, respirare l’atmosfera rarefatta e di silenzio che si avverte nell’ex plesso scolastico ti fa avvertire davvero la portata di quella tragedia in tutta la sua violenza. La percepisci in maniera diretta. Ed ogni volta non è mai uguale a quella precedente.
    Sensazioni ancora più forti che si avvertono al “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’aeroporto. Lì, attraverso foto e data di nascita e di morte, le vittime le “vedi” tutte.
    Nel corso di questi ultimi anni ho ascoltato gli eventi dell’attacco terroristico dagli involontari protagonisti. Da coloro i quali prestarono alla causa comune i loro cortili adiacenti la palestra per essere utilizzati come base da militari e soccorritori durante i tre giorni dell’assedio o da coloro i quali abitavano e continuano ad abitare nei pressi della scuola o anche da cittadini qualunque.
    Ma le testimonianze più forti provengono dai familiari, dalle madri alle quali i figli sono stati portati via per sempre in maniera crudele:
    “Per chi ha perduto i propri cari ed i propri figli nel corso di quell’attentato, la vita non è più come prima. Ogni giorno i ricordi di quell’inizio di settembre 2004 ci assalgono con forza e le emozioni esplodono continuamente. Ma fa piacere che la gente, nel mondo, si ricordi. Allevia un poco il dolore vedere che gente arriva da lontano per mostrare la propria vicinanza ancora a distanza di anni. Ci fa sentire meno soli. Perché l’importante è non dimenticare. Affinchè fatti del genere non accadano più”.
    Ogni volta che torno ed ogni volta che ascolto la storia di quei giorni da chi ha tragicamente vissuto quei momenti vengo catapultato in un vortice di tristi emozioni.
    L’Italia tramite associazioni ed iniziative di alcuni gruppi è da sempre stata vicina a Beslan sia con progetti specifici sia con iniziative a ricordo.
    In qualche località anche la toponomastica cittadina è stata dedicata alla memoria di quella vicenda.
    Ma quello che tutti noi singolarmente possiamo continuare a fare è comunque non dimenticare la strage di Beslan e soprattutto le madri ed i parenti che ancora piangono i propri figli ed i propri congiunti.
    Morti per cosa?

    LUCA PINGITORE

  • Khaibakh, la città scomparsa

     

     

    Il nome Khaibakh non dice niente a nessuno e magari risulta anche non semplice da pronunciare. In realtà però è il nome di una località praticamente introvabile anche sulle mappe. Certamente, perché non esiste. O meglio, non esiste più dal 1944.

    La memoria di questo posto fu completamente cancellata e rimasta solo nella tradizione orale di qualche anziano.

    Anni fa in Ucraina furono ritrovati dei corpi di soldati dell’Armata Rossa uccisi nel corso della II° Grande Guerra Mondiale. Gli studiosi trovarono tra gli effetti personali di alcuni di essi delle lettere indirizzate a casa, ai propri familiari, ma che evidentemente non fecero in tempo ad esser spedite. Le lettere erano indirizzate al villaggio di Khaibakh. Nessuno, però, conosceva questo posto e di conseguenza partirono gli studi per capirci qualcosa, il mistero andava risolto.

    Si scoprì quindi che Khaibakh era un villaggio facente parte di un comprensorio di altri piccoli ed antiche frazioni ubicate sulle montagne selvagge del Caucaso e precisamente in Cecenia, in linea d’aria non lontano dalla frontiera con la Georgia. Khaibakh e gli altri villaggi non esistevano più e l’area dove una volta sorgevano era molto impervia da raggiungere. Non esistevano strade ma solo montagne, boschi, fiumi, cascate, un’area completamente disabitata e praticamente interdetta alla popolazione.

    Ma cosa era successo? Quale era la storia di questa zona?

    Con l’“operazione Lentil“, nel 1944, in Unione Sovietica fu deciso di deportare i ceceni nelle steppe del Kazakhastan o sulle montagne dell’Asia Centrale. Gli abitanti di questi antichi villaggi, detentori di una storica tradizione arcaica, iniziarono ad esser radunati con la forza e caricati su dei camion per esser portati alla stazione ferroviaria più vicina, molti chilometri a valle.

    Le operazioni risultarono però ovviamente lunghe e complicate. Trasportare su mulattiere di montagna e mezzi di trasporto degli anni ’40 circa 3000 persone controvoglia non era di certo una operazione semplice.

    Ad un certo punto allora a qualcuno venne l’”idea”.

    Gli ultimi circa 700 abitanti, ma qualcuno sostiene molti di più considerato che si tratta sostanzialmente di fonti orali, furono raccolti, fucilati, bruciati i corpi e sepolti in una larga fossa comune. Il sito fu poi ricoperto, risistemato e lasciato nel dimenticatoio, abbandonato nell’oblio degli isolati più di duemila metri di altezza del luogo.

    Questo narra la storia e la leggenda.

    L’area quindi restò completamente interdetta e dimenticata per circa 50 anni. Finchè appunto fu riscoperta a livello ufficiale dagli studiosi intorno gli anni ’90. Anche perché nel frattempo l’Urrs si era dissolta e le memorie delle leggende locali tramandate nel tempo riaffiorarono tra i capi-aul [capi villaggi, sorta di forma arcaica di sindaco. N.D.R.] di quell’angolo di Caucaso.

    Ma in Cecenia, proprio in quegli anni, scoppiò una nuova e drammatica guerra, suddivisa in due distinti momenti a breve distanza temporale, che fece restare la zona ancora interdetta per altri lunghi anni.

    Di Khaibakh e dei villaggi limitrofi restavano e restano oramai solo ruderi di pietra, un vecchio cimitero, antichi ceppi stradali nascosti dalla vegetazione, storiche grotte nelle pareti di alcune montagne dove vissero i primi antichissimi abitanti della zona.

    Dal 1944 solo una torre a Khaibakh restò in piedi. Fino ai primi anni 2000.  Quando per un evento fortuito, durante operazioni aeree militari della guerra che imperversava in quel momento in Cecenia, una bomba la colpì e la danneggiò.  

    Terminata la guerra e rimessasi in carreggiata la situazione, intorno il 2010, un privato e facoltoso cittadino ceceno decise di “riportare alla luce” l’intera area e fece creare, con fondi propri, una strada in terra battuta, un solco, una pista più che una via di comunicazione vera e propria, che si incunea tra le montagne e può essere attraversata solo tramite potenti fuoristrada. Quando le intemperie non la rovinano con frane, smottamenti, allagamenti, neve. Fitta vegetazione, paesaggi mozzafiato, orsi e cavalli allo stato brado sono gli unici padroni dell’area che resta ancora chiusa al visitatore ed accessibile da circa tre anni solo con speciali permessi. A qualche mandria di bovini con i loro allevatori-guardiani è concesso accamparsi in tende o vecchi vagoni ferroviari in legno trasposti su ruota nella parte più a valle per il periodo necessario al pascolo. Da quel punto in poi si ascolta solo il rumore della natura e del fuoristrada che ti conduce attraverso la pista in terra e pietre, in alcuni punti a picco sul baratro, verso l’unico punto di sosta attrezzato. Una piccola costruzione utilizzata come moschea e come luogo di riparo in caso di condizioni avverse del meteo che magari costringono coloro che si spingono fin li a dover trascorrere la notte in questo luogo amèno.  

    Ad oggi pochissimi sono coloro che hanno avuto la fortuna di addentrarsi nella zona e poter aggirarsi tra le rovine dei vari villaggi dell’area, soprattutto tra quelle della leggendaria Khaibakh con i segni della fossa comune. Storie diverse, tempi differenti, destino simile finito nel fuoco per alcuni versi avvicinano Khaibakh con Pompei.

    Ma nonostante la tragica storia che si conserva nella sua natura incontaminata, Khaibakh è un posto unico al mondo perso nel cuore delle montagne del Caucaso.

    Chi scrive questo articolo ha la fortuna di poter raccontare la storia ed i luoghi in questione per esperienza diretta essendo stato il primo viaggiatore straniero ad aver avuto la possibilità di addentrarsi per quelle montagne e l’unico visitatore forestiero ad essercisi recato più di una volta, accompagnando anche, in un paio di occasioni, degli sparuti italiani desiderosi di conoscere l’area.

    Per recarsi ai confini del mondo, vivere la storia e gustarsi la magia dell’isolamento e della bellezza della natura basta recarsi a Khaibakh.

    La città scomparsa.

    LUCA PINGITORE

    Articolo ripreso da ilquotidianoditalia.it del 22/02/2021

  • Daghestan 2017

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    Le “ colonne d’ Ercole ” segnavano la fine del mondo conosciuto ad ovest; le “ porte di Alessandro ”, in un certo senso, la fine del mondo “civilizzato” ad est. Una immensa fortificazione che difendeva i territori conquistati da Alessandro Magno si estendeva quasi parallela alla catena montuosa del Caucaso arrivando fino alle rive del mar Caspio. E dopo secoli, i resti della fortezza che sovrasta il villaggio di Khuchni nel distretto dei Tabasarani e famosa per la leggenda dei “sette fratelli ed un sorella”, sono ancora lì a tramandarci tempi passati. Come la cittadella di Naryn-Kala, sopra la città di Derbent, che sovrasta il mar Caspio fino a perdersi all’ orizzonte nel Kazakhstan dall’ altra parte del mare-lago.
    Siamo in Dagestan, una delle repubbliche più interessanti dell’ intera regione del Caucaso.
    Una repubblica che ha vissuto guerre antiche ed eventi moderni di terrorismo . Proprio per questa difficile situazione politica il Dagestan è impropriamente tralasciato dai viaggiatori internazionali con la conseguenza di renderlo ancora più affascinante e piacevole da scoprirlo e viverlo.
    Una repubblica autonoma dove risiedono decine di etnie differenti con numerosi i villaggi incastonati nelle recondite montagne dove si vive ancora tradizionalmente come le rispettive tribù tramandano da decenni.
    E magari capita di recarti in una cittadina ubicata sull’ orlo di un canyon e sentirti catapultato indietro negli anni dell’ Unione Sovietica, dove sulla spaziosa e fredda piazza principale che ospita l’ unica scuola, ti imbatti nei bambini che escono per la ricreazione al seguito della vecchia maestra, l’ unica persona che parla inglese in tutta la città. Ed è anche per lei è una grande emozione incontrare, forse per la prima volta, degli stranieri e riuscire a scambiare qualche parola nella lingua che prova ad insegnare ma che ella stessa ha imparato moltissimi anni fa. Lenin, in una rara statua dove è ritratto in movimento, benedice l’ incontro internazionale che verrà celebrato in un sovietico negozio di generi alimentari. Per la grande occasione le babushki sfoderano la loro ottima tradizione culinaria e trasformano il piccolo negozietto, scarno come ai tempi dell’ Urss, in una sorta di trattoria per gli ospiti italiani. Tutti i piatti della tradizione vengono passati in rassegna dai nostri stomaci. Non si può e non si vuole, data la succulenza delle cibarie cucinate a mano, rifiutare. E’ tempo del caffè. Il caffè “alla turca” o “alla greca”, a seconda di quale zona d’ Europa ti trovi, ci viene preparato artigianalmente su di un focolare approntato nel vicino bosco. A pochi metri dallo strapiombo sul fiume dalle acque color smeraldo che scorre sottostante, incuneandosi nelle ramificazioni del canyon.
    E finalmente ci inoltriamo in queste gole navigando su un battello guidato da un vecchio capitano di lungo corso che riesce a farci godere tutta la bellezza del posto amèno nel quale ci troviamo.
    Numerose sono le gole, le grotte, le cascate che caratterizzano la parte dagestana del Caucaso. Scenari incredibili. Come quello che non ti aspetti in una zona montuosa. Le dune di sabbia. Uno spettacolo insolito che si può ammirare da queste parti percorrendo a piedi i binari dell’ antica ferrovia che muoveva merci e persone durante il periodo dei Soviet.
    Ma anche il mar Caspio stesso è particolare, questo gigantesco lago chiuso tra le terre ma così grande che è stato da sempre considerato alla stregua di un mare. Meno famoso del vacanziero e pietroso mar Nero che delimita il Caucaso ad ovest ma altrettanto accattivante. E te ne accorgi passeggiando sul lungomare di Kaspijnsk o sulla spiaggia di Makhachkala, la capitale del Dagestan. A Baku, poche centinaia di chilometri più a sud, in Azerbaijan, avverti l’ inebriante odore del petrolio, dell’ oro nero che viene estratto da qualche piattaforma invisibile ubicata al largo del mare, qui a Makhachkala avverti invece l’ aria tipicamente salmastra e marina.
    Makhachkala città di contrasti. Capitale di una delle repubbliche più islamiche della Russia ma allo stesso tempo città aperta dove la religione non si avverte in maniera così presente come avviene nella vicina Grozny.
    A Makhachkala siamo musulmani ma si può fare di tutto”, si azzarda a dirci qualcuno. Ed infatti non mancano gli esercizi commerciali dove l’ alcool è venduto regolarmente, la gente che seppur con moderazione si lascia andare, qualche locale con musica per ballare e cantare, molte donne senza hijab (il foulard che copre la testa).
    Russi, dagestani delle varie tribù ed altre etnie dell’ ex Unione Sovietica convivono. Certamente non mancano le madrasse (le scuole coraniche), le moschee, i muezzin, le preghiere, le tradizioni ma il vero fulcro dell’ islam, in Dagestan, si trova fuori città e soprattutto nelle montagne. O nella periferia, che lascia lo schema sovietico per quello mediorientale tipico dell’ hinterland di Istanbul od in maggior modo di quello dei Territori Palestinesi.
    Il flashback tipico del viaggiatore, nel caso di Makhachkala, della sua periferia per la precisione, ci riporta a Ramallah, la capitale amministrativa della Palestina. Enormi vialoni bloccati dal traffico con negozi di qualsiasi genere, caffè volgari, autolavaggi, confusione.
    Tutto questo non ci fa dimenticare, però, la storia recente fatta di guerra e soprattutto di attentati, azioni non ancora sopite. Una situazione difficile che crea numerose problematiche che spesso da qui si estendono poi in altre aree geografiche.
    Il Dagestan risulta per questo più isolato rispetto a tutte le altre repubbliche del Caucaso e la gente locale se ne rammarica. Solo negli ultimi tempi qualche vacanziero proveniente da altre parti della Federazione Russa inizia a recarcisi in maniera più assidua. Non è così, però, per i viaggiatori stranieri. La diffidenza verso questo lembo di Caucaso è ancora forte. I pochi “avventurieri” stranieri che si spingono fin qui vengono accolti dai popoli dagestani in maniera eccezionale, sono al corrente dei pregiudizi che versano nei loro confronti e sanno che una rinascita e la possibile uscita dal tunnel del terrore che ancora continua ad attanagliarli passa dal turismo e dalla loro reclamizzazione nei consessi internazionali.
    In altre parti del mondo poco toccate dal turismo, la gente mostra curiosità verso lo straniero in generale e l’ italiano in particolare. Qui in Dagestan la curiosità negli sguardi dei bambini che vedono per la prima volta degli stranieri, si confonde con gli inviti degli adulti a prendere un tè in casa propria. Sono contenti di farlo, anelano a che si inizi a parlare del Dagestan in maniera positiva. “Siamo brava gente, la guerra non c’è più. Parlate di noi e non ci dimenticate”, ci sentiamo più volte ripetere.

    LUCA PINGITORE

  • Cecenia 2017

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    Per completezza si consiglia prima di leggere anche il paragrafo sulla Cecenia di questo articolo:
    Dalla Cecenia all’ Ossezia del Sud passando per Beslan. Caucaso 2015

     

    Il tempo di un selfie che il giovane autista invia in diretta a tutti i sui amici, esaltato per aver incontrato la prima volta in vita sua due italiani raccattati all’ ingresso in città e via per le strade della periferia della capitale della Repubblica. Costeggiamo il mare cittadino, una sorta di lago concepito per scopi differenti da quelli attuali ma utilizzato, poi, come posto di svago per famiglie e sportivi durante le giornate estive. Per certi aspetti riporta alla mente il lago Jarun alla periferia di Zagabria ma questo, con al centro le sue fontane musicali, è il Grozneskoie more, la prima delle numerose “stravaganze” che si possono notare nella rinnovata Grozny, la capitale della Cecenia.
    Ero già stato in città un paio di anni fa per una visita fugace ma comunque intensa, riuscendo così a percepire delle sensazioni e scaturire delle analisi, questa volta però, insieme al mio compagno di viaggio, siamo intenzionati ad indagare più a fondo la realtà cittadina e quella della Repubblica che l’ attornia.
    Proveniamo in auto da Vladikavkaz, dall’ Ossetia del Nord attraversando il territorio dell’ Inguscezia, un’ altra delle Repubbliche considerate dai più ad alto rischio di turbolenza.
    Ci lasciamo alle spalle la zona industriale della capitale osseta, sede di alcune industrie metallurgiche e ci inoltriamo per la campagna con le altitudini della catena montuosa del Caucaso, ancora innevata anche ad altezze più basse rispetto ai sempre-bianchi ghiacciai, che si stagliano alla nostra destra.
    L’ autista è molto intenzionato a colloquiare con noi e ci indica i campi ai lati della strada come la risorsa nascente per il futuro della Russia e dell’ Ossetia del Nord in particolare. In seguito alle sanzioni ed al conseguente scarso arrivo di prodotti dall’ estero, afferma, la gente ha iniziato a lavorare le campagne e le semine porteranno entro un anno fasti risultati: pomodori, frutta, verdura, patate locali inonderanno i mercati della zona se non di tutta la Federazione, contando anche lo sviluppo dell’ agricoltura in altri territori dell’ immenso stato russo. Ci indica terreni coltivati e gente al lavoro, arrivando a farsi una risata delle sanzioni imposte alla Russia. Sarà forse una esagerazione la sua ma si nota un piccolo fermento intorno ai campi anche per via di alcune aziende sorte dove fino a pochi mesi fa, tempo del ultimo mio passaggio in zona, si estendevano terreni abbandonati. Negli ultimi periodi, sanzioni o non sanzioni, in base anche ad altri dati avuti rispetto alle parole dell’ autista, nella zona caucasica, da Nalchik in giù, l’ agricoltura pian piano sta cominciando comunque a mettersi in moto.
    Durante il tragitto riascoltiamo il vecchio nastro, udito più volte da queste parti e dettato dagli storici attriti sfociati in una cruenta guerra agli inizi degli anni ‘90, delle considerazioni campanilistiche tra il popolo osseto e quello inguscio. Anche i campi incolti in territorio inguscio possono tramutarsi in oggetto di scherno.
    Rispetto alla precedente, questa volta, ai rallentamenti in prossimità dei check point situati sul confine tra le due Repubbliche di Ossezia ed Inguscezia, le nostre facce soddisfano la milizia e passiamo senza esser fermati per controlli. Lo stesso accade all’ ingresso nel territorio ceceno, dove la strada si fa più moderna e l’ effigie del suo giovane Presidente saluta i viandanti che si muovono da queste parti.
    Il nostro autista, come da tradizione e già da noi preventivato in base alle precedenti esperienze, ci abbandona ai lati della rotonda stradale che segna l’ inizio della città di Grozny. Un po come nel Kosovo tra serbi ed albanesi (anche se li la situazione presenta per molti aspetti delle differenze), qui nel Caucaso del Nord osseti, ingusci e ceceni non si sentono a loro agio a transitare o sostare nelle repubbliche altrui e nonostante le rassicurazioni alla partenza, capita di sovente invece di esser “venduti” a tassisti locali, o presunti tali, una volta superato il cartello d’ ingresso della città di destinazione. Ed è cosi anche questa volta. A caricarci ed a portarci alla nostra meta è un giovane ceceno barbuto, il quale oltre al selfie, inanella una serie di domande incuriosito dalla nostra presenza in città. Avvertire la sorpresa, lo stupore, il piacere e l’ orgoglio di incontrare due stranieri a Grozny come anche poi ci accadrà nelle montagne, sarà l’ emozione che soddisferà la nostra permanenza nella Repubblica caucasica.
    Grozny è una città ricostruita ma sostanzialmente viva. Anche di sera seppur non si tirino le ore piccole. Giovani e meno giovani, ragazzi o famiglie, compagnie tutte maschili o amiche tutte donne, uomini con la barba lunga ma curata o ragazze con un foulard alla moda sulla testa ma come anche persone meno tradizionaliste e senza quindi questi tratti distintivi, si muovono per la via principale, intitolata al Presidente russo Putin. In tutta la sua lunghezza, dalla statua dei “tre fratelli” o dei “tre idioti”, a seconda dell’ utilizzo della vecchia toponomastica ufficiale sovietica o di quella moderna in slang giovanile antigovernativa, fino ai grattacieli che si stagliano dietro la grande moschea e che simboleggiano un po la nuova era della città e segnano un contrasto tra il sacro ed il profano. Un viale principale dai continui richiami all’ Italia: dalle boutique di stimati stilisti italiani conosciuti presumibilmente solo qui a negozi e ristoranti con nomi italiani. L’ Italia è sempre una delle nazioni più amate in giro per il mondo. Sulla falsariga di Astana, capitale del Kazakhstan, a Grozny un’ architettura in stile sovietico si mescola a costruzioni esuberanti, alcune anche al limite del kitsch, ma con l’ aggiunta di residenze private dal chiaro influsso mediorientale con alti muri che nascondono la vista di case e giardini e cancelli d’ accesso alle proprietà lavorati e decorati e dalla simbologia che tradisce provenienza, agiatezza o classe sociale dei proprietari. Una visuale completa della capitale si ha dalla terrazza aperta al pubblico su uno dei cinque grattacieli che la sovrastano ma dalla quale non possono scattarsi fotografie in direzione del Palazzo Presidenziale e di tutto il suo enorme complesso di giardini e costruzioni che ne completano il sito. Un orizzonte chiuso dalle alte montagne che si stagliano a sud. E dove ci rechiamo in escursione. Siamo curiosi di visitarle sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello più strettamente sociale. Le cronache dei sempre bene informati raccontano di montagne selvagge abitate da estremisti dalle lunghe barbe che, alla stregua delle leggende sui briganti nel Regno delle Due Sicilie nell’800, rendono temibile il passaggio in quelle zone e covano la recrudescenza della tragica guerra che ha sconvolto la Cecenia fino a pochi anni fa.
    Ci saranno magari molti elementi che confermerebbero queste tesi, come quella registrata durante il viaggio precedente, secondo la quale la violenza cova ancora sotto le ceneri e potrebbe riaccendersi in maniera efferata da un momento all’ altro ma, relativamente alla nostra esperienza, nessun elemento degno di nota in questo senso si fa notare. Anche se proprio il 23 marzo, anniversario della Costituzione cecena e giorno d’ inizio del nostro nuovo viaggio, si registra in una località della Repubblica un assalto ad una caserma della polizia con gli attentatori che poi verranno uccisi. Ci vengono mostrate le immagini dell’ azione ma non veniamo edotti sulle motivazioni dell’ assalto. Delinquenza o fondamentalismo?
    Di certo è che sia Grozny, sia i villaggi, sia le clamorose bellezze naturali ìnsite nelle alture del massiccio montuoso di pertinenza della Cecenia, su per il quale ci inoltriamo tra neve e fango, corsi d’ acqua e cascate, antiche torri e piccoli villaggi agricoli, qualche moschea e valli incontaminate, presentano un capillare controllo del territorio da parte delle forze speciali dell’ esercito. Una presenza che durante il precedente viaggio si era notata poco, forse perché più discreta o forse a causa del breve tempo a disposizione avuto. Enormi militari addestrati per ogni situazione ed equipaggiati di tutto punto, come se stessero al fronte e per di più conducendo una operazione speciale, possono vedersi in vari angoli della città e ad isolati check point nelle montagne. La famosa cenere che copre la violenza?
    Può darsi, ma di sicuro l’ unica sensazione che non si avverte è la paura. Il rapporto con la gente è cordiale e di grande premura ed ospitalità ma anche i militari stessi, nelle sperdute montagne, sembrano non esser attratti dal nostro esser stranieri come, invece, è accaduto decine di altre volte da Vyborg in giù e da Brest verso est.
    In diversi posti si è avuto a che fare con l’ esercito: in Kosovo, in Palestina, nel Caucaso stesso ma, soffermandoci a pensare neanche più di tanto, qui in città a Grozny siamo alla stregua di una qualsiasi nostra grande città italiana dove l’ operazione “strade sicure” imperversa.
    Ed anche l’ elemento che da lontano, ai più, può sembrare dominante in Cecenia, la religione, non è poi presente in maniera così decisa. Anche nei villaggi composti da una manciata di case ed un piccolo cimitero dislocati nelle sterrate ed impervie “famigerate ribelli” montagne, si notano piccole moschee, alcune più moderne, che ti ricordano si di trovarti in una Repubblica musulmana ma non ti danno mai l’ impressione di esser poi così diverse dalla chiese e dalle cappelle che ogni cittadina annovera nei paesi di tradizione cristiana. In Uzbekistan per utilizzare un termine di paragone grosso modo appropriato, la morale religiosa musulmana è molto più asfissiante.
    Non mancano, comunque, neanche qui i collegamenti con altri ben più famosi stati musulmani, anche solo ricordando gli studi di Kadyrov padre, il primo presidente della “nuova Cecenia, svolti nelle madrasse dell’ Uzbekistan stesso ed i vari viaggi da lui effettuati in Arabia Saudita, Regno che campeggia anche in alcuni cartelloni pubblicitari che sponsorizzano viaggi verso la penisola arabica. Non manca neanche qualche rubinetto finanziario aperto con questi paesi, come quello per la costruzione di un imponente nuovo hotel di alto sfarzo che sta sorgendo nei pressi della strada intitolata ad una grande icona musulmana dello sport, Muhammad Alì, contiguo allo stadio principale, l’ Ahmat Arena, con bigliettoni che provengono direttamente dal Golfo Persico.
    E non mancano, infine, viaggiatori e collaborazioni con stati religiosamente fratelli come la lontana Indonesia, per citarne uno.
    La presenza principale che si avverte sin dal momento in cui si oltrepassa la frontiera , entrando in Cecenia, è quella del “Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, per restare nella terminologia in slang giovanile antigovernativa. Le effigi soprattutto di Kadyrov padre e di Kadyrov figlio ma anche quella del Presidente Putin sono evidenti quasi ovunque come già registrato nel corso del primo viaggio in zona. Questa volta crediamo di avere anche la fortuna involontaria di testare gli apparati di sicurezza locali nel corso di una chilometrica camminata notturna attorno il perimetro della tenuta presidenziale. Un elegante quartiere di singole villette con giardini privati e strade chiuse al traffico a motore, check point ad ogni incrocio ed illuminazione soffusa. Nella penombra il gracchiare delle ricetrasmittenti del poliziotto che sovrintende ogni posto di blocco composto da cavalli di frisia e transenne, nascosto al buio della sua guardiola, sembra avvertire del nostro passaggio. Ed il Mercedes scuro che ci sgasa di fianco un paio di volte ci illude di essersi messo in moto per seguire da vicino la nostra marcia. Ma tutto ciò forse è solo un’ illusione collettiva e la nostra passeggiata, in realtà, non ha raccolto l’ interesse di nessuno. Non lo sapremo mai.
    Il nostro peregrinare per la città di Grozny ci regala un’ altra lunga passeggiata nel “mikroraion arancione” un quartiere periferico dove tutti i vecchi condomini, restaurati dopo la guerra, sono stati risistemati esteriormente con un vivo colore arancione. Il motivo non cì è chiaro, forse, considerando il fatto che poi il vialone raggiunge lo stadio, un omaggio al glorioso ex calciatore oriundo olandese Gullit che allenò la squadra di calcio del Terek, durante gli anni ruggenti di rilancio della città tramite il calcio.
    Notiamo, in un’ altra zona periferica della capitale, l’ enorme caserma dell’ FSB, che fa da base in questa parte di Caucaso da poco uscita da una guerra distruttiva. I suoi uomini sono utilizzati oltre che per le attività di intelligence vere e proprie anche in reparti speciali che controllano frontiere e territorio.
    Visitiamo la stazione ferroviaria, utilizzata oramai per pochissimi collegamenti considerato che la vecchia linea è interrotta in Inguscezia e teatro durante la presunta fine della prima guerra cecena di un feroce bombardamento avverso alle milizie dell’ esercito russo che stavano per imbarcarsi sui treni di ritorno in direzione Mosca. Da quel momento impararono la lezione ed i battaglioni furono divisi in piccoli squadroni meno inquadrabili e quindi meno soggetti ad attacchi come quello subito.
    Ci inoltriamo ancora più in là per le strade sterrate e ci soffermiamo su, probabilmente, gli unici segni visibili della guerra rimasti in città: due costruzioni dirimpettaie, due vecchie fabbriche, una del tempo sovietico, l’ altra di epoca precedente che mostrano i segni delle granate, dei bombardamenti e del crivellare dell’ artiglieria.
    Anche a Belgrado, lasciarono due edifici ad imperitura memoria del bombardamento subito durante la loro guerra*. Li lasciarono appositamente ed in pieno centro città. Qui a Grozny, invece, questi due edifici si trovano nell’ estrema periferia e non per memoria storica.
    La guerra è stata completamente cancellata dalla topografia della città.
    Resta solo nella vita vissuta del popolo, gran parte del quale è andato all’ estero da immigrato o da profugo, e che, a detta di qualcuno, innamorandosi così dell’ “occidente” sogna una Cecenia simile.
    Una Cecenia, però, a parer nostro, che perderebbe in questo modo la sua identità. Di uno degli ultimi luoghi, ai confini dell’ Europa geografica, che regalano emozioni una volta in loco e nostalgia ogni qual volta si ritorna a casa.

    * = Anche questi palazzi, però ora, sono in via di abbattimento per esser sostituiti da nuove costruzioni. Visibile segno del cambiamento dei tempi.

    LUCA PINGITORE

  • Dalla Cecenia all’ Ossezia del Sud passando per Beslan. Caucaso 2015

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    Ai primi bagliori solari di un nuovo giorno il pullman sul quale viaggiamo viene fermato facendoci ridestare all’ improvviso. Siamo su questo bus da più di 10 ore ma sostanzialmente siamo comodi. O comunque in condizioni migliori rispetto al pullman con i sedili sfondati o staccati ed appoggiati sulla loro sede che utilizzammo esattamente 6 anni fa sempre sulla stessa tratta. Quella volta però non ci spingemmo fin qui. Quella volta ci fermammo giusto 90 chilometri prima, a Nalchik, la capitale della Repubblica della Kabardino – Balkaria, dalla quale poi movemmo su fino a al villaggio di Terskol e quindi sul monte Elbrus.
    Provenivamo dalla Crimea, ai tempi ancora inquadrata nell’ Ukraijna, “passando” per Sochi e recandoci a Volgograd. Il monte Elbrus era “solo” una deviazione di qualche centinaio di chilometri a sud rispetto al nostro tragitto.
    Questa volta invece la nostra meta è il Caucaso vero e proprio, quello più profondo. Una terra di montagne, di tradizioni antiche, di succulente pietanze di carne e ricca di storia. Una storia anche recente, che si sta ancora scrivendo e che continuiamo a vivere in questi anni.
    Una storia fatta di sangue, di guerre, di sferragliare di mezzi militari, di attentati, di pianti, di luoghi adibiti da secoli a campi di battaglia.
    Dalla città di Armavir fino all’ Elbrus e poi di nuovo risalendo a Rostov na Don e poi verso Volgograd mi ricordavo decine di controlli di polizia in missione anti terrorismo. Era il 2009 e la situazione era ancora calda. Solo 1 anno prima c’ era stata anche l’ indipendenza dell’ Ossetia del Sud che aveva comportato una guerra lampo tra Georgia e Russia alla quale assistemmo, durante un altro nostro viaggio, quasi in diretta dalla città di Gori, ad una manciata di chilometri dalla nuova linea del confine georgiano che si andava delineando . I controlli nel 2009 erano numerosi ed alla lunga risultarono anche noiosi per noi stranieri in viaggio in quelle terre.
    Questa volta invece, a distanza di 6 anni, la situazione si presenta, almeno in superficie, meno oppressiva.
    Il nostro pullman si è però arrestato ora proprio per un controllo. Siamo fermi sul fiume Uruk, alla frontiera tra Kabardino – Balkaria ed Ossetia del Nord, due repubbliche comunque appartenenti alla Federazione Russa a tutti gli effetti. Soprattutto qui nel Caucaso però, le frontiere tra le varie repubbliche sono presidiate e controllate a campione. Il rischio e la paura di terroristi in libera uscita è forte.
    Siamo ovviamente gli unici 2 stranieri a bordo ed inevitabilmente i nostri passaporti vengono presi in consegna ed io invitato a seguire il militare. A volte in Russia militari ed impiegati pubblici si immedesimano nel loro ruolo istituzionale ragionando anche in maniera molto rigida e fortemente burocratica. Retaggi di una trentina e passa di anni fa che persiste ancora negli impiegati più attempati. Siano bidelli, poliziotti, bigliettari, capo- vagoni dei treni, impiegati di un qualsiasi ufficio, vestono i loro panni in maniera ufficiale ed a volte meccanica lasciando poco spazio alla logica ed al ragionamento. Quando hai una certa confidenza con questa mentalità, però, lo sai ed assecondi il gioco di dargli importanza con l’ unico cruccio, magari, di restare lì a perdere del tempo.
    Anche in questo caso i doganieri per un presunto stupido cavillo burocratico, inesistente tra l’ altro, fanno perdere 30 minuti circa a noi ed a tutto il bus. Gli spiego varie volte la situazione e solo dopo numerosi tentativi ad un poliziotto viene in mente un’ illuminazione: la stessa spiegazione che gli sto fornendo da svariati minuti.
    Bravo ! Che intuizione !
    Mi sembra di vivere una scena di “Fracchia la belva umana” dove l’ attendente De Simone proponeva la soluzione più immediata senza esser preso in considerazione, salvo pochi minuti dopo la stessa idea venir tirata fuori dal Commissario Auricchio e tutti a giubilarlo.
    “Liberato” dall’ ufficio risalgo sul bus tra l’ ovazione generale dei passeggeri e dell’ autista innervositi per la perdita di tempo ed il sospiro di sollievo del mio compagno di viaggio ansioso per le mie ( e sue) sorti.
    Da fine osservatore d’ esperienza, anche nei momenti più complicati e difficili, i dettagli mi risaltano agli occhi quasi preoccupandomi più di registrare questi che di risolvere la situazione nella quale eventualmente mi trovo.
    Un elemento che noto e’ la quasi totale presenza, in questo punto di frontiera, di militari russi ovviamente ma di etnia tagika, kirghiza, mongola, buriata, in pratica come se militari originari dal profondo oriente russo fossero stati trasferiti in questo angolo impervio d’ Europa. Sarà un caso o un fattore voluto strategicamente per gestire con più freddezza, rispetto alla popolazione locale, questi luoghi?
    Di certo, però, non mancano i superman di etnia più propriamente russa armati ed equipaggiati di tutto punto.

    BESLAN
    Era il 1 settembre 2004 quando un folto gruppo di terroristi assaltò la scuola n. 1 di Beslan facendo prigionieri centinaia di bambini, insegnanti e genitori che si accingevano ad iniziare l’ anno scolastico durante la celebrazione del primo giorno di scuola. La gente fu ammassata nella palestra tenuta sotto perenne controllo armato da parte dei rapitori che vessavano di continuo i prigionieri costringendoli a restare senza cibo ed acqua tanto che molti di loro furono costretti a dissetarsi con i propri escrementi. Molti di loro furono passati per le armi durante i 3 giorni di prigionia da parte dei terroristi e di assedio da parte delle forze speciali russe. Finchè qualcosa non accadde. Delle esplosioni, propiziate non si sa con certezza da chi, diedero inizio ad un drammatico eccidio. Più di 300 persone delle quali 186 bambini persero la vita.
    Una tragedia che colpì duramente l’ opinione pubblica ed ancora oggi è sempre viva nei ricordi di molti.
    E’proprio per rimembrare questa tristissima pagina di storia e vedere con i nostri occhi tutta la drammaticità di questa tragedia che facciamo coincidere la nostra visita a Beslan il giorno dell ‘ undicesimo anniversario.
    Assoldiamo, fuori dal nostro hotel dove alloggiamo a Vladikavkaz, Ruslan un tassista il quale ci scorazzerà in altre escursioni nei giorni seguenti e con il quale si instaurerà comunque un rapporto di stima e confidenza che esulerà dal mero rapporto lavorativo. Percorriamo i circa 30km che separano la capitale dell’ Ossezia del Nord alla cittadina resa famosa dall’ eccidio. La cosa che ci colpisce del posto è il Silenzio. La poca gente per strada, i bambini, i poliziotti che chiudono il traffico sulle arterie principali, le automobili, i negozi aperti, noi stessi restiamo in quasi totale silenzio.
    Sin dai primi passi che muoviamo a piedi in direzione della scuola avvertiamo un senso di disagio, un quasi avvertire di essere fuori luogo. Non perché qualcuno ci lancia sguardi o ci addita ma solo perché ci sentiamo dei “turisti del dramma”, estranei che, se anche certo con buone intenzioni di vedere con i propri occhi e sentire la tristezza con le proprie emozioni, quasi disturbano questa comunità chiusa da 11 anni nel proprio dolore. Anche il nostro accompagnatore si commuove davanti la scuola, anche lui ha avuto dei conoscenti colpiti dalla tragedia. Ci muoviamo taciturni nella palestra della scuola, rimasta ancora come i giorni dell’ eccidio, e mesti pensieri ci assalgono. I muri anneriti dal fuoco, le travi del soffitto bruciacchiate, una spalliera svedese per la ginnastica, un canestro arrugginito sono tutti testimoni oculari e protagonisti inconsapevoli di un dramma di proporzioni immense. Gli ex voto – ricordo delle tante persone, singoli o gruppi, privati o associazioni e istituzioni che sono giunti negli anni in commemorazione su questo luogo, fanno da cornice alle centinaia di candele poste al centrocampo della palestra sotto una grande croce ortodossa. Mazzi di fiori e corone funebri completano il quadro doloroso di mamme, nonne, sorelle, parenti e conoscenti delle vittime della strage. Vecchie signore, molte in realtà giovani ma invecchiate dal dolore che si portano dietro, piangono in silenzio negli angoli della palestra, davanti una foto del proprio bambino ucciso, in raccolta davanti una effigie di un santo. La sensazione è stringente. Usciamo fuori ma mi sento ancora scosso e ho voglia di rientrare. Per avvertire un ulteriore momento di raccoglimento interiore.
    Siamo sopraffatti dall’ emozione. Ma siamo qui anche per essere occhi ed amplificatori per il nostro piccolo spaccato di mondo in cui viviamo in Italia. Leggere, vedere dei video o delle foto non ti da la giusta dimensione della tragedia; essere qui, calcando questi stessi luoghi ed avvertendo determinate sensazioni, ti fa percepire la strage in una maniera molto più diretta.
    Incamminandoci verso la scuola siamo passati davanti la stazione della polizia locale ed abbiamo verificato con i nostri occhi quello che avevamo letto e quello che ci ripete Ruslan più volte: “come è potuto accadere con una stazione della polizia ubicata giusto dietro l’ angolo dell’ istituto scolastico?
    Ce lo chiediamo anche noi ma potrebbero esserci differenti spiegazioni. Dalla più stupida di schettiniana memoria a quella più dietrologa del “lasciar fare”.
    Lasciamo la palestra dove decine di giovani sostano nei pressi indossando una maglietta nera con stampata la scritta “antiterror”, dove il pope dispensa parole di conforto e dove tanta gente sosta in una sorta di meditazione e ci rechiamo verso il “Memoriale degli Angeli Eroi”, il vasto cimitero costruito appositamente per le vittime della scuola in un campo adiacente l’ aeroporto e dove un paio di statue – memoriali sono erette ad imperituro ricordo.
    Girovaghiamo tra le lapidi accompagnate quasi tutte da un tavolino e due panchine in granito che servono ai familiari per sostare giornate intere sulle tombe dei lori bambini e proporre loro delle offerte in viveri. Diamo sguardo a molte incisioni dei nomi e dei volti delle vittime. Ci soffermiamo su un particolare: l’ anno di nascita di moltissime maestre. Il nostro… E non una o due ma tante…
    Rientriamo a Vladikavkaz e con il nostro autista e discutiamo di Beslan e della situazione generale del turbolento Caucaso. Ruslan ci dice che a Beslan a pianificare l’ attacco terroristico non sono state menti cecene, come ne è convinta la maggior parte dell’ opinione pubblica “occidentale”, ma bensì teste provenienti dall’ attigua Repubblica di Inguscezia.

    GROZNY
    L’ ultima discussione su temi geopolitici col nostro autista era terminata con la sua forte affermazione rivelatrice di assoluta certezza che la mano sanguinaria su Beslan non fu cecena ma inguscia.
    E siamo proprio diretti in Cecenia attraverso l’ Inguscezia quando riprendiamo la nostra conversazione.
    Le cosiddette frontiere, come quella dove venimmo fermati tra Kabardino – Balcaria ed Ossezia del Nord uno dei primi giorni del nostro viaggio, sono frequenti in questa zona geografica. Ruslan ci conduce attraverso strade secondarie per evitare il check point con la Repubblica d’ Inguscezia controllato dai militari russi. Meglio affrontare la frontiera dalla strada controllata dagli osseti, a suo dire. E cosi giungiamo ad un grande incrocio dove finalmente ci rendiamo conto delle parole del tassista. Se provieni da destra ti controllano i russi, se arrivi dalla nostra direzione ti controllano gli osseti, se giungi da sinistra sei in mano agli ingusci. Un po complicato se si pensa che siamo a tutti gli effetti in… Russia.
    Come previsto dal nostro amico alla guida, subiamo solo un rallentamento e tiriamo diritto in direzione Nazran la città capitale dell’ Inguscezia fino a pochi anni fa quando abdicò a favore dell’ attigua Magas.
    Lo scenario cambia. Piombiamo all’ istante in Medio Oriente e ce ne accorgiamo subito dalle donne ai margini della strada che sono coperte dal velo. Non ci sono estremismi visti in Giordania ma la differenza visiva con l’ ambiente prefrontaliero si nota. Attraversiamo l’ Inguscezia dove la strada principale che percorriamo e’ tutta costellata di pali elettrici su ognuno dei quali, e sono centinaia, sono alternativamente dipinti i colori bianco-verdi della Repubblica musulmana e quelli panslavi della Federazione Russa. Così per chilometri. Fino al punto d’ ingresso della famigerata Repubblica Cecena.
    La conversazione con il nostro guidatore di fiducia si fa sempre più stretta, oramai Ruslan è con noi da un paio di giorni e la confidenza inizia ad essere sempre più aperta.
    All’ inizio del tragitto, subito fuori Vladikavkaz, durante una delle nostre escursioni nella zona, ci mostra l’ area dove sorgeva una sorta di aeroporto militare off limits sul quale atterravano aerei dai quali venivano scaricati decine di mezzi militari, armamenti e soldati durante la guerra in Cecenia oltre che per il più recente conflitto in Ossezia del Sud e soprattutto durante la guerra tra Ossezia del nord ed Inguscezia.
    Più drammatica di quella cecena, sostiene lui. Forse, pensiamo noi, perché quella cecena seppur da molto vicino l’ ha solo ascoltata, quella osseto – inguscia l’ ha vissuta a casa sua. Dell’ aeroporto militare ora non resta niente altro che uno sterminato campo incolto mentre restano le montagne poco fuori Beslan da dove gl ingusci sparavano e detenevano in mano la situazione nei confronti dell’ Ossezia. Terre di guerra queste, scenari strategici anche durante la II° Guerra Mondiale quando proprio dalle valli a qualche decina di chilometri più a nord i nazisti furono ributtati indietro fino al monte Elbrus e poi fino a Volgograd dalla quale città iniziò poi l’ inesorabile ritirata fino a Berlino. Non ascoltiamo mai parole di ira o di rassegnazione dalla voce di Ruslan ma anzi riesce a farci un quadro della situazione quasi distaccato nonostante fosse stato attore di questi tragici accadimenti. Come quando ci racconta dello scoppio di una bomba ad una fermata del bus di fronte al mercato di Vladikavkaz. Era presente fisicamente in quei momenti disperati che ci racconta quasi come un cronista esterno. Gli ingusci, ancora loro. Come ingusci, incalza, sono gli attentatori che hanno attaccato Mosca più volte. Forse è di parte quando afferma queste cose essendo lui osseto o forse dice la verità come affiora anche da alcune versioni ufficiali.
    Ma stiamo per fare il nostro ingresso nella “temutissima” Cecenia. Un ritratto gigante di Kadirov figlio, l’ attuale Presidente della Repubblica ci da il benvenuto. E lo scenario cambia di nuovo. Da “mediorientale” con traffico, confusione nei villaggi, donne velate si passa ad un paesaggio più “kazako” con vasti campi inabitati attraversati dalla strada che percorriamo. La guerra era anche e soprattutto qui, in questi spazi enormi e quel poco che c’ era ovviamente non c’ è più. C è però una strada lineare, larga, ben asfaltata e veloce. Un altro segnale che ci indica che siamo in Cecenia, la Repubblica dove sono stati investiti milioni di rubli dopo la fine dell’ ultima guerra. Soprattutto per la ricostruzione della sua capitale Grozny. Città in cui, dopo più di 6 anni di attesa, riesco ad approdare. Ed a restare deluso per certi aspetti.
    Grozny, ma ne eravamo già al corrente, è una città completamente ricostruita dopo esser stata rasa al suolo. I fotogrammi, i video che abbiamo in mente circa quegli anni di terrore di guerra e distruzione sembrano svanire ed appartenere ora a film d’ azione. Non esiste più nessuna traccia della Grozny sotto le bombe di cui c’è l’ abitudine pensare. O meglio, della terribile Grozny capitale della pericolosissima Cecenia discarica dei pregiudizi più disparati. La sensazione che avverto sulla città è strana: mi sembra di provare l’ atmosfera di un governo che controlla tutto come a Tashkent ma incorniciato dall’ architettura a volte pacchiana come ad Astana. E come ad Astana convivono 2 anime cittadine, quella ultramoderna e quella più di tradizione russa.
    La pomposa università; i grattacieli sedi di centri finanziari, uffici vari ed hotel di lusso; il centro congressi che ricorda la Casa Bianca; la gigantesca Moschea frequentata a tutte le ore; la Residenza Presidenziale, forse disabitata a quanto ci dicono, immersa in un vasto parco che ricorda per molti aspetti la residenza del Presidente del Kazakhstan ad Astana appunto; l’ intero quartiere elegante preso in possesso da un ministro ed i suoi ciambellani; la sede della televisione dove solo qualche mese fa è scoppiata una bomba ed i danni subito fatti sparire; l’ enorme spiazzo del Memoriale dedicato a Kadirov padre, il genitore dell’ attuale Presidente, considerato dal governo russo il “nuovo Padre della Patria” cecena, assolato all’ inverosimile e che richiama il centro di Tashkent. Anche nella capitale uzbeka il caldo era asfissiante e per le strade non esistevano alberi o zone ombrose. Per evitare adunate sediziose ci sussurrarono. Forse a Grozny hanno utilizzato la stessa tecnica…
    Non si vedono militari per le strade, solo l’ accesso all’ aeroporto è controllato da mezzi militari corazzati, ma si avverte la propaganda politica. Le effigi dei Kadirov padre e figlio, spesso in compagnia di Putin, sono frequenti. Come le intitolazioni pubbliche a partire dallo stadio dedicato a Kadirov padre passando per la via principale della città dedicata a Putin stesso.
    A Grozny anche i vecchi enormi condomini vespai di architettura socialista degli anni di Krusciov, quelli che pur danneggiati gravemente erano rimasti in piedi, sono stati restaurati e rinnovati esteriormente, ricoperti di pannelli colorati che donano una nuova e più fresca espressione.
    Minutka, l’ accesso alla città, punto cruciale della guerra e dove si sono consumate le pagine più drammatiche per i cittadini di Grozny, è ora una moderna rotonda affannata dal traffico automobilistico di ogni giorno. Grozny ci appare, quindi, come una moderna città. Dalle 2 facce però dicevamo. Ed infatti dietro lo sfarzo c’è una popolazione che comunque non gode di tutti questi investimenti. Proviamo ad informarci tramite nostri contatti locali sull’ attuale situazione politica. A loro dire il governo russo non è amato ed il fuoco dell’ opposizione se non quello del separatismo è ancora sotto le ceneri che cova e può riaccendersi in maniera violenta da un momento all’ altro. Chiediamo conferma alla nostra supposizione circa l’ enorme flusso di danaro versato sulla città che noi intendiamo come una sorta di concessione, di patto non scritto: “vi diamo modernità e benessere” (non per tutti comunque, come detto) “e voi non create più conflitti e tensioni separatiste”, ci viene risposto che in realtà lo scintillio imposto alla città è un segnale di forza: “come vi abbiamo raso al suolo, così vi ricostruiamo”. Punto di vista di parte anche questo ovviamente, o forse una mezza verità completata dal nostro teorema.
    Tra i sentimenti di alcuni nostri interpellati ci imbattiamo in una 3° posizione in campo tra quella del governo russo ed i separatisti islamici: una indipendenza della Cecenia in chiave europeista ed “occidentale”. Una posizione di cui non si è mai letto o sentito parlare sui grossi media. E’ vero che la guerra è stata intrapresa in chiave islamica dai combattenti ma non mancano, quindi, gli interessi occidentali che si incuneano tra le crepe. A conferma di ciò anche il sentore di locali scuole “internazionali”. Sullo stile di quella in cui ci imbattemmo in Uzbekistan e dalla quale ricevemmo dei gentili messaggi di avvertimento. Certo, in Russia è vietata la presenza di agenzie, centri studi, organizzazioni di dubbia origine o mantenute con finanziamenti esteri non molto chiari ma niente vieta di aprire dei centri locali d’ ispirazione “occidentale” ufficialmente privati.

    OSSEZIA DEL SUD
    Il nostro viaggio prosegue a zonzo per la spettacolare catena montuosa del Caucaso che separa Russia e Georgia. Ed Ossezia del Sud. Un’ altra delle nostre tappe.
    Gli scorazzamenti in montagna ci regalano emozioni uniche e clamorose che ci portano alla scoperta di corsi d’ acqua, panorami mozzafiato, villaggi rurali, monasteri ortodossi, fonti d’ acqua termali e benefiche, uno dei rarissimi, se non oramai l’ unico, monumento dedicato a Stalin, antiche costruzioni dei primi abitanti della zona.
    E proprio curiosando in alcune di queste strane case in pietra, per molti aspetti simili ai nuraghi della Sardegna e con qualche richiamo ai trulli di Alberobello, che ci imbattiamo in una strana e macabra sorpresa. Diversi scheletri umani, ben conservati e perfettamente visibili, sono adagiati nelle costruzioni più piccole. Essendo terra di guerra e sangue ci balzano in mente sinistre proiezioni mentali. Ma ci sembra strano trovare resti umani in varie di queste casette e, soprattutto, l’ esser scheletro presuppone un data di morte molto più antecedente alle recenti guerre. Proviamo quindi ad informarci e intuiamo di trovarci davanti a niente altro che delle sorte di tombe di campagna. Invece di un cimitero e di una degna sepoltura, alcuni corpi venivano abbandonati all’ interno di queste piccole opere murarie. E lasciate alla mercè del tempo e di qualche animale.
    Ci rechiamo, come accennato, anche verso l’ Ossezia del Sud, lo stato nato nel 2008 dopo essersi reso indipendente dalla Georgia, stato alla quale era stato associato dopo il disciogliersi dell’ Unione Sovietica.
    Eravamo a Gori nel 2008 quando i movimenti militari arrivarono a lambire la periferia della città natale di Stalin. La curiosità di visitare l’ Ossezia del Sud quindi l’ avevamo dentro da allora. Finalmente, come per Beslan e Grozny, è arrivato anche il suo momento. San Giorgio in sella al suo cavallo nell’ atto di uccidere il drago con la sua lancia ci dà la sua benedizione, sospeso tra cielo e terra nella forma di una enorme ed imperiosa statua, che si staglia a picco da una parete di roccia.
    Dopo chilometri di paesaggio da farci girare la testa nelle varie direzioni, giungiamo alla frontiera russa. Ci apprestiamo ad uscire dalla Federazione e comunque da un’ uscita insolita per degli stranieri. Tanto più che poi dall’ Ossezia del Sud si può riuscire esclusivamente ripassando da questo varco doganale con la Russia stessa.
    Come altre volte alla frontiera con Kaliningrad, come quella volta, un po di anni fa, alla frontiera polacco – ucràina che fui scambiato, in seguito in uscita dal paese, per clandestino, come quell’ altra volta tra le isolate montagne dell’ Altaj kazako, come varie altre volte anche fuori dall’ area ex Urss, quando uno straniero si presenta a valichi frontalieri per niente comuni e fuori dalle tipiche tratte del turismo cosiddetto, anche questa il controllo dei passaporti risulta lungo e complesso.
    Oramai abbiamo una certa abitudine e lasciamo scorrere il tempo.
    Questa volta, però, ci scappa in più un vero e proprio interrogatorio. Lasciamogli il dubbio del sospetto. Che dissipiamo senza problema alcuno.
    Ci inoltriamo per la strada ed i tornanti dell’ Ossezia del Sud. Lo scenario si fa ancora più bello e siamo accompagnati da una luce solare che rende ancora più raggiante il verde dei prati di montagna che fanno da cornice al nostro procedere. Fino al check- point controllato dall’ esercito osseto del sud.
    Per alcuni metri la strada diventa sterrata ed una sorta di passaggio a livello interrompe il nostro cammino.
    I giovanissimi militari controllano i nostri documenti di viaggio. Siamo portatori di una vincolante irregolarità amministrativa che sapevamo mancasse ma che non ci ha impedito di provare comunque la sorte.
    Niente da fare. Siamo oramai a pochi chilometri da Tskhinval, la capitale del giovane stato, ma il nostro sogno di visitare il paese si infrange qui. Con estrema gentilezza i militari ci impongono il dietro-front, purtroppo non possono derogare ad i loro obblighi. Anche un’ altra signora, ci indicano, con il nostro stesso problema è stata respinta ed attende con pazienza un familiare che la riporterà indietro.
    Il tempo di dare un ulteriore sguardo e fissare per sempre questi momenti nella scatola nera della memoria. La foto inesistente più bella di tutto l’ intero viaggio. Immersi in mezzo ad una enorme vallata verde tra le altissime montagne del Caucaso, fermi in mezzo ad uno sterrato check point di una frontiera poco conosciuta e con garbati militari armati di tutto punto che ne controllano il passaggio. Vorrei restare qui ancora a lungo a gustarmi questa scena. Come quella volta che ci fermammo per più di un’ ora, come dei divertiti bambini, a guardare una piccola zattera in legno trasportare avanti e dietro, da una sponda all’ altra, uomini e mezzi nei pressi di Butrint, ultimo lembo di Albania prima della Grecia.
    Salutiamo l’ Ossezia del sud e ritorniamo indietro. Il nostro viaggio proseguirà ancora per giorni, toccando altre interessanti mete e prevedendo un emozionante ritorno, per me, sul monte Elbrus.
    Schernendo da parte nostra i commenti, frutti di ignoranza e pregiudizi, che hanno preceduto ed accompagnato il nostro viaggio ed i motivi dello stesso. Molta gente non arriva a comprendere che siamo spinti dalla sola passione di viaggiare, scoprire posti nuovi e combattere i pregiudizi stessi sentenziati nei confronti delle mete da noi battute.

    * L’ itinerario completo del viaggio:
    Krasnodar
    Vladikavkaz
    Beslan
    Fiagdon
    Grozny
    Ossetia del Sud
    monte Elbrus
    Pyatigorsk

    LUCA PINGITORE